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Autore

Matteo Fagiano

in archivio dal 26 lug 2011

Torino - Italia

26 luglio 2011 alle ore 19:12

Johnny 99

Il racconto

“Via, via, viaaaaaa”.
Così grida Stecca mentre, nell’ordine, in poco meno di un secondo, spalanca la porta, resta agganciato alla maniglia con la manica della giacca, gira su stesso per liberarsi, inciampa, cade di faccia per terra, si rialza e si fionda giù per le scale.
Tu osservi, in apnea, le sue evoluzioni prima che la porta della 203 venga quasi scardinata dalla spallata di un uomo grosso come una cabina del telefono. Anzi, sono due. In un attimo riconnetti il cervello e lo programmi sulla funzione salvarsi il culo, dai uno spintone a Ivan e seguite Stecca per la rampa delle scale. Fai dieci gradini alla volta, non corri, in pratica salti, ma ogni volta rischi di spaccarti una caviglia. Vedi Ivan allontanarsi.
“Così mi beccano, cazzo, così mi beccano!” – pensi. Ti manca l’aria, niente ossigeno, ti sembra di averli addosso e la paura ti annebbia. Senti un gran casino, rumore e grida, a tratti, che non distingui bene ma che suonano tipo: “Brutti str……Se vi pren……ompo…ulo……Dove min…ensi di scap……esta di…zo”. Più o meno così.
Forte e chiaro, invece, è il rimbombo dei passi di ti insegue. Mai sentito un frastuono simile, sembra di stare al cinema, in dolby surround. “Deve avere il 50 di piede” – ti dici. Poi fai la proporzione con il resto del corpo e ti immagini delle mani giganti, tipo padelle e braccia enormi, ciclopiche, da mostro preistorico. Li hai dietro ormai, ne sei sicuro, adesso ti prendono per i capelli e ti staccano la testa con un colpo solo, il corpo si affloscia e il sangue schizza sui muri. Brutte scene.
Poi, la paura lascia uno spiraglio alla lucidità e ti convinci a fare un gradino alla volta. Cambi ritmo, prendi velocità, rivedi la sagoma di Ivan e poi l’atrio, il tappeto marrone con le decorazioni dorate, la porta che gira, il mondo libero, là fuori, la salvezza.
Uscite in strada insieme e correte verso la macchina.
Poldo sta fumando una sigaretta appoggiato al cofano. Quando si accorge di voi alza la testa al suo ritmo abituale. Lentissimo. Voi agitate le mani, gridate, urlate, sbraitate. O almeno così credete di fare, perché in realtà quello che viene fuori è un suono indistinto, come un rumore primordiale, che tradotto nella lingua corrente suonerebbe come: “Spegni quella cazzo di sigaretta, sali in macchina e metti in moto, che se non ci ammazzano loro ti uccidiamo noi”. Per qualche ragione inspiegabile, forse un recondito istinto di sopravvivenza, Poldo capisce e agisce. Sali per primo, dietro, con Stecca. Ivan si piazza davanti. “Vai”, ansima Ivan e Poldo parte, solo che lo fa in seconda, l’incredibile idiota. La Punto annaspa, strattone, ci pensa su, valuta se lasciarvi morire o no, poi decide di darvi un’altra possibilità e si muove. Ti volti in tempo per vedere i vostri inseguitori così vicini da distinguere le vene sul collo, la bava alla bocca, gli occhi iniettati di sangue e per cogliere – come dire – il loro evidente e comprensibile disappunto per non essere riusciti a mettervi le mani addosso e disperdere i vostri brandelli per tutto il quartiere.

