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Racconti di Monica Osnato

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  • 04 dicembre 2006
    Girandola nel vento

    Come comincia: Forse hai perduto la rotta, o forse sei approdata da un miraggio di quelle stelle del deserto, le stesse che porti nello sguardo e nei silenzi.
    (Ricordi? Ti facevano paura. Sciami di stelle cadenti e di luci mai conosciute prima).
    Fiore notturno dai petali profumati, distesa infinita di forme cangianti, e di colori amati.
    Io ti ricordo andare in quei percorsi che si confondono con le dune, e con il colore di un mare tanto freddo da ridere con suoni liberi. Liberi nel vento, i suoni ed i capelli, e poi tornare a sedere ognuno con il marchio della propria solitudine...più breve, espansa, lontana dal caos di una città impazzita.
    Ho amato gli occhi neri di donne lievi ed eteree come uno svolazzo di seta, e di uomini che non potevi guardare (le occhiate devono essere laterali e brevi, mai dirette, ricordalo; e non uscire dalla cucina se viene quel mio amico: é palestinese ma molto praticante...).Ho amato gli occhi di quegli uomini, che potevo appena guardare.
    Che strani suoni. Che tempo fermo quel canto del muezzin alle cinque del mattino.Il canto dei muezzin si alzava nell'aria calda con la  monotonia di un mantra lontano, ed io non avevo più tempo, né consistenza, né ancora,vengo creduta quando racconto ciò che vedevo.
    "Perdilo quel tempo, dimenticalo, presto dimenticherai di essere stata una donna". Stai zitto. Zitto.

    Da qualunque parte io vada, sempre me stessa mi porterò dietro. "Si, ma il vento qui ha carica negativa, rilascia l'elettrone dell'ultima orbita, e tu che sei occidentale non sei abituata, questo vento ti porterà allucinazioni, stanchezza, nervosismo. Angoscia.Non uscire col Khamsin se non hai un foulard su naso e occhi.Metti asciugamano bagnati intorno alle finestre e brucia zollette di zucchero."
    Ma vaffanculo.
    Io non esco con naso e bocca nascosti.
    Si esco,esco nascosta, ma devo uscire.
    Travestita.
     Domata.
    Senza forma.
    Maniche lunghe, capelli tirati. Cammino senza ondeggiare minimamente, sguardo vago, basso.

    Il mio primo attacco di panico mi coglie alla sprovvista.
     Muoio.
    Aiuto.
    Se a Il Cairo non giro con il Toyota, mi sento insicura.
    Se continuo a vivere qui, diventerò gialla come questo khamsin di merda.Mi sgretolerò.Granelli di sabbia.

    Amore mio, girandola nel vento caldo, nei tuoi capelli crespi, quando tornavi da scuola trovavo di tutto, comprese mosche che ancora vive giravano in tondo.
    Quando siamo venute in Italia, eri terrorizzata dalla pioggia....Non la conoscevi.
    Mi dicevi: "guarda che bel verde in questo deserto!" quando ti portavo al parco.

    Odio prendere il taxi. Puzzolente. Detesto che le Belfagor salgano sul taxi dove sono io, perchè non possono parlare con un uomo, e devo parlare io per loro. E farle accompagnare per prime.Tuttavia, le lascio salire.
    Immagino quello che indossano sotto quel nero, le mutandine di pizzo che coprono la loro ferita...
    Sono infibulate. Zac! Volti di bambine terrorizzate, costrette da mani che stuprano la loro vita.Suppurazione. Emorragia. Urla. Buio. Ancora nero. Tutta la vita, nero.
    Jasmine non ricorda più l'italiano.I suoi occhi sono spenti. Ha quattordici anni. Non posso abbracciarla.
    Ve lo racconterò, forse.

