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in archivio dal 08 nov 2007

Massimo Di Rienzo

20 novembre 1966, Roma
Mi descrivo così: I'm just a red nigger who love the sea... I had a sound colonial education... I have Dutch, nigger and English in me... And yet, I'm nobody or I'm a nation
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  • 20 novembre 2007
    Desiderio o difesa

    Desiderio o difesa…
    Non sapere bene,
    se dichiarar la resa
    delle labbra,
    prosciugate
    dopo un lungo
    ed estenuante assedio
    o
    comprimere le vene,
    combattere con lacrime di sale
    questa febbre,
    come d'estate,
    quando un temporale
    è l'unico rimedio.

     
  • 12 novembre 2007
    Hemingway

    Svegliato dall'odore del pesce
    del mercato sotto casa.
    Tonni, merluzzi e grida,
    vecchie signore che annusano
    la mercanzia…

    Io le osservo e penso
    alla notte insieme a lei…
    Lasciare intere parti
    del suo corpo inesplorate
    e andare via…

    Come… Hemingway.
    Di notte, dopo la scrittura,
    lasciava che un'idea
    girasse ancora in testa
    e sulla scrivania…

    Suppongo lo facesse
    per la mia stessa,
    stupida ossessione.
    Sapere sempre, il giorno dopo,
    come riprendere la via…

     
  • 12 novembre 2007
    Sparatemi sulla luna

    Disse la morte:
    - Ho considerato praticabile l’ipotesi
    di farmi sparare sulla luna.
    Una specie di ultimo desiderio.
    Oppure una compensazione
    per il fatto che l’Umanità
    spara ancora sull’Umanità
    … inerme… -


    … morte…
    Sono croccanti i tuoi pensieri.
    Sopportare anni di praticantato
    tra vite complicate
    ti ha reso complessa.
    Io ti ho stupito,
    con insulse associazioni.
    Ma stai cambiando in fretta.
    Ti adatti al resto della ciurma.
    E non c’è parte di me
    che non cambia insieme a te.

     
  • 12 novembre 2007
    MIsurazioni

    La distanza tra il ginocchio e la caviglia,
    piglia un paio di palmi e butta l'occhio
    sul polpaccio largo, che poi diventa stretto.
    Alla base c'è un groviglio di peli.

    Mi si inumidisce di sudore,
    se si muore di caldo o quando flescio
    in mezzo al casino e mi agito.

    (Esagero?)

    Il mio pugno, delle dimensioni di un panino,
    fino come la caviglia, è in condizioni
    pessime, visti i segni che ci lascio
    con i denti e per la pelle scorticata.

    Non riesco quasi a stringerlo
    A saperlo, non passavo gli ultimi sei mesi
    A smozzicare unghie.

    (Esagero?) - Forse esagero -

    La distanza tra i capezzoli mi informa
    Della forma delle spalle… strette.
    Poco più di un palmo e mezzo
    Con al centro un buco magico.

    Dove cadono la rabbia e la paura.
    Rimbalzano così, nelle budella,
    da quando sono nato.

    (Esagero?) – Ora esagero –

    Ma se mi vuoi veramente…
    Ama il mio ginocchio,
    le mie spalle strette,
    il pugno fino e la caviglia.
    Ama ogni centimetro
    di questo corpo confliggente.

    Diga di fiume.
    Buconero di stelle.
    Satana di Dio.

     
  • 12 novembre 2007
    Kavafis vs Freddy Mercury

    Fatto ancora quel sogno,
    quello strano sogno che mi sveglia ogni mattina
    e mi lascia senza fiato
    con l'amaro in bocca
    - Non dovrei leggere
    Fino a tardi, lo so -

    Kavafis, il poeta 
    di Alessandria d'Egitto, dove si parla il greco
    inseguito per vie polverose
    da un Freddy Mercury sporco ed ubriaco
    che l'ha fatto suo
    sui gradini del famoso Faro…

    Così, mentre Freddy il focoso
    lo spingeva dolorosamente dentro,
    Kavafis teneramente piangeva,
    declamando i suoi bei versi.
    Ma Freddy andava avanti,
    noncurante.

    Non è proprio questo, forse,
    il destino del poeta?
    Che mentre il mondo glielo mette
    dolorosamente in culo,
    lui gli rivela la verità?
    Ma il mondo è noncurante.

    Distratto, disattento,
    diversamente affaccendato.
    Non cercherò un ruolo nuovo
    per il poeta. No.
    Mi batterò per trovargli
    una nuova posizione.

    Magari… caro il mio poeta,
    guardando il mondo dritto,
    negli occhi,
    gli puoi dire quanto puzza,
    quanto lo odi.
    Sarà costretto ad ascoltarti.

    Chissà. Ad una donna
    queste cose,
    non le avrei mai raccontate.
    Se non c'è la confidenza.
    O forse queste cose
    le riveli solo davanti al Creatore,

    che rischi di essere frainteso.
    Ma chissenefrega
    della poesia, del mondo,
    di tutti i Freddy Mercury
    che stanno in giro, se stanotte
    non c'è sonno per me.