“Dove vado?” – chiede Poldo. Ti volti verso Stecca: “Ho un piano, hai detto. Raga, ho un piano. Grandioso. Bravo”.
“Poteva funzionare, ce l’avevamo quasi fatta”.
“Si, a farci ammazzare”.
“Senti, come facevo a sapere che quelli erano in camera, abbiamo visto partire la macchina no?”.
“Ha ragione, non rompere i coglioni” – interviene Ivan. Si gira e ti guarda, con la sua faccia da Ivan, lunga, affilata, tagliente e i suoi occhi da Ivan, freddi, distaccati.
“Dove vado?” – chiede Poldo.
“Potevamo bussare, che ne so, sentire se c’erano rumori”.
“Magari ci aprivano, vero? Non dire stronzate” – taglia corto Stecca.
“Ci abbiamo provato. Cazzo almeno siamo riusciti a scappare” – aggiunge Ivan.
“Si, ma adesso cosa facciamo? Dobbiamo riprendere quegli orecchini”.
“ Non lo so Johnny, diccelo tu. È colpa tua se siamo in questa situazione” – ti dice Ivan, mentre Stecca alza le braccia come a dire: “sante parole”.
Sprofondi nel sedile. Non sai che dire e soprattutto non sai cosa fare. I tuoi amici sono incazzati e hanno ragione.
“Allora, dove vado” – chiede Poldo. Cerchi le sigarette, cerchi una soluzione tra le volute di fumo e intanto rispondi.
“Lontano, Poldo, vai dove vuoi, ma leviamoci di torno”.

A questo punto è necessario un intervento in corsivo in difesa del protagonista.
Non che tu sia un esempio di stile e sobrietà, per carità, ma a onor del vero, non sei neanche tamarro al punto da farti chiamare Johnny. Un soprannome non si sceglie, ma questo non è il tuo caso. La cruda realtà è che non è altro che il tuo vero nome: Johnny Spagnuolo. Non Jonathan o semplicemente John, ma Johnny, all’anagrafe, con due enne e la ypsilon. Figlio di madre strega e di padre boia, questo è il nome scelto per te.
Quindi gli amici ti chiamano Johnny, tu ti chiami Johnny, tutti ti chiamano Johnny, perché quello è il tuo nome, che per la cronaca è preso da una canzone di Bruce Springsteen. “Johnny 99”.

Ivan dice bene, con la sua tipica saggezza da Ivan, perché se siete nella merda è solo colpa tua. Tua e del tuo innato talento a ficcarti nei guai. Solo che, per usare una illuminante metafora alcolica, questa volta il guaio non è una birretta o un prosecchino, ma un cazzutissimo cocktail ad alta gradazione: due parti di “fantastica ragazza che fa perdere la testa”, una parte di “vecchio sadico boss di periferia”, una spruzzata di “maledetto destino”, una goccia di “potevo nascere da un’altra parte”, il tutto shakerato nell’”incontrollabile precipitare degli eventi”. Comunque, non per fare l’avvocato del diavolo, che anche tu, come tutti, sei incline a sporadiche nefandezze e hai i tuoi scheletri nell’armadio, ma proprio un diavolo forse…insomma, certo che è colpa tua. Ma come potevi saperlo, come potevi prevedere una simile, eccezionale, congiunzione astrale di sfiga. Non sei mica un mago, un veggente, un astrologo, un indovino, un cartomante, non hai mica uno stramaledetto pendolino da fare oscillare. Non potevi saperlo quando, con l’amore nel cuore, decidevi di fare un regalo alla “fantastica ragazza che fa perdere la testa”. Non potevi saperlo quando constatavi amaramente che i tuoi risparmi si avvicinavano ad una cifra facilmente approssimabile a zero. Non potevi saperlo quando riuscivi a scucire un po’ di soldi a tuo fratello e convenivi con i tuoi amici che la soluzione migliore sarebbe stata rivolgersi ad un’istituzione del settore: Provvidenza detta Enza.
Certo, sapevi che il campionario di Enza non è propriamente quello che si definisce un catalogo certificato e di “origine controllata” ma mai, assolutamente mai, avresti potuto sapere che le cose che stavi comprando arrivavano dal Lurido, quel maledettotossicogranfigliodiputtana del Lurido. Provvidenza detta Enza, non si direbbe, ha un codice morale molto rigoroso che si basa, in ogni sua applicazione pratica, su di un principio fondamentale riassumibile nell’antico aforisma zen: fatti i cazzi tuoi. Evitare di conoscere la provenienza della merce che compra e poi rivende è il suo modo di tutelarsi. Come darle torto? È così che Enza fa il suo lavoro ed è così che sopravvive, da anni. Per questo motivo, quando il Lurido, quel maledettotossicogranfigliodiputtana del Lurido, si è presentato da Enza per venderle quei cinque pezzi, lei non ha chiesto niente, pur sapendo che razza di elemento fosse il Lurido. I pezzi erano buoni, ottimi, oro bianco e pietre preziose e sul prezzo nessun problema. Con i tossici non si ragiona in soldi ma in sballi.
“Tranquilla. Una cosa pulita, secondo me era tipo un rappresentante” – le aveva detto il Lurido. Fosse stato meno fatto e con qualche neurone ancora operativo forse si sarebbe accorto che il distinto personaggio che stava rapinando, con una siringa gocciolante, portava stivali di pitone, cintura borchiata e lenti a specchio, non proprio l’abbigliamento tipico del rappresentante di preziosi. E forse, con più sangue e meno eroina in corpo, avrebbe dato più peso alla frase “tu non sai che cazzo stai facendo”, che può sembrare vagamente minacciosa, è vero, ma che va invece considerata un utile consiglio quando stai rubando i gioielli della figlia di Lauro Cianciana.
Signori…stiamo parlando di Lauro Cianciana, mica di Gamba di legno e Gargamella. Parliamo di Lauro Cianciana.

