username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 08 apr 2014

Massimiliano Sannino

15 maggio 1981, Torre Del Greco NA) - Italia
Mi descrivo così: La testardagine fa parte del mio carattere, ma anche la comprensione e la disponibilità...
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
  • 24 gennaio 2015 alle ore 21:54
    Il dolce sapore di un'amicizia

    Come comincia: In quel territorio tanto lontano quanto martoriato, in cui si percepivano ancora gli effetti del regime del perfido dittatore Saddam Hussein, la vita normale era ancora una lontanissima utopia. Era comunque un Iraq che tentava una disperata rinascita, e s’incamminava lento verso un futuro migliore. Le migliaia di volontari inviate in quel luogo di guerra e morte, provavano quotidianamente a donare un sorriso a quei volti che per anni avevano vissuto una vita di terrore. Tra loro si distingueva Benedetta, una giovane ragazza italiana inviata in Iraq da un’importantissima organizzazione umanitaria. Aveva ventisette anni di splendente bellezza, due occhi azzurri da far girare la testa e una laurea in giurisprudenza appena conseguita in maniera decisamente brillante. Il volontariato era la sua passione e questa nuova esperienza in Iraq, rappresentava per lei un bellissimo momento di crescita personale. Ogni mattina era solita svegliarsi molto presto per accogliere nella struttura presso la quale era stata assegnata, le persone che avevano bisogno di urgenti cure mediche per dare loro una prima assistenza e un po’ di sostegno morale. La giovane amava anche cucinare per tutti gli ospiti della struttura e i suoi pranzetti all’italiana, riscuotevano sempre un enorme successo.
    I giorni trascorrevano e le persone che si recavano presso la casa d’accoglienza nella quale Benedetta prestava il suo servizio, si facevano sempre più numerose. Le loro storie erano tanto diverse e uguali allo stesso tempo, perché erano tutte accomunate da una voglia di riscatto personale. Tra loro c’era Rajia, una donna di circa trent’anni, con un vissuto davvero drammatico. Rajia era di etnia sciita e il regime dittatoriale aveva portato via la sua famiglia attraverso varie stragi. Sul suo viso era leggibile soltanto tanta tristezza, il dolore che provava era enorme rispetto alla sua età, ancora molto giovane.
    Ogni mattina, alle nove in punto, Rajia si recava presso il centro in cui lavorava Benedetta e qui amava partecipare alle varie attività ricreative proposte dalle volontarie italiane. Fin dal primo giorno, Rajia e Benedetta avevano provato simpatia l’una per l’altra. La giovane irachena vedeva negli occhi della volontaria quella dolcezza e quella bontà d’animo che per anni non aveva mai conosciuto. Ciò che Rajia apprezzava molto, era la capacità di Benedetta di arrivare dritta al cuore, grazie alle sue parole di conforto. Rajia poteva tranquillamente dire di aver trovato un’amica, lei che non sapeva assolutamente la vera amicizia cosa fosse. Le due donne erano solite pranzare e cenare insieme e avevano iniziato a raccontarsi le proprie esperienze di vita. Nei loro racconti, il contrasto era evidente; da un lato Benedetta narrava dei suoi brillanti studi universitari e della sua aspirazione a diventare magistrato. Dall’altro invece vi era Rajia, che tra le lacrime raccontava dei suoi genitori morti a causa di un’esplosione avvenuta nel villaggio in cui vivevano tutti insieme. Il suo pianto toccava il cuore di Benedetta che affettuosamente le faceva appoggiare il capo sulla sua spalla.
    Erano trascorsi diversi mesi dal giorno in cui Rajia e Benedetta si erano incontrate per la prima volta e il tempo aveva permesso che la loro amicizia si fortificasse. Dopo le numerose attività, svolte presso il centro d’accoglienza, le due donne amavano fare delle lunghe passeggiate e come sempre chiacchieravano per ore, con la complicità che caratterizza due amiche di vecchia data. Benedetta aveva inoltre promesso a Rajia di farle visitare l’Italia una volta finita la sua missione in Iraq. Sembrava che il sentimento d'amicizia con Benedetta stesse letteralmente trasformando il cuore di Rajia da sempre pieno di tristezza.
    Sembrava che tutto procedesse per il meglio, Rajia e Benedetta erano davvero inseparabili fin quando un brutto evento si abbatté sulla loro amicizia. Un giorno, mentre Benedetta si apprestava a raggiungere la struttura in cui operava, l’automezzo sul quale viaggiava, fu improvvisamente fermato da alcuni uomini armati, appartenenti ad un gruppo di guerriglieri, ancora fedeli al regime di Saddam Hussein. Parlavano uno stentato italiano ma Benedetta riuscì a comprendere la frase “Siamo del Regime”. La giovane cooperante non ebbe nemmeno il tempo di realizzare cosa stesse succedendo, che uno dei guerriglieri le si fiondò addosso bloccandole le braccia e la trascinò in un’auto. Gli altri gli fecero seguito e una volta entrati nell’auto partirono immediatamente alla volta di un covo segreto in cui Benedetta fu nascosta, in modo che nessuno potesse sapere dove fosse realmente. La giovane si ritrovò così in quel luogo angusto, legata con una catena ai piedi di un tavolo e con pochissimo spazio a sua disposizione. Le forze le venivano a mancare, lei che era sempre stata una combattente, per la prima volta si sentiva piccola di fronte ad un ostacolo che le sembrava insormontabile. Trascorreva gran parte delle sue giornate nella disperazione più totale e le lacrime, più volte solcavano il suo giovane viso. Rajia nel frattempo era preoccupata; da alcuni giorni non vedeva arrivare Benedetta all’interno della sua struttura e perplessa chiese informazioni sulla sua cara amica agli altri cooperanti. La notizia del rapimento di Benedetta, rappresentò per Rajia un vero colpo al cuore. La donna non voleva certo stare ferma ad aspettare gli eventi, voleva fare qualcosa per quell’amica che tanto l’aveva aiutata. “Voglio andare a cercarla e la ritroverò”. Esclamò Rajia. "Devo aiutarla come lei ha fatto con me”. “Dove vuoi andare”? Le chiese un cooperante. “Qui fuori è pericoloso e potrebbero catturare anche te”. “Vado a cercare Benedetta”. Rispose Rajia. “Nessun ostacolo potrà mai fermarmi”. La determinazione di questa giovane irachena era a dir poco impressionante, fu così che Rajia partì in cerca di Benedetta. Camminava in completa solitudine, a piedi, nei vari quartieri di Baghdad. Le poche persone che incontrava in quelle strade semideserte, di quella volontaria ittaliana non conoscevano nulla. Rajia sfidò il freddo, oltre che la concreta possibilità di incappare in qualche tranello da parte dei guerriglieri del regime. Il suo cammino si protrasse per l’intera giornata e intanto la notte aveva oscurato il cielo della capitale irachena. Proprio nel momento in cui stava per perdere le speranze, Rajia passò davanti ad una casa che sembrava abbandonata, dalla quale provenivano delle grida disperate. La donna si avvicinò all’uscio, lo aprì piano e vide una ragazza legata al piede di un tavolo che piangeva con la testa fra le mani e dopo qualche esitazione, si accorse che quella ragazza era proprio la sua amica Benedetta. Rajia le corse incontro tendendole le braccia e nell’abbracciarsi, le due donne si lasciarono andare ad un salutare pianto liberatorio. “Come hai fatto a trovarmi qui”? Chiese Benedetta singhiozzando. “Qui è tutto così pericoloso ed è un miracolo che tu sia riuscita ad arrivare fino a me”. “E’ stato l’affetto che nutro nei tuoi confronti a condurmi fin qui”. Rispose Rajia. “Ora però vieni con me, allontaniamoci da qui, prima che sia troppo tardi”. Rajia liberò Benedetta dalla catena che la teneva legata e insieme fuggirono via e si diressero verso la struttura d’accoglienza in cui si erano conosciute. Al suo arrivo Benedetta fu accolta con una gran festa, organizzata dai volontari che in questi mesi avevano collaborato con lei. Era un giorno di estrema felicità, Benedetta e Rajia si erano finalmente ricongiunte, ma le sorprese per la donna irachena non erano finite qui. Benedetta annunciò il suo imminente ritorno in Italia, per raggiungere la sua famiglia e riprendersi dalla brutta esperienza vissuta. Non aveva intenzione di separarsi dalla sua amica Rajia e decise quindi di portarla con sé per farle ammirare le bellezze paesaggistiche italiane e per stare ancora un po’ in sua compagnia. Qualche giorno dopo, preparato qualche bagaglio, partirono alla volta di Roma. Furono salutate all’aeroporto da tutti i volontari che per mesi avevano operato fianco a fianco con Benedetta e tutti coloro che come Rajia erano stati ospiti della struttura. Per Rajia quella che stava per cominciare una vita tutta nuova, gli stenti e la paura vissuta in Iraq, stavano diventando per lei soltanto un lontano e triste ricordo. Ormai la giovane donna irachena aveva un tesoro molto prezioso da custodire: una nuova amicizia dal dolce sapore, che col tempo le avrebbe riempito il cuore e regalato tanti sorrisi, facendole dimenticare completamente ogni singola lacrima versata.

     
  • 17 settembre 2014 alle ore 2:11
    Ellen e il fiore dell'amore

    Come comincia: C’era una volta, in un piccolo paese di montagna, una donna molto avida e perfida di nome Ellen. Era sempre stata molto ricca e viveva da anni nello sfarzo più totale, nel suo maestoso palazzo, situato sul punto più alto di quel monte. Non si era mai sposata a causa del suo carattere burbero, non era mai riuscita a trovare un uomo che facesse al caso suo e questa cosa, l’aveva resa sempre sfiduciata nei confronti della vita. La sua unica compagnia erano i suoi due cani, che accudiva con immenso amore e profonda dedizione. Erano i suoi compagni di vita, gli unici che le erano rimasti sempre fedeli. Hellen rimaneva spesso a pensare alla sua solitudine e per combatterla, usciva spesso dal suo palazzo per recarsi in un piccolo bosco situato a poche centinaia di metri. Lì amava ammirare la natura: si soffermava a guardare lo scorrere dell’acqua del piccolo ruscello e a raccogliere le margherite, che da sempre considerava il suo fiore preferito. Ne raccoglieva a centinaia tutti i giorni e amava ordianarle in alcuni piccoli vasi che si trovavano nelle varie camere della sua grande casa.
    Un giorno, mentre era intenta nella sua raccolta quotidiana, s’imbatté in uno stranissimo fiore dai lunghi petali rossi. Si fermò a fissarlo per qualche minuto, non ne aveva mai visto uno simile prima d’allora e voleva capire cosa ci facesse in un bosco di sole margherite. Ellen rimase a guardare quel fiore per almeno dieci minuti e mentre stava per raccoglierlo, udì una voce che diceva: “Prendimi subito, vedrai ti porterò tanta fortuna”. Ellen rimase sorpresa, non aveva idea da dove provenisse quella voce poiché a parte lei, nel bosco non vi era nessuno. La donna si guardò intorno impaurita, pensando che qualcuno volesse farle del male. Dopo appena qualche minuto, udì nuovamente quella stessa voce che diceva: “Raccoglimi subito, ti porterò fortuna”. Hellen continuò a guardarsi intorno e il suo sguardo cadde di nuovo sul fiore. “Sei stato tu a parlare”? Chiese Ellen stupita. “Si eccomi qui”. Quella voce, apparteneva proprio al fiore, quel fiore diverso dagli altri che aveva attratto la curiosità della donna.
    Ellen, dopo quella curiosa scoperta, si avvicinò ancora di più a quel fiore che continuò a parlarle dicendole: “So che ti chiami Hellen e so che soffri un po’ di solitudine, ma è anche colpa tua”. Il viso di Hellen cambiò immediatamente espressione, ciò che il fiore le aveva detto. “E tu come fai a saperlo”? Chiese la donna infastidita, “Per caso leggi nel pensiero”?  Il fiore, con voce allegra le rispose: “Sono il fiore dell’amore, a me basta guardare negli occhi una persona per comprendere il suo stato d’animo”. Ellen rimase basita, aveva incontrato un fiore parlante e per di più che riusciva a comprendere il suo stato d’animo. Dopo un iniziale stupore, la donna si sciolse in un pianto dirotto e cominciò a raccontare al suo nuovo amico, la sua vita e tutto ciò che l’aveva portata a rimanere da sola. Il fiore la ascoltava attentamente, mai prima di allora si era lasciata andare a simili confidenze, per di più a un fiore parlante.
    Il fiore, dopo aver attentamente ascoltato il racconto di Hellen, emise un sospiro, aprendo tutti i suoi petali e disse: “Se vuoi, io posso aiutarti cara Hellen, ma devi promettermi che farai tutto ciò che ti dico”. “Farò tutto ciò che vuoi” rispose Ellen. “Sono stanca di essere sola, di questo passo la tristezza mi ucciderà”. Il fiore, commosso dalle preghiere di Ellen, decise che doveva fare qualcosa per restituire a quella donna un po’ di allegria. “Ascoltami attentamente Ellen, vai a casa e prendi dal tuo guardaroba il vestito più bello che hai, indossalo e ritorna qui da me”. Ellen corse subito a casa, prese dal suo armadio un bellissimo vestito rosso e, dopo averlo indossato, ritornò subito dal fiore dell’amore. “Ecco” disse con voce decisa “Ho indossato il vestito come mi avevi chiesto, adesso cosa devo fare”? Il fiore rispose: “Vai alla sorgente del fiume qui vicino, riempi un secchio d’acqua e innaffiami, acquisirò l’energia che mi serve per aiutarti a essere una donna felice”. Ellen prese un grosso secchio e si precipitò al fiume, come il fiore le aveva consigliato. Immediatamente lo riempì d’acqua e di corsa ritornò verso il fiore, lasciando che qualche goccia cadesse in terra.
    Dopo aver fatto qualche passo veloce, Ellen arrivò nel luogo in cui di solito era situato il fiore scoprendo, con grande sorpresa che non c’era più. Al suo posto era cresciuta una stranissima pianta con delle grandi foglie piene di spine. “Oh mio Dio” esclamò Ellen con stupore. “Dov’è il fiore che aveva promesso di darmi una mano”? D’improvviso, la donna udì una voce poco lontano che disse “ Il fiore non c’è più qui, adesso è nelle mie mani e non credo che adesso potrà più aiutarti a trovare l’amore”. Ellen si girò e vide, poco distante da lei, una vecchina con il naso un po’ allungato e che aveva tutte le sembianze di una strega. Si trattava, infatti, di una vera e propria strega che abitava quei boschi da moltissimi anni. Era stata lei a prendere con sé il fiore e rinchiuderlo in una campana di vetro, affinché potesse appassire e far svanire la sua magia benefica.
    Ellen cominciò a sentirsi di nuovo persa, quel fiore le aveva restituito la speranza di poter finalmente amare un uomo come lei desiderava. La donna voleva fare qualcosa a tutti i costi per restituire al fiore la sua libertà e per dare a se stessa una nuova possibilità. Questa volta però il destino si mostrò davvero duro per Ellen, la strega si era impossessata di quel fiore che per la donna rappresentava la sua unica ancora di salvezza.
    Una mattina, mentre Ellen era intenta nella sua passeggiata quotidiana nel bosco, le comparve dinanzi una giovane ragazza vestita completamente di bianco. “E tu chi sei”? Chiese Ellen un po’ impaurita da quell’improvvisa apparizione. “Sono Verdiana” rispose la fata “Sono la fatina dei boschi e ti aiuterò a recuperare il fiore che diventerà l’uomo che amerai per tutta la tua vita”. Ellen rimase sorpresa da quella rivelazione, non aveva realmente compreso ciò che la fata Verdiana volesse dire. La fatina scomparve improvvisamente, ma lasciò a Ellen una bottiglietta di vetro con una pozione che dal colore sembrava molto simile al succo di limone, che la strega, doveva bere affinché si rendesse innocua e il fiore potesse essere liberato. Ellen prese delicatamente in mano quella bottiglietta, e s’incamminò verso il prato, dove prima si trovava il fiore dell’amore, sperando di trovarvi ancora la strega al suo posto. La donna rimase per un po’ ad aspettare, ma dopo alcuni minuti, ecco arrivare la strega con il suo fare maligno. “Che cosa vuoi ancora”? Chiese la strega. “Perché sei ritornata di nuovo qui, il fiore adesso è mio e non potrà mai più aiutarti”. Ellen non fu per nulla turbata dalle parole della strega, aveva in mano l’antidoto che l’avrebbe annientata. “Ascoltami cara strega” disse Ellen “So che ti piace molto il succo di limone e ho pensato di portartene un pochino, l’ho appena fatto con le mie mani”. La strega per un po’ tentennò a quella proposta, ma cambiò subito idea strappando quella boccetta dalle mani di Ellen. Il gesto fu talmente violento che la boccetta cadde improvvisamente in terra, facendo fuoriuscire tutto il suo contenuto.  Ellen rimase di sasso, il suo proposito di sconfiggere la strega stava svanendo nel nulla. “Hai visto cosa hai fatto maledetta”? Esplose la strega. “Adesso cosa me ne faccio di una bottiglietta rotta”? Ellen era sconvolta, il suo proposito distruggere il potere della strega e riavere il suo fiore stava svanendo e con lui anche la possibilità di innamorarsi nuovamente. La strega era molto infuriata, voleva punire Ellen per aver rotto quella boccetta che conteneva la sua bevanda preferita. Passata l’iniziale arrabbiatura, la strega si allontanò e notò che aveva le dita sporche di quello che lei credeva fosse succo di limone. Immediatamente si portò le mani alla bocca per poter succhiare quella bevanda e sentire quel sapore che tanto le piaceva. Appena poggiò le labbra sul suo dito pollice, la strega cadde tramortita. Ellen, che aveva assistito alla scena, lanciò un fortissimo urlo di gioia. La pozione aveva dato l’effetto sperato e la strega era ormai sconfitta. Ora però doveva ritrovare il suo fiore, quello che doveva aiutarla a rinnamorarsi. Hellen si recò subito nel covo in cui la strega abitava, ma non trovò il suo fiore. Ad attenderla c’era un giovane uomo, alto e bello, che le prese la mano accogliendola con il sorriso sulle labbra: “Grazie a te, cara Ellen, sono ritornato normale” esordì l’uomo.” Hellen era perplessa, ma allo stesso tempo felice. “Come ti chiami”? Gli chiese la donna. “Mi chiamo Paride” rispose il giovane. “Un incantesimo della strega mi aveva trasformato in fiore. Volevo che tu mi facessi ritornare uomo seguendo i consigli che stavo per darti quando ero un fiore, ma tu hai sconfitto la strega e senza volerlo hai scelto la via più semplice”. Il viso di Ellen trasmetteva felicità come mai prima di allora. “Adesso vieni via con me” proseguì ancora Paride. “Saremo felici per sempre l’uno accanto all’altra”. La profezia di Verdiana si era avverata e Ellen potè così tornare ad amare. Qualche giorno dopo, i due convolarono finalmente a giuste nozze che si celebrarono all’aperto, nel bosco che Hellen aveva sempre amato. Alla cerimonia partecipò l’intero paese e i canti e i balli si susseguirono fino a notte inoltrata. Gli sposi andarono a vivere nel grande palazzo in cui la donna viveva da sempre. Ormai Ellen era una persona nuova, aveva abbandonato il suo carattere scostante e si apprestava a vivere una vita serena accanto a quell’uomo che già da qualche tempo le era vicino, anche se sotto forma di fiore.
     