     
  • 12 novembre 2007
    Le tue scarpe rosse

    Le tue scarpe rosse, i pois bianchi.
    Le tue mosse da regina sui tuoi fianchi
    stretti, come un acronimo.

    Non ho mai imparato l'arte
    di starmene a distanza, come Marte
    con la Terra, o come il dòmino,

    che se cade uno gli va appresso l'altro.
    O sono Orlando, Rosalinda, o sono il matto scaltro,
    che brucia dentro a un sordido pseudonimo.

    Dal giorno in cui la febbre ed il delirio
    aprirono il mio cuore a quel martirio,
    di cui "passione" è debole sinonimo,

    come un derviscio giro su me stesso
    e mi lascio trasportare nell'abisso
    di chi non ebbe mai d'amor battesimo.

     
  • 08 novembre 2007
    Forme di governo

    Amo le tue forme di governo.
    Vorrei svegliarmi accanto a te
    Accarezzare la tua democrazia

     

    Osservare immobile
    Una federazione di capelli
    Costituirsi sul cuscino

     

    Ascoltare l'aristocratico
    Battito del tuo cuore
    Gonfiarti il petto

     

    Mentre una rivoluzione
    Dolce e sanguinaria
    Gonfia la mia spada

     

    Sperare ancora
    Di contare col mio voto
    E addormentarmi di nuovo

     

    Sognando di restare
    Per sempre incatenato
    Alla tua folle tirannia

     
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  • 09 novembre 2007
    Padri e figli

    Come comincia: Dove ora c’è l’acquario, a casa mia, una volta c’era un pianoforte verticale. Faceva un bell’effetto, con il seggiolino di finta pelle e la lampada fissata sul leggìo. Era omogeneamente scordato di mezzo tono e perciò quasi tutte le canzoni che imparavo ad orecchio avevano delle tonalità impossibili, si bemolle, mi bemolle, la bemolle.

    Dopo tre anni di pallosissime lezioni avevo abbandonato le mie velleità artistiche. Come tutti i principianti avevo imparato a suonare solo i soliti classici, “Alla Turca”, “Per Elisa”, tutte quelle musiche per le quali quel genio di Massimo Civetta coniò una apposita categoria: “la classica commerciale”. Per qualche anno ho profondamente odiato il pianoforte, poi ho cominciato a considerarlo un bel mobile. Verso i quindici anni riprovavo a ticchettare timidamente sui tasti quando ascoltavo la musica allo stereo. L’orecchio non era male e così, come i bambini che smontano le macchinette per vedere come funzionano, mi divertivo a suonare appresso ai pezzi che mi piacevano di più per carpirne il segreto. Le quinte che poggiavano sulle dominanti, gli accordi di settima maggiore, di nona, le diminuite. Ad ogni tensione attribuivo una sensazione. Maggiore uguale enfasi, minore uguale impasse, settima minore uguale aspettativa, settima maggiore uguale consapevolezza, nona uguale piena risoluzione. Più andavo avanti più si complicavano le tensioni più il discorso tra me ed il pianoforte si faceva interessante.


    Nella stanza c’era anche il divano su cui mio padre amava adagiare le sue membra di ritorno dal lavoro. Può darsi per la stanchezza, può darsi anche a causa del suono conciliante del pianoforte, fatto sta che iniziava a russare violentemente. All’inizio mi ricordo che mi dava particolarmente fastidio, per un adolescente era davvero irritante mischiare l’arte con altre emissioni sonore, lo trovavo umiliante; così il concerto per archi e corde percosse, di solito, terminava nel momento in cui iniziava quello per trombe e tromboni. Poi, un po’ per necessità, un po’ perché in fondo ero io che avevo invaso il suo territorio, iniziai a convivere con quella strana situazione. Il ronfare era ritmico, di lunghezza pari a due battute piene. La tonalità era stabilmente ancorata al “fa” basso. Modificai, dunque, la struttura della musica per far sì che la mia arte rientrasse pienamente nei canoni della sua improvvisazione. Le tensioni dei giri armonici si dovevano sciogliere necessariamente al ritmo di due battute, così come le parti melodiche non potevano allontanarsi dai solidi binari della tonica, la scala del “fa”.


    Chissà, se ci avesse osservato qualche psicologo della terapia familiare da dietro uno specchio finto, forse lo avrebbe trovato un interessante esperimento per risolvere le tensioni ed i conflitti tra padri e figli.

     
  • 09 novembre 2007
    Anopheles murata tiger

    Come comincia: Marta, per comprendere la sua situazione affettiva, faceva un rapido conto degli sms in arrivo. E una volta aveva pure stabilito una soglia minima giornaliera di "incoming messages" sotto la quale, così aveva deciso, "stava messa male".