Che poi, con tutte le canzoni che Springsteen ha scritto e quei meravigliosi personaggi che saltano in macchina e corrono tutta la notte, con Mary al loro fianco e il vento nei capelli, alla ricerca del sogno americano, proprio quella canzone dovevano scegliere? Per intenderci, “Johnny 99” racconta la storia di un uomo che ha perso il lavoro e che una sera torna a casa ubriaco per aver mischiato Tanqueray e vino, spara un colpo di pistola e ammazza un portiere di notte. Condannato a 99 anni di prigione da un giudice chiamato John Brown l’Infame, Johnny dice: “Avevo debiti che nessun uomo onesto potrebbe pagare. La banca si teneva stretta la mia ipoteca e stavano per portarmi via la casa. Non dico che questo mi renda innocente, ma sono state molte cose a mettermi la pistola in mano”. Johnny fa rima con guaio, casino, destino.
Non che questo ti renda innocente, amico, ma con un nome così cosa ti aspettavi?

Ci sono persone che sostengono di non essersi mai innamorate, dichiarano di non riuscire ad abbandonarsi abbastanza, di non essere capaci di amare. Questo non è il tuo caso, no, tu finisci sempre cotto, stracotto, brasato, grigliato, impanato e servito flambè. Come con la “fantastica ragazza che fa perdere la testa”, così bella e intrigante, così simpatica e intelligente, così esageratamente perfetta che chiunque munito di un minimo di istinto di sopravvivenza avrebbe capito che bisognava girarle alla larga.
Ma tu sei un amatore, un moderno Casanova…Mr. Lover Lover…vero?
Era ovvio fin dall’inizio, tra l’altro, da come vi siete conosciuti, perché parliamoci chiaro: rimorchiare in discoteca è un utopia, come il paradiso terrestre, come la pace nel mondo, come la democrazia in Italia. Non è una cosa contemplata, non si trova nel libretto di istruzioni della vita, proprio non esiste, figuriamoci poi senza fare niente, senza sforzo, appoggiato tranquillo al bancone mentre aspetti un vodka sour, con la faccia di chi farebbe meglio a prendere un’aspirina e farsi portare a casa. Ti eri accorto di lei mentre si avvicinava. Il tuo “senso di ragno” ti aveva avvertito che trattavasi di gran figa. Ti eri quindi voltato lentamente, sfoderando il miglior sorriso del tuo vasto repertorio, il Clooney-Pitt…lo chiami così. Evidentemente lei ne era rimasta immediatamente impressionata e ammaliata perché aveva perso il senso del tempo e dello spazio, si era inciampata su un gradino e ti aveva versato mezzo Bloody Mary sulla camicia bianca nuova di pacca. Il tuo “senso di ragno” avrebbe dovuto avvertirti che trattavasi di situazione ad alto rischio: la conoscevi da un secondo e avevi già una macchia color sangue sul petto. Segnali da cogliere. Invece tu non avevi fatto altro che figheggiare, vi eravate guardati, occhi dolci, una battuta, un sorriso ed eri già decollato verso paesi lontani, sopra le nuvole, eri sulle montagne russe, eri a Disneyland.
Tutto questo succedeva tre giorni prima dell’incauto acquisto. Prima cioè di farti venire la brillante idea di fare lo splendido e di regalare qualcosa alla “fantastica ragazza che fa perdere la testa”. Prima di contattare Provvidenza detta Enza e comprare quegli orecchini che il Lurido, quel maledettotossicogranfigliodiputtana del Lurido, aveva rubato alla figlia di Lauro Cianciana.