    - Ricordi d'Egitto -

  • 13 novembre 2006
    La festa di compleanno

    Come comincia: Hobm, l'ultimo della sua gente, stava riposando.
    Qualche ora prima aveva dovuto far fronte ad un serio problema, e quindi aveva esaurito una buona parte delle sue energie. Mentre riposava il suo ottenebramento lo aveva portato in un luogo strano, uno di quei posti che venivano classificati come “ onirismo genetico archetipale”.
    Non era nuovo a questo tipo di esperienza, ed era abbastanza istruito per rendersi conto che si trattava di un “sogno”, rimembranza inevitabile della specie a cui apparteneva. I suoi antenati infatti avevano vissuto su un pianeta, Gaia, che lui non aveva mai visto, essendo nato nello spazio. Sapeva che quando la sua energia era esaurita, l’ottenebramento poteva riportare a galla il suo stato primitivo.
    Nel “sogno”si trovava in una scatola, una specie di cubo nel quale vi erano delle aperture quadrate; da lì poteva vedere un luogo pieno di colori, un “giardino” forse. Sentiva strani rumori, che tuttavia nell’ottenebramento gli erano perfettamente noti. “Uccelli”, pensò. Qualcosa frullò verso di lui, lasciando intorno un odore primitivo. Hobm sorrise nel sogno, poi si alzò una brezza calda e vide “foglie” agitarsi nel vento. Ebbe un attimo d’esitazione. Per un istante perse la consapevolezza del suo ottenebramento, ed ebbe paura. Si riprese subito. Si ricondusse alla guida del suo sogno ed il suo “camminare” divenne consapevole.
    Allora si lasciò andare, ed andò a spasso per un sentiero ricco di creature colorate. “Fiori”, seppe, e ne sentì l’odore. “Acqua” fu la risposta alla sua domanda davanti ad un “ruscello”. Si tranquillizzò e decise di proseguire nella rigenerazione.
    Sapeva che da lì a poco il “sogno” si sarebbe concluso e che presto sarebbe tornato nel “luogo zero”. Condurre una nave nello spazio gli era costato molto. Molto lavoro, molta osservazione, molto apprendere, molto silenzio. Adesso poteva godersi “ l’ottenebramento”.
    Non poteva assolutamente comunicare con i suoi simili, quelli della Colonia, che stava conducendo.
    Conosceva a memoria “Il Piano” e tutti i suoi regolamenti. Se avesse avuto un solo attimo di esitazione, molte vite sarebbero andate in frantumi per sua causa. Molte vite, molti progetti, tutto Il Piano avrebbero collassato.
    Qualche ora prima aveva dovuto risolvere un grosso guaio. L’antimateria stava per esaurirsi, e la scorta non era sufficiente per far fronte agli anni-luce da percorrere prima del rifornimento. Le particelle virtuali incostanti, delle quali il Mega-Motore si nutriva, facendole poi collidere nel suo interno, per qualche motivo erano quasi finite. L’ultima volta era successo molti livelli di energo-consapevolezza prima. Allora aveva dovuto proiettare la legge quattro- nove su tutti gli abitanti della Colonia, i quali non si accorsero minimamente dell’ibernazione temporanea che Hobm attuò, e che consentì poi in via del tutto eccezionale il campo di ricerca totale di antimateria. All’epoca individuò facilmente la zona più ricca di carburante, e senza destabilizzare nessuno, caricò la nave velocemente. Gli abitanti della Colonia, non erano consapevoli di essere parte del Piano e del suo svolgersi.
    Ora il problema fu diverso. In zona galattica non c’era nessuna fonte, e l’unico modo per rifornirsi e proseguire, costò ad Hobm gran parte della sua energia, sacrificata fino al punto di uscire dal punto-zero, mettendo a rischio la propria incolumità. Uscire dal punto-zero infatti significava avvicinarsi di gran rotta ai buchi neri, catturare l’antimateria velocemente, sottoponendosi ad una forza psichica contrastante difficilissima da sostenere ed oltretutto tenendo la Colonia all’oscuro, per evitare il panico che ineluttabilmente si sarebbe trasformato in una forza di risucchio inevitabile. Tutto andò bene, salvo pagare lo scotto della propria decisione.
    Gli Esseri come lui erano stati debitamente modificati, prolungati, accreditati e super-consapevolizzati per questo scopo, ma ciò non escludeva imprevisti di sorta, e questo Hobm lo sapeva bene. Sapeva bene tante cose, ed umilmente proseguiva in piena solitudine.
    Adesso il suo ottenebramento rigenerante si stava concludendo. Ne uscì con un grande sforzo. Guai a non dirigerlo! Avrebbe significato una totale perdita della rotta. Le sue prolunghe si agitarono causando scosse che avrebbero pervaso a lungo lo spazio, portando informazioni alla zona sconosciuta, dove ogni cosa convergeva, creando cause ed effetti permanenti.
    Lentamente si schiarì la visuale con il Mantra di prassi, e quando la hostess addetta al rifocillamento gli portò da bere, immerse la prolunga nel liquido caldo senza che lei si accorgesse di nulla.
    Per un attimo provò la Nostalgia. Si districò a fatica dal suo manto, grazie anche al liquido schiumoso e pluri-assaporabile e ringraziò i cinque occhi dolci della hostess , prima di scuotersi ulteriormente.
    Percepì le risate provenire dalla zona settima della Colonia, e si ricordò della festa di compleanno che stava per iniziare.
    Inserì il pilota automatico e si avviò alla festa dispiegando le prolunghe nella zona sottostante: il terzo livello al centosedicesimo piano.
    Quando fu presente, regalò il suo sogno al festeggiato, proiettandolo con discrezione nella sua mente. La brezza raggiunse tutti i partecipanti, che videro le “foglie” agitarsi nel vento, e l’odore del giardino permase a lungo, fino a che Hobm si riavviò lentamente verso la cabina di comando.
    Lasciò una scia appiccicosa e profumata.
    Sarebbero passati molti secoli, prima che la Colonia potesse rivederlo.