    Quattro. Esclusi, ovviamente, quelli della Vodafone, quelli della convocazione per la riunione dei molto-comunisti tristi amici suoi e quelli della madre. Quando me lo ha raccontato mi ha fatto così impressione che per un po' anch'io ho cominciato a fare caso agli sms che mi arrivavano.

    E non c'era poi molta differenza, le convocazioni alle partite di calcetto, le offerte farlocche delle compagnie telefoniche… Così, senza dircelo abbiamo preso a mandarci sms.

    Io a Marta e Marta a me.

    Tipo dei "rinforzini" per arrivare a fine giornata con quattro o cinque messaggi in memoria ed avere l'impressione di non essere poi così lontani dalla vita.

    Poi, stamattina, chissà con chi cavolo ha parlato, di punto in bianco, mi dice che dobbiamo smetterla di mandarci messaggi, che non è un comportamento da adulti, che non ci fa fare nessun passo in avanti e che ha fatto male a cascarci quando io, Davide Morini, ho iniziato a mandarli.

    Io ribatto che è stata lei a cominciare con questi messaggi, che non dobbiamo vergognarci se ancora abbiamo bisogno l'uno dell'altra e che queste prese di posizione filo-psicoterapeutiche hanno fatto più vittime al mondo di quante ne abbiano mai fatte tutte le epidemie di colera, vaiolo e peste messe insieme.

    Andiamo avanti a confrontarci per un po', ognuno restando ovviamente fermo sulle sue posizioni. Poi, proprio mentre sferro l'ultimo e decisivo attacco, rivolto questa volta alla sua amica che ho identificato come responsabile dell'improvviso dietrofront, "che si facesse i cazzi suoi una volta nella vita"… per un caso che non è mai un caso, i nostri occhi finiscono sul fastidioso particolare di una zanzara, spiaccicata sulla parete bianca in bellavista, ormai secca e stramorta visto che è una giacenza dell'estate scorsa e che nessuno di noi due ha mai avuto la benché minima decenza di rimuovere da quel muro.

    E' stato un attimo. Dall'orrenda visione Marta sposta il suo sguardo su di me e, non dicendomi niente, mi fa capire con un'unica espressione degli occhi, che la nostra conversazione è finita e che non c'è niente altro da dire.

    Per comprendere la reazione di Marta occorre andare indietro nel tempo. Quando eravamo a scuola e il professore si dava da fare inutilmente per farci capire che gli inglesi hanno due parole per indicare "casa".

    "House" che sarebbe la costruzione, la struttura fisica, e "Home" che è il cosiddetto "focolare domestico". Con Massimo Civetta la questione del "focolare domestico" mi ricordo che fu a lungo sviscerata. Fino al punto che decidemmo che la lingua inglese fosse troppo sofisticata per i nostri gusti nonché indolentemente anti-economica visto lo spreco di parole inutili. Così tornammo alla nostra occupazione prevalente che era prendere per il culo il professore.

    Ma poi ti succedono questi fatti, a distanza di tanti anni, che ti fanno capire che il professore c'aveva ragione, che i due significati esistono veramente e che della nostra casa, della mia e di Marta, è rimasta soltanto la costruzione, la struttura fisica, mentre del focolare domestico nessuna traccia. E quella zanzara morta e stramorta è solo una delle mille testimonianze.

    Esco con la vaga sensazione che c'ha ragione lei e che è il momento di farla finita con questa agonia.

    Attraverso il vialetto di casa che è diventato una jungla. Le piante che ho messo ai bordi, infatti, invadono metà del ciottolato e, ovviamente, nessuno ha pensato di potarle a causa della sindrome che da oggi chiamerò della "anopheles murata tiger".

    Ho bisogno di un pensiero… tipo… un "negroni" mentale. Che mi tolga l'amaro e mi faccia planare su questa giornata in maniera decente.

    Così penso a cosa avrebbe potuto dire l'anziano Maestro Zen Massimo Civetta se fosse ancora con me ed avesse assistito alla scena precedente.


    Credo che lui mi avrebbe apostrofato con queste semplici parole:

    - Morini. Sei sempre stato un fallimento su molte cose. Ma sull'argomento botanica/giardinaggio fai veramente impressione. Devo purtroppo constatare che alcune ovvietà relative al mondo vegetale ancora ti sfuggono. Ora, si sa che le piante spesso compiono traiettorie contorte, si arrampicano sui muri, sui lampioni, ti invadono il vialetto di casa. Ma di una cosa puoi stare certo. L'unica cosa che cercano è la luce del sole. Ed in questo sono diverse da noi. Anche noi ci arrampichiamo spesso sugli specchi, invadiamo la vita degli altri, soffocandoci a vicenda. Al contrario delle piante, però, non è detto che facciamo tutto questo per inseguire la felicità o, almeno, uno straccio di benessere. Come con questa patetica storia degli sms, Morini -

    Salgo in sella alla mia Vespa, rinfrancato dalle parole del Maestro e decido che stamattina mi lascerò guidare anch'io dalla luce del sole.