- Breve biografia non autorizzata di Lauro Cianciana -
Se non fosse che non ha paura di niente e di nessuno, Lauro Cianciana si farebbe paura da solo, molta molta paura. Lauro Cianciana è nato cattivo, è cresciuto cattivo ed è invecchiato cattivissimo, collezionando una serie di soprannomi che possono rendere l’idea della sua cattiveria meglio di mille parole: il Piranha, il Macellaio, l’Impalatore, Coroner, Succhiavita, Tabula rasa, Hiroshima, il Mietitore, l’Anonimo Sanguinolento. Furbizia, un’intelligenza acuta, e violenza senza limiti, non necessariamente in questo ordine, hanno fatto di lui il capo indiscusso e temuto di gran parte della città. Poco si conosce dei suoi primi anni di vita, ma pare che il piccolo Lauro fosse già il terrore dei suoi compagni scuola. A quindici anni spacciava tanta droga che la Colombia cominciava a sentirne la concorrenza e, finiti gli studi con discreti risultati, il soggetto si dedicava all’attività criminale a tempo pieno. Poco dopo, però, finiva arrestato per una misteriosa vicenda e si faceva cinque anni di carcere, periodo che Lauro ama ricordare come i suoi anni università. Dai trent’anni in poi le tracce diventano meno chiare e la vita di Cianciana si adombra di enigmi e incognite. Quello che ci è dato sapere è che alle prime avvisaglie di capelli bianchi Lauro Cianciana era già il boss più temuto della città e che ancora oggi nessuno osa mettere in discussione questo dato di fatto. Nota di colore: pare che il suo ennesimo, eloquente, soprannome Millecazzi si debba alle sue impressionanti capacità amatorie e alle innumerevoli conquiste collezionate negli anni.

Stavate giocando a biliardo, quando era arrivato Gollum. In realtà tu e Ivan stavate giocando. Stecca e Poldo erano immersi in una delle loro solite discussioni.
“Ciccio…questa notte ho capito una cosa. Io sono la reincarnazione di Jim Morrison”.
“No, è impossibile”.
“Perché, scusa. Guardami, sono bello, affascinante, intelligente, pieno di talento e dannato quanto basta”.
“Sì, sì, ma è impossibile”
“Non essere diffidente, ciccio, ho avuto un’illuminazione. Quando è morto la sua anima è, come si dice, trasmigrata e si è reincarnata nel mio splendido corpo”.
“Ho capito, ma è impossibile”.
“Impossibile?”
“Impossibile”.
“Io non so, ma perché mi devi fare incazzare?”.
“Ma io non voglio farti incazzare ciccio, solo che quello che dici è impossibile”.
“E perché, di grazia?”.
“Perché Jim Morrison non è morto. Io l’ho incontrato. Al mare, questa estate. Vende memorie per cellulari in spiaggia”.
“Memorie per cellulari?”.
“Mm mm”.
“Sicuro?”.
“Mm mm”.
“Ma dai?”.
“Già. Ci siamo scambiati il numero e ogni tanto ci sentiamo”.
“Beh, minchia, salutamelo quando lo senti”.