     
  • 05 luglio 2014 alle ore 0:27
    Un nuovo amore per Dorina

    Come comincia: Quell’affollatissimo piazzale della città di Bucarest nell’immediato post rivoluzione da cui partivano ogni giorno centinaia di persone in cerca di fortuna. Un autobus affollato, diretto in Italia, che per molti significava intraprendere un viaggio della speranza, verso quel benessere economico che non avevano mai conosciuto. Erano tutti figli di quella Romania in cui apparivano evidenti gli strascichi del regime comunista di Nicolae Ceausescu, che aveva ridotto quel paese in una povertà raccapricciante. In quella piazza, gli abbracci e le lacrime di commozione si sprecavano e tutto aveva il sapore di un amaro addio.
    Proprio tra queste persone, costrette a emigrare in Italia, vi era Dorina, una giovane donna di circa trent’anni che fin da piccola aveva conosciuto la povertà estrema. Era l’ultima di cinque figli e la sua famiglia aveva dovuto sempre affrontare degli enormi sacrifici per poterli sfamare. Era sposata già da alcuni anni e dal suo matrimonio, erano nati due splendidi bambini: Florentin e Dumitru che considerava il suo orgoglio. Nonostante le modeste condizioni economiche, la famigliola riusciva a vivere serenamente, accontentandosi delle poche cose che la vita offriva loro. Molte volte la coppia amava portare i bambini al parco per una salutare passeggiata nel verde; Florentin e Dumitru adoravano giocare con i loro amichetti e stare all’aria aperta.
    Un giorno, proprio durante uno di quegli allegri pomeriggi di svago e di gioco dei bimbi accadde l’impensabile: Dorina era impegnata nel sorvegliare i piccoli mentre andavano sullo scivolo quando improvvisamente si udirono dei fragorosi colpi di pistola.
    Dorina si voltò immediatamente e vide suo marito che giaceva per terra esanime a pochi metri dallo scivolo con cui i bambini stavano giocando. Le urla di aiuto di della giovane fecero rapidamente il giro di tutto il parco, mentre alcuni passanti cercavano di proteggere i bambini dalla vista di quell’orribile spettacolo.
    Il marito della giovane Dorina era caduto sotto i colpi di fucile sparati da alcuni sostenitori dell’ex dittatore Ceausescu, avevano riconosciuto l’uomo tra i manifestanti della rivoluzione avvenuta l’anno precedente.
    Per la ragazza si prospettava quindi una vita tutta nuova, irta di problemi e difficoltà. Non era per nulla semplice vivere in un paese che, seppur stesse tentando una disperata rinascita, era distrutto dalla povertà. Per un primo periodo, la giovane dovette adattarsi a fare qualche sporadico lavoretto, che spesso non riusciva a portare a termine viste le sue condizioni emotive. Una parte di lei era andata via insieme a suo marito e ogni giorno, si recava a lavoro con la morte nel cuore. La paga che riusciva ad ottenere era irrisoria e, in maniera molto stentata, riusciva a sfamare le bocche dei suoi due bambini. Dorina quindi stava meditando una decisione drastica, era molto combattuta, ma il suo primo pensiero era il benessere dei suoi figli. Decise quindi di mettersi in contatto con una sua amica di vecchia data che da qualche tempo lavorava in Italia come collaboratrice domestica. Tramite lei, Dorina venne a sapere che in Italia c’erano diverse persone che avrebbero potuto darle un lavoro e contribuire quindi alla crescita dei suoi amati figlioletti. Per alcuni giorni la giovane ebbe modo di riflettere sul da farsi, sarebbe stata felice di partire e lavorare in Italia, ma pensava anche che il suo allontanamento sarebbe stato traumatico per i suoi bambini e per lei stessa. Prima di allora non era mai stata lontana da Florentin e Dumitru e quell’eventualità le provocava un’enorme tristezza nel cuore.
    Dopo essere stata per quasi una settimana in profonda riflessione, Dorina decise di partire alla volta di Roma dove ad attenderla c’era una famiglia disposta a farla lavorare come badante e collaboratrice domestica. Preparò in fretta le sue valigie mentre i bimbi dormivano, in modo che non sospettassero di nulla. L’indomani, giorno della partenza, Dorina comunicò la triste notizia ai suoi bambini: “Cuccioli miei, la mamma deve partire” disse Dorina con voce rotta dal pianto. “Deve lavorare per darvi un futuro migliore, ma non preoccupatevi, tornerò presto e non ci lasceremo mai più”. A quelle parole i piccoli rimasero increduli,  per un attimo avevano creduto che la loro mamma li stesse abbandonando per sempre. Dopo un lungo e commosso saluto ai suoi genitori e ai suoi bambini, presso il piazzale di partenza degli autobus, la giovane Dorina partì finalmente per Roma. Durante il viaggio, ebbe modo di riflettere sulla scelta che aveva appena fatto ponendosi mille domande. La sua principale preoccupazione erano proprio i suoi bambini e  temeva di non aver optato per la scelta giusta. Dopo quasi due giorni di viaggio Dorina arrivò finalmente a Roma. Ad attenderla c’era Guido, un uomo di circa trentacinque anni che altri non era che colui che le aveva procurato il nuovo lavoro. Dorina ebbe subito un’ottima impressione di quell’uomo si mostrò subito gentile e distinto e sembrava aver preso subito a ben volere la giovane. Dorina doveva badare a Giuseppina, l’anziana madre di Guido, una donna di circa settantacinque anni, malata di Alzheimer. L’anziana donna era quasi totalmente sopraffatta dalla sua malattia e l’unico modo che aveva per comunicare era il sorriso e qualche piccolo gesto. Viveva con loro anche Davide, fratello di Guido di qualche anno più giovane, anche lui come suo fratello si mostrò subito gentile con Dorina. Erano trascorse alcune settimane dall’arrivo di Dorina in quella casa; l’anziana Giuseppina sembrava aver legato con la sua nuova badante ed erano continui i suoi cenni d’intesa con gli occhi o con il sorriso. Dorina era diventata ormai una persona di famiglia, oltre a badare all’anziana mamma di Guido e Davide, spesso cucinava per tutti preparando degli squisiti pranzetti secondo alcune ricette del suo paese. Malgrado si fosse ben adattata all’interno di questa nuova realtà, la nostalgia di Dorina per i suoi figli era tanta. La giovane scriveva loro molte lettere e ogni volta, aveva gli occhi pieni di lacrime nel pensare a loro.
    Purtroppo quell’idillio era destinato a spezzarsi. Una notte, mentre Dorina dormiva nella camera a lei riservata, venne svegliata dal rumore della porta che si aprì improvvisamente. La giovane non riusciva a capire chi fosse, avvertì soltanto dei passi, che lentamente la avvicinarono e una mano che si posò sulla sua schiena. Dorina, visibilmente scioccata da quel contatto fisico accese immediatamente la luce del suo comodino per vedere di chi fosse la mano che la toccava. Non appena il lume fu acceso, Dorina fece una tristissima scoperta: la mano che l’aveva toccata, era quella di Guido. L’uomo che l’aveva accolta per primo in quella casa, era in realtà un perverso, un violento. Non appena si vide scoperto Guido diede due schiaffi sul volto di Dorina dicendole: “ Se domani parli ti ammazzo e non ti azzardare a chiedere auto”. Quelle parole fecero piombare Dorina nello spavento più totale, non sapeva come liberarsi da quella morsa. I giorni a seguire furono per Dorina un vero incubo, cercava di stare lontana il più possibile da quell’uomo che aveva tentato di violentarla la notte precedente. Quell’episodio si ripeté purtroppo anche le notti successive, fin quando Guido non riuscì sul serio ad abusare di lei. L’uomo provava per Dorina un’attrazione morbosa e l’avrebbe voluta tutta per sé. “Mettiti in testa che sarai mia per sempre”. Questa era la frase che la giovane si sentiva ripetere spesso da Guido, durante le sue violenze fisiche e psicologiche. Il sorriso di Dorina aveva lasciato il posto alle lacrime, quelle violenze l’avevano ferita nella sua dignità di donna. La sua vita in quella casa era diventata un tormento vero e proprio e questo suo comportamento aveva attirato l’attenzione di Davide che non capiva perché la ragazza fosse sempre triste e impaurita. Il giovane Davide provò più volte a parlarle finché una sera Dorina non si decise a confidargli tutto. “Guido mi ha violentato” disse Dorina tra le lacrime. “L’ha fatto più volte e ora ho tanta paura”. Nel sentire quelle parole, Davide, che nel frattempo si era invaghito di Dorina, provò un fortissimo senso di rabbia. “Stai tranquilla Dorina” rispose guido abbracciando la ragazza. “Non permetterò che ciò avvenga ancora, stasera ti prometto che lo fermerò”. Quella notte Guido cercò di entrare nuovamente nella stanza di Dorina ma questa volta trovò Davide che gli si parò davanti bloccandogli entrambe le mani. “Fermati immediatamente”. Urlò Davide al fratello maggiore. Iniziò tra i due un’accesa colluttazione con Dorina che implorava a entrambi di fermarsi. Guido cadde in terra e Davide riuscì finalmente a strappare la giovane dalle grinfie del fratello. La condusse giù in strada per permetterle di riprendersi da quel brutto spavento. “Grazie Davide per avermi salvato” disse Dorina con voce ancora impaurita. “Te ne sarò grata per sempre”. Anche Dorina nel frattempo si era innamorata del suo salvatore e non esitò a confessargli i suoi sentimenti. “Mi sei entrato nel cuore dal primo momento che ti ho visto e adesso non posso fare ameno di te”. Le parole di Dorina provocarono un sussulto al cuore del giovane Davide che a sua volta rispose: “Anch’io non posso fare a meno di te, sento di appartenerti in tutti i sensi”. Trascorsero alcuni giorni e mentre Guido era stato denunciato per le sue violenze e portato in carcere, l’amore tra Davide e Dorina cresceva ogni giorno di più. Camminavano mano nella mano e sembravano davvero la più felice delle coppie.
    La giovane rumena aveva però un ultimo desiderio: quello di portare con sé in Italia i suoi figli e stabilirsi a Roma con loro e il suo nuovo compagno. Davide volle a tutti i costi accontentare la richiesta della sua compagna, fu così che, quella stessa sera Dorina chiamò Florentin e Dumitru in Romania,  per comunicare loro la lieta notizia. “Cuccioli miei” esordì la giovane. “Tra qualche giorno verrò a prendervi e partiremo insieme per l’Italia, dove ci attende una vita tutta nuova”. I due bimbi scoppiarono di felicità, potevano riabbracciare la loro mamma dopo tanto tempo e partire con lei per Roma. Qualche giorno dopo Dorina tornò in Romania accompagnata da Davide, ebbe appena  il tempo di salutare i suoi genitori e alcuni parenti che l’indomani ripartì per Roma insieme al suo compagno e i suoi bimbi. Quell’aereo stava conducendi tutti verso un nuovo avvenire fatto di tanto amore e tantissima serenità familiare. Dorina era finalmente felice, quel nuovo amore le aveva restituito il sorriso e la voglia di vivere che l’avevano sempre contraddistinta, ma soprattutto le aveva fatto dimenticare quel bruttissimo spavento e la vita di stenti che conduceva in Romania,  specie dopo la morte di suo marito.

     
  • 20 giugno 2014 alle ore 4:19
    Due gemellini davvero speciali

    Come comincia: “Driiiiiiiiiiiin” il suono della campanella decretava la fine di un’altra giornata di scuola. I bimbi correvano festanti verso l’uscita e si fermavano senza varcare la soglia cercando di intravedere in lontananza i loro genitori. C’era come sempre chi andava a scuola con piacere e chi invece aveva bisogno di essere maggiormente invogliato al fine di ottenere risultati migliori. Tra i mille e più bambini che popolavano quella scuola, vi erano Elisa e Davide, due bimbi disabili, costretti a stare su una sedia a rotelle, a causa di alcune complicazioni avute alla nascita. La loro condizione li aveva portati a emarginarsi dal resto della loro classe e non di rado dovevano sopportare i loro compagni che continuamente li deridevano. Fortunatamente questi due gemellini speciali, avevano alle loro spalle una famiglia molto unita che quotidianamente soffriva con loro ogni singolo disagio e con grande dedizione, si occupava di quei figli con l’amore incondizionato di ogni genitore. Era, però una famiglia abbastanza modesta, vivevano infatti al decimo piano di un grande palazzo popolare, abitato da persone poco raccomandabili dove non vi era un ascensore che potesse facilitare ai due bimbi l’accesso al loro appartamento. Ogni giorno gli sforzi per condurli a scuola erano molteplici, i loro genitori dovevano prenderli in braccio per aiutarli a scendere le scale e farli avvicinare al pullmino che veniva a prenderli. Elisa e Davide erano iscritti al terzo anno delle elementari con enorme profitto e ciò ripagava i loro genitori delle fatiche quotidiane alle quali erano costretti. Anche le loro maestre erano felici del loro andamento scolastico e spesso li indicavano come modello da seguire per gli altri bambini. Questa cosa dava un po’ fastidio agli altri alunni, l’idea della competizione non piaceva a nessuno, quindi Elisa e Davide erano puntualmente bersagliati dai loro compagni meno bravi che li definivano secchioni. Erano principalmente i bambini più grandi della scuola a deriderli continuamente appena li vedevano passare sulla loro sedia a rotelle.
    Un giorno, mentre un collaboratore scolastico li accompagnava in bagno, durante la ricreazione, si presentarono due ragazzini dell’ultimo anno dalla cui espressione sembrava che volessero aggredirli. Il loro accompagnatore si era per un attimo allontanato, fu così che quel bulletto, di qualche anno più grande Davide, ne approfittò per colpirlo con un pugno in pieno volto, abbastanza forte da procurargli alcune ferite sul viso. L’episodio fece immediatamente il giro di tutta la scuola e scatenò un vero putiferio tra le famiglie di tutti gli allievi. L’indomani una delegazione di genitori si recò dal dirigente scolastico per chiedere spiegazioni su quanto accaduto il giorno precedente. Tra questi vi erano anche i genitori di Elisa e Davide che, al termine di un’animata discussione con il preside, decisero di ritirare i loro figli da quella scuola. Non potevano sopportare che i loro bambini fossero trattati con tanta crudeltà a causa della loro disabilità. “Non possiamo più tollerare che questa situazione vada avanti” Tuonò il padre dei gemellini rivolgendosi al dirigente. “I nostri figli non possono continuare a subire simili vessazioni, non è giusto che i nostri figli vedano la scuola come un incubo”. Il dirigente in un primo momento non rispose, sapeva benissimo di trovarsi davanti a dei genitori con una grande ferita nel cuore e per di più molto preoccupati per i loro figli. In seguito cercò di convincerli dicendo loro che la scuola era un’importante tappa per la crescita di ogni bambino in particolare per Elisa e Davide che erano considerati “speciali”.
    Nonostante le parole di convincimento del preside, i genitori di Elisa e Davide apparvero irremovibili, vollero a tutti i costi ritirare i loro bambini da quella scuola e affidarli a un istituto privato in cui erano sicuri che non accadessero episodi spiacevoli di violenza e discriminazione. Per qualche giorno i due bambini rimasero a casa, in attesa che i genitori trovassero per loro una degna sistemazione. Durante quei giorni di assenza obbligata da scuola, i due gemellini mostrarono tutto il loro disagio, la loro abitudine quotidiana era quella di stare in classe e seguire le lezioni con impegno e quella permanenza forzata a casa li disorientava non poco.
    Alcuni giorni dopo, arrivò finalmente per Elisa e Davide, il momento di ritornare fra i banchi. I due piccoli non stavano più nella pelle, amavano la scuola e la voglia di apprendere non li aveva di certo abbandonati. Furono così condotti dai loro genitori, presso un istituto privato, dove ad accoglierli, arrivò un uomo con una lunga barba e dall’aria molto severa. Quell’uomo era il sig. Giovanni, da molti anni direttore di quella struttura e del quale si diceva che fosse un bravissimo educatore. I due gemellini rimasero spaventati dall’aspetto fisico di quell’uomo e stettero per un bel po’ rannicchiati sulla loro sedia a rotelle. Arrivò subito un collaboratore che li condusse nella loro classe.  In quella struttura regnava un silenzio quasi spaventoso, era molto diversa dalla scuola che Elisa e Davide avevano da poco smesso di frequentare. Per i corridoi non si sentivano voci e tutto sembrava spettrale in quell’istituto. I due bimbi entrarono nella loro classe e, dopo una breve presentazione, rimasero ad ascoltare la loro insegnante spiegare la lezione del giorno. Era ormai trascorsa una settimana dall’ingresso di Elisa e Davide in quella nuova scuola e, nonostante quello strano silenzio tutto sembrava procedere per il meglio. I bambini sembravano aver superato le difficoltà legate alla loro disabilità e seguivano le lezioni con la loro solita serietà.
    I problemi erano però dietro l’angolo per i due gemellini; una mattina, mentre  con la loro classe, si stavano recando a mensa, si imbatterono in quel collaboratore scolastico che li aveva accompagnati in aula il primo giorno. Li avvicinò per dare loro delle caramelle chiedendo di seguirlo. I due bambini cominciarono a camminare, spingendosi con le loro carrozzine, lungo un immenso corridoio. Arrivarono fuori la porta di una stanza, il collaboratore la aprì e improvvisamente si materializzò dinanzi ai bambini il signor Giovanni che iniziò a schiaffeggiarli senza un valido motivo. Gli schiaffi andarono avanti per alcuni minuti, la stanza era lontana dalle aule e nessuno poteva udire i lamenti di Elisa e Davide. Il signor Giovanni continuava a inveire contro quei poveri bambini: “Brutti piccoli handicappati, ne ho abbastanza di voi, siete ridicoli su quella carrozzina”. Questa era la frase che i due gemellini si sentivano ripetere continuamente dall’uomo dalla lunga barba che, dietro quell’aria da severo educatore, nascondeva una personalità malvagia che sconfinava nell’odio profondo per i bambini con difficoltà motorie. Le vessazioni e le percosse contro quei due innocenti fanciulli andarono avanti per giorni, ogni volta tornavano a casa con i chiarissimi segni di ciò che subivano ed erano costretti a raccontare ai loro genitori la solita bugia: erano caduti durante l’ora di educazione fisica e i lividi erano dovuti al colpo subìto. I genitori dapprima credettero alla versione dei loro bambini, ma quei lividi erano presenti da troppo tempo sui loro volti e decisero quindi di indagare e andare fino in fondo a quella faccenda. Il papà di Elisa e Davide decise di fare tutto da solo appostandosi per ore intere in un parco pubblico situato di fronte l’istituto e dopo alcune ore di attesa, vide ciò che gli occhi di un genitore non vorrebbero mai vedere. Il signor Giovanni entrò nella sua stanza seguìto dal suo collaboratore e dai bambini. Elisa fu alzata dalla sua sedia a rotelle e messa in un angolo in modo che non poteva muoversi, mentre Davide era schiaffeggiato dal signor Giovanni. Un forte senso di rabbia penetrò nel cuore di quel papà nel vedere quelle scene e decise subito di intervenire con l’aiuto della polizia. L’indomani si presentò nell’istituto con due poliziotti che immediatamente condussero in carcere il signor Giovanni e il suo collaboratore cogliendoli in flagranza di reato. I gemellini tirarono così un sospiro di sollievo abbracciando forte il loro papà. “Scusaci papà se non ti abbiamo detto nulla” esclamò Davide piangendo. “Quel signore ci ricattava e avevamo paura”. “Tranquilli piccoli miei” rispose il papà. “Adesso è tutto finito e ritornerete nella vecchia scuola, dove adesso vi attendono a braccia aperte”. Qualche giorno dopo, Elisa e Davide fecero ritorno nella loro vecchia scuola e ad accoglierli ci furono proprio tutti: dagli allievi a tutto il corpo docenti. C’era anche quel ragazzo che alcuni mesi prima, aveva colpito Davide con un pugno, il quale immediatamente si scusò con lui giurandogli di non farlo mai più. I due gemellini speciali avevano finalmente ritrovato il sorriso e potevano proseguire con serenità il loro percorso di studi, circondati dall’affetto dei loro compagni e delle maestre che in breve tempo, fecero loro dimenticare lo spavento patito con le violenze del signor Giovanni, facendoli questa volta sentire accettati da tutti.
     

     
  • 01 giugno 2014 alle ore 23:00
    Un Natale con i fiocchi

    Come comincia: Per le strade si respirava già un’atmosfera festosa, sui tetti s’intravedeva il fumo dei camini e si sentiva il dolce odore delle caldarroste. L’atmosfera dell’imminente Natale era percepibile lungo le strette vie di quel paesino della Valle D’Aosta. Tutto era miracolosamente magico con le urla dei bambini che, accompagnati dai loro genitori, osservavano festanti i possibili regali di Babbo Natale. Grandi e piccini si apprestavano a vivere la nascita del Signore con serenità e gioia stando seduti davanti a una tavola imbandita in compagnia di amici e parenti.
    Purtroppo quel Natale per Luigi aveva un sapore diverso. Luigi era un bimbo di dieci anni, tanto dolce quanto sfortunato. Sua madre era morta mentre lo stava dando alla luce mentre suo padre aveva perso la vita in un grave incidente automobilistico qualche anno prima. Viveva con una zia che l’aveva preso con sé dopo la morte di sua madre e nonostante la sua premura e la sua dedizione, il bambino mostrava dei chiarissimi segni di infelicità. I suoi pianti erano molto frequenti, specie in quel periodo che precedeva il Natale in cui i bimbi della sua età erano in una dolcissima e trepidante attesa dei regali.
    Per il piccolo Luigi purtroppo i problemi non erano finiti qui. Un giorno infatti, sua zia da tempo malata di cuore, si spense improvvisamente a causa di un malore.
    Luigi si ritrovò da un momento all’altro solo al mondo e con un macigno che si sarebbe trascinato per tutto il resto della sua vita. Per quel grave lutto, il piccolo aveva versato tante lacrime, troppe per un bimbo della sua età e i suoi occhi azzurri trasmettevano tutta la tristezza di chi è abbandonato al suo destino.
    Il bimbo non aveva altri parenti diretti e fu così necessario l’intervento dei servizi sociali al fine di trovargli una giusta collocazione. Fu così che, dopo aver trascorso qualche giorno presso alcuni conoscenti di sua zia, gli fu comunicato l’imminente trasferimento in una casa famiglia in cui, come gli avevano assicurato, avrebbe trovato delle persone che si sarebbero amorevolmente prese cura di lui. L’indomani  Luigi si svegliò di buon mattino e, dopo un’abbondante colazione, fuori il portone della casa di quei conoscenti, si ritrovò dinanzi a due assistenti sociali, che immediatamente lo condussero in una vicina casa famiglia. Il piccolo portò con sé i pochi giocattoli che aveva e qualche necessario indumento. A prima vista quel luogo sembrava un piccolo angolo di paradiso. Intorno all’enorme fabbricato vi era un immenso giardino in cui i bambini ospiti della struttura, si divertivano giocando allegramente. Appena varcò il cancello della casa famiglia, il piccolo Luigi pensò che lì si sarebbe divertito e che presto avrebbe avuto quegli amici che ogni bambino della sua età desirerebbe avere. Luigi fu accolto molto affettuosamente da Suor Daniela, la direttrice della struttura che immediatamente gli mostrò la sua stanza cercando di metterlo subito a suo agio. Il bimbo, seppur con tanta tristezza nel cuore, appariva tranquillo, aveva già subìto troppe ingiustizie e pensava che nulla di peggio potesse intaccare ulteriormente la sua giovane vita.
    Luigi iniziò subito a familiarizzare con quella sua nuova dimora, diede uno sguardo qui e là nella sua stanza e si accorse che era proprio come se la immaginava. C’erano tre lettini e di fronte una piccola scrivania che i bambini usavano per eseguire i compiti. Si si stese su uno dei tre lettini, in attesa che suonasse la campanella dell’ora di pranzo. Sembrava tranquillo ma soprattutto aveva deciso di familiarizzare con quella nuova realtà.
    Purtroppo, il piccolo Luigi dovette per forza cambiare opinione sul luogo in cui si trovava e i problemi non tardarono ad arrivare. Mentre era seduto a tavola con gli altri bimbi, si accorse che alcuni di essi lo fissavano e ridacchiavano tra loro. Fece finta di nulla continuando a mangiare, sembrava non dare peso a quello spiacevole episodio.
    Verso sera invece arrivò per Luigi una triste conferma. Mentre si apprestava a prepararsi il suo lettino per la notte, si accorse che i suoi compagni di stanza avevano rovistato fra le sue cose per poi riferire alla direttrice del disordine di Luigi. Il piccolo fu così rimproverato e messo in punizione per l’intera giornata, ormai stava cominciando a capire che quello non era certamente il posto adatto a lui e di essersi sbagliato nelle sue valutazioni iniziali.
    Era ormai trascorsa qualche settimana da quando Luigi era arrivato alla casa famiglia, il Natale era ormai alle porte ma il bambino sembrava estraniato da tutto, messo da parte dagli altri bambini che consideravano quel nuovo arrivato un bambino sciocco.
    Tutti i bimbi della struttura erano intenti a preparare, con l’aiuto delle educatrici, l’albero di Natale e i vari addobbi per le stanze. Luigi purtroppo non prese parte ai preparativi, ormai trascorreva le sue giornate chiuso nella sua stanza, steso sul letto a fissare il soffitto. Si vedeva soltanto a scuola la mattina e durante il pranzo, era continuamente preso in giro da alcuni ragazzini più grandi e a causa di ciò si era chiuso sempre più in se stesso. Nonostante il grande impegno delle istitutrici nell’invogliarlo a partecipare alle attività della struttura, il piccolo Luigi aveva il viso ogni giorno più spento; il suo sogno ricorrente era una vera famiglia: una mamma, un papà e qualche fratellino. Spesso la notte sognava tutto ciò e il mattino seguente si svegliava con gli occhi pieni di lacrime.
    Un giorno arrivò in quella struttura un giovane e distinto signore, che si rivelerà, determinate per la vitadi quel bambino dagli occhi azzurri. Si chiamava Andrea, apparteneva a una nota famiglia d’imprenditori del luogo ed era il principale finanziatore di quella casa famiglia. Aveva una compagna, due bellissimi figli e una smisurata passione per i bambini. Si recava periodicamente nella struttura a trovare quei bambini che amava tanto, conosceva le loro situazioni ed era considerato un po’ il papà di tutti. La sua attenzione immediatamente si diresse verso Luigi che se ne stava seduto in un angolo mentre gli altri giocavano allegramente nel giardino della struttura. Si avvicinò lentamente al piccolo e gli disse: “Ciao, come ti chiami? Perché non sei a giocare con gli altri”? Luigi, con gli occhi pieni di pianto gli rispose: “Gli altri bambini non mi vogliono con loro, dicono che sono sciocco e non fanno altro che prendermi in giro”. “Non è vero” rispose Andrea “Tu non sei sciocco, sei un bimbo speciale e molto sensibile ed è evidente che gli altri non hanno la tua stessa sensibilità per comprenderlo”. Luigi prestò molta attenzione alle parole di Andrea ma il sorriso stentava ad arrivare; fu così che il bambino se ne ritornò mestamente nel suo angolino con gli occhi sempre più tristi. Mancavano ormai pochi giorni al Natale e le visite di Andrea al piccolo Luigi erano divenute sempre più frequenti. I due avevano instaurato un rapporto di tenerissima amicizia. Ogni volta il giovane Andrea era solito portargli qualche regalino che era sempre ripagato con un sorriso e un dolce abbraccio. I due trascorrevano tutto il tempo della visita di Andrea, a giocare insieme e Luigi sembrava divertito. Andrea oltre ad essere una persona di cuore, era anche molto simpatico e man mano era riuscito a conquistarsi la simpatia di Luigi.
    Mancavano ormai due giorni al Natale, al centro del giardino della casa famiglia spiccava un enorme abete addobbato con palline di carta preparate dai bambini ospiti della struttura. Andrea anche quel giorno arrivò puntuale nella struttura come faceva da qualche tempo a questa parte. Nel periodo in cui era stato a far visita a Luigi era sempre tornato a casa con un senso di amarezza. Gli capitava di guardare i suoi figli e nello stesso momento, pensava a quel bambino e a come sarebbe cambiata la sua vita se avesse trascorso il Natale con una famiglia vera. Quando si ritrovò per l’ennesima volta davanti a Luigi, con il sorriso sulle labbra gli comunicò una decisione che lo rese improvvisamente il bimbo più felice del mondo. “Piccolino” gli disse “Ho deciso di portarti a casa mia affinché tu possa trascorrere il Natale con una vera famiglia e resterai con me per sempre”. Il giovane imprenditore Andrea aveva deciso di adottare legalmente quel bimbo che tanto lo aveva affascinato. Luigi non stava più nella pelle, non vedeva l’ora di conoscere la sua nuova famiglia.
    Era finalmente arrivato il giorno di Natale e Luigi si ritrovò per la prima volta nella sua vita, seduto davanti ad una grande tavola con una vera famiglia al completo. La compagna di Andrea e i suoi figli lo accolsero a braccia spalancate, erano felicissimi di quel nuovo arrivo in famiglia al quale avevano promesso di amarlo rispettivamente come un figlio e come un fratello. Per il piccolo Luigi quello fu davvero un Natale con i fiocchi, trascorso con quella famiglia che aveva sempre sognato e che ora poteva avere tutta per sé.

