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Autore

Massimiliano Magno

in archivio dal 24 ago 2006

22 giugno 1977, Roma

24 agosto 2006

Ossessione

Intro: Un racconto frenetico, agile nel distaccarsi da canoni narrativi creando una struttura mobile e agitata. Lo scorrere di questo scritto mantiene costante la sua velocità per poi inchiodare allo stop della coscienza e della realtà. Non c’è tempo di fermarsi, i battiti sempre più forti e poi... tutto quel movimento pieno di ariose sinfonie, termina in un secco colpo, brevissimo, mortale.

Il racconto

Corro disperatamente, anche stasera mi segue. I polmoni mi scoppiano, non ho idea da quanto tempo io stia correndo. Mi devo fermare, non ce la faccio piu’. Mi siedo su un marciapiede prendo fiato, che l’abbia seminato?


Sono mesi ormai che va avanti questa persecuzione, mi segue e mi fissa, non dice una parola, lo fa solo per ricordarmi il mio più grande errore.

Tempo sprecato, quella sera, non la potrò dimenticare mai.

Stavamo tornando a casa, io, mia moglie Angela e mia figlia Alessandra di appena 4 anni, la cosa più preziosa che avessi.

“Caro non andare così veloce” sono state le ultime parole di mia moglie.

Pioveva a dirotto e non si vedeva nulla, volevo arrivare il prima possibile, ma l’asfalto bagnato può essere una trappola micidiale.

La macchina partì in testacoda, cercai di riprenderla, ma non feci altro che peggiorare la situazione perché perse aderenza dal suolo e cominciò a ribaltarsi.Sembrava una pallina impazzita, continuava a ribaltarsi e a scivolare sull’asfalto, finchè un colpo secco ci fermò.

Avevamo impattato contro una macchina parcheggiata, non riuscivo a muovermi, non sentivo dolore, non riuscivo nemmeno a vedere bene, un alone rosso mi copriva gli occhi e cercavo disperatamente di chiamare mia moglie e mia figlia che non rispondevano.

I soccorsi arrivarono quasi subito e mi accorsi di lui solo quando ci tirarono fuori dalle lamiere, era anche lui rimasto coinvolto nell’incidente, gravemente ferito, ma ancora vivo.

Lui, pedone colpevole solo di essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ma ero troppo impegnato a disperarmi per la perdita dei miei due gioielli per pensare a lui.

La piccola Alessandra amava tanto indossare gli abiti della mamma, passava le ore davanti allo specchio a fare finta di essere grande.Ho tolto tutti gli specchi da casa, mi ricordavano troppo lei.

Ho buttato anche tutti i vestiti di Angela, speravo mi aiutassero a voltare pagina, ma non e’ servito a nulla, ovunque incontri una mamma con un bambino, mi tornano alla mente.

Stabilirono che la colpa non fu mia ma dell’asfalto bagnato, mi guardai bene dal precisare la velocità a cui andavo, anche se dai rilievi presi credo lo sapessero anche i vigili, ma chiusero un occhio capendo in quale inferno avrei vissuto da quel giorno.

Da allora non passa un giorno senza che io cerchi di affogare la mia depressione nell’alcool.

Poi c’è lui, rimasto orribilmente sfigurato che ha cominciato a perseguitarmi, giorno e notte ovunque io vada, appena esco di casa, sono rimasto due settimane chiuso dentro, sperando che se ne andasse, ma come sono uscito, ancora mi aspettava.

A volte lo vedo, altre volte no, ma so che prima o poi lo trovo sempre pronto a ricordarmi quello che e’ successo, come se non bastasse la perdita di Angela e Alessandra.

Sento dei passi, e’ lui ne sono sicuro, voglio scappare da questo incubo.

Mi rialzo e continuo a correre, non manca molto a casa mia.

Arrivo ormai stremato al portone e questa dannata chiave non vuole entrare, la fretta mi rende ancora più nervoso e mi cadono le chiavi. Dannazione!

Le raccolgo e con tutto il sangue freddo possibile, apro ed entro.Mi giro sicuro di trovarlo li, ma lui non c’e’, un dubbio mi assale, che mi abbia preceduto?Non sarebbe la prima volta che mi aspetta nell’ascensore.

Corro per l’androne, l’ascensore è occupato e sta scendendo, sicuramente c’e’ lui dentro, meglio prendere le scale.

Salgo il primo e il secondo piano, l’ascensore sta passando in questo momento, lo vedo è lì dentro insieme ad una mia vicina di casa.

Ora mi spiego come fa ad avere le chiavi del portone. Sicuramente gliele ha date lei. Maledetta!

Sono tutti contro di me!

Salgo fino al quarto piano ed entro dentro casa, finalmente in salvo, finalmente tra mura sicure.

Mi tolgo l’impermeabile, non accendo nemmeno la luce, vado allo stereo e metto un cd di Beethoven.

Tra le note di “sonata al chiaro di luna”, mi siedo sulla poltrona e mando giù l’ultimo goccio di jack daniels che e' rimasto nella bottiglia.

Fermo inerme a riacquistare le forze e a pensare ad una possibile soluzione, non voglio continuare così.

Le note malinconiche di questo capolavoro, assecondano la mia oscura fantasia.

So cosa devo fare, me lo sono ripetuto tante volte, non ho mai voluto arrivare a tanto, ma stasera sono proprio esasperato.

Mi alzo deciso a chiudere questa ossessione, è il momento di farla finita.

Vado verso la cassaforte e tolgo il quadro che la ricopre, è il momento di farla finita.

La apro, prendo la pistola e la carico, è il momento di farla finita, mi ripeto costantemente.

Esco di casa e nella fretta dimentico le chiavi nell’impermeabile, come farò a rientrare? È il momento di farla finita.

Non mi interessa, è il momento di farla finita.

Chiamo l’ascensore, le porte si aprono davanti a me e lui è li che mi guarda, punto la mia pistola contro di lui e solo in quel momento mi accorgo che anche lui ne ha una e fa lo stesso con me.

Le note dell’ “Inno alla gioia” dal mio appartamento riecheggiano sul pianerottolo.

Sorrido perché so che tra un attimo sarà tutto finito e lui quasi a capire la situazione fa lo stesso.

Forse è così che doveva finire, essere l’uno la nemesi dell’altro fino alla morte.

Sembra di essere in un film western. È il momento di farla finita, mi ripeto per quella che credo sia l’ultima volta.

Sparo.

Nell’attimo in cui il proiettile lo colpisce, lui si frantuma in mille pezzi, e piccole immagini di lui mi continuano a fissare con la pistola fumante in mano.

Ora capisco, ora è tutto chiaro.

Era soltanto lo specchio dell’ascensore.

Quello sfigurato ero io e non avevo mai voluto riconoscerlo a me stesso.

I nostri incontri non erano nient’altro che specchiarsi in una superficie riflettente.

Guardo la mia pistola, c’è solo una cosa da fare. Ora è veramente il momento di farla finita.

Sparo.

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