Stavate giocando a biliardo, insomma, quando era arrivato Gollum. Lo aveva anticipato il silenzio, quello di chi ha paura e che fa paura. Lui non era Smigol, quello buono, lui era proprio Gollum, quello che ti parla piano e sssstai ssssicuro che non ti ssssta per dare buone notizie.
“Stronzetti” – aveva esordito – “Il signor Cianciana mi ha pregato di dirvi che forse avete qualcosa che gli appartiene”. Non avevi mai provato, fino a quel momento, la sensazione del ghiaccio nelle vene.
“Adesso vi racconto una storia, per darvi un aiutino. Il signor Cianciana aspettava delle cosine che aveva comprato per la figlia, roba preziosa, di qualità. Purtroppo, però, queste cosine non sono mai arrivate a destinazione. Pare che un tossico abbia avuto la cattiva idea di rapinare il nostro uomo”.
Prima goccia di sudore.
“Come forse immaginate il signor Cianciana non ha gradito, si è risentito. Si è, come dire, incazzato a morte”.
Seconda goccia di sudore.
“Fortunatamente abbiamo scoperto che le preziose cosine sparite erano state comprate dalla nostra comune amica Provvidenza detta Enza e lei è stata così gentile da riconsegnarle. Ma c’è un problema”.
Terza goccia.
“Sembra proprio che uno di voi stronzetti abbia comprato da Enza degli orecchini. Al signor Cianciana non interessa sapere chi sia stato, per lui siete stronzetti uguali, ma sarebbe molto, molto contento di riaverli indietro”.
Tante gocce.
“Diciamo entro questa sera? Sapete dove trovarci”.
Anche dopo che se ne era andato ti sembrava di sentire la esssse sssssibilarti nel cervello.

Panico. Confusione. Lucidità. Azione.
Dopo un breve ed educato scambio di battute durante il quale i tuoi amici ti ringraziavano per averli messi in quella piacevole situazione, hai deciso di prendere in mano le redini del gioco e risolvere tutto con una telefonata alla “fantastica ragazza che fa perdere la testa”. Niente di più semplice. Grande. Impeccabile. Geniale. Mr. Sangue freddo. Ti chiamavano Bruce Willis.
Peccato che il cellulare era spento, che l’unico indirizzo che avevi era di un albergo e che lei ti aveva detto che quella sera non ci sarebbe stata. “Proviamo a vedere se la troviamo in albergo”, avevi ipotizzato. Quello che non dicevi era che, nei tre giorni passati insieme, la “fantastica ragazza che fa perdere la testa” era stata tanto meravigliosa quanto misteriosa ed enigmatica. Ti aveva detto di essere in città per incontrare una persona, ma non aveva aggiunto altro e a te, in fondo, non interessava. Ogni volta che doveva rientrare in albergo faceva una telefonata e in pochi minuti arrivava una macchina con due strani energumeni, tipo guardie del corpo, con la faccia scolpita nel marmo, i movimenti da Robocop e i vestiti sempre sul punto di strapparsi. E tu a fantasticare. Sarà un’attrice, un’emergente, magari è famosa all’estero. Oppure è una cantante, una ballerina. No no…è la figlia di un Ministro, di un pezzo grosso. Avrà una doppia vita. Protezione testimoni. Chissà?
Mentre raggiungevate l’albergo, in macchina, hai raccontato tutto agli altri.
“Secondo me è la nipote di Jim Morrison” – ha detto Stecca.
“Impossibile, proprio ieri mi diceva che non ha avuto figli” – ha risposto Poldo.
Continuavano.

