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Autore

Max Ventura

in archivio dal 22 nov 2005

08 febbraio 1970, Scicli (RG) - Italia

segni particolari:
Profilo dantesco, cicatrice sul mento lato destro.

mi descrivo così:
Più che una persona, un condominio di personalità! Con un debole per il lato oscuro... della Forza!

22 novembre 2005

Prigioniero

Intro: Leggendo la prima parte del racconto sembra di rivivere l’incubo di Greg Samsa nella “Metamorfosi” di Kafka. Poi si comincia a delineare, preciso, lo stile di Max Ventura: arriva il terrore e la descrizione perfetta di un attacco di panico, così che chi non ne avesse mai avuto uno potrà intuire com’è…

Il racconto

Pensando alla mia ordinaria esistenza… più che ordinaria… meno che ordinaria… Sentivo le mie aspirazioni e i miei sogni svanire come nebbia al sole, senza dolore, solo un addio sussurrato. Si allontanavano in silenzio mentre la realtà presente intorno a me, la camera, la tavola, le sedie, d’improvviso s’ingigantivano come a gridare il loro diritto alla mia attenzione.
Mi sentivo vuoto, immobile come il comignolo sul tetto dei vicini, pieno di nerofumo, di aria, di niente.
Sentivo il mio corpo sporco e vecchio come una crisalide: forse mi stavo trasformando in qualcosa di ignoto, di nuovo e ributtante al tempo stesso.
Mentre la vasca si riempiva, pensavo che questo mio essere avrebbe potuto anche non essere. Dio, come mi sentivo inutile e vuoto. Ero indifferente a me stesso. Avrei potuto spararmi in bocca e non me ne sarebbe importato nulla. Nel mio stato d’animo, vivere d’inedia o morire non faceva molta differenza.
Chiusi l’acqua, infilai il soprabito e uscii fuori. Mi odiavo, mentre le mie mani si muovevano: odiavo le mie azioni ripetute meccanicamente, il conformismo che ti riveste man mano che vivi. D’altronde, uscire fuori nudo sarebbe servito solo a confermarne l’esistenza, la sua e quella della sua logica da etichetta, come per i barattoli al supermercato.
Più che uscire, scappai fuori, come se il palazzo andasse a fuoco. Mi voltai a guardarlo: alto, con tutte le sue finestre, i suoi balconi e l’enorme portone. Di colpo l’immagine del palazzo scomparve di fronte ai miei occhi, fagocitata dal ricordo della facciata del mio vecchio liceo, con tutte le finestre uguali, in file ordinate come i banchi nelle classi… Per poi trasformarsi nel penitenziario in cui una notte avevo sognato di trovarmi. Una divisa grigia, anonima fra le tante, ed un numero appiccicato all’altezza del cuore… Un altro detenuto mi salutò gentilmente passandomi accanto… No! Era il tizio del quarto piano! Ero imbambolato davanti a lui e lo guardavo senza riuscire a staccare la lingua dal palato.
Indeciso su cosa dire, accennai in risposta col capo e girai sui tacchi allontanandomi a passo sostenuto, mentre sentivo il suo sguardo stupito sulla schiena. Non poteva capire, non avrebbe potuto capire anche se avessi cercato di spiegargli la nostra condizione. “Siamo prigionieri!”, avrei voluto gridargli, “…E non lo sappiamo!”.
Correvo. Correvo per allontanarmi dalla sua ignoranza ingenua, dal peso di una spiegazione che non avrei voluto sapere nemmeno io e correvo, trafelato, come un disperato, mentre non riuscivo a respirare, ma continuavo a correre.
Vedevo le facce della gente passarmi accanto, fredde, inerti, indifferenti… Avrei voluto scuoterli tutti, gettare via le sporte della spesa con la reclame della plastica riciclabile stampata sopra, i barattoli, i pacchi, le bottiglie… Strappar loro i vestiti, squarciargli il petto e tirargli fuori il cuore per mostrarglielo, ancora pulsante, farglielo vedere mentre ancora vive, pompa e schizza sangue dappertutto…
Mi fermai dietro l’angolo di una traversa. Grosse gocce di sudore mi scendevano sulle tempie, sugli occhi, sulle labbra. Ero spossato, il petto mi si agitava come un mantice, non mi reggevo più e i piedi mi facevano male, dentro le scarpe.
Appoggiai le spalle al muro e allungai le gambe. Mentre deglutivo sentii il cuore in gola, dentro le orecchie, nelle mani, nelle ginocchia, dappertutto… Temetti di vedermelo schizzar fuori dalla bocca: pompava, batteva come un tamburo, vivo, pulsante. Ed io ero stanco morto.
Le mani tiravano il collo del maglione, improvvisamente troppo stretto, mentre la vista mi si appannava e vedevo pallini di tutti i colori.
Un bambino, presumibilmente sbucato da sotto terra, dato che non l’avevo neppure notato, mi tirò il lembo del soprabito. “Signore, sta male?”
Lo fissai con gli occhi ancora sbarrati per lo sforzo, dovevo avere un aspetto pauroso perché s’irrigidì e arretrò di un paio dei suoi passi. Rilassai le palpebre e accennai un sorriso mentre gli passavo la mano sulla testolina bionda. Era così piccolo, dolce ed ingenuo… Al pensiero che sarebbe potuto diventare come me un freddo, insensibile ed efficiente cittadino del mondo…
“Va via di qui! Scappa!” gli dissi con la voce ancora rotta dallo sforzo. Ma lui non si mosse, piccolo e curioso di tutto. “E’ un gioco nuovo?”, chiese.
Come potevo spiegargli l’orrore intorno e dentro di noi? “Si”, risposi, “ma ora corri”. E ripresi la mia corsa, anche se più lentamente.
Le mie gambe si fermarono di colpo quando alla fine della traversa mi ritrovai sul piazzale di fronte casa mia. Mi guardai intorno sgomento: non mi ero mai allontanato! Girai su me stesso, smarrito proprio di fronte al mio vecchio palazzo
. Avevo corso in tondo senza rendermene conto, credendo di allontanarmi, illudendomi di sfuggire al mio ruolo di pezzo del meccanismo, al mio ruolo di uno dei tanti perso nella marea del caos cittadino. E questo mio mondo, senza minimamente scomporsi, mi aveva lasciato sfogare e adesso spalancava la porta della mia cella per farmi rientrare.
Mi veniva da piangere, come quando da bambino litigavo con qualcuno più grosso di me e naturalmente le prendevo. Avrei potuto correre lontano chilometri da lì, ma in un modo o nell’altro sarei tornato.
Con le ultime forze di un condannato rientrai in casa, mi spogliai buttando tutto a casaccio e mi immersi nell’acqua ormai tiepida della vasca, sprofondandomi sott’acqua, con un barlume d’idea di farla finita. Lì sotto i miei occhi aggiunsero acqua all’acqua, perché sapevo che non ce l’avrei fatta a morire. Perché sapevo di essere prigioniero e non avrei potuto che sbattere la testa contro le mura di quel carcere che era la mia vita.

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