     
  • 27 maggio 2014 alle ore 1:43
    Il grande amore di Emily

    Come comincia: C’era una volta, in un villaggio molto popoloso, una dolce fanciulla chiamata Emily. Viveva lì da quando era rimasta orfana della sua mamma e aveva come unica amica Laila, una fatina dei boschi che spesso andava a trovarla per darle qualche buon consiglio. Emily, nonostante cercasse in tutti i modi di sorridere, aveva una grande tristezza nel cuore; trascorreva le giornate da sola e tutto ciò che amava fare, era curare le piante del suo giardino o raccogliere fiori e frutti dagli alberi del bosco situato intorno alla sua piccola dimora. Ciò che la rendeva felice, erano le visite di Laila, con la quale amava chiacchierare per ore e ore parlando di tutto. Emily le confidava la sua infelicità, spesso piangendo a dirotto. La ragazza aveva sempre sognato l’amore della sua vita e quella solitudine in cui viveva, non la avrebbe certo aiutata a coronare questo sogno.
    Un brutto giorno, arrivò in quel villaggio, il potente e cattivo mago Hans che aveva deciso di impossessarsi di quell’angolo di paradiso per attuare la sua magia negativa. La fatina Laila fu così catturata dal mago Hans e imprigionata in un’altra dimensione. Questo episodio rattristò ulteriormente la dolce Emily, che si ritrovò, da un momento all’altro senza la sua confidente di sempre. La presenza di quel mago cattivo, aveva trasformato il villaggio, da sempre tranquillo, in un luogo in cui ormai regnava la paura. Le tante persone che vi vivevano uscivano di casa molto raramente per il timore di incappare in uno degli incantesimi di Hans.
    Un giorno, mentre era intenta a raccogliere i frutti e i fiori del bosco, Emily udì dei lamenti disperati in lontananza. Fece qualche passo e si accorse che quelle urla provenivano da una casa a pochi metri dalla sua; la porta era aperta e la giovane decise di entrare. Non vedeva nulla quindi si addentrò ancora di più in quell’abitazione che sembrava abbandonata. Si accorse finalmente che i lamenti che aveva udito provenivano da uno scantinato dove, in mezzo a dei ferri vecchi si trovava un giovane ragazzo seduto per terra e legato con delle catene. Emily rimase perplessa, si avvicinò e chiese “Come ti chiami e cosa ci fai legato lì”? “Mi chiamo Edward, mi trovo prigioniero qui per volontà del mago Hans” La ragazza ebbe un sussulto, conosceva la malvagità di quel terribile mago che aveva rapito la sua fatina Laila. “Aspetta, ora ti libero io” disse Emily. “Non credo tu possa liberarmi” ribatté Edward. “I poteri del mago Hans sono molto forti e io sarò libero solo se sarà lui a deciderlo”. Sul volto di Emily si leggeva tanta rabbia, non voleva rassegnarsi a tanta cattiveria e in cuor suo doveva esserci un modo per annullare la magia negativa di Hans. La ragazza salutò il suo nuovo amico promettendogli che sarebbe ritornata il giorno successivo per portargli un po’ di frutta del bosco, affinché non morisse di fame.
    L’indomani Emily si recò di nuovo a casa del giovane Edward, il quale fu molto contento di rivederla; portò con sé un cesto pieno di fragoline di bosco, mele e ciliegie. “Sei gentile a preoccuparti per me” disse Edward con voce risollevata “Figurati” rispose sorridendo Emily. “Tu sei stato vittima di quel mago cattivo e farò il possibile affinché tu soffra meno possibile la tua prigionia”. Edward voleva stringere le mani di Emily in segno di ringraziamento, ma era incatenato e si limitò quindi a ringraziarla con un dolce sguardo.
    Nonostante avesse ancora molta tristezza nel cuore, la dolce Emily, dopo l’incontro con Edward, aveva ricominciato a sorridere. Sembrava che quel giovane prigioniero di Hans le avesse fatto ritrovare un po’ di quella serenità che forse non aveva mai avuto del tutto.
    I giorni successivi Emily ritornò da Edward con dei cesti sempre più pieni di frutta, Edward ogni volta la accoglieva col sorriso, era molto grato alla ragazza che spontaneamente si era offerta di aiutarlo. Emily però lasciava ogni sera Edward con un filo di tristezza, voleva a tutti i costi salvare quel ragazzo per il quale cominciava a nutrire una certa simpatia. La giovane andò a dormire sperando che la notte le consigliasse sul da farsi.
    Quella notte non fu come tutte le altre per Emily, mentre gli occhi le si stavano per chiudere, iniziò a vedere una strana luce provenire dal corridoio di fronte la sua stanza. Si avvicinò e vide in lontananza una fatina, molto somigliante alla sua amica Laila che non vedeva ormai da qualche tempo. “E tu chi sei” domandò la ragazza incuriosita. “ Come non mi riconosci”? Rispose la fatina “Sono proprio io, Laila, la tua amica del cuore, quella con cui ti sei sempre confidata”. Emily la riconobbe e scoppiò di felicità. “Come hai fatto a liberarti dall’incantesimo di Hans”? Chiese commossa Emily. “Non sono libera purtroppo” rispose Laila con voce triste “Il mago Hans mi ha rapita e mi ha portata in un’altra dimensione e vorrei che mi liberassi.”. La giovane rimase perplessa, non sapeva minimamente come fare a liberare la sua amica. “Ascoltami attentamente” disse Laila “C’è un solo modo per liberarmi, percorri il viale più lungo del bosco. In fondo troverai una fonte; la chiamano fonte della felicità, vai lì e riempi tre secchi d’acqua poi mi farò viva di nuovo e ti dirò cosa dovrai fare in seguito”. Emily seguì alla lettera il consiglio di Laila e l’indomani si recò di buon mattino verso la fontana che la fatina le aveva indicato. Si avvicinò a piccoli passi e con cautela riempì i tre secchi d’acqua come le era stato indicato. Incamminatasi verso casa vide di nuovo apparire Laila che le disse: “Brava Emily, vedo che hai seguito il mio consiglio. Ascoltatami ora, non è finita qui. Porta quest’acqua a Edward il ragazzo prigioniero in quella casa e fagli bere tre sorsi d’acqua, uno per ogni secchio”. Emily rimase spiazzata da quella richiesta, si chiedeva come mai, il suo amico Edward dovesse a tutti i costi bere quell’acqua e come mai fosse considerata magica. Laila continuò: “So che quel ragazzo ti piace molto e se gli darai da bere quest’acqua miracolosa saremo liberi entrambi”. “Davvero”? Ribatté Emily con voce sorpresa. “Si cara” rispose Laila “Ci libereremo così io potrò tornare da te tutte le sere e lui potrà essere l’amore della tua vita, quello che hai sempre cercato. Stai attenta però, perché potrai farlo solo a mezzanotte in punto”. Nel cuore di Emily cominciò così a spuntare la felicità. Stava iniziando a credere nella veridicità delle parole di Laila e non stava più nella pelle dall’emozione.
    La ragazza attese con ansia la mezzanotte, tra lei e la felicità c’era soltanto qualche ora di distanza; quel ragazzo che aveva conosciuto da prigioniero in quella casa stava per diventare il suo amato sposo.
    L’ora fatidica era quasi giunta, Emily arrivò puntuale fuori quella casa in cui Edward era prigioniero. Appoggiò le mani sul pomello della porta ma proprio in quel momento ebbe una tristissima sorpresa, quella porta che fino ad allora era sempre stata spalancata, era a chiusa a chiave e dai vetri della finestra scorse Edward che giaceva legato a terra apparentemente morto. La ragazza iniziò a piangere disperata, il suo sogno stava per svanire improvvisamente.  Le sue urla arrivarono per fortuna a  Laila che le comparve improvvisamente. “Laila, amica mia, ti prego aiutami”! Implorava Emily “Edward sta male, non riesco a entrare, qui è tutto chiuso”. “Lo sai Emily non posso aiutarti”. Rispose Laila “Il mago Hans mi tiene qui e non posso usare la magia. Ricordati però che tu potrai aprire quella porta quando lo vorrai veramente. Desideralo con tutta te stessa e vedrai che ci riuscirai”. Emily fece tesoro di ciò che disse Laila, fu così che prese una lunga rincorsa e riuscì a sfondare quella porta con le sue forze. Entrò e vide Edward per terra in fin di vita e gli disse: “Edward, bevi quest’acqua, ti rimetterà in sesto” Il giovane si avvicinò lentamente a uno dei secchi d’acqua, sorseggiò lentamente e ripeté lo stesso movimento per gli altri due. Edward si riprese improvvisamente, l’acqua della fonte della felicità gli aveva restituito la sua vita. “Mia dolce Emily” disse alla ragazza “Ti sei presa cura di me fino a liberarmi e adesso sarai la mia sposa, la donna che amerò per sempre”. Ormai l’incantesimo del mago Hans era svanito e anche Laila ritornò a essere libera. “Mio caro Edward, ormai più nulla potrà separarci e saremo felici per sempre e grazie anche a te Laila per non avermi mai abbandonata”. Il giorno delle nozze di Laila e Edward fu davvero un evento straordinario. Vi parteciparono tutti gli abitanti del villaggio che resero omaggio agli sposi con canti e balli. Emily aveva finalmente trovato il grande amore e la tanto sospirata felicità accanto a quell’uomo che aveva aiutato per lungo tempo e che si apprestava ora a diventare suo sposo e compagno fedele per tutta la vita.

     
  • 22 maggio 2014 alle ore 3:04
    Il coraggio di Lucrezia

    Come comincia: Altezza un metro e ottantacinque, occhi azzurri come il cielo e una femminilità che stava per fiorire con i suoi diciotto anni. Questa era Lucrezia, una ragazza appartenente all’alta borghesia napoletana che, data la sua bellezza, tra i suoi coetanei riscuoteva un successo da fare invidia ad una stella del cinema. In realtà Lucrezia era una ragazza come tutte le altre, frequentava la scuola con grande serietà e impegno coltivando un bellissimo sogno: quello di diventare una famosa modella. Aveva un carattere molto solare la giovane Lucrezia; la sua risata era contagiosa e, anche grazie a questo, si era guadagnata la simpatia di amici e conoscenti. Nonostante fosse molto corteggiata, Lucrezia aveva un fidanzatino all’interno della sua classe, si chiamava Luca e lei diceva spesso che non desiderava cambiarlo con nessuno. Nemmeno la sua famiglia le aveva mai fatto mancare nulla, i suoi genitori erano benestanti e le avevano sempre dimostrato un amore incondizionato cercando di accontentarla il più possibile. Quella di Lucrezia era quindi una vita felice, spensierata come dovrebbe essere la vita di qualsiasi ragazza della sua età.
    La ragazza aveva sempre mostrato, fin da quando era più piccola di tenere molto al suo corpo e crescendo aveva imparato ad amarlo sempre più. Era molto attenta alla linea e non disdegnava di seguire un’alimentazione controllata. Ai suoi genitori sembrava eccessiva tutta quell’attenzione per il proprio corpo e la sua poca voglia di mangiare.
    Spesso la giovane subiva i rimproveri di sua madre che la esortava ad alimentarsi di più ma lei rispondeva, spesso in maniera arrogante, di stare bene così.
    Un giorno, data la sua passione per la moda, Lucrezia fu notata da un fotografo che le propose di realizzare un servizio per una famosa casa di moda di Milano. A quella proposta la giovane ebbe un sussulto di felicità perché vedeva il suo sogno che cominciava a realizzarsi. “Mamma, Mamma” gridò entrando dalla porta di casa “ho incontrato un fotografo che mi ha vista e mi ha proposto un servizio fotografico, è meraviglioso”! A quelle parole la mamma di Lucrezia rispose con un mezzo sorriso; da un lato era felice che sua figlia realizzasse il suo sogno ma dall’altro era anche perplessa per le brutte soprese che a volte questo mondo riserva alle aspiranti modelle. “Va bene” rispose la madre con tono deciso “devi fare ciò che più ti rende felice figlia mia”. A quelle parole Lucrezia fece partire un fortissimo urlo di felicità, non stava più nella pelle per il consenso ricevuto da sua madre.
    Il giorno stabilito per il servizio fotografico, Lucrezia si presentò al cospetto del fotografo spaccando il minuto, era molto emozionata ma allo stesso tempo non vedeva l’ora di iniziare. Sentiva il tipico tremore nelle gambe che accompagna tutti gli artisti prima di un importante debutto. Il servizio fu un vero successo e Lucrezia cominciò a ricevere contatti da decine di agenzie di moda pronte a scommettere su di lei e lanciarla in una grande carriera nell’ambito che lei amava tanto.
    Da quel giorno fu un susseguirsi di servizi fotografici e piccole sfilate a cui Lucrezia partecipava con enorme entusiasmo e professionalità. I suoi genitori la accompagnavano spesso ed erano davvero felici che la loro figliola stesse percorrendo la strada che desiderava tanto. Ogni giorno Lucrezia saltava come un grillo da un set fotografico all’altro tornando a casa molto tardi la sera, ma era comunque felice che quel sogno, che da tempo inseguiva, si stava realizzando.
    C’era però una cosa che preoccupava e non poco i genitori di Lucrezia tanto che cominciava a insospettirsi e a pensare al peggio. Vedevano la ragazza sempre più magra e che rifiutava il cibo in maniera sempre più costante. Sospettavano che il progressivo dimagrimento della loro figliola fosse dovuto a quella nuova avventura che stava affrontando. “Figliola cara” le diceva “sono giorni che quasi non tocchi cibo, ma cosa ti sta succedendo”? “Ma non vedete come sono”?, rispondeva Lucrezia con tono adirato "non vedete la ciccia che ho nelle gambe"?  "Voglio che il mio fisico sia sempre perfetto per questo mio lavoro quindi per favore adesso lasciatemi stare”. Le parole di Lucrezia furono un vero e proprio macigno per i suoi genitori, avevano avuto la conferma che ciò che sospettavano da sempre era vero. La preoccupazione era sempre più leggibile sui loro volti, volevano a tutti i costi fare qualcosa per aiutare Lucrezia a uscire da quel tunnel, ma ogni volta che ci pensavano, per loro era come trovarsi in un vicolo cieco. Trascorsero alcuni mesi e il lavoro di Lucrezia come modella era sempre più frequente. Fortunatamente la giovane era riuscita a conciliare il lavoro con lo studio poiché di lì a poco avrebbe affrontato l’esame di maturità. Nell’ambiente della moda era descritta, da chi l’aveva conosciuta, come una delle più belle modelle emergenti. Gli addetti ai lavori le attribuivano un fisico perfetto nonostante avesse soltanto diciotto anni. Questi giudizi positivi non facevano altro che entusiasmare Lucrezia che era portata a credere sempre di più in quella bella esperienza che stava vivendo.
    Rimaneva però lo spinoso problema legato all’alimentazione sempre più povera della ragazza. Man mano che il tempo passava, diventava sempre più magra tanto da avere difficoltà nei movimenti. Il suo tono muscolare si presentava ogni giorno più debole e ciò le provocava enormi difficoltà specie la mattina quando si alzava dal letto. Lucrezia continuava ad affermare di vedersi grassa e brutta e questa sua convinzione la portava a rifiutare il cibo in maniera sempre più frequente.
    Purtroppo per lei, anche il mondo della moda iniziava pian piano a mortificarla.  Gli addetti ai lavori la vedevano eccessivamente magra quindi i servizi fotografici e le sfilate per Lucrezia cominciavano a diminuire sempre più. La ragazza era adesso nello sconforto più totale, non riusciva a spiegarsi come mai, nonostante i suoi mille tentativi di apparire bella, continuava a incassare pareri negativi dalle case di moda a cui si presentava. Nemmeno a scuola era più a suo agio, spesso i suoi compagni la prendevano in giro per il suo aspetto fisico senza comprendere ovviamente la triste realtà che vi era dietro il corpo sempre più esile di Lucrezia. La ragazza era sempre più spenta e il suo malessere si era trasformato con il passare del tempo in una profonda depressione; oltre a rifiutare il cibo, erano frequenti adesso le sue crisi di pianto e gli attacchi di panico. Non si rendeva conto che la sua malattia la stava portando verso una morte annunciata, pesava ormai solo trenta chili.
    Il peggio però non era ancora arrivato; un giorno, infatti, mentre stava per recarsi a scuola cominciò ad avvertire dei forti dolori allo stomaco e improvvisamente cadde per terra svenuta. Fu soccorsa da alcuni passanti che provvidero a chiamare un’ambulanza che, dopo le prime cure, la condusse nel più vicino ospedale. I genitori, avvertiti dalla direzione dell’ospedale, accorsero subito e spaventati chiesero notizie al primario del reparto. “Ci dica dottore cosa è successo a nostra figlia”? Chiesero spaventati. “Vostra figlia è molto debilitata” rispose il medico “ha urgente bisogno di una cura adeguata e di nutrirsi”. Lucrezia giaceva in quel letto d’ospedale, si era ripresa ma era ancora molto debole. Appena vide entrare i suoi genitori in camera scoppiò in lacrime dicendo: “Perdonatemi, non pensavo di ridurmi così, del resto volevo solo vedermi bella soprattutto per il sogno che inseguo”. “Figlia mia” rispose sua madre “noi vogliamo che tu stia bene e che ritorni la ragazza solare che eri prima". Aggiunse poi: "Non si diventa belle rifiutando il cibo, la tua bellezza è lì, rinchiusa nel tuo cuore”. Quelle parole furono uno stimolo per Lucrezia che, con grande coraggio e tenacia, decise di sottoporsi alle cure necessarie per riprendere i suoi chili. Col passare del tempo aveva anche ripreso a mangiare un po’ di più e da trenta chili ne arrivò a pesare sessanta. Lucrezia cominciava a rivedersi con il sorriso, si rendeva conto che il suo aspetto fisico stava mutando, questa volta in positivo. Stava ritornando quel fisico che un tempo le permetteva di far girare la testa a tutti i ragazzi della scuola. Erano trascorsi alcuni mesi e Lucrezia si era completamente ristabilita, era ritornata a sorridere grazie al suo coraggio. Anche il suo lavoro era ripreso alla grande, le case di moda ricominciarono a contattarla per proporle nuove sfilate e nuovi servizi fotografici. Tutti ormai vedevano una Lucrezia tutta nuova, rinata dopo quella terribile esperienza. La ragazza stessa non smetteva mai di ringraziare i suoi genitori che le erano rimasti accanto in questo periodo terribile. “Devo ringraziarvi” diceva loro “senza di voi non so come avrei fatto” “Non devi ringraziarci” rispondeva sua madre “la tua ripresa è il risultato del tuo coraggio” Lucrezia ormai era felice, si era riappacificata con il suo corpo ma soprattutto aveva compreso qualcosa di molto importante, ossia che nella vita è sempre meglio avere qualche chilo in più, che molti sorrisi in meno.