Speravi di trovarla in albergo.
“Perdonami” – le avresti detto – “Devi capire che io e miei amici rischiamo grosso. Siamo abituati al rischio, questo è vero, sempre sull’orlo dell’abisso, ma non preoccuparti per me, baby, riuscirò a cavarmela anche questa volta. Solo ridammi gli orecchini che ti ho regalato…ti prego”. Stavate posteggiando, quando l’hai vista uscire, salire in macchina, accompagnata dai due bestioni, e partire. Neanche il tempo di mettere mano alla portiera che se ne era già andata e voi non sapevate dove, fino a quando, perché. Potevate seguirla, ma guidava Poldo ed è tutto detto: tua cugina in triciclo sarebbe stata più veloce. Era una situazione di stallo, un vicolo cieco, ma poi il tuo “senso di ragno” ti ha proiettato un’immagine nella testa, chiara, precisa, una frazione di secondo, ma inequivocabile, impossibile sbagliare.
“Non li aveva. Non aveva gli orecchini”, hai detto.
“Magari li ha lasciati in camera”, ha ipotizzato Ivan.
“Allora andiamo a prenderli e facciamola finita”, ha proposto Stecca.
“Io vi aspetto in macchina”, ha chiuso Poldo.
Cazzo che squadra.
Effettivamente, nell’ascoltarlo, il piano di Stecca sembrava infallibile.
Siete entrati nell’albergo con passo deciso, verso la reception. Ivan ha chiesto, con la sua voce da Ivan, calma, sicura, convincente: “Scusi, non ricordiamo il numero della camera, ma è quella di fianco alla ragazza che è appena uscita, la signorina bionda.
“Si, certamente, il vostro nome?”.
“Un momento” – e poi, rivolto a noi – “Amici, scusate, che nome abbiamo dato?”..
“Non so se il mio”. “O forse il mio”. “Possibile, mi sembra di ricordare che…”.
“Era mica Ferraresi?”, il receptionist si era già stufato.
“Ma certo” – ha ribadito Ivan – “visto che era il mio”.
In ascensore fino all’ottavo piano e poi, una volta dentro la 202, Stecca è saltato dal balcone su quello di fianco.
“La finestra è aperta. Voi aspettatemi in corridoio, faccio in un attimo”.
Effettivamente ha fatto in fretta. Molto in fretta. Ed è arrivato accompagnato.
Poi la corsa giù per le scale e la paura e la fuga riuscita per un pelo.