  • 18 ottobre 2006
    Bgork

    Come comincia: Faceva un freddo mai conosciuto, ed era troppo leggero. Questo pensava Bgork mentre avanzava nella notte. Era stato avvertito che da quelle parti il freddo era impossibile, ma un essere come lui non aveva la giusta idea della parola "freddo". Si concentrò e capì che per ovviare al gelo doveva emanare calore. "3>nl v!s" ripeteva, e già si sentiva meglio, non poteva però abbassare il livello di concentrazione  che il gelo s'insinuava di nuovo, e in quelle condizioni era difficile avanzare: lo sforzo di rimanere concentrato gli faceva perdere l'orientamento...S'infilò nel cunicolo di destra intuendo la strada, ed era molto stretto. decise per la metamorfosi. Cercò ripetutamente il suo centro; non lo trovò. Freddo. Riprovò con nuova forza. A fatica ricordò il modo, si mantenne saldo e cominciò a liquefarsi lentamente.
    Un rumore assordante e tremò come gelatina; ancora uno sforzo. Sparì in una crepa, ormai liquido, attraversò strati sentendo intorno a sé il respiro delle profondità, insinuandosi tra molecole turbinanti. Vide pulsare la materia, e vibrò nel suono più antico. Ebbe paura, non poteva, non doveva perdersi, non conosceva il modo...Si lasciò andare disperato, convinto della fine, perse il controllo e...capì che quello, quello era il modo: perdersi.
    Fu velocissimo, divenendo via via ciò che attraversava: fu acqua di fiumi sotterranei, fu magma, sale di miniera, fu diamante ed essere strisciante. Ebbe ali di pipistrello e membrane, ebbe occhi gialli e bocca spaventosa, fu enorme e poi minuscolo e andò, a velocità inconcepibile. fu libero di perdersi e di dimenticare il compito che aveva. Smarrì la rotta, schizzò in alto, sempre più in alto e perse il nome, poi perse i ricordi.Fu tra galassie vive ed altre estinte, attraversò azzurri stellari e vide un luogo senza sopra e senza sotto, irto di colonne d'oro puro, dove viveva un fuoco, e un dio potente.
    Si perse ancora e poi brillò, piccolo punto di luce in un vuoto infinito; rimase lì, dimentico di tutto a brillare senza forma e senza tempo. Fu felice, in un suono mai udito.
    Bgork si svegliò dolorante, senza capire cosa fosse accaduto, e come fosse lì. "Albero" pensò, "sono sotto ad un albero, ho un nome, ho ricordo, ed ho il mio compito". Si guardò intorno, vide il tramonto e capì di trovarsi su una scogliera; osservò le onde infrangersi rumorosamente, e sorrise. Pensò di sbrigarsi, sarebbe arrivato il buio. Fece intorno a sè un ampio gesto circolare, formulò lentamente una frase che divenne litanìa e prese il seme lucente, innalzandolo. "Ora" pensò, e scagliò il seme blu che ruotò brillando, e il seme fu risucchiato dalla terra, nell'attimo stesso in cui il sole sparì in mare. Bgork si tuffò tra le onde, e svanì tra la schiuma.