     
  • 15 maggio 2014 alle ore 2:19
    Quel grande amico blu chiamato mare

    Come comincia: Lungo quelle strettissime viuzze regnava ancora il silenzio, la luce bianca della luna piena stava per cedere il posto ai raggi del sole quando in lontananza si scorgevano le lampare dei pescherecci di ritorno dall’ennesima  battuta di pesca notturna. Un’altra notte in barca era terminata ed era tempo di riposare. Era questa la vita che si svolgeva in quel piccolo borgo di pescatori situato nella penisola sorrentina. Un minuscolo angolo del mondo in cui viveva Salvatore, un giovane pescatore originario di Sorrento, che aveva fatto della sua passione per il mare, il suo modo per guadagnarsi da vivere. Salvatore viveva in un modesto appartamento con sua moglie Luisa e i suoi quattro bambini. Non erano ricchi ma il lavoro del giovane aveva permesso a lui e alla sua famiglia, di vivere in maniera sufficientemente dignitosa. Amava il mare da sempre e per questo, aveva anche messo da parte la sua laurea in ingegneria conseguita qualche anno prima. Ogni mattina, la sveglia per lui suonava molto presto e, dopo aver dato un bacio a sua moglie e i suoi bambini, si dirigeva verso il largo con i suoi compagni di pesca. Nonostante il suo lavoro fosse molto faticoso, Salvatore tornava a casa con il sorriso sempre stampato sulle labbra; ogni giorno, con il pesce pescato, poteva sfamare le bocche dei suoi quattro bimbi che ne mangiavano in quantità industriale e con un appetito da fare invidia ad un leone.
    Il giovane Salvatore divideva spesso le sue battute di pesca con Pasquale, un pescatore di circa sessantacinque anni, anche lui sorrentino da molte generazioni. Al contrario di Salvatore, Pasquale aveva alle spalle una storia molto dolorosa. Aveva perso sua moglie da qualche tempo e aveva da sempre il rimpianto di non avere mai avuto figli. Salvatore considerava Pasquale un secondo padre, grazie a lui, infatti aveva imparato, sin da piccolo, i segreti del buon pescatore ed ora poteva finalmente metterli in atto.
    Sembrava che tutto procedesse per il meglio in quel piccolo borgo di pescatori, ma purtroppo i problemi erano dietro l’angolo e non tardarono a farsi sentire.  Un giorno infatti, durante una normalissima sessione di pesca, i componenti del peschereccio di Salvatore e Pasquale non si accorsero dell’arrivo di un violento temporale. Scorsero le nuvole nere da lontano mentre i primi lampi dividevano il cielo in due parti; si affrettarono a tirare le reti che avevano calato in mare e tentarono una disperata fuga verso la riva. Tra le grida disperate dell’equipaggio, il giovane Salvatore e l’anziano Pasquale si adoperavano a tirar su le reti con la forza delle braccia, mentre il timoniere spingeva il motore dell’imbarcazione il più possibile per guadagnare la costa. Il temporale li aveva ormai raggiunti e l’impresa diventava sempre più disperata. Arrivati ormai a pochi metri dalla riva, un violento fulmine si abbatté sull’imbarcazione provocando la caduta in mare di alcuni pescatori. Qualcuno riuscì a raggiungere a nuoto la riva ma sfortunatamente si accorsero che mancava uno di essi e nessuno riusciva capacitarsene. Salvatore, il membro più anziano era disperso come se fosse stato inghiottito dalle onde. Iniziarono immediatamente le ricerche ma purtroppo non diedero l’esito sperato. Qualche ora più tardi arrivò la triste conferma. Il corpo senza vita di Pasquale era stato ritrovato a distanza di alcune centinaia di metri. La brutta notizia fece immediatamente il giro del borgo e tutti scoppiarono in un pianto dirotto. Per alcuni giorni dal porticciolo situato davanti alle case dei pescatori nessun peschereccio prese il largo.
    Il più addolorato per la scomparsa di Pasquale, era sicuramente il giovane Salvatore. Aveva perso la sua guida, colui che lo aveva introdotto nel mondo della pesca e incoraggiato più volte a svolgere questa professione. Il giovane provava dentro di sé un senso di smarrimento e trascorreva la maggior parte del suo tempo in silenzio. Aveva anche perso l’abitudine di giocare con i suoi bambini a cui aveva sempre dedicato quei piccoli attimi di libertà che il suo lavoro gli concedeva. Salvatore era ormai un’altra persona; il suo sorriso, la sua energia e la sua voglia di vivere sembravano lontani anni luce. Continuava ad andare a pescare tutte le mattine ma senza Pasquale, l’equipaggio di quel peschereccio aveva perso il suo leader, oltre che un amico sincero.
    Il morale del giovane Salvatore peggiorava di giorno in giorno tanto che, nella sua mente, stava maturando l’idea di lasciare per sempre la sua Sorrento e il suo mare per trasferirsi nel nord dell’Italia e cambiare vita. Salvatore era un ingegnere e questo suo titolo poteva facilitarlo nel trovare una nuova occupazione. “Voglio lasciare per sempre questo posto” ripeteva sempre “il mare adesso mi fa paura”.
    Fu così che grazie a un suo caro amico, che da qualche tempo viveva a Milano, riuscì a trovare lavoro come ingegnere in una grande azienda. Quella nuova realtà lo entusiasmava, ma allo stesso tempo prese quella decisione con la morte nel cuore. Per la prima volta nella sua vita stava lasciando qualcosa che gli era veramente caro. Arrivò il giorno della partenza, quella mattina Salvatore si alzò molto presto e, preparata una valigia con le cose essenziali, si avvicinò all’amore della sua vita Luisa e ai suoi bimbi e disse loro: “ Io adesso parto, vado via per garantirvi un futuro migliore e un luogo migliore in cui vivere". "Appena mi sarò sistemato con il lavoro mi raggiungerete e non ci lasceremo mai più”. “Abbi cura di te amore mio, ci vediamo presto” gli rispose Luisa con le lacrime agli occhi. Subito dopo quel commovente saluto Salvatore uscì di casa; ad attenderlo, un taxi che lo avrebbe accompagnato alla stazione. Aveva sul viso un’espressione piena di tristezza, mai nella sua vita avrebbe pensato di abbandonare la sua famiglia e il mare. C’era però il nuovo lavoro, quella nuova esperienza di vita e soprattutto la speranza di ricongiungersi ai suoi cari tra le motivazioni che lo spingevano ad accettare la sua condizione di emigrato nel Nord Italia.
    L’entusiasmo per Salvatore non tardò ad arrivare, si apprestava infatti a vivere il suo primo giorno di lavoro in quella grande azienda. L’accoglienza che gli fu riservata fu delle più calorose, nonostante fosse l’ultimo arrivato, riuscì in poco tempo a catturarsi le simpatie di colleghi e superiori che lo apprezzarono per la sua grande umanità oltre che per la sua grande professionalità. In poco tempo Salvatore diventò il perno fondamentale della sua azienda; tutti i suoi colleghi infatti, andavano a chiedergli consigli su questioni lavorative, sapevano che sarebbe stato in grado di risolvere anche le situazioni più intricate. Ogni sera parlava al telefono con sua moglie e i suoi bimbi, rassicurandoli sul fatto che si sarebbero presto ricongiunti in quella nuova città. Salvatore ormai sembrava completamente ambientato in quella nuova realtà professionale. La sua azienda non poteva fare a meno del suo talento e spesso gli erano offerti dei leggeri aumenti di stipendio come segno di riconoscenza per il suo operato.
    Trascorsi alcuni mesi dal trasferimento, il giovane Salvatore, seppur soddisfatto della sua nuova posizione, iniziò a provare un senso di nostalgia per il suo paese, i suoi familiari e per il mare che ormai non vedeva da un po' di tempo. A lavoro tutti si accorsero che il giovane non era più lo stesso, sentivano che gli mancava qualcosa. “Mi manca il mio paese, la mia famiglia, il borgo, dove sono nato e le battute di pesca.” Diceva Salvatore confidandosi con un collega. “Ho tanta voglia di tornare a casa e rifare tutto ciò che facevo prima”. Quella stessa notte, gli venne in sogno Pasquale, il suo amico scomparso, il quale gli disse: “Figliolo caro, sei stato catapultato in una realtà che non ti appartiene". "Tu sei nato per fare il pescatore e io ti sarò vicino come facevo esattamente quando salivo con te sulla barca”. Attraverso quelle parole, Salvatore comprese realmente che il suo posto era quello in cui era nato e cresciuto e che l’amore per il mare non gli era mai passato. Qualche giorno dopo Salvatore consegnò le sue dimissioni all’azienda in cui lavorava e fece ritorno a Sorrento. Ad accoglierlo ci fu l’abbraccio della moglie Luisa, dei suoi bambini e di tutti i pescatori del borgo. Il giovane pescatore era al settimo cielo e rivolgendosi ai suoi figli disse loro. “Bambini miei, papà è tornato ed è qui per non lasciarvi mai più". C’era il tramonto nel cielo di Sorrento e per Salvatore era tempo di un lauto riposo. L’indomani lo attendeva una nuova battuta di pesca. Questa volta però tutto aveva un sapore diverso, perché salire di nuovo sul suo peschereccio, rappresentava per il giovane Salvatore, la riconciliazione con quel suo grande amico blu che nonostante tutto non aveva mai lasciato i suoi pensieri: il mare.

     
  • 10 maggio 2014 alle ore 4:01
    Ti stringerò forte

    Come comincia: In quel reparto d’ospedale in cui il contrasto fra il pianto dei nuovi arrivati e i sorrisi di chi riceveva in dono la nuova vita appariva evidente. Un luogo in cui le esistenze di uomini e donne del futuro cominciavano il loro regolare corso apprestandosi ad affrontare le difficoltà quotidiane. Era qui che operava Anna, una giovane ginecologa che aveva deciso di dedicare la sua vita e la sua carriera ad aiutare, nel miglior modo possibile, le gestanti che si rivolgevano a lei. Aveva studiato con tenacia per raggiungere questo importante traguardo e, nell’ospedale in cui lavorava, era apprezzata, oltre che per la sua professionalità, anche per le sue spiccate doti umane. Aveva per tutti una parola di conforto e, anche se doveva comunicare una brutta notizia, lo faceva con enorme dolcezza e tatto. Anna era felicemente sposata e madre di due bellissimi bambini e proprio per la sua passione per i bambini aveva scelto di fare questo lavoro.
    Un giorno, durante quella che sembrava una normale giornata di lavoro, nel reparto di ginecologia, dove Anna prestava servizio, si presentò una giovane donna destinata a lasciare il segno nella vita professionale e umana della giovane dottoressa. Si chiamava Francesca aveva circa ventuno anni aveva scoperto da qualche settimana di essere in dolce attesa ma non aveva ancora comunicato la notizia al suo compagno; era certa che quest’ultimo ne sarebbe stato contento. La felicità di Francesca nell’aspettare quel figlio si leggeva a chiare lettere sul suo volto, la gravidanza la rendeva ogni giorno più bella con i suoi occhi che emettevano ogni giorno una luce sempre nuova. Francesca apparteneva a una famiglia benestante, i suoi genitori non le avevano mai fatto mancare nulla e condividevano con la ragazza la sua gioia di diventare madre e nel contempo, l’idea di diventare nonni li entusiasmava ulteriormente. Francesca era anche molto devota, infatti una volta saputa la lieta notizia, si recava quotidianamente nella chiesa del suo quartiere per recitare un’ Ave Maria e accendere una candela alla Madonna: la madre di tutte le madri.
    Anna dedicava a Francesca la maggior parte della sua giornata lavorativa, aveva compreso che quella ragazza aveva in sé qualcosa di speciale. Durante la sua seppur breve carriera di ginecologa, Anna non aveva mai percepito nelle sue pazienti un desiderio di maternità così forte come quello di Francesca che, nonostante la sua giovanissima età, era decisa più che mai a portare a termine la sua gravidanza. Quel primo appuntamento tra Anna e la giovane Francesca non si limitò soltanto a una visita medica; le due parlarono molto, Anna spiegò a Francesca l’importanza del passo che stava per compiere non disdegnando di raccontarle la sua personale esperienza di quando anche lei aspettava i suoi due bambini. Fin dal primo giorno il rapporto tra Anna e Francesca aveva assunto le sembianze dell’amicizia: non erano solo medico e paziente. Le due si lasciarono dandosi appuntamento la settimana successiva con Anna che raccomandò a Francesca la massima tranquillità e di affrontare il tutto con il sorriso.
    Purtroppo il successivo incontro non fu allegro come il primo. Anna vide arrivare Francesca con un’espressione cupa in volto e comprese subito che qualcosa non era andato per il verso giusto. Francesca si accomodò, come la volta precedente, sulla sedia di fronte alla scrivania di Anna e quest’ultima, stringendole la mano le disse:” Francesca cara, come mai sei così triste"? "Il tuo sogno si sta avverando e dovresti essere al settimo cielo”. La ragazza continuò a rimanere in silenzio, aveva una grande amarezza nel cuore e non riusciva a esporre con tranquillità ciò che le era successo. Anna strinse a sé Francesca che a quel punto, scoppiò in un pianto dirotto: “Ma come mai piangi in questo modo, il tuo bambino aspetta solo di nascere”. “Ho detto della mia gravidanza al mio compagno e lui mi ha abbandonata”! rispose Francesca singhiozzando. "Ha detto di non volermi più vedere e che non vuole sapere nulla né di me né della creatura che porto in grembo”. Anna rimase in un primo momento impietrita, questa rivelazione di Francesca l’aveva molto colpita soprattutto in quanto donna.
    Passavano i giorni e il morale di Francesca era sempre più giù, adesso la giovane aveva mille paure e mal sopportava l’idea di crescere quel bambino da sola data la sua giovanissima età. Pensava che tutti, compreso i suoi genitori l’avrebbero abbandonata in quel tunnel da cui non riusciva ad uscire. La depressione della ragazza diventava sempre più profonda tanto da far maturare in lei una decisione che sarebbe andata certamente contro i suoi principi da cattolica praticante qual era: l’aborto.
    Francesca ormai trascorreva le sue notti a riflettere su ciò che le era accaduto chiedendosi continuamente perché fosse successo proprio a lei. Stringeva forte a sé il suo cuscino sempre più bagnato dalle sue lacrime di disperazione. Accanto a lei c’era la sua mamma che non la lasciava sola un minuto, aveva compreso il dramma della figliola e non si stancava mai di ascoltare i suoi sfoghi. “Mamma cara” diceva Francesca singhiozzando “Sento che non ce la farò a crescere questa creatura da sola, domani comunicherò alla mia ginecologa la mia intenzione di abortire”. “Cosa dici”? Ribatté la madre, “questo figlio è un dono del Signore e anche se non avrà un papà, sarà una gioia immensa per te e per tutti noi”. Francesca non rispose, era ferma sulla sua decisione.
    L’indomani si recò in Ospedale da Anna per informarla del suo intento. La giovane dottoressa rimase sbigottita, non si aspettava che dalla bocca di Francesca potesse venir fuori la parola aborto. “ Va bene” disse Anna “se questa è la tua decisione faccio preparare subito la sala operatoria per l’intervento". Francesca svenne improvvisamente dopo le parole della dottoressa. Lo stress che aveva accumulato dopo l’abbandono del suo compagno era tanto e questa sua decisione le stava infliggendo il colpo di grazia. Fu portata con urgenza in sala di rianimazione e la preoccupazione dei genitori  era tanta: non sapevano se la giovane ce l’avrebbe fatta. Finalmente dopo ventiquattro lunghe ore Francesca iniziò a muovere la mano e aprì gli occhi. Al suo fianco trovò i suoi genitori e Anna, la sua ginecologa di fiducia alla quale chiese subito notizie del bambino. “Il tuo bambino cara Francesca è miracolosamente salvo” le disse Anna “e non aspetta altro che essere stretto tra le tue braccia”.  Le parole di Anna diedero un sorriso tutto nuovo a Francesca, adesso quel bambino lo voleva a tutti i costi e maturò in lei di nuovo quel forte senso di protezione che solo una mamma può avere.
    Da quell’ultima visita passarono alcuni mesi e per Francesca arrivò il giorno del parto. Dopo alcune interminabili ore di travaglio diede alla luce un bellissimo maschietto che le somigliava tanto. La ragazza chiese di averlo subito con sé, aveva qualcosa da dirgli, anche se era molto piccolo. Appena fu lasciata sola, Francesca prese il bimbo fra le braccia e cominciò a sussurrargli parole uniche.
    “Piccolo mio” gli disse “tu sei mio figlio e ti stringerò forte". Sarai avvolto nel mio abbraccio finché sarò in vita. Francesca era finalmente felice; si era lasciata alle spalle la sofferenza, il dolore e si apprestava a calarsi nel ruolo più spettacolare che ci sia al mondo: quello di mamma ed era consapevole che accanto a lei ci sarebbero stati i suoi genitori, ormai nonni felici e Anna, che nel frattempo, era diventata la sua migliore amica.

     
  • 01 maggio 2014 alle ore 3:52
    Il folletto Amalad e il principe Ernest

    Come comincia: C’era una volta, in un bosco di alberi alti e folti, un giovane folletto di nome Amalad. La sua casa era un enorme pino secolare in cui viveva con la sua mamma, il suo papà e i suoi tre fratellini. Amalad era molto amato dalla sua famiglia e da tutti gli animali del bosco con cui in breve tempo aveva stretto amicizia grazie al suo carattere gioioso. Tutti i giorni gli animali gli chiedevano di giocare con loro e Amalad sembrava divertirsi molto, specie con il leone che considerava da sempre il suo migliore amico.
    Il giovane Amalad, come tutta la sua famiglia, era dotato di poteri magici; era una magia positiva la sua che serviva ad aiutare gli animali suoi amici tutte le volte che questisi trovavano in difficoltà. In quel bosco vi era un’atmosfera felice e la presenza di Amalad rendeva quel luogo ancora più magico di quanto già lo fosse.
    Un brutto giorno, quel luogo magico, che Amalad e la sua famiglia tanto amavano, si trasformò in qualcosa di molto diverso che nessuno mai avrebbe immaginato. Nel giro di qualche giorno quegli alberi maestosi furono misteriosamente abbattuti e, al loro posto, venne costruito un enorme castello con due altissime torri. Il suo proprietario era il principe Ernest: un uomo cattivo e senza scrupoli che non esitò a catturare il giovane Amalad e tutta la sua famiglia e a farli imprigionare nella torre più alta del suo castello. Il giovane folletto si ritrovò, suo malgrado, in una realtà a lui sconosciuta. Non poteva più mangiare quella buona frutta che raccoglieva quotidianamente dagli alberi del bosco, ma doveva accontentarsi di una minestra dal sapore acre che, una sola volta al giorno, veniva servita a lui e al resto del suo nucleo familiare.
    Il principe Ernest, proprietario di quell’immensa dimora, era ossessionato da Emily, una dolce e bella fanciulla che viveva in una modesta abitazione situata a pochi chilometri dal suo castello. Emily era una ragazza di umili origini, i suoi genitori erano contadini e avevano dedicato la maggior parte della loro vita al lavoro nei campi e, come tutte le ragazze della sua età, sognava di incontrare il grande amore.
    Quella di Ernest nei confronti di Emily era una corte spietata ma lui non conosceva la dolcezza ed era quindi costretto a subire continui rifiuti da parte della ragazza.
    Spesso si rivolgeva ad Amalad chiedendogli di utilizzare uno stratagemma magico affinché Emily potesse finalmente innamorarsi di lui. “Tu adesso sei mio prigioniero” ripeteva continuamente Ernest al folletto “sarai libero soltanto se sarai disposto a fare in modo che Emily si innamori di me” Amalad, che era un folletto dal cuore d’oro, rispondeva dicendo: “Emily non potrà mai innamorarsi di te se non ti deciderai a corteggiarla dolcemente". "La mia magia funziona solo con chi lo merita davvero, con chi è disposto ad usare la forza del cuore e non con una persona arrogante come te”. Le parole del folletto facevano incattivire ancora di più Ernest; il perfido principe non riusciva a credere che Emily non potesse innamorarsi di lui. Ogni giorno si recava presso la casa di Emily, la aspettava sperando di incrociarla. I loro incontri si trasformavano ben presto in veri e propri scontri date le maniere violente di Ernest. “Tu sarai mia” le diceva “dovrai fartene una ragione prima o poi”! “Lasciami stare” rispondeva Emily con voce adirata “non potrei innamorarmi mai di uno come te.” Ernest ritornava al suo castello sempre più arrabbiato e tutto il suo risentimento lo riversava su Amalad. Lo accusava di non averlo mai aiutato a conquistare Emily minacciandolo di tenerlo prigioniero a vita se non fosse riuscito nel suo intento. Amalad in cuor suo, avrebbe davvero voluto aiutare Ernest a conquistare il cuore della bella Emily; sapeva che un domani l’amore avrebbe trionfato. Non poteva credere che Ernest fosse tanto cattivo e voleva a tutti i costi trovare il suo lato buono.
    Una sera, mentre stava per addormentarsi, dall’alta torre in cui era rinchiuso, Amalad udì un forte pianto proveniente dalla camera di Ernest. Decise allora di andare a vedere di persona cosa stesse succedendo. Scavò quindi un grande tunnel che conduceva  fino alla stanza di Ernest e si accorse che quel pianto che era arrivato alle sue orecchie, era proprio al suo carceriere. Il giovane folletto tentò di entrare nella stanza senza farsi sentire ma Ernest si accorse di lui e gli disse con tono minaccioso: “Cosa ci fai tu qui, come hai fatto a liberarti senza che io sapessi nulla”? “Ho scavato un tunnel e sono arrivato da te”. Rispose Amalad con voce commossa. “Ho sentito che piangevi e credo che tu abbia bisogno d’aiuto”. Le parole di Amalad fecero si che Ernest abbandonasse, anche solo per un attimo, quell’aria da cattivo che lo caratterizzava e aprisse il cuore a quel giovane folletto suo prigioniero da qualche tempo. Ernest cominciò così a raccontare la sua storia ad Amalad, gli spiegò il motivo di quel suo carattere burbero che secondo lui era dovuto al fatto che era stato abbandonato dai genitori in tenera età ed era dovuto crescere da solo senza l’affetto di nessuno. Il racconto del principe Ernest commosse fortemente Amalad il quale disse. “Dalle tue parole, caro Ernest, emerge il lato buono di te che Emily vorrebbe vedere". "Non preoccuparti, ti aiuterò a diventare una persona completamente nuova”. “ Grazie” rispose Ernest “ma adesso torna sulla torre e ricorda che fino a quando non avrai portato a termine il tuo compito tu e la tua famiglia non sarete liberi”. L’indomani Amalad, sempre più deciso nel suo intento, preparò una speciale pozione magica da far bere a Ernest che lo avrebbe trasformato in una persona completamente diversa. Andò da lui e gli disse: “Bevi questa pozione, vedrai sarai la persona che Emily vuole accanto a sé”. Ernest la bevve tutta d’un fiato e iniziò a sentire una strana sensazione di piacere e gli pareva di vedere le cose con occhi diversi; sembrava che la vita stesse cominciando a sorridergli. Si recò nuovamente  presso la casa di Emily e incontratala, le prese teneramente la mano e cominciò a sussurrarle all’orecchio dolci parole d’amore. La ragazza rimase piacevolmente sorpresa dall’atteggiamento di Ernest e accettò finalmente il suo corteggiamento. I due continuarono a vedersi per molto tempo ed erano sempre più felici l’uno tra le braccia dell’altra tanto che Ernest propose alla bella Emily di sposarlo e quest’ultima non poté che esserne felice. Ernest ringraziò Amalad per averlo aiutato, lo liberò ma gli chiese un ultimo favore. Quel luogo che un tempo era il bosco che il giovane folletto amava tanto, doveva appunto ritornare com'era in origine perché voleva sposare Emily in quell’enorme distesa di alberi secolari. Arrivò finalmente il tanto atteso giorno delle nozze e Amalad, grazie alla sua magia, fece ritornare quel luogo buio e triste, il bosco che da sempre era la sua casa. Il matrimonio tra Ernest ed Emily fu memorabile e vi parteciparono tutti gli animali e i folletti del bosco. Amalad scoppiava di felicità, perché la sua magia aveva contribuito a cambiare il cuore di una persona ed Ernest gli fu grato per tutta la vita mentre si apprestava a vivere, con la bella Emily, un futuro fatto di dolcezza, amore e tanta felicità.
     