Adesso, mentre Poldo guida lento verso la parte più lontana della città, trovi le sigarette, ne accendi una per te e una per Stecca, che ancora trema sul sedile di fianco. Provi a far lavorare il cervello, a trovare una soluzione, ma non succede niente, vuoto totale, ti sembra di sentire l’eco dei pensieri rimbombare tra le vallate vuote delle tue sinapsi. Provi ancora a chiamare la “favolosa ragazza che fa perdere la testa” sul cellulare, ma è sempre spento: l’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile…e vaffanculo.
Vi andate a sedere al tavolo più appartato del locale più nascosto della parte più inculata del quartiere più isolato della città. Incominci a rilassarti ed è una sensazione piacevole, ma che dura poco, veramente poco. Ssssentite sssssibilare la esssse ancora prima di voltarvi e vedere Gollum che prende una sedia e si accomoda al vostro tavolo. “Allora stronzetti, che succede? Vi trovo un po’ tesi”.
Paura: forte movimento d’animo con turbamento dei sensi, per cui l’uomo è eccitato a fuggire un oggetto/soggetto che a lui pare nocivo.
“Ho due notizie per voi, una buona e una cattiva”. Ovviamente non ti aspetti che vi chieda quale delle due volete sentire prima. “Quella buona, e credetemi se dico che non esiste notizia migliore, è che non avete più debiti con il signor Cianciana. Mi spiego meglio, per venire incontro ai vostri cervellini. Diciamo che il signor Cianciana, oltre a quella ufficiale, ha diverse altre famiglie, sparse per il mondo. Insomma, sapete anche voi quello che si dice. Diciamo anche che una bella biondina, in questi giorni, è venuta in città a trovare il suo paparino che non vede mai, per festeggiare con lui il suo compleanno. Diciamo che il papà aveva comprato delle cosine preziose da regalare alla figlia e che una serie di spiacevoli eventi avevano rischiato di compromettere il regalo. Spiacevoli complicazioni poi in parte risolte, ma solo in parte, perché mancavano degli orecchini che alcuni stronzetti avevano pensato bene di comprare a loro volta. Ora seguitemi, diciamo che quando la figlia va a trovare il papà e riceve parte del regalo, solo una parte perché gli stronzetti non hanno riportato quello che dovevano, la figlia si stupisce e mostra al padre degli orecchini ricevuti in dono da un ragazzo appena conosciuto. Non ci crederete mai, ma gli orecchini completavano perfettamente la parure di cosine preziose. Strana situazione vero?”
Silenzio di pietra, profondissimo, abissale.
“Strana, sì, ma questo vuol dire che vi è andata bene stronzetti. Non avete più debiti con il signor Cianciana”. Gollum si alza, sposta la sedia, poi si ferma.
“Dimenticavo la notizia cattiva, che sbadato. Il signor Cianciana si è raccomandato di farvi presente, se mai ce ne fosse bisogno, che se uno di voi stronzetti pensa ancora di spassarsela con sua figlia, è meglio che sia l’Uomo invisibile. Perché altrimenti lo troverà, anche in capo al mondo, gli staccherà i coglioni e li userà per farsi un altro bel portachiavi.
Un portachiavi? Un altro?
“È chiaro?”. Inutile dire che quest’ultima domanda Gollum la fa rivolto verso di te e poi con gli occhi sssscende lentamente verssssso il bassssso e ti guarda tra le gambe.
Terrore: spavento grave segnato dal color pallido e tale da produrre tremito nelle membra, da far piegare le ginocchia a chi ne è colpito.
Fate tutti sì con la testa. Tante volte. Veloci veloci.
Poi Gollum se ne va e vi lascia lì, nel vuoto del niente del nulla, con le vostre mille domande che non avranno risposte. Ti lascia così, senza spiegazioni, con l’unica certezza che l’immagine della “fantastica ragazza che fa perdere la testa” mentre sale in macchina sarà l’ultima a disposizione, quella che dovrai farti bastare per tutta la vita.
Arrivano le birre e con loro arriva la sensazione di averla scampata anche questa volta. Guardi i tuoi amici. Guardi Ivan, con il suo tipico essere Ivan, guardi Stecca, con la manica strappata e il sorriso sulle labbra e poi guardi Poldo, che mangia un hamburger al suo ritmo abituale…lentissimo. Guardi i tuoi amici. Veri amici.

“Ascolta ciccio, pensavo…”.
“Dimmi”.
“Com’è che ce li ha i capelli Jim Morrison?”.
“Senti, forse sarà dura, ma devo dirti una cosa”.
“Cosa?”.
“Jim…è…pelato”.
“Pelato?”.
“Mi dispiace”.
“Pelato?”.
“Sì, pelato. Però mi ha detto che appena può si va a fare il trapianto”.
“Ma dai…il trapianto?”.
“Già”.
“E come se li fa fare?”.
“Lunghi. Mi ha detto che se li fa fare lunghi”.
“Lunghi?”.
“Mm mm”.
“Figo”.
“Mm mm”.

Nell’ultima strofa Johnny 99 dice: “Perciò, vostro onore, credo che starei meglio da morto e visto che potete prendervi la vita di un uomo per i pensieri che gli girano in testa, perché non tornate a sedervi su quella sedia e riconsiderate il mio caso, giudice, un’ultima volta”.
Insomma, fatti coraggio, la verità è che non mai finita fino a che non lo decidi tu.

Ti chiami Johnny, amico, cosa ti aspettavi?

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