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Autore

Maurizio Cannavò

in archivio dal 29 nov 2011

19 giugno 1947, Roma - Italia

mi descrivo così:
Sono sposato, ho una figlia di 35 anni, sposata a Genova, con due bambini che sono i miei nipotini, un maschietto di 5 anni ed una femminuccia di 3 anni. Mi piace scrivere perché provo un grande piacere e mi aiuta molto a riflettere. Scrivere mi ha sempre dato gioia.

29 novembre 2011 alle ore 15:35

Un giorno dell'ira

Il racconto

Fu per caso che mi accorsi che Michele mi aveva truffato.
Proclamava ai quattro venti la nostra amicizia e mi aveva fatto credere nel suo disinteresse assoluto da ogni punto di vista economico. La nostra era una vera, solida, amicizia.
Io d’altra parte non avevo potuto fare a meno di crederci. Michele si era messo in tale buona luce con tutti, con i miei familiari, i miei amici, i miei colleghi di lavoro, mia moglie; non potevo proprio  vederla diversamente.
Dopo un po’ di tempo Michele mi disse che stava attraversando un periodo difficile. Lui era solo, senza famiglia, che aveva lasciato nel lontano paese della Calabria da cui era venuto nella capitale; disperatamente stava cercando di trovarsi un’occupazione dignitosa. La sua posizione economica cominciava, però, a vacillare, il denaro su cui aveva potuto finora contare era quasi finito, doveva risolvere questo problema al più presto. Non chiedeva aiuto, però era chiaro che gli serviva se non altro un sostegno morale ed io mi offrii subito di aiutarlo nei limiti delle mie possibilità.
Dopo alcuni giorni Michele mi confidò che aveva pensato di affittare una lavanderia, si trattava di affrontare una piccola spesa iniziale, poi si sarebbe tuffato nel lavoro e dopo qualche mese avrebbe avuto sicuramente un discreto guadagno mensile.
L’idea sembrava proprio buona, un’attività che avrebbe potuto rendergli un sicuro guadagno mensile, l’unico problema era il denaro, la lavanderia c’era, il titolare cedeva l’attività, il prezzo della cessione era incluso nell’affitto mensile, solo chiedeva una caparra di sei mesi per garanzia sui macchinari e sull’intera attività.  Michele aveva però bisogno di un forte aiuto economico per affrontare le spese iniziali, questi benedetti sei mesi di caparra.
Ne riparlammo, mi accorsi che era pieno di speranze e che aveva deciso di buttarsi a capofitto, era troppo tempo che era disoccupato in tutti i sensi, niente lavoro, niente attività, niente amore, cercava di apparire spensierato al massimo ma si vedeva lontano un miglio che era alla disperazione e che quella doveva apparire come una delle ultime occasioni per la sua vita, non intendeva in alcun modo tornare indietro al paese con una sconfitta che non avrebbe potuto facilmente raccontare e dalla quale poi non si sarebbe potuto mai più liberare.
E così mi fu naturale convincermi a prestargli la somma che gli occorreva per pagare la caparra per rilevare la lavanderia. Il locale era un negozio alquanto malandato in una strada poco trafficata, vicino ad un grosso ospedale ma la cosa non so se poteva essere di aiuto per l’attività. Ciò che mi stupì fu il fatto che Michele aveva preso il locale ma non poteva cominciare a lavorare perché doveva superare un esame presso la Camera di Commercio e questo io non lo sapevo ed ora c’era questa novità, che tutto poteva essere subordinato al superamento o meno di quest’esame, Michele cercò subito di tranquillizzarmi dicendo che era una pura formalità, che doveva solo aspettare un pochino, chissà cosa vuol dire un pochino mi chiedevo, forse qualche mese ed intanto poteva giocarsi quel poco di clientela che la lavanderia aveva, cominciai a pentirmi di averlo aiutato, ma ciò che contribuì molto al mio pentimento fu il fatto di accorgermi che Michele non si preoccupava per niente, anzi usciva molto più volentieri di prima e si era messo con una ragazza che non mi piaceva affatto e spendeva discretamente, tanto che cominciai a sospettare che non avesse versato la somma della caparra, ma che se ne fosse tenuta una parte che non si faceva alcuno scrupolo di spendere in divertimenti. Tanto che ,insospettito, volli vederci chiaro e contattai il vecchio titolare della lavanderia che confermò i miei sospetti. Michele non gli aveva versato che un sesto della caparra tenendolo impegnato e lui non sapeva ora che cosa fare.
Andai su tutte le furie e cercai Michele che però da alcuni giorni si era reso irreperibile. Pensai che forse era tornato al paesello, lo cercai in ogni modo ma da tutte le parti ricevevo risposte negative e che non avevano idea di dove fosse finito.
L’affannosa ricerca durò due settimane, poi un comune amico mi disse che aveva ricevuto una cartolina da Michele da Parigi.
Potete figurarvi come rimasi interdetto. Così il caro amico se ne era andato in viaggio di piacere con i miei soldi che dovevano servirgli per la caparra della lavanderia. Cominciai col maledirlo in ogni modo possibile, tentando ogni cosa perché le mie maledizioni lo raggiungessero. Poi cominciai a pensare ad una vendetta, a qualche cosa che lo facesse soffrire, ma mi ritrovai a rimuginare che desideravo ucciderlo. Sul modo mi misi a vaneggiare.
Mi vedevo che lo trovavo e  che gli sparavo con una rivoltella uno dopo l’altro tutti i colpi di un caricatore. Mi chiedevo quanti colpi avessi a disposizione. Mi sarei preoccupato comunque di munirmi di un’arma con il maggior numero di colpi possibile. Ma mi rendevo conto che purtroppo non lo avrei fatto soffrire più di tanto, perché sarebbe bastato un colpo ben assestato in un punto vitale per finirla. Altro, ci voleva altro. E allora pensavo che forse era meglio pugnalarlo ripetutamente, con un grosso pugnale indiano,  però Michele era forte, era più robusto di me, avrebbe potuto immobilizzarmi, avrebbe potuto togliermi l’arma di mano e poi…. Forse avrei rischiato troppo con quel pugnale.  Allora immaginavo di colpirlo con un fucile lanciafiamme, sì, lo avrei voluto bruciare, il fuoco lo avrebbe distrutto tra dolori lancinanti, io sarei stato distante a gustarmi lo spettacolo. Ma l’ira mi prendeva sempre di più e mi accorgevo che desideravo ardentemente una vendetta che lo facesse soffrire molto. Il veleno, avvelenarlo con un potente veleno che lo facesse soffrire terribilmente e a lungo, questa idea mi affascinava, poi pensai che  lo strangolamento forse era il modo migliore per eliminarlo, poi passai all’annegamento con un grosso masso che lo tenesse giù, poi  ad un soffocamento lento chiuso in una bara. Sognavo come  toglierlo di mezzo, poi ci fu un pensiero ossessivo, la miglior vendetta è il perdono, questa frase ritornava sempre più forte nella mia mente. E così dopo aver passato un paio di ore in fantasticherie, presi in mano le pagine gialle e andai a cercare nella voce “killers” e mi decisi a telefonare.

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