     
  • 18 aprile 2014 alle ore 3:42
    Suor Teresa

    Come comincia: “ Forza ragazzi, andiamo”. Era la frase che Teresa ripeteva alla sua comitiva quando veniva organizzato un evento che accomunava tutti. Teresa era l’anima del suo gruppo di amici, sempre disponibile con tutti nei momenti di necessità.  Era descritta da coloro che la conoscevano come una persona dolcissima e sempre con il sorriso stampato sulle labbra. Teresa apparteneva ad una famiglia napoletana benestante; suo padre era titolare di un’azienda alimentare che da molti anni contribuiva a sfamare l’intero nucleo familiare. Teresa lavorava al suo interno e, a detta del genitore, svolgeva la sua attività con estrema professionalità e dedizione.
    La giovane aveva trovato anche il tempo per innamorarsi. Era fidanzata con Fabio: un giovane, anche lui di buona famiglia, che non le faceva mai mancare le sue piccole attenzioni quotidiane. Quasi ogni mattina Teresa riceveva da parte di Fabio mazzi di fiori e regalini di ogni genere: piccole dimostrazioni d’amore che per lei significavano molto.
    Anche il volontariato faceva parte della vita della ragazza. Quando il suo lavoro glielo permetteva, prestava servizio presso alcune organizzazioni umanitarie grazie alle quali aiutava le persone bisognose.
    Tutto sembrava girare per il verso giusto per la giovane Teresa e glielo si leggeva nel profondo dei suoi occhi azzurri come il mare che trasmettevano tutta la sua felicità.
    Nonostante la sua giovane età, le prime delusioni per la ragazza non tardarono ad arrivare. Fabio, il ragazzo che amava tanto e in cui aveva riposto molte delle sue aspettative  perse improvvisamente la vita in un brutto incidente stradale.
    Questo evento portò un’enorme tristezza nel cuore di Teresa, aveva perso da un giorno all’altro la persona che amava e con cui aveva deciso di costruirsi una famiglia tutta sua. Ben presto la personalità della ragazza mutò in maniera repentina; l’incidente del suo fidanzato modificò notevolmente il suo modo di essere. Trascorreva ore intere fuori di casa spesso tralasciando anche il suo lavoro nell’azienda di famiglia. Quasi ogni giorno usciva a tarda sera per poi rincasare a notte inoltrata provocando l’ira dei genitori. “Teresa” le dicevano “E’ mai possibile che tu sia cambiata di punto in bianco"? "Dov’è nostra figlia, la ragazza dolce e disponibile di un tempo e sempre dedita al lavoro e al volontariato”? Era un ritornello che si ripeteva spesso e puntualmente Teresa rispondeva fra le lacrime: ” Basta, della mia vita ne faccio ciò che voglio”.
    Ormai Teresa era una persona diversa, quel brutto evento l’aveva portata ad una vera e propria morte interiore e, al suo posto, aveva fatto nascere una ragazza ribelle e a volte anche molto superficiale.
    I suoi genitori, che nonostante tutto continuavano ad amarla di un sentimento incondizionato, facevano anche l’impossibile per riportarla sulla retta via.  Avevano consultato i migliori psicoterapeuti ma nessuno era riuscito a curare il malessere che Teresa si portava dentro dal giorno di quel maledetto incidente.
    Sembrava ormai che quel brutto male interiore si fosse divorato la giovane vita di questa ragazza, ogni giorno era sempre più scostante, era diventato quasi impossibile parlarle e farla ragionare, come se vivesse in un mondo parallelo tutto suo.
    Anche ai suoi amici mancava Teresa, quella di un tempo e nemmeno loro riuscivano a riportarla in sé.
    Un giorno, l’organizzazione per la quale faceva volontariato, le propose un viaggio di beneficenza in Africa per offrire aiuto alle popolazioni in difficoltà del luogo.
    A questa richiesta la giovane, seppur ancora scossa dalla terribile perdita, accettò e dopo pochi giorni volò in Congo.
    Giunta sul posto, Teresa dovette scontrarsi con una realtà molto diversa dalla sua. Era abituata alla ricchezza, al suo lavoro e, nonostante la grande esperienza maturata nel volontariato, mai avrebbe immaginato che potessero esistere persone con quegli enormi problemi. Ogni giorno i suoi occhi erano costretti a vedere famiglie che per procurarsi da vivere erano costrette ad ammazzare animali o andarsi a procurare l’acqua al pozzo più vicino. C’erano addirittura bambini, anche molto piccoli, che presentavano sui loro corpicini segni evidenti di malnutrizione.
    Lo spettacolo che si presentava agli occhi di Teresa era dei più allucinati; ogni sera si addormentava pensando a ciò che aveva visto durante il giorno e ciò le provocava un’enorme tristezza nel cuore. Capì ben presto che voleva fare qualcosa per aiutare quelle persone e questa convinzione maturò ancora di più in lei quando conobbe suor Angela: una suora missionaria che da anni viveva in Africa. Spesso Suor Angela raccontava a Teresa delle sue esperienze e la ragazza era molto interessata ai racconti della religiosa.  I giorni passavano e Teresa si legava sempre di più a Suor Angela e ai bimbi che aiutava tanto che stava valutando un’importante idea per il suo futuro. Durante quel soggiorno in Africa le venne in sogno un angelo che le disse che il suo destino era di aiutare quella gente e che il Signore voleva che lei entrasse nell’ordine di Suor Angela per affiancarla in questa bellissima missione.
    Al ritorno dal viaggio comunicò la notizia ai suoi genitori che la accolsero con un sentimento misto tra felicità e perplessità. Non riuscivano a immaginare la loro figliola con l’abito da suora.
    “Sei sicura cara che questa è la tua strada”? Le chiesero i genitori “tu hai un lavoro importante nella nostra azienda, sei sicura di volerlo lasciare”?  “ Si certo” rispose Teresa con voce tremante: “questa è la strada che il Signore ha scelto per me e devo seguirla. Quelle persone hanno bisogno del mio aiuto ed io so che posso fare qualcosa per loro.” Le parole della ragazza provocarono un sussulto al cuore di entrambi i genitori che le dissero: “Figliola cara, se questo è il tuo desiderio noi, ti appoggeremo come abbiamo sempre fatto e che Dio ti benedica.”
    Qualche giorno dopo Teresa rincontrò Suor Angela che nel frattempo era tornata in Italia, per un breve periodo e insieme si recarono in convento, dove Teresa venne presentata alla madre superiora e alla sua maestra di noviziato. In convento quasi tutto il giorno era dedicato alla preghiera e alla meditazione e la ragazza sembrava essersi ben adattata a quel tipo di vita, del resto si trattava di ciò che ultimamente aveva tanto desiderato. Anche la Madre Superiora era molto contenta della nuova arrivata; lei e Teresa avevano avuto modo di parlare molto e di conoscersi e anche qui la giovane era apprezzata per la sua dolcezza e la sua semplicità. Sarebbe diventata certamente un’ottima suora. Gli anni del noviziato passarono in un batter d’occhio e arrivò il tanto atteso giorno dei voti. La cerimonia si svolse all’interno del duomo di Napoli alla presenza del vescovo e delle più alte cariche della Chiesa. Teresa era emozionatissima, proprio come una sposina nel giorno delle nozze e lei infatti stava per sposare il Signore.  A quell’evento accorsero tutti i parenti e gli amici più cari di Teresa per ammirare la novella sposa di Cristo. La cerimonia si concluse con un lunghissimo applauso e quella ragazza, che era stata a un passo dal baratro, era finalmente diventata Suor Teresa. Da religiosa Teresa si recò in moltissime altre occasioni in Africa ma, a differenza della prima volta, aveva una maggiore consapevolezza di poter aiutare tutte quelle persone grazie anche al suo cuore  sempre colmo d’amore verso il prossimo.

     
  • 11 aprile 2014 alle ore 23:37
    Donna Sofia

    Come comincia: Ore cinque del mattino: il mercato rionale della domenica si svegliava puntualmente. Si udivano già le grida dei primi venditori ambulanti intenti a catturare i clienti più mattinieri. Era un mondo suggestivo con un folklore decisamente fuori dal comune.
    Tra fruttivendoli agguerriti e venditori di abbigliamento usato, spiccava Donna Sofia, una signora sulla ottantina particolarmente amata dai bambini per la sua bancarella piena di dolciumi e caramelle di ogni genere. La sua voce squillante aveva il potere di farsi sentire più delle altre in quel mercato da molti definito magico e i bambini si accalcavano festanti sperando di accaparrarsi il dolce più buono e la caramella più gustosa.
    Donna Sofia era conosciuta da tutti gli abitanti del quartiere che la descrivevano come una donna piena di vitalità nonostante l’età avanzata e i numerosi dispiaceri che la vita le aveva riservato.
    L’anziana donna aveva perso i genitori quando era molto giovane e aveva dedicato tutta la sua vita al lavoro nei campi. Aveva sposato un uomo che l’aveva lasciata quando aspettava il suo primo ed unico figlio con cui da tempo aveva tagliato ogni rapporto. Tutto ciò che possedeva era un piccolo appartamento situato al piano terra di un palazzo che era riuscita ad acquistare con i risparmi di una vita. Nonostante il suo volto segnato da episodi spiacevoli aveva sempre il sorriso sulle labbra. Erano infatti i bambini, che lei considerava come dei nipotini, a mantenerla allegra. La loro spensieratezza e le loro allegre risate erano capaci di cancellare tutto ciò che di negativo c’era stato nella sua esistenza.
    Tra i tanti fanciulli che quotidianamente popolavano la bancarella di Donna Sofia, c’era Elena, una dolcissima bambina, figlia di una famiglia benestante del quartiere. Ogni mattina, prima di andare a scuola, si recava puntualmente da Donna Sofia a comprare le solite caramelle all’arancia di cui era ghiottissima. La sua allegria era davvero contagiosa e Donna Sofia non poteva che sorridere nel vederla arrivare.
    “Per favore Donna Sofia, sarebbe così gentile da darmi le solite caramelle all’arancia? Ne vado matta e piacciono tanto anche alla mamma”. Chiedeva Elena con voce allegra. “Eccole qui piccolina, ma attenta a non farne un’indigestione” rispondeva  Donna Sofia con tono altrettanto gioioso.  L’incontro tra Donna Sofia e la piccola Elena aveva portato gioia nel cuore di entrambe; Elena non aveva mai conosciuto i suoi nonni e quindi vedeva in Donna Sofia quella nonna che non aveva mai avuto.
    Nemmeno Donna Sofia aveva mai avuto dei nipoti e quella bimba, incontrata per caso, sembrava davvero averle cambiato la vita. Anche la famiglia di Elena era contentissima della nuova conoscenza fatta dalla loro figlioletta e spesso non si sottraevano dall’invitare a pranzo Donna Sofia evitando così che l’anziana donna potesse cadere sempre più nel baratro della solitudine. Durante il pomeriggio Elena si recava spesso in visita a casa di Donna Sofia e quest’ultima la intratteneva raccontandole favole o storie della sua giovinezza trascorsa nei campi. Tra le due si era instaurato un rapporto che aveva un sapore speciale, dove entrambe non riuscivano a fare a meno dell’altra.
    Arrivò però un bruttissimo giorno, uno di quelli che si fa fatica a dimenticare. Mentre era intenta a vendere le sue caramelle, Donna Sofia avvertì dei forti dolori ad un braccio e al petto e di lì a poco si accasciò sull’asfalto. La donna era stata colta da infarto e i tentativi per rianimarla non andarono a buon fine. Fu ricoverata nel vicino ospedale ma ogni giorno che passava, sembrava portare via la speranza di rivederla di nuovo nel suo ruolo di simpatica venditrice di dolciumi. La piccola Elena trascorreva ore intere al suo capezzale sperando che quella dolce vecchietta, che aveva imparato ad amare come una vera nonna, si risvegliasse. Anche gli altri bambini del quartiere andavano a trovarla spesso e, senza di lei, il mercatino rionale aveva perso quel tocco di dolcezza che solo Donna Sofia sapeva dare.
    La dolce e tenera Elena parlava a Donna Sofia e sperava che, ascoltando la sua voce, l’anziana donna si risvegliasse dal coma. “Ti prego Donna Sofia riapri gli occhi, come faremo noi bambini senza le tue caramelle ed io come farò senza la mia nonnina”? Erano le parole che Elena, tra le lacrime, ripeteva alla donna mentre si trovava in quella buia camera d’ospedale. La bimba non aveva perso la speranza, sentiva che prima o poi avrebbe riabbracciato la sua nonnina adottiva. Ogni sera, prima di andare a letto si ricordava di recitare una piccola preghiera per Donna Sofia, raccomandando al Signore la sua guarigione.
    La bella notizia non tardò ad arrivare. Una mattina infatti, mentre Elena era intenta, come ogni giorno, a sorvegliare Donna Sofia nel suo letto, si accorse che la vecchietta  aveva cominciato a muovere una mano.  La afferrò e vide che Donna Sofia aveva ormai aperto gli occhi. La donna, con voce flebile, si rivolse alla bambina e le disse: “Mia dolce Elena, devi scusarmi se ti ho spaventata, non volevo. Il Signore non ha voluto che andassi da lui ma ha deciso di farmi rimanere qui, accanto a te. Tu non hai conosciuto i tuoi nonni ma ci sono io adesso e non ti farò mancare l’affetto di una vera nonna”. Con il passare dei giorni le condizioni di salute di Donna Sofia miglioravano a vista d’occhio e poté finalmente lasciare l’ospedale e tornare dai bambini del mercato rionale. Ci fu un’ulteriore novità nella vita di quella tenera vecchina. I genitori della piccola Elena infatti le proposero di andare a vivere a casa loro. “Sei stata importante per la nostra piccola” le dissero “ e non vorremmo che tu  soffra di solitudine”.  A queste parole Donna Sofia scoppiò in un pianto di felicità. La vita le stava restituendo, seppur con notevole ritardo, tutto quello che in passato le aveva tolto dandole una nipotina e il calore di una vera famiglia che aveva scelto di prendersi cura di lei, facendo sparire dalla sua memoria le pene sofferte in giovane età.

     
  • 09 aprile 2014 alle ore 14:58
    Un figlio venuto da lontano

    Come comincia: Una passeggiata al chiaro di luna in riva al mare in una sera d’estate o una cenetta romantica a lume di candela in una fredda serata d’inverno; la vita di Elena e Massimo si svolgeva come quella di tante altre giovani coppie, cose semplici ma che servivano senz’altro a riempire il cuore di entrambi. Erano sposati da pochissimo tempo ma la loro unione sembrava durasse da molti anni. Occupavano anche una posizione sociale alquanto elevata, infatti, entrambi erano degli stimati avvocati ma senza dubbio ciò che prevaleva era il loro valore umano. Massimo era pieno di attenzioni per la sua Elena;  ogni occasione era buona per farle un regalo e inoltre era molto attento nel ricordarsi ogni ricorrenza che faceva parte della loro storia. Anche Elena non era da meno in fatto di premure e spesso si inventava per lui qualche bizzarra sorpresa.
    C’era soltanto una cosa che mancava e che sarebbe servita non poco a rendere questa giovane coppia di sposi ancora più felice: la nascita di un bambino. Elena, infatti, aveva un fortissimo senso di maternità e non faceva altro che sognare di mettere alla luce un bambino per poterlo stringere fra le braccia strapazzarlo di coccole. Più volte i due ragazzi avevano pregato il Signore affinché desse loro la gioia di essere genitori ma tutte le volte si erano visti negare questo privilegio; persino quando Elena rimase incinta ma un brutto incidente non le consentì di portare a termine la sua gravidanza. Nonostante un periodo trascorso in totale tristezza per quel figlio mai venuto al mondo, Elena non aveva mai smesso di accarezzare il sogno di avere un bambino tutto per sé. Spesso confidava il suo desiderio al suo dolce consorte e questi la rassicurava dicendole che il bimbo che entrambi desideravano sarebbe arrivato presto a costo di qualsiasi cosa.
    Gli effetti dell’incidente per la dolce Elena si rivelarono più gravi del previsto; dopo vari accertamenti medici arrivò per lei una notizia che non avrebbe mai desiderato apprendere: non poteva avere più figli.  Il responso datole dai medici fu come una pugnalata al cuore per la ragazza la quale cadde nella tristezza più profonda e, nonostante fosse circondata da tante persone che le volevano un gran bene i tentativi per tirarla su erano vani. Trascorreva le sue giornate seduta su una sedia accanto alla finestra della sua stanza e stava per ore a guardare nel vuoto. C’era sempre Massimo al suo fianco ma anche lui si dimostrò impotente di fronte allo stato d’animo di Elena. Massimo non ne poteva più di vedere la donna che aveva sposato in quello stato così pietoso; soprattutto se pensava che fino a poco tempo prima era allegra e molto solare. Voleva assolutamente fare qualcosa per la sua Elena e dopo qualche giorno le propose di adottare un bambino. La proposta sembrò ravvivare un po’ la giovane donna dallo stato di depressione in cui era piombata anche se lei avrebbe preferito un figlio tutto suo. La coppia dialogava spesso su questo argomento e Massimo non disdegnava di ripetere ad Elena tutti i giorni le stesse parole: “Vedrai tesoro adotteremo un bambino e lo ameremo come se fosse nostro. Il Signore ci assisterà in ciò che facciamo e sono sicuro che quel bambino sarà felice di avere una famiglia”. Elena, che aveva sempre avuto un grandissimo cuore,  sembrava galvanizzata dalle parole di suo marito; l’idea di avere un bimbo tutto da coccolare, anche se non partorito da lei,  cominciò a farsi strada nella vita della ragazza. Ogni giorno pensava al modo in cui doveva educarlo e coccolarlo per farlo crescere con gli stessi valori che i suoi genitori le avevano insegnato quando era bambina. Come ogni giovane donna che si appresta a compiere questo grande passo, la dolce Elena era solita chiedersi se sarebbe stata davvero una buona madre per il bimbo che stava per arrivare; spesso si confidava con sua madre la quale la rassicurava dicendole: “Figlia mia, anch’io mi ponevo le stesse domande quando aspettavo la tua nascita ma poi man mano che ti vedevo crescere ero sempre più orgogliosa di me stessa e di te perché ero consapevole di aver messo al mondo una creatura meravigliosa”. Elena rispose: “Le tue parole mi rincuorano mamma e posso solo ringraziarti per tutto ciò che hai fatto per me e per i valori che mi hai insegnato. Ti prometto che cercherò di trasferire tutto questo al bambino che adotterò”. I giorni passarono e arrivò finalmente il momento in cui il pargolo fece il suo ingresso nella vita di Elena e Massimo. Dall’orfanotrofio che si trovava poco distante dal loro paese arrivò il piccolo Ximen, un dolcissimo bambino cinese di circa tre anni e con il sorriso sempre stampato sulle labbra nonostante non avesse mai conosciuto i suoi genitori naturali. Massimo ed Elena erano felicissimi di averlo in casa anche perché per la prima volta potevano provare l’immensa gioia di essere chiamati mamma e papà. Ogni volta che la coppia aveva un po’ di tempo libero era una buona occasione per accompagnare Ximen al parco e farlo socializzare con gli altri bambini i quali sembravano contentissimi di accogliere il nuovo arrivato.
    Elena e Massimo erano praticamente invidiati da tutto il paese; chiunque li vedesse passare per strada in compagnia di Ximen vedeva in loro il ritratto di una famigliola felice.
    Purtroppo una nuova tegola era pronta ad abbattersi su quei due ragazzi che tanto avevano lottato per adottare quel bimbo. Un giorno, infatti, Massimo ed Elena si videro recapitata nella loro abitazione una lettera del tribunale che comunicava loro alcune irregolarità burocratiche circa l’adozione di Ximen  e che di conseguenza il bambino sarebbe dovuto ritornare in orfanotrofio. Questa notizia fu un colpo al cuore per la coppia e in particolare per Elena che tanto aveva desiderato il bambino. L’indomani, con la morte nel cuore riaccompagnarono Ximen nel luogo dal quale lo avevano prelevato promettendogli che sarebbero presto tornati a riprenderlo. I due giovani sposi si recavano ogni giorno a trovare il piccolo Ximen e quest’ultimo non disdegnava di gettare le braccia al collo dei due ragazzi non appena li vedeva; sebbene ancora in tenerissima età sapeva esprimere la sua gratitudine per coloro che lo avevano accolto e coccolato con amore. Spesso il piccolo chiedeva ai suoi genitori adottivi quando lo avrebbero riportato a casa e Elena tra le lacrime lo rassicurava dicendo che ciò sarebbe accaduto di lì a poco. In realtà l’inconveniente era dovuto al fatto che la madre naturale del piccolo Ximen aveva saputo tutta la verità sul bambino e voleva riaverlo con sé.  Nei mesi successivi Elena e Massimo, data la loro professione di avvocati, tentarono ogni possibile scappatoia legale allo scopo di riportare il bimbo a casa ma tutti i loro esperimenti si rivelarono ben presto vani. La madre naturale di Ximen  era davvero agguerrita e voleva a tutti i costi riprendersi il bambino. 
    Ximen aveva soltanto pochi mesi quando fu tolto alla madre; poiché la donna soffriva di disturbi psichici e venne giudicata non in grado di accudire un figlio. I giorni trascorrevano inesorabili e per Massimo ed Elena le speranze di rivedere nuovamente Ximen  sgambettare nella loro casa si attenuavano sempre di più. Elena era sempre più triste, sempre più annientata dal dolore e il suo viso era costantemente bagnato di lacrime. Anche i suoi sogni erano molto spesso all’insegna del ricordo del piccolo Ximen; si girava costantemente nel letto ripetendo tra sé: “Bimbo mio torna dalla tua mamma” Massimo le stava vicino e, da marito premuroso qual era, non le faceva mancare il suo appoggio nemmeno per un attimo. Tutti i giorni, quando si recava a trovare il bambino in orfanotrofio, Elena trascorreva tantissimo tempo con il piccolo Ximen e ogni volta che doveva separarsene, era per lei un duro colpo al cuore; era il suo bambino e l’amore che provava per lui non aveva confini.
    Fortunatamente le gioie per Elena e Massimo e anche per il piccolo Ximen non tardarono più ad arrivare. Venne finalmente il giorno dell’ultima udienza del processo che avrebbe dovuto decidere chi tra Elena e Massimo e la donna che aveva partorito Ximen, avrebbe dovuto prendersi cura del piccolo. Ci fu il colpo di scena che i due giovani sposi attendevano da ormai troppo tempo: il giudice diede loro ragione e il bambino poté finalmente fare ritorno dai suoi genitori adottivi.
    L’indomani, giorno del ritorno a casa di Ximen venne organizzata una grande festa in suo onore; c’era praticamente tutto il paese perché tutti vollero partecipare alla rinnovata felicità della coppia e brindare alla nuova vita del bambino. Elena tenne stretto a sé Ximen per tutta la durata della festa dicendogli: “ Bimbo mio ora resterai per sempre con noi, nessuno potrà mai più separarmi da te”. Il sorriso tornò a splendere sul volto di Elena e Massimo perché ora potevano finalmente svolgere i rispettivi ruoli di papà e mamma di quel bimbo che, seppur non avessero aspettato per i canonici nove mesi, lo avevano comunque atteso con lo stesso amore e lo stesso entusiasmo di due genitori naturali.

     
  • 09 aprile 2014 alle ore 14:34
    William viaggiatore solitario

    Come comincia: Il suo volto era quello di un uomo non ancora troppo anziano ma che sentiva già su di sé il peso dei suoi anni. Nella sua vita il dolore aveva più volte prevalso sulla gioia, nei suoi occhi si leggeva la voglia di tornare indietro che non di rado lo assaliva. Uno dei suoi vizi principali era l'alcool che aveva decretato tra l'altro la fine del suo matrimonio. Anche i suoi pochi amici lo avevano abbandonato perché lo giudicavano una persona pericolosa dati i suoi frequenti scatti d'ira. 
    Era questo William, un italo-americano di circa sessanta anni ma che ne dimostrava molti di più poichè fino ad ora aveva dedicato la sua intensa esistenza a quelli che lui amava definire i piaceri della vita, quegli stessi piaceri che lo avevano condannato alla sua perenne solitudine.
    Ritrovatosi da solo ad abitare un modesto appartamento situato nella periferia di New York, dove la sua unica compagnia era un cucciolo di pastore tedesco chiamato Dick, decise un giorno di dare una svolta decisiva alla sua vita che fino a quel momento gli aveva fatto conoscere soltanto amarezza e senso di smarrimento.
    Da sempre, la più grande passione di William, era quella dei viaggi e già da un po' progettava nella sua mente di raggiungere il tetto del mondo a bordo della sua auto sebbene essa non fosse in ottime condizioni. I viaggi lo avevano in più di un'occasione distolto da quel mondo in cui era abituato a vivere fatto di distrazioni non sempre lecite ed è proprio partendo da questa sua grande passione che William intendeva ricominciare a vivere.
    Preparato qualche bagaglio con soltanto il minimo indispensabile, salì a bordo della sua auto in compagnia del suo fedele amico a quattro zampe e cominciò la sua avanzata verso Capo-Nord. Tappa dopo tappa William si rendeva sempre più conto che da qui in poi era quello il tipo di vita che preferiva ossia essere un viaggiatore solitario e stare a contatto perenne con la natura e con le persone che incontrava nei luoghi in cui di tanto in tanto si fermava. I giorni di viaggio erano sempre più numerosi e sul volto di William erano visibili i primi segni di stanchezza a causa del lungo tempo trascorso alla guida. In lui però non si era di certo spento l'entusiasmo di raggiungere quella meta da molto tempo sognata e da sempre così lontana, sebbene la sua passione per i viaggi lo avesse portato a girare quasi tutto il mondo.
    Dopo lunghi ed estenuanti giorni di viaggio ecco arrivare William ed il suo cane Dick, a Capo-Nord; William si rese subito conto di trovarsi ben lontano dalla sua New York e dal caos da cui le strade della Grande Mela sono da sempre caratterizzate. Ad attirare l'attenzione dell'uomo era proprio l'enorme panorama montuoso di quel piccolo angolo di mondo situato a nord della Norvegia e sembrava quasi aver completamente dimenticato gli Stati Uniti.
    Man mano che i giorni passavano William si adeguava sempre di più a quelle che erano le abitudini del luogo e a tutto ciò che lo circondava. Con il trascorrere del tempo l'anziano William entrava in contatto con un numero considerevole di persone tra cui Sara; una donna della sua stessa età, anch'ella di origini italiane, che da anni si era stabilita in Norvegia e con una storia alle spalle molto simile a quella di William. Nemmeno a Sara infatti la vita aveva riservato sorprese non sempre positive. Era la più grande di cinque figli e, rimasta orfana in età giovanissima di entrambi i genitori, era costretta a fare da padre e da madre ai suoi quattro fratelli; inoltre spesso non sapeva come fare per tirare avanti poiché non aveva mai avuto un posto di lavoro fisso ed era costretta a svolgere professioni molto umili. Tra i due nasce subito una certa simpatia tanto che cominciano a raccontarsi le loro rispettive storie così diverse e così uguali allo stesso tempo.
    I mesi trascorrevano inesorabili e nonostante William avesse deciso di diventare un viaggiatore solitario avvertiva una certa simpatia per Sara; decise quindi di fermarsi ancora per un po' a Capo-Nord per conoscere meglio quella donna che fin dal giorno che la aveva incontrata lo aveva reso felice. Ogni giorno trascorso insieme a Sara era sempre ricco di sorprese per William. Infatti nonostante il suo passato non proprio felice, Sara era una donna molto simpatica e piena di vita. Spesso coinvolgeva il suo uomo nell'organizzazione di serate da trascorrere in allegria con gli amici e in tutto ciò in cui il divertimento la faceva da padrone. La donna era inoltre un'ottima cuoca; spesso e volentieri infatti si divertiva a prendere William per la gola preparandogli dei gustosi piatti italiani. Così facendo, Sara sperava di tirar fuori per sempre William dal ricordo del suo doloroso passato e poterlo finalmente trasformare in una persona nuova.
    Il legame tra William e Sara si faceva sempre più solido e il nostro viaggiatore solitario continuava a rimandare la sua partenza per un altro luogo. Sara gli aveva ormai preso il cuore e non sapeva davvero più come fare per distaccarsi da lei per poter riprendere il suo viaggio. Anche Sara contraccambiava l'amore di William e spesso era anche lei a trattenerlo in Norvegia e ad alimentare in lui la voglia di non ripartire.
    Spesso gli diceva:
    - "Resta con me per sempre, insieme potremo ricominciare a vivere una vita serena".
    A queste dolci parole di Sara, William non sapeva proprio dire di no e non riusciva proprio più a resistere alle amorevoli attenzioni della donna. 
    Era ormai trascorso un anno dall'arrivo di William in Norvegia e l'amore di Sara sembrava aver affievolito in lui la voglia di viaggiare perennemente.
    Un giorno però, mentre Sara si accingeva come sempre a preparare la colazione al suo uomo, scorse William in un'altra stanza preparare la sua modesta valigia che per un anno intero era stata riposta nel fondo di un armadio. Vedendo ciò Sara rimase perplessa e cominciò a farsi mille domande e a chiedersi soprattutto che cosa avesse sbagliato. Quello stesso giorno Sara decise di affrontare l'argomento con William e con la voce rotta dal pianto gli chiese:
    - "Perché hai deciso improvvisamente di partire? Ho forse sbagliato qualcosa? Dimmi tutto in modo che io possa riparare alle mie colpe".
    William, con voce altrettanto disperata le rispose:
    - " Mia dolce Sara, un anno fa, quando ho lasciato New York, ho promesso a me stesso di diventare un viaggiatore solitario e solo le tue attenzioni mi hanno spinto a fermarmi qui così a lungo; ma ora per me è giunto il momento di ripartire ed esplorare nuove mete e nuovi mondi anche se mi costa moltissimo farlo".
    A queste parole di William, Sara non potè fare altro che accettare, seppure a malincuore, la sua decisione di allontanarsi da lei. L'indomani, giorno della partenza di William, Sara riuscì a strappargli la promessa di rimanere sempre in contatto con lei. Gli disse:
    - "Mi raccomando scrivimi e se per caso dovessi ripensarci torna qui da me; casa mia è sempre aperta".
    Dopo quest'ultimo saluto William partì, lasciò quel luogo che per un anno era stato la sua casa e nel quale aveva trovato l'amore. Visitò l'Asia, l'Africa, i panorami mozzafiato dell'Australia ma con il cuore sempre in Norvegia perché era consapevole che lì c'era sempre la sua Sara che prima o poi lo avrebbe riaccolto presso di lei con un affetto ancora maggiore della prima volta.

     
  • 09 aprile 2014 alle ore 14:31
    Dottor Francesco Esposito

    Come comincia: La storia di Francesco è apparentemente uguale a quella di molti ragazzi della sua età; anche lui, come qualsiasi altro suo coetaneo, andava a scuola e amava coltivare quella che lui definiva la sua più grande passione: il calcio. Ogni settimana infatti si recava presso un campetto vicino casa per una partitella tra amici. Purtroppo però a Francesco mancava qualcosa di molto importante di cui davvero non se ne può fare a meno: la stabilità affettiva che solo una vera famiglia poteva offrirgli.
    Francesco Esposito, un adolescente di circa quindici anni, viveva  in un misero appartamento della periferia di Napoli con i suoi fratelli più grandi Vincenzo e Gaetano i quali facevano enormi sacrifici per potergli consentire di studiare. Suo padre, si trovava in carcere per scontare una lunga pena a causa del suo coinvolgimento in un omicidio dopo che già in precedenza aveva scontato altre pene per reati minori. Sua madre invece era stata coinvolta in un giro di prostituzione dal quale non era più riuscita ad uscire e da ormai tre mesi non si avevano sue notizie. Questi episodi spiacevoli avevano portato il giovane Francesco ad essere un ragazzo dal carattere estremamente irascibile e per di più facilmente influenzabile dalle cattive compagnie. Nemmeno il rendimento scolastico di Francesco era dei migliori, spesso infatti i suoi fratelli maggiori, che facevano le veci dei genitori, venivano convocati a scuola dai professori per essere messi al corrente dei problemi di profitto riscontrati dal loro fratello minore.
    - “Potrebbe sicuramente fare molto di più ma non vuole applicarsi”. Era questa la frase che si sentivano dire i fratelli di Francesco ogni qual volta che si presentavano al cospetto degli insegnanti del ragazzo. Francesco infatti non voleva assolutamente saperne di impegnarsi nello studio; i brutti voti si presentavano con una frequenza sempre maggiore ma il giovane non si preoccupava per niente e continuava a trascorrere la maggior parte del suo tempo a giocare a calcio con gli amici e a girovagare in motorino. Vincenzo e Gaetano molto spesso rimproveravano Francesco a causa di questo suo atteggiamento da menefreghista ma il giovane non voleva assolutamente ascoltare i consigli di chi, più grande di lui di qualche anno, aveva sicuramente un po’ di esperienza in più circa le difficoltà da affrontare nella vita. Ogni giorno Vincenzo e Gaetano raccontavano al loro fratello minore di aver vissuto molto da vicino il difficile periodo in cui il loro papà venne arrestato per la prima volta e che per mandare avanti la baracca avevano dovuto cominciare a lavorare nell’età in cui i loro interessi dovevano essere ben altri. Gli raccontavano inoltre di quando la loro mamma cominciò ad avviarsi verso la prostituzione e tornava spesso a casa ubriaca. Malgrado queste tristi rivelazioni, Francesco non sembrava per nulla intenzionato a rimboccarsi le maniche anzi, più i fratelli lo incitavano ad abbandonare il suo stile di vita, più il ragazzo era motivato a non seguire i loro consigli.
    Ogni sabato, un altro adolescente di nome Gennaro, era solito aspettare Francesco sotto il portone di casa per invitarlo ad andare a giocare l’ennesima partita di calcio e trascurare ancora una volta i suoi doveri di studente. Gennaro aveva una storia alle spalle molto simile a quella di Francesco; anche lui infatti mostrava una certa avversione nei confronti dello studio. I suoi genitori si trovavano entrambi in carcere e il ragazzo era costretto a vivere con i nonni materni. Saltuariamente, proprio per volontà di questi ultimi, si recava a lavorare presso un’impresa di pulizie perché, in questa maniera, speravano di fargli comprendere quanto fosse importante avere un lavoro per poi costruirsi un futuro. I due spesso rincasavano tardi perché dopo la partita si recavano nel centro di Napoli a divertirsi. A dire il vero i loro non potevano essere definiti divertimenti; non di rado infatti, i due ragazzi si rendevano protagonisti di episodi a dir poco spiacevoli come scippi e furti di vario genere. Per questa ragione i fratelli di Francesco venivano frequentemente convocati dalla polizia e ogni volta dovevano subire l’umiliazione da parte degli agenti che raccontavano ai due, nei minimi particolari, tutte le malefatte del loro giovane fratello.
    Al contrario di Francesco, i suoi fratelli erano degli onesti lavoratori e di certo non potevano più umiliarsi in quel modo a causa di quel ragazzino che ormai sembrava definitivamente avviato verso una cattiva strada.
    Un giorno, malgrado l’affetto che nutrivano per Francesco, Vincenzo e Gaetano decisero che era il caso di iscrivere il loro terribile fratello in un collegio e dare così una svolta definitiva alla sua vita; le loro intenzioni non erano assolutamente cattive bensì intendevano far capire a Francesco l’importanza dello studio e acuire in lui il senso di responsabilità che fino a quel momento gli era quasi del tutto mancato. L’indomani i due ragazzi comunicarono a Francesco la loro decisione e la reazione di quest’ultimo fu esattamente come essi si aspettavano.
    -“Ma siete pazzi!” esclamò Francesco con un marcato accento napoletano “io non voglio essere chiuso in una gabbia”.
    - “Lo facciamo soltanto per il tuo bene” rispose uno dei fratelli, “per noi è un enorme sacrificio mantenerti in collegio con il nostro misero stipendio ma è molto importante che tu decida di diventare responsabile una volta per tutte”.
    Dopo queste severe parole di suo fratello, Francesco tacque e sembrava quasi essersi rassegnato a questa decisione.
    L’indomani, dopo aver preparato i bagagli, Francesco, accompagnato da Vincenzo e Gaetano raggiunse il collegio che si trovava in un piccolo paesino del Molise. Visto dall’esterno questo luogo sembrava un piccolo angolo di paradiso ma all’interno di esso era tutt’altra musica. Era la severità che spadroneggiava e sembrava che il giovane Francesco avesse davvero trovato pane per i suoi denti. Dopo alcune settimane di permanenza all’interno dell’istituto, Francesco sembrava non aver modificato per nulla il suo carattere e il suo modo di comportarsi. Il ragazzo amava fare scherzi di cattivo gusto ai suoi compagni di stanza i quali puntualmente si vendicavano senza pietà; sembrava perfino che volesse affrontare la severità dei suoi educatori ma ogni volta che lo faceva questi ultimi gli infliggevano severissime punizioni.
    Il tempo trascorreva e Francesco sembrava sempre più incorreggibile e i suoi educatori in collegio riuscivano a stento a tenergli testa. 
    Una notte però accadde qualcosa di molto particolare, un episodio che si rivelò fondamentale per la vita del giovane Francesco. Quella notte infatti, il ragazzo sognò la sua nonna paterna che poco tempo prima era venuta a mancare a causa di un male incurabile. L’anziana donna parlò al ragazzo con un tono molto dolce, quel tono che aveva sempre usato anche quando era in vita.
    -“Ma perché ti comporti così?” chiese la donna rivolgendosi a Francesco “non pensi ai tuoi fratelli che ogni giorno si sacrificano per te?” 
    - “Io non sono cattivo nonna” rispose Francesco “ho solo bisogno dell’affetto di una vera famiglia”
    - “Hai ragione piccolino” rispose la nonna “comunque sappi che ogni volta che ti senti solo pensa a me e inoltre promettimi che d’ora in poi ti impegnerai seriamente nello studio”.
    - “Te lo prometto nonna ci puoi contare” replicò Francesco.
    L’indomani il ragazzo si risvegliò con il cuore gonfio di tristezza; il sogno di sua nonna lo aveva fortemente turbato.
    Da quella notte Francesco sembrava totalmente cambiato; non era più il ragazzo terribile che faceva disperare persino i suoi severi educatori del collegio. Ogni giorno diventava più triste e sembrava sentirsi sempre più solo e nostalgico nonostante, all’interno dell’istituto, ci fossero tanti altri ragazzi. Spesso lo si vedeva piangere e ci si accorgeva di quanta voglia avesse di tornare a casa.
    Ritrovatosi da solo nella camerata del collegio, Francesco decise che era ora di dare un calcio al passato e guardare avanti. Decise di impegnarsi davvero nello studio e, tornato definitivamente a casa, in breve tempo recuperò tutto ciò che aveva perso fino ad arrivare al diploma.
    Durante questo periodo il ragazzo si era molto appassionato alle discipline scientifiche e decise quindi di iscriversi alla facoltà di medicina. Erano passati alcuni anni e Francesco era ormai vicino alla laurea. La sua tesi fu un vero trionfo, molto apprezzata da tutti i componenti della commissione giudicatrice. Francesco era così avviato verso una brillante carriera di primario in un importante ospedale e, ormai per tutti, era diventato il Dottor Francesco Esposito ma soprattutto aveva mantenuto la promessa fatta a sua nonna quella notte ed era sicuro che se quest’ultima fosse stata ancora in vita sarebbe stata davvero felice per lui. Francesco assaporò così il gusto della vittoria, la vittoria contro un passato fatto di sofferenza e di continua infelicità.

     
  • 09 aprile 2014 alle ore 14:25
    Gli sposi di Auschwitz

    Come comincia: La guerra imperversava inesorabile, per le strade non si udiva altro che il rumore dei fucili e delle bombe che frequentemente venivano lanciate. La gente era costretta a barricarsi in casa per evitare di incappare in qualche colpo d’arma da fuoco. Quasi nessuno però riusciva a sottrarsi alle persecuzioni delle S.S. e ogni giorno erano sempre di più le persone che raggiungevano il campo di sterminio di Auschwitz. C’erano proprio tutti: uomini, donne e persino bambini i quali venivano completamente strappati alla loro identità e improvvisamente catapultati in un mondo fatto di crudeltà e di orrore. Lo spettro della morte viveva quotidianamente con loro poiché temevano di essere uccisi da un momento all’altro.
    Un giorno, a bordo del convoglio che trasportava l’ennesimo carico di prigionieri, vi era Carlo; un giovane di circa vent’anni di origine calabrese strappato alla sua terra e alla sua famiglia e destinato a diventare un’altra delle numerosissime vittime prodotte dal secondo conflitto mondiale.
    Nonostante la giovane età, Carlo era un grande lavoratore; già da piccolo infatti aiutava spesso suo padre nel suo lavoro di falegname e, molto presto anche lui avrebbe imparato a svolgere brillantemente questa professione. Quella di Carlo era una famiglia piuttosto povera e non poteva permettersi di mantenere agli studi il giovane.
    Il ragazzo ancora non immaginava il destino che lo attendeva una volta entrato all’interno del campo di sterminio; egli credeva infatti di essere stato condotto lì per continuare a svolgere il suo lavoro ma fu immediatamente smentito quando uno dei capi delle S.S. si presentò nel piazzale del campo per controllare quanti fossero i nuovi arrivati. Erano davvero tanti, tutti allineati come un grande esercito e nei loro occhi si leggeva la paura di chi stava per prepararsi ad un destino sicuramente tragico.
    Carlo sembrava essersi reso conto di tutto ciò che stava accadendo e le sue sensazioni vennero confermate non appena alcuni militari delle S.S. lo condussero, insieme ad altri prigionieri, in una modesta stanza con soltanto un misero letto in cui tutti erano costretti a dormire come dei veri e propri ammassi di carne umana.
    Anche il cibo che ottenevano lasciava molto a desiderare; ogni giorno infatti Carlo e i suoi compagni di sventura mangiavano soltanto un pezzetto di pane stantio e un po’ di brodo dal sapore molto sgradevole. La sveglia per Carlo e per tutti gli altri prigionieri suonava alle cinque del mattino e immediatamente cominciava per loro una nuova giornata di duro lavoro. Il giovane Carlo sembrava essere stato preso di mira dai militari delle S.S. i quali lo sottoponevano ai lavori più faticosi ma lui non osava mai ribellarsi alla loro volontà perché sapeva che sarebbe andato incontro a torture molto dolorose. La vita all’interno del campo di concentramento diventava ogni giorno più dura ed era sempre più frequente udire colpi di fucile indirizzati a coloro che venivano ammazzati come altrettanto frequenti erano le urla di disperazione dei prigionieri vittime di torture. Da quel luogo inoltre era impossibile qualsiasi tentativo di fuga, infatti, chi in passato aveva provato a fuggire, si era immediatamente trovato di fronte due guardie con i fucili pronti a sparare in qualsiasi momento.
    Erano ormai trascorsi alcuni mesi dall’arrivo di Carlo ad Auschwitz e per lui le speranze di sopravvivenza diventavano sempre più tenui; un giorno però fece il suo ingresso all’interno del campo di sterminio una persona che riuscì parzialmente a distogliere l’attenzione del giovane falegname dall’orrore a cui quotidianamente era costretto ad assistere. La persona in questione era Maria, una ragazza poco più che ventenne anch’ella come Carlo di origine calabrese e figlia di agricoltori. In un primo momento nemmeno la giovane donna sapeva che cosa il destino le riservasse una volta arrivata lì ma guardando i severi volti dei militari delle S.S. avvertiva che quello era un luogo tutt’altro che tranquillo. Appena lo sguardo di Maria incrociò quello di Carlo, il giovane rimase letteralmente rapito dalla lunga chioma bionda della ragazza e dai suoi splendidi occhi azzurri. Fu così che tra i due nacque immediatamente un sentimento di tenera amicizia e man mano che il tempo passava, sembrava che i due non potessero più fare a meno di stare insieme anche se erano costretti a vedersi di nascosto e per pochissimi minuti. Durante il brevissimo tempo che trascorrevano insieme i due ragazzi chiacchieravano del più e del meno raccontandosi le loro rispettive storie; entrambi provenivano dalla Calabria e man mano che la loro conversazione andava avanti Carlo e Maria scoprivano di avere tantissime cose in comune. Talvolta Carlo, quando si sentiva lontano dagli occhi indiscreti dei militari delle S.S., riusciva persino a rubare a Maria un affettuoso bacio sulle sue labbra. Carlo stava imparando a conoscere Maria sempre di più e la sua permanenza all’interno del campo di sterminio sembrava in parte alleggerita da quella ragazza che fin dal suo arrivo aveva conquistato il suo cuore.
    Nonostante tutto però la barbarie ad Auschwitz era senza sosta; ogni mattina i prigionieri si alzavano prestissimo per svolgere lavori molto umili e duri e chi osava ribellarsi alla volontà delle S.S. pagava a caro prezzo il suo rifiuto; spesso infatti i prigionieri ribelli, dopo essere stati barbaramente uccisi, venivano bruciati nei forni crematori in modo che di loro non restasse altro che cenere.
    Oltre che con la bella e dolce Maria, Carlo aveva stretto amicizia con Pasquale, un suo coetaneo napoletano ma purtroppo questo legame durò davvero molto poco. Pasquale infatti aveva infatti sfidato un militare delle S.S. ribellandosi ad un suo ordine e questi non esitò nemmeno per un momento a fucilarlo. La perdita di questo carissimo amico gettò Carlo nello sconforto più profondo anche perché egli temeva che prima o poi sarebbe capitata anche a lui la medesima sorte. Fortunatamente Maria era al suo fianco e in qualche modo cercava di rendergli la vita meno difficile in quel luogo dove la sopravvivenza era quasi impossibile.
    Il destino però si dimostrò tutt’altro che benevolo nei confronti dei due giovani amanti. Una mattina infatti Carlo si sentì male, il suo peso si era notevolmente ridotto a causa della scarsa alimentazione e quando i militari delle S.S. lo esortarono ad alzarsi dal letto il giovane riuscì a stento a muovere entrambe le braccia.
    - “Non riesco ad alzarmi, sto male!” disse Carlo in preda alla disperazione; a queste parole di Carlo uno dei militari replicò con tono molto severo:
    - “Ti aspetti che io ci creda? Alzati e raggiungi gli altri”.
    Carlo stava davvero molto male quel giorno e non sapeva proprio cosa fare per convincere quel militare della veridicità di ciò che diceva.
    I giorni passavano e Carlo peggiorava a vista d’occhio; questa volta nemmeno le premure di Maria erano sufficienti a tirarlo su. Sembrava che il terribile spettro della morte stesse ormai per divorare la vita del giovane falegname calabrese. Nonostante tutto però l’amore per Maria riusciva in qualche modo a tenerlo in vita e fu così che Carlo, resosi conto che ormai non poteva fare più a meno di quella dolce fanciulla dagli occhi azzurri, le fece un’importantissima richiesta destinata a cambiare la vita di entrambi.
    - “Mia dolcissima Maria” sussurrò Carlo “tu mi hai aiutato a sopravvivere in questo maledettissimo luogo e ogni giorno che passa mi accorgo di quanto tu sia indispensabile per me; per questo prima che la morte mi separi da te vorrei che tu diventassi mia moglie”.
    Nel sentir pronunciare queste parole, la ragazza non potè fare altro che accettare questa importante proposta e, con il cuore gonfio di commozione rispose:
    - “Come posso dirti di no mio amato Carlo, anche tu sei stato fondamentale per me e sono disposta a sposarti anche subito”.
    L’indomani la cerimonia nuziale si svolse in una chiesetta non lontana dal campo di sterminio. Non era la cerimonia che Maria aveva sempre sognato per il suo matrimonio; tutto infatti era piuttosto triste e gli unici invitati erano alcuni militari delle S.S. arrivati per sorvegliare i due prigionieri. Le forze di Carlo erano ormai arrivate al limite e sull’altare il giovane riuscì a stento a pronunciare il “sì” che lo avrebbe legato per sempre alla sua amata.
    Alcuni giorni dopo il matrimonio uno dei militari delle S.S. accortosi delle precarie condizioni del giovane Carlo, compì un gesto che nessuno si sarebbe mai aspettato: liberò i due giovani sposi indirizzando Carlo in uno dei più importanti ospedali della Germania affinché potesse guarire al più presto dalla sua malattia affidandosi alle cure dei migliori medici tedeschi.
    Dopo alcuni giorni di degenza Carlo e Maria poterono finalmente fare ritorno in Calabria e riabbracciare i rispettivi parenti. I due giovani, ormai conosciuti al loro paese come gli sposi di Auschwitz, andarono ad abitare in una splendida tenuta situata nelle campagne calabresi e poterono così iniziare una vita serena dimenticando man mano ogni singolo attimo di terrore vissuto all’interno del campo di sterminio. Il ritorno a casa della giovane coppia coincise anche con la definitiva fine delle ostilità e Carlo e Maria poterono tirare un ulteriore sospiro di sollievo consapevoli che la paura di morire la quale per molto tempo li aveva assaliti, questa volta li aveva abbandonati per sempre.

     
  • 09 aprile 2014 alle ore 14:19
    L' Agnello nero

    Come comincia: L’alba era appena spuntata e una nuova giornata di lavoro stava per cominciare. I giorni erano sempre molto lunghi per quella piccola comunità nigeriana insediatasi nella periferia di Roma e per di più molte volte sembrava che il tempo addirittura si fermasse. Era il duro lavoro nei campi a regnare sovrano e molto spesso anche la severità di un padrone quasi sempre insoddisfatto di ciò che veniva prodotto. I tentativi di ribellione a quello stile di vita così duro erano svariati, ma a questi ultimi corrispondeva sempre una durissima repressione da parte del padrone.
    C’era una persona che spiccava in quella ristretta comunità; egli sapeva infatti distinguersi dagli altri per la sua spontaneità e la sua simpatia. Si chiamava Mohammed; era un giovane nigeriano emigrato in Italia come tanti suoi connazionali alla ricerca di una stabilità lavorativa poiché il suo principale obiettivo era quello di garantire un futuro migliore ai suoi due figli.
    Sebbene avesse soltanto venticinque anni, Mohammed si sentiva già molto vecchio dentro; la vita fino ad allora non gli aveva sorriso per nulla; infatti, dopo la morte dei genitori, avvenuta quando lui aveva solo quindici anni, aveva dovuto fare da madre e da padre ai suoi quattro fratelli più piccoli lavorando duramente per loro.
    Nonostante tutto, il giovane nascondeva bene il suo passato e spesso si divertiva a rallegrare i suoi compagni di lavoro con barzellette e storielle divertenti e, durante qualche rara pausa della sua intensa attività, era solito improvvisare dei veri e propri spettacoli comici per la felicità di tutti i suoi colleghi.
    Anche dal suo aspetto fisico si poteva notare quanto egli fosse abile a nascondere qualsiasi tipo di sofferenza sia passata che presente.
    Era forte, muscoloso e forse proprio per questa ragione il severo datore di lavoro gli affidava spesso i compiti più duri da svolgere, cui Mohammed non si tirava mai indietro. Così facendo si guadagnava sempre di più la stima e l’amicizia dei suoi colleghi i quali ogni giorno lo ringraziavano per la sua enorme generosità e proprio questi ultimi lo avevano soprannominato l’”agnello nero” dato il suo grande cuore.
    In uno dei tanti giorni di duro lavoro, il giovane Mohammed era impegnato nella raccolta del grano appena maturato con la solita dedizione quando all’improvviso sentì una voce che lo chiamava da lontano. Altri non poteva essere che il suo perfido datore di lavoro come sempre non convinto dell’operato di Mohammed e dei suoi colleghi.
    Sembrava quasi come se il giovane fosse stato preso letteralmente di mira dal suo padrone; i rimproveri si facevano ogni giorno più frequenti e, sebbene il ragazzo cercasse in tutti i modi di mostrare i risultati del suo duro lavoro, quell’uomo dal carattere burbero tirava fuori la sua ira in maniera sempre più consistente.
    Questa volta l’elemento del contendere era un quantitativo di grano che, secondo il padrone, non era abbastanza maturo per essere raccolto e Mohammed veniva così inevitabilmente accusato di superficialità.
    - “Come ti sei permesso sporco negro?” chiese irritato il padrone, “Non vedi che questo grano è ancora acerbo? Ti meriteresti proprio un bel po’ di frustate!”.
    - “ Lo guardi bene padrone” ribatté Mohammed con tono altrettanto adirato, “Questo grano è già abbastanza maturo e servirà senz’altro a sfamare le nostre bocche e quelle di tutti coloro che ne hanno bisogno. Non possiamo soltanto lavorare, abbiamo anche il diritto di prenderci ciò che ci spetta!”.
     Queste parole, che per il padrone avevano il sapore di ribellione, costarono al giovane agricoltore l’ennesima dose di frustate che il padrone riservava a tutti i suoi operai che osavano ribellarsi alla sua volontà. Data la sua severità, considerata da tutti eccessiva, era stato soprannominato “Attila”. In realtà egli aveva un nome che non rispecchiava per nulla il suo modo di agire: Angelo. Era un ricco imprenditore romano di circa sessanta anni; possedeva aziende agricole in tutto il Lazio e oltre ma, gran parte della sua ricchezza, l’aveva ottenuta mediante degli affari non propri così leciti. Egli si occupava, infatti, anche di traffico di armi, prostituzione, racket e tutto ciò che aveva a che fare con il mondo della criminalità.
    Per un breve periodo aveva anche conosciuto il carcere ma, grazie alla scaltrezza dei suoi avvocati era riuscito a sfuggire alla macchina della giustizia e a continuare i suoi loschi affari in totale libertà.
    La sua vita era fatta solo di lusso, i suoi affari gli avevano permesso l’acquisto di ville megagalattiche e di mettere su attività commerciali come alberghi e ristoranti.
    Dopo la lunga serie di frustate, che per il povero Mohammed sembrava non terminare mai, il giovane agricoltore ritornò al suo lavoro come se nulla fosse accaduto anche perché non aveva il diritto di lamentarsi perché, se lo avesse fatto, una nuova e ancora più severa punizione sarebbe stata inevitabile.
    Anche in quell’occasione “l’agnello nero” ricevette la solidarietà di tutti i suoi colleghi di lavoro che in maniera sempre più frequente lo incoraggiavano a non arrendersi mai e a liberarsi definitivamente dall’orrore cui veniva quotidianamente sottoposto.
    Erano ormai trascorsi dei mesi dal giorno in cui Mohammed aveva cominciato a lavorare per conto di quel padrone dall’assurda malvagità e sembrava che il giovane si fosse addirittura abituato ai continui soprusi di quell’uomo; ogni giorno Mohammed era costretto a lavorare sempre il doppio rispetto al giorno precedente. Il suo compito consisteva nel caricare su di un camion degli enormi quantitativi di grano che doveva essere successivamente trasportato e venduto.
    Alcuni giorni era costretto persino a svegliarsi prima di tutti i suoi colleghi perché spesso era la gran fatica ad avere la meglio su di lui e il lavoro inevitabilmente doveva essere rimandato al giorno seguente; era stanco Mohammed ma si mostrava sempre allegro e con il sorriso sulle labbra.
    Venne però un giorno in cui la stanchezza e la fatica ebbero la meglio sulla gran voglia di lavorare del giovane agricoltore nigeriano il quale decise di attuare stavolta un vero tentativo di ribellione; pensò quindi, insieme a tutti i membri della sua comunità, di denunciare alle autorità competenti il perfido padrone e porre fine per sempre a quella tortura sia fisica che psicologica che era costretto a subire quotidianamente. Dopo una lunghissima conversazione con la sua giovanissima moglie, sempre prodiga di buoni consigli per Mohammed, il giovane immigrato decise che la denuncia andava fatta sia per il suo bene che per quello di tutti i suoi connazionali che condividevano la sua sventura.
    Fu così che l’indomani convocò tutti i suoi amici a casa sua per comunicare loro la sua decisione e, improvvisando un vero e proprio comizio sindacale disse:
    - “Miei cari amici, anche se siamo solo degli immigrati e il nostro padrone ci considera solo degli sporchi negri, anche noi abbiamo la nostra dignità come tutti gli uomini della Terra e non possiamo assolutamente essere costretti a lavorare in maniera così dura e precaria!”. Dopo queste decise parole di Mohammed partì un grosso urlo di approvazione da parte dei suoi colleghi i quali, ancora una volta appoggiarono Mohammed in questa sua ennesima iniziativa. Alcuni giorni dopo la denuncia presentata dai giovani agricoltori nigeriani diede finalmente i frutti sperati; fecero, infatti, irruzione gli agenti del locale commissariato di polizia i quali disposero il sequestro dell’intera tenuta del signor Angelo detto “Attila” per la parziale contentezza di Mohammed. Il giovane, infatti, era felice a metà perché era consapevole che se la tenuta fosse rimasta a lungo sotto sequestro lui e tutti i suoi colleghi sarebbero rimasti altrettanto a lungo senza lavoro.
    Fu così che Mohammed decise di presentarsi al suo padrone proponendogli la vendita dell’intera tenuta anche se ad una cifra abbastanza modesta. Il giovane promise inoltre al suo ormai ex datore di lavoro che se i guadagni fossero stati consistenti una buona parte di essi sarebbe andata proprio a lui. Dopo qualche iniziale esitazione il burbero “Attila si convinse e cedette davvero quell’immenso possedimento a Mohammed.
    Il giovane era così passato da umile lavoratore ad imprenditore; decise quindi di dare una vera e propria svolta alla sua vita e a quella dei suoi connazionali. Dopo aver espletato alcune pratiche burocratiche per il dissequestro, assunse tutti i suoi compagni di lavoro con un regolare contratto garantendo loro uno stipendio più che dignitoso. L’ “agnello nero” poteva così festeggiare la sua vittoria; era riuscito ad accaparrarsi in modo onesto quell’immensa tenuta, la stessa che fino a quel momento gli aveva causato soltanto tanta sofferenza.

     
  • 09 aprile 2014 alle ore 12:56
    Nonno Franz

    Come comincia: La seconda guerra mondiale era terminata già da alcuni anni e Franz, ormai quasi ottuagenario, si era ritirato nella sua tenuta di campagna situata a Nord del Canada. Lì sperava di trovare un sicuro rifugio visto che le forze dell’ordine di alcuni stati del mondo lo cercavano con insistenza per avere chiarimenti circa la sua precedente attività. Franz era un ex capo delle S.S. e, durante gli anni della guerra, aveva commesso delitti atroci; proprio quei delitti di cui oggi spesso si fa fatica a raccontare. La nuova vita dell’anziano Franz era del tutto diversa da quella precedente; nella sua tenuta non vedeva nessuno, non usciva mai e sebbene avesse vissuto da vicino le brutture del secondo conflitto mondiale il suo carattere burbero era rimasto invariato. In più di un’occasione i suoi vicini di casa avevano provato ad avvicinarlo e a fare amicizia con lui ma ogni volta Franz li cacciava in malo modo intimando loro di non farsi rivedere mai più in casa sua.
    Dietro il suo cattivo carattere si nascondeva un uomo che, malgrado il tempo trascorso, assaporava ancora il gusto della sconfitta soprattutto dal punto di vista personale.
    Ogni giorno si sentiva sempre più solo e la sua solitudine sembrava distruggerlo; la sua unica compagnia erano i ricordi di quella guerra che aveva combattuto in prima persona nonché i volti di quelle persone di cui lui stesso aveva ordinato l’uccisione nei campi di sterminio. Sembrava davvero impossibile riportarlo ad una vita normale e fargli dimenticare tutto; le poche persone che lo conoscevano bene pensavano ci volesse addirittura un miracolo per far sì che ciò accadesse.
    Un giorno però, nella vita dell’ottantenne Franz fece il suo ingresso una persona destinata sul serio a cambiarlo completamente. Quel giorno infatti passò presso la fattoria di Franz, Antonio; un bambino di circa dieci anni figlio di italiani emigrati in Canada. Il bambino apparentemente sembrava felice ma il passato della sua famiglia annoverava alcuni eventi non proprio così rosei. Il nonno del piccolo Antonio infatti era stato deportato e successivamente barbaramente ucciso in uno dei tanti campi di sterminio nazisti costruiti durante la guerra. Il piccolo quindi non aveva mai conosciuto suo nonno e non aveva la più pallida idea di quanto fosse importante questa figura soprattutto per un bambino della sua età.
    L’accoglienza di Franz nei confronti di questo misterioso pargoletto non fu delle migliori. Il vecchio infatti, appena lo vide aggirarsi intorno alla sua proprietà, lo respinse esattamente come faceva con tutti coloro che tentavano di avvicinarlo minacciando addirittura di picchiarlo se si fosse fatto vedere di nuovo. Le intenzioni del bimbo ovviamente non erano cattive; egli voleva soltanto fare amicizia con quell’anziano uomo che, per uno strano caso aveva identificato come suo nonno; Antonio era inoltre attratto dall’enorme giardino che circondava la tenuta di Franz e sognava sempre di possedere una casa come quella tutta per sé visto che l’abitazione in cui viveva con i suoi genitori era assai più modesta. Quella stessa sera il piccolo raccontò l’accaduto a sua madre la quale, in maniera molto premurosa, raccomandò al figlioletto di non avvicinarsi mai più alla casa di quell’uomo considerato da tutti molto pericoloso.
    Il bambino però non diede ascolto alle parole della madre e il giorno seguente si ripresentò davanti la casa del burbero Franz tentando di nuovo di avvicinarlo e scambiare quanto meno qualche parola con lui. Questa volta il comportamento di Franz fu totalmente diverso. L’uomo, malgrado il suo carattere, comprese che il bambino non aveva nessuna cattiva intenzione e i due cominciarono a chiacchierare piacevolmente.
    - “Chi sei bambino?” chiese Franz con tono sorpreso. 
    - “Mi chiamo Antonio, sono italiano e vivo qui con i miei genitori”.
    Antonio non era affatto a conoscenza del passato di Franz e cominciò a vederlo con una certa adorazione, quasi come se quell’uomo fosse davvero suo nonno.
    L’anziano e il bambino intrapresero un percorso di vita che si presentava lunghissimo ma che li avrebbe portati ad instaurare una grande amicizia e a rispettarsi reciprocamente.
    Il piccolo Antonio, col passare del tempo, vedeva il vecchio Franz come il suo vero nonno senza poter immaginare che, colui che lo aveva accolto così amorevolmente in casa sua, era il responsabile di numerosissimi crimini di guerra. 
    Il tempo trascorreva e Franz si affezionava sempre di più a quella dolce creatura anche se in un primo momento aveva rifiutato di vedere il suo sorriso e di percepire la sua gioia; proprio per questo decise che non era il caso di rivelargli che proprio lui era stato ad ordinare la barbara uccisione di suo nonno. Franz e Antonio erano ormai legati da enorme affetto e il bambino non riusciva più a staccarsi da quell’anziano uomo che considerava ormai la persona più buona del mondo.
    Tutte le mattine Antonio si recava a casa di Franz e guardava attentamente come il vecchio mungeva il latte dalle sue mucche e come quello stesso latte, diventava del buonissimo formaggio. Ogni giorno il bambino riempiva sempre più la vita dell’ottantenne Franz e l’uomo era solito regalargli un pezzo del suo formaggio e talvolta anche dell’ottima frutta di stagione prodotta dai suoi meravigliosi alberi. Molto spesso Franz ed il piccolo Antonio amavano fare delle lunghe passeggiate per le minuscole strade che caratterizzavano quel grazioso paesino della campagna canadese e ogni volta l’anziano uomo raccontava al bambino qualche aneddoto legato a quel piccolo angolo di mondo in cui l’ex capo delle S.S. aveva deciso di stabilirsi dopo la fine della guerra.
    Erano ormai trascorsi due anni dal primo incontro tra Franz ed Antonio e mentre sul corpo del primo, i segni dell’età erano sempre più evidenti, il piccolo Antonio si apprestava a diventare un ragazzo; nel corso di questi anni Antonio aveva sviluppato una forte personalità e una gran saggezza che persino un uomo anziano come Franz ne rimase sorpreso. Il rapporto fra i due era ormai da tempo consolidato e malgrado il vecchio fosse considerato da tutti ancora come un uomo cattivo per Antonio era diventato davvero quel nonno che non aveva mai conosciuto.
    Un brutto giorno però il destino si intromise tra loro tentando di separarli per sempre e annullando quanto di buono avevano costruito durante quei due anni. Franz infatti venne arrestato e, dopo un lungo interrogatorio venne condotto nel carcere di un paese vicino in attesa di essere processato. Il piccolo Antonio, ignaro di quanto accaduto, anche quella mattina si recò presso la tenuta di Franz ma, con sua grande sorpresa non trovò anima viva; una signora che abitava lì vicino lo informò dell’arresto del vecchio e che avrebbe potuto trovarlo nel vicino carcere. A questa notizia Antonio scoppiò in un pianto dirotto; non riusciva infatti a capire di quale crimine fosse accusato quell’uomo che era stato tanto buono con lui.
    Il giorno seguente Antonio si recò a trovare Franz nella sua cella; il vecchio agli occhi di Antonio era irriconoscibile ma, dopo l’iniziale sgomento, il bambino gli chiese:
    - “Cosa hai fatto di tanto grave per essere rinchiuso in questa orribile cella?”
    - “Ragazzo mio” rispose commosso Franz, “durante la guerra ho commesso dei crimini orrendi, io facevo parte delle S.S. e ho fatto uccidere migliaia di persone  e per questo merito di essere qui”.
    Le parole dell’anziano Franz lasciarono perplesso il piccolo Antonio che rimase senza parlare per un po’ di tempo. Nonostante questa triste rivelazione, il fanciullo decise di rimanere ugualmente accanto a Franz perché in fondo gli era riconoscente per ciò che aveva fatto per lui.
    Un giorno però Antonio trovò Franz nell’infermeria del carcere disteso su un lettino; il vecchio era stato colto da un infarto e stavolta sembrava davvero che per lui non ci fosse più nulla da fare. In punto di morte Franz trovò il fiato per fare un’ultima ma molto significativa confessione:
    -“Ragazzo mio, durante il periodo della guerra sono stato io a portarti  via tuo nonno ed è solo colpa mia se non hai mai potuto conoscerlo; se adesso mi odi non ti biasimo”.
    - “Odiarti? Io posso solo perdonarti nonno Franz” replicò Antonio “tu mi hai accolto presso di te e mi hai reso felice; io sono orgoglioso di te”.
    - “Mi hai chiamato nonno”, rispose affaticato Franz “non avevo mai provato la gioia di essere chiamato così; ti ringrazio e ora posso davvero riposare in pace”.
    Poco dopo il vecchio chinò il capo e chiuse per sempre i suoi stanchi occhi; Antonio scoppiò in lacrime ma sapeva che da quel giorno in poi ci sarebbe stato il suo amato nonno Franz che da lassù avrebbe vegliato sulla sua giovane vita.

     
  • 09 aprile 2014 alle ore 12:50
    Una mamma molto speciale

    Come comincia: Si sentiva sola Monica in quel minuscolo appartamento situato al quarto piano di un enorme palazzo nella periferia a nord di Napoli. A farle compagnia era solo qualche sbiadito ricordo dei suoi genitori prematuramente scomparsi in un tragico incidente stradale e qualche amica che sporadicamente si recava a farle compagnia. Monica aveva soltanto 25 anni ma era già vecchia nel cuore; i problemi che aveva dovuto affrontare nel suo recente passato sembravano davvero insormontabili per la sua giovanissima età. Se ne stava lì seduta sul suo modesto divano stringendo fra le mani l’orsetto di peluche  che sua madre le aveva regalato da bambina: l’unico vero ricordo che aveva dei genitori.
    Fin da ragazzina aveva più volte espresso il desiderio di sposarsi e mettere su famiglia ma purtroppo anche l’amore le aveva sinora riservato delle amarissime sorprese. Spesso infatti si confidava con le amiche dicendo loro di non credere più nel vero amore e ogni giorno che passava se ne convinceva sempre di più.
    La ragazza, per potersi guadagnare da vivere, lavorava come commessa presso un negozio di abbigliamento ma nonostante questa professione le permettesse di vivere in maniera abbastanza dignitosa, nel cuore della giovane Monica persisteva quel senso di smarrimento e di insoddisfazione che aveva contraddistinto la sua persona fin dalla scomparsa dei suoi amati genitori. Sembrava quasi che avesse paura di tutto e di tutti infatti, ogni volta che qualcuno provava a fare amicizia con lei, Monica si comportava sempre in maniera distaccata e fredda come se volesse allontanare chi invece voleva starle accanto. Anna, la sua migliore amica, era disperata nel vedere Monica sempre più triste e chiusa in sé stessa e frequentemente cercava di coinvolgerla nelle sue iniziative. Al contrario di Monica, Anna era una ragazza molto solare e amava tanto divertirsi in compagnia dei suoi coetanei; erano frequenti le feste da lei organizzate a casa di amici che duravano fino a notte inoltrata con tanto di musica ad alto volume e che si concludevano sempre allo stesso modo: tutti infatti divoravano gustosi cornetti caldi alla marmellata.
    Dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto, Anna riuscì finalmente a coinvolgere Monica in una delle sue trovate. Una sera infatti Monica si unì alla comitiva di Anna e andarono tutti in un noto discopub napoletano dove a farla da padroni incontrastati erano il divertimento e la spensieratezza. Anche se inizialmente provò un po’ di comprensibile imbarazzo, Monica iniziò man mano a fare conoscenza con tutti i membri della comitiva parlando di sé e della sua vita fino a quel momento non proprio felice. Tutti sembravano ascoltare con attenzione le parole di Monica e dai loro volti era facile intuire che erano tutti disposti ad aiutare la ragazza a superare quel difficile momento.
    Proprio all’interno di quella comitiva, Monica fece amicizia con Giovanni, un ragazzo con una solida posizione sociale e dal carattere a prima vista molto socievole. Quella conoscenza sembrava destinata a stravolgere l’esistenza della dolce Monica; per la prima volta dopo molto tempo la giovane riusciva nuovamente a provare emozioni forti. Il suo cuore aveva finalmente ripreso a battere per un uomo. Giovanni infatti si dimostrò fin da subito un vero gentiluomo e più tempo trascorrevano insieme più i due ragazzi si convincevano di essere fatti l’uno per l’altra. Il giovane corteggiava Monica in maniera spietata; quasi ogni giorno amava regalarle una rosa rossa ed era solito riempirla di quelle semplici e piccole attenzioni che a una ragazza come Monica non potevano fare altro che piacere. Era trascorso pochissimo tempo da quando Monica e Giovanni si erano conosciuti eppure  quella solitudine e quel senso di smarrimento che per anni avevano caratterizzato la giovane vita di quella dolce fanciulla, sembravano un ricordo ormai lontano anni luce. Il tempo trascorreva e con esso cresceva l’amore tra Monica e Giovanni che si preparavano a vivere la loro vita da coniugi felici.
    Arrivò finalmente l’attesissimo giorno delle nozze ed entrambi i ragazzi non stavano più nella pelle per l’emozione. Il banchetto nuziale si svolse in una sontuosissima villa settecentesca proprio come la dolce Monica aveva sempre sognato.
    Monica era davvero felice, la vita matrimoniale procedeva a gonfie vele ma una nuova tegola era pronta ad abbattersi sulla felicità della ragazza. Un giorno infatti Monica cominciò a sentire delle strane nausee e dopo una approfondita visita medica scoprì di essere in dolce attesa. Presa dall’euforia immediatamente corse a casa per comunicare la bellissima notizia a suo marito Giovanni che però non si mostrò felice quanto lei.
    - “Un figlio?” esclamò ad alta voce Giovanni – “Ma sei matta? Non ho alcuna intenzione di crescere un bambino, sono ancora troppo giovane e non voglio assolutamente sentire i suoi continui pianti notturni”.
    A queste durissime parole di Giovanni, Monica non rispose ma si vedeva che il gelo era piombato nel suo cuore. Per un attimo provò la sensazione di essere tornata alla solitudine che aveva contraddistinto la sua adolescenza. Stentava a credere al fatto che colui il quale era riuscito a renderla la donna più felice del mondo le avesse voltato le spalle in quel modo.
    Da quel brutto giorno le lacrime di Monica non si contavano più; non faceva altro che piangere tutto il giorno e, come se non bastasse, si rifiutava di toccare cibo e man mano che il tempo passava appariva sempre più deperita e il suo stato non poteva altro che far male al nascituro; ormai era di nuovo sola e per di più con un bimbo in arrivo. Spesso cercava di rintracciare Giovanni chiamandolo ripetutamente sul cellulare per cercare di convincerlo a ritornare sui suoi passi ma i suoi tentativi si dimostrarono ben presto vani. 
    Con il passare dei mesi il pancione di Monica cresceva ma la tristezza non l’aveva ancora abbandonata fin quando una notte, una delle poche in cui la ragazza era riuscita ad addormentarsi, fece un bellissimo sogno. Monica sognò infatti sua madre ormai da tempo defunta.
    - “Figlia mia” disse la donna stringendo le mani di Monica “il bimbo che porti in grembo è un dono che il Signore ha voluto farti e non sarai sola a tirarlo su. Papà ed io ti aiuteremo da quassù a prenderti cura di lui”. 
    Queste parole rappresentarono una scossa per la giovane donna la quale l’indomani si svegliò di umore decisamente diverso. Raccontò l’accaduto anche alla sua migliore amica che la incoraggiò a intraprendere questo nuovo ruolo: la mamma. Anche gli amici di Anna, che Monica aveva conosciuto durante quella festa, invitarono Monica a scrollarsi di dosso il passato e di godersi questo momento magico.
    Arrivò finalmente il fatidico giorno del parto; Monica venne accompagnata in ospedale da una vicina di casa e dalla sua migliore amica Anna e, dopo un  po’ di iniziale fatica, venne alla luce quel dono che quella giovane e tenera ragazza aveva sempre sperato di ricevere. Era una femminuccia ed aveva i suoi stessi occhi. Da quel giorno, nell’abitazione di  Monica, si registrava un continuo via vai di amici che si apprestavano a rendere omaggio alla piccola appena nata e fu proprio in questo periodo che Monica si rese conto di essere una mamma davvero speciale perché capì di poter allevare quella dolce creatura con il solo aiuto spirituale di sua madre e quello materiale dei suoi amici dimenticando per sempre la tristezza provocatale dall’uomo che tanto aveva amato ma che l’aveva lasciata sola nel momento in cui avrebbe maggiormente avuto bisogno di lui.

     
  • 09 aprile 2014 alle ore 12:43
    Un giorno meraviglioso

    Come comincia: Era quasi arrivata la primavera, sulle piante di quel paesino situato sulle prime pendici delle Alpi facevano capolino i primi fiori quando Paola si accingeva a preparasi a quello che sarebbe stato il giorno più bello della sua vita. Era una ragazza dolce e molto sensibile e amava a tal punto il suo Alessandro che si diceva pronta a commettere per lui qualsiasi tipo di follia e, da ormai molto tempo, progettava un matrimonio fuori dai canoni abituali. La sensibilità di Paola si notava soprattutto dai piccoli ma significativi gesti che quotidianamente amava compiere. La ragazza infatti era spesso occupata in attività di volontariato perché aveva sempre avuto un occhio di riguardo verso chi, diversamente da lei, soffriva e aveva bisogno d’aiuto. Aveva molti sogni da realizzare questa giovane donna; infatti, dopo essersi brillantemente laureata in giurisprudenza, sognava di diventare un affermato avvocato ed essere continuamente dalla parte di coloro che sono nel giusto.
    In casa della dolce Paola, durante il periodo che precedeva le nozze, erano tutti in costante fibrillazione a causa dei preparativi; la giovane era solita farsi aiutare dai suoi genitori i quali le erano sempre vicini quando si trattava di prendere una decisione importante ma soprattutto in quei piccoli momenti di difficoltà che tutte le ragazze della sua età normalmente si trovano qualche volta ad affrontare. In quella casa, dove tutto aveva un dolce profumo di fiori d’arancio, regnavano sentimenti fortemente in contrasto tra loro. Se da un lato c’era la felicità per quel giorno da sempre atteso da Paola, dall’altro la ragazza si interrogava continuamente circa le sue capacità di essere una buona moglie per il suo Alessandro ma soprattutto una buona madre per i suoi futuri bambini. Paola aveva soltanto ventisei anni e l’idea di essere moglie e madre la entusiasmava ma, allo stesso tempo la spaventava anche un po’.
    Altrettanto contrastanti erano i sentimenti che si leggevano negli occhi dei suoi genitori soprattutto in quelli di suo padre; da un lato la felicità per il matrimonio della sua primogenita dall’altro la consapevolezza che di lì a poco avrebbe dovuto distaccarsi da quella figlia per la quale nutriva un’adorazione senza limiti.
    Nella famiglia di Paola, da sempre molto unita, Alessandro era stato accolto in maniera a dir poco splendida; i genitori della ragazza avevano immediatamente compreso quanto il giovane fosse importante per la loro figlia e, praticamente da subito, avevano cominciato a trattarlo come se fosse anch’egli loro figlio.
    Alessandro, terminata la specializzazione in odontoiatria, era avviato verso una più che promettente carriera di dentista e sperava di affermarsi almeno quanto suo padre che già da molti anni svolgeva con successo questa professione. I sentimenti di Alessandro nei confronti di Paola erano altrettanto intensi ed anche il giovane, come la sua ragazza, si diceva pronto ad affrontare qualsiasi situazione anche la più complicata pur di rendere felice l’amata Paola.
    Nonostante fosse più grande di Paola di qualche anno, anche Alessandro trascorreva gran parte del suo tempo ad interrogarsi circa la buon riuscita del matrimonio e sulle sue capacità di essere un buon marito e un buon padre anche se spesso il desiderio di sposarsi e mettere su famiglia prevaleva sui dubbi del giovane.
    Intanto i mesi trascorrevano inesorabili e la data delle nozze si faceva sempre più vicina e Paola e sua madre erano sempre più indaffarate nei preparativi; c’erano ancora tantissime cose da decidere: le bomboniere da dare a parenti e amici, l’organizzazione del ricevimento nuziale e la chiesa. Paola desiderava una cerimonia religiosa da sogno come, altrettanto da sogno, doveva essere tutta quella giornata che doveva rappresentare una svolta decisiva per la vita di questa giovane donna. Paola diceva sempre che ci si sposa una sola volta nella vita e voleva quindi che tutto andasse liscio secondo i suoi piani. Anche in casa di Alessandro ci si preparava con grande fervore a questo evento; il giovane era impegnato a scegliere il vestito da indossare il giorno delle nozze ma la scelta si presentava molto difficile poiché il ragazzo aveva gusti molto sofisticati per quanto riguarda l’abbigliamento.
    Purtroppo, un brutto giorno, una cattiva notizia finì per offuscare la felicità di questa giovane ed innamoratissima coppia. Già da un po’ di tempo Paola soffriva di forti dolori allo stomaco e dopo aver sottovalutato a lungo il problema, la giovane decise di recarsi da uno specialista che dopo averla sottoposta ad esami più approfonditi le diagnosticò un cancro. Questa triste rivelazione gettò nello sconforto più profondo Paola e la sua famiglia poiché non avevano la più pallida idea di come si potesse sconfiggere quel bruttissimo male. In un primo momento la ragazza decise di non dire nulla al suo promesso sposo per evitargli stress e preoccupazioni; la coppia s’incontrava tutti i giorni e Paola non faceva trapelare nulla della sua malattia mostrandosi continuamente con il sorriso sulle labbra.
    Intanto i genitori della giovane erano sempre più disperati per le sorti della loro figliola anche perché non si riusciva a trovare una cura adeguata a sconfiggere in maniera definitiva la malattia dato che i metodi tradizionali non erano riusciti nell’intento.
    Una sera, mentre le due famiglie al completo si trovavano a casa dello sposo per definire alcuni dettagli del matrimonio, Paola svenne improvvisamente; poco dopo il ricovero nel vicino ospedale ricevette la visita del suo promesso sposo e decise quindi di rivelargli tutto.
    - “Amore mio” sussurrò Paola con voce rotta dal pianto, “mi è stato diagnosticato un bruttissimo male e credo che non potremo mai più coronare il nostro sogno”. Alessandro, con voce altrettanto singhiozzante le rispose:
    - “Ma che dici mio dolce tesoro, presto guarirai, ci sposeremo e andrà tutto come avevamo progettato. La nostra vita insieme ci aspetta e non possiamo assolutamente mancare”. A queste parole di Alessandro, Paola scoppiò in lacrime perché il desiderio del suo sposo era anche il suo desiderio e voleva realizzarlo a tutti i costi.
    Con il trascorrere del tempo il viso di Paola diventava ogni giorno più pallido e più spento affievolendo sempre di più le residue speranze di una guarigione completa della ragazza.
    Dopo molti tentativi falliti, fortunatamente per Paola si aprì un piccolo spiraglio; il padre di Alessandro, affermato dentista, la indirizzò presso un famosissimo oncologo italiano che operava in un importante ospedale di Parigi. Lì Paola sarebbe stata sottoposta ad un delicato intervento chirurgico che avrebbe dovuto restituirle la vita. Fu così che la ragazza decise di partire ed affrontare quella difficile operazione; insieme a lei c’era anche l’amato Alessandro che in questi momenti così critici non l’aveva mai abbandonata. Il giorno dell’operazione era arrivato e mentre Paola si trovava in sala operatoria, i membri della sua famiglia e quelli della famiglia di Alessandro attendevano con trepidazione l’esito dell’intervento. Fu una totale esplosione di gioia, quando uno dei medici dell’équipe uscì dalla sala operatoria e comunicò alle due famiglie che l’intervento era perfettamente riuscito e che la ragazza era fuori pericolo.
    Dopo un lungo periodo di convalescenza la ragazza tornò a casa con il cuore colmo di gioia; ormai aveva sconfitto il suo male e poteva così coronare il suo sogno d’amore con il fidanzato Alessandro. Questa brutta esperienza aveva di certo aiutato Paola a crescere e a capire ancora di più quanto fosse importante avere accanto una persona come Alessandro ma soprattutto una vera famiglia.
    Arrivò il tanto atteso giorno delle nozze; i due ragazzi decisero che la cornice del loro matrimonio doveva essere Parigi: la città che aveva fatto rinascere Paola. Fu così che la tragica esperienza di Paola ebbe il suo epilogo con un giorno davvero meraviglioso, un giorno che avviava Paola ed Alessandro verso una nuova vita da sposi e futuri genitori felici.

     
  • 08 aprile 2014 alle ore 15:12
    Un angelo chiamato Rashida

    Come comincia: Il suo sorriso sembrava quello di una bimba felice, ma dentro di sé aveva la tristezza di chi ha perso tutto. I suoi occhi verdi rapivano chiunque li guardasse, ma il suo sguardo triste non smetteva mai di chiedere affetto.
    Si chiamava Rashida, una dolce creatura di appena otto anni che viveva in un modesto villaggio situato nella periferia di Nairobi. Dei suoi genitori naturali non conservava altro che qualche sbiadito ricordo; essi, infatti, avevano perso la vita durante una guerriglia fra tribù quando lei era poco più che una neonata.  Benché trascorresse le sue giornate in compagnia degli altri bambini del villaggio, sul suo volto si leggeva l’insoddisfazione di chi doveva lottare contro il mondo per avere scampoli di felicità
    Viveva con l’anziano nonno in una modesta abitazione dove le moderne comodità rappresentavano un sogno irrealizzabile. Il nonno, un uomo dal carattere burbero, l’aveva presa con sé dopo la morte dei genitori, ma la vita di Rashida con lui non era per nulla tranquilla.  Ogni giorno infatti, la piccola era costretta a subire le sue cotinue vessazioni e le sue continue percosse che lasciavano segni indelebili nel suo cuore oltre che sul suo corpo. I suoi pianti facevano ormai parte della normalità prevalendo sui sorrisi: sempre più sporadici. “Ti prego nonnino non picchiarmi di nuovo” era la frase che la piccola Rashida urlava al nonno quando questi era in procinto di mettere le mani sul suo giovane corpicino.
    In quel piccolo villaggio del Kenya, almeno una volta l’anno era solito arrivare un gruppo di giovani volontari italiani tra cui spiccava Carla: una donna dolcissima di Napoli che conservava dentro di sé una gran voglia di aiutare il prossimo. Anche lei come Rashida aveva avuto un’infanzia travagliata ma col tempo era riuscita ad ottenere tutto ciò che voleva: un lavoro redditizio, un compagno di vita meraviglioso e dei figli stupendi che l’adoravano. Carla e la piccola Rashida iniziarono a conoscersi e ben presto tra loro nacque un rapporto di tenera amicizia; trascorrevano molto tempo insieme e la bambina sembrava rinascere. Grazie a Carla, Rashida aveva imparato le prime parole in lingua italiana e a contare fino a dieci. La piccola sembrava divertirsi molto dimenticando le angherie quotidiane di suo nonno. Ogni giorno era pieno di sorprese, ogni volta un nuovo gioco e per Rashida, le giornate in compagnia di Carla sembravano davvero interminabili.
    I mesi trascorrevano e il rapporto tra la piccola Rashida e la volontaria italiana Carla si rafforzavano sempre di più. Dormivano in camere separate ma Carla non disdegnava di mettere personalmente a letto Rashida e di rimboccarle le coperte. Il tempo le rese sempre più come una vera madre e una vera figlia. Molto spesso Carla raccontava alla piccola storie di maghi e supereroi che Rashida ascoltava con molta attenzione. Ogni giorno inventavano sempre nuovo giochi e per Rashida sembrava tutto un sogno; le vessazioni e le percosse subite dall’anziano nonno le sembravano lontane anni luce.
    Arrivò però un triste giorno per entrambe. La permanenza di Carla in Kenya non poteva durare per sempre e giunse così per Carla e la piccola Rashida, il momento della separazione. Quella mattina Carla si era alzata molto presto per sistemare  le ultime cose in valigia, aprì piano la porta della camera di Rashida e la vide che dormiva raggomitolata nel suo lettino. Voleva avvicinarla per darle un bacio sulla guancia ma aveva paura di svegliarla quindi uscì, con gli occhi gonfi di lacrime, richiudendo piano la porta. Carla non aveva ancora trovato il modo per dare alla piccola la notizia della sua imminente partenza e solo il pensiero la faceva star male.
    Poco dopo Rashida si svegliò, andò da Carla e come ogni mattina le tese le braccia al collo ma quell’abbraccio aveva un sapore diverso: quello dell’addio.
    “Ascolta piccolina” disse Carla con voce rotta dal pianto “io oggi putroppo devo partire, devo ritornare in italia. Ho i mei due bimbi che mi aspettano e non posso far mancare loro il mio affetto per troppo tempo. Rashida non capiva ancora benissimo l’Italiano ma comprese che doveva allontanarsi da colei che per mesi era stata come una vera mamma; scoppiò quindi in un pianto dirotto.
    “Perché te ne vai, non voglio che mi lasci” singhiozzava la piccola in un italiano ancora stentanto “ ti voglio troppo bene per lasciarti andare via”.
    Carla era spiazzata dalle parole della piccola, aveva il desiderio di portarla con sé in Italia ma le autorità Keniote glielo impedivano.
    Dicevano che la bambina doveva restare in Kenya con suo nonno, era quella la sua famiglia.
    Carla era disperata, voleva a tutti i costi Rashida con sé e il pensiero di non rivederla le provocava un’enorme stretta al cuore. Carla rientrò in Italia e l’abbraccio dei suoi due bambini le fecero dimenticare, almeno per un po’, il dolce volto bisognoso d’affetto di Rashida ma il suo pensiero volava costantemente in Kenya. La piccola Rashida scriveva a Carla tutti i giorni che tra le lacrime leggeva le sue lettere; dentro di sé sperava sempre di portare in Italia Rashida e di adottarla legalmente. La felicità per Carla non tardò ad arrivare; un giorno infatti ricevette una lunga lettera dall’ambasciata italiana in Kenya in cui si diceva che il nonno di Rashida era venuto a mancare e la bimba aveva bisogno di una vera famiglia. Queste parole provocarono un sussulto di gioia nel cuore di Carla che diede subito la bella notizia ai suoi due figlioletti. I piccoli erano felicissimi della nuova sorellina africana e dopo qualche giorno, Carla, con famiglia a seguito partì di nuovo per il Kenya. All’arrivo in aeroporto trovò l’ambasciatore italiano con la piccola che non esitò ad abbracciare forte Carla non appena la vide. “Piccola” le disse Carla, “domani ripartiremo per l’Italia e resterai con noi per sempre. Sono io la tua mamma. Ecco, questi sono i tuoi due fratellini”. L’indomani ripartirono tutti per l’Italia insieme a quell’angelo chiamato Rashida che con il suo sorriso, aveva dato a quella famiglia, una nuova ventata di felicità.