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Racconti di Narcisa Trapani

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  • 14 marzo 2007
    Viaggio andata e ritorno

    Come comincia: Mare, solo mare, mi circondava, lo vedevo invadere i piccoli oblò della fetida stiva occupata da corpi sconosciuti, spiata da occhi impauriti, resa crudele da bambini immobili con lo sguardo allucinato.

     


    Nessuno che conoscessi; la notte che misi piede su quella carretta sentivo uno strano presentimento, le mie enormi speranze sembravano essersi smorzate.


    - Non andare - Aveva detto mia madre piangendo, in braccio due dei miei fratelli, in tutto ne avevo cinque, il più grande ero io, avevo diciannove anni, mio padre lo avevano portato via qualche mese prima… sapevo che non sarebbe tornato…


    - Devi avere fiducia, così non si vive, la miseria e la guerra ci stanno spazzando via, io riuscirò a mandarvi quanto basta per vivere con dignità perché spetta a me mantenere la famiglia, ma qui non si può, devo andare, credimi ce la farò, in Europa c’è democrazia, ricchezza, lavoro, pace…


    Così dicendo mi facevo forza poiché avevo speso tutto per quel viaggio, mi guidava la disperazione, la visione della miseria più nera, il niente del futuro.


    Quel gruppo di umanità dimenticata da ogni altro uomo o da qualsiasi Dio, non volevo pensarlo ma provavo risentimento per ciò che non mi permetteva di rimanere con i piedi sulla mia terra; avevo racimolato quei duemila dollari con la fatica più cattiva  per realizzare il mio grande sogno, il sogno di un ragazzo dall’animo vivo e forte pronto a qualsiasi orizzonte mi si fosse presentato, tutto sarebbe stato migliore della povertà profonda in cui la mia famiglia versava.


    Quando partii li avevo tutti davanti, non sorridevano, parlavano con occhi assenti, forse volevano dirmi che ero la loro ultima speranza.


    La carretta andava lenta, non era quello che avevo immaginato prima di partire, non capivo dove ci trovassimo, avevo addosso settimane di stordimento nella stiva, forse stavamo per arrivare da qualche parte, si udivano suoni e voci confuse, qualcuno era morto durante il viaggio, il sogno cominciava ad essere un incubo.


    Il mare era grosso e scuro, non si scorgeva nulla, udii un rumore agghiacciante, forse uno scoglio, la carretta  si era squarciata, afferrai qualcosa che sembrava galleggiare e con tutte le mie forze cercai di resistere, le onde mi carpivano, rivedevo i volti di mia madre e dei miei fratelli, dovevo farcela ad ogni costo, più della morte, ma persi i sensi e mi arresi davanti ad una sorte nemica e mi lasciai trascinare…


    Una piccola spiaggia mi afferrò tramortito, socchiusi gli occhi e muovendo piano le braccia, capii che ero vivo, più in là qualche corpo immobile.


    Uomini in divisa mi si avvicinarono urlando


    - Questo è vivo!


    Parlavano e non capivo:


    - Hanno sputato sangue, non sappiamo quanti uomini fossero sulla carretta, forse duecento, stipati come animali…


    Il lettino dell’ospedale mi sembrava fosse quello di un principe, avevo mangiato e bevuto, ero salvo, mi tornarono le speranze ma avevo nella mente l’inferno di quella notte; avrei cercato di dimenticare perché in ogni caso potevo compiere la mia missione.


    - Come ti chiami, da dove vieni…


    L’uomo in divisa non sembrava avesse cattive intenzioni, aveva il viso segnato da qualche ruga dovuta all’età e non all’espressione.


    Dissi il mio nome e il mio paese di provenienza, non capivo che qualche parola.


    - Hai documenti? Perché sei venuto in Italia?


    Così ero in Italia, avevo raggiunto la meta ma i documenti erano finiti in mare, dunque avevo solo me stesso.


    - No documenti… lavoro - dissi piano.


    L’uomo fece una smorfia di pietà e continuò:


    - Senza documenti, senza lavoro, niente Italia… niente di niente


    - Io trovo lavoro… - affermai con forza


    -Niente lavoro, dovevi cercarlo prima di partire - così dicendo l’uomo girò lo sguardo quasi per vergogna, come per dire che non dipendeva da lui.


    - Io… ora lavoro… - e la mia voce si fece fioca, sommessa.


    - Niente documenti, niente lavoro, torni al tuo paese… - si alzò e andò via farfugliando qualcosa di incomprensibile.


    Allora capii ogni cosa, le mie speranze erano morte per sempre, tutti i miei soldi finiti per quel maledetto viaggio, era finita, finita. Piansi di dolore e di rabbia, mi dimenai, mi colpii la testa con i pugni, poi mi addormentai.


    La nave che mi riportava alla miseria non era fetida, il mare era meno minaccioso, il mio cuore svuotato, gli occhi affamati dei miei fratelli grandi come il cielo… il volto di mia madre aveva preso le sembianze di tutte le vite aggrappate al vento del mondo.

  • 12 marzo 2007
    Lo specchio non mentiva

    Come comincia: Lo specchio non mentiva, curve sinuose e capelli fluenti rossi, non mancava nulla ad Evelina e sua madre se la ristudiava pensando a come farla apparire in tv magari anche a farla stare immobile, perché di parlare manco a dirlo, avrebbe stonato ogni parola con quell’aspetto angelico e profano nello stesso tempo, mai svelare i punti deboli interni di una bellezza prorompente perché basta guardare…

     

    E guardare la guardavano tutti, a scuola strideva con la normalità di qualche chilo di troppo, con le gambe ritorte di ragazzine delicate, con gli occhiali doppi di povere figliole quasi cieche; Lei Evelina aveva la grazia di un cigno, i suoi occhi verdi erano circondati da cornici di folte ciglia e a 16 anni era giunto il momento di lanciarla attraverso il video, quello che nei pomeriggi proiettava nelle case tutti quei fanciulli e quelle fanciulle che sfondavano lo schermo solo con lo sguardo e così Maria avrebbe realizzato il suo sogno: guadagnare con poca fatica e mettere in mostra le grazie di una figlia che in fondo era opera sua.

    - Evelina se non ti muovi il fotografo non aspetta, ha tanto da fare… Ma figlia mia come ti sei vestita, sembri mia nonna, come vuoi che ti prendano, le foto devono colpire altrimenti manco le guardano…-

    Maria era nervosa , come se le foto dovesse farle lei, corse nella stanza di Evelina, aprì l’armadio e tirò fuori una piccola gonna di pelle nera e un top rosa confetto.

    - Ecco -, disse - Con questa gonna e questo top le foto verranno un amore e chi le guarderà noterà subito il tuo valore…

    - Ma mamma, così forse è esagerato, forse con un jeans strappato al ginocchio è più di moda - Evelina un po’ di imbarazzo lo sentiva ma poiché non vedeva l’ora di sfondare nel mondo dello spettacolo, seguì il consiglio della madre che in fondo voleva solo il suo bene.

    Il padre lasciava fare, era per il quieto vivere e aveva delegato Maria per tutto quello che riguardava la figlia e la casa e poi, Evelina era bella e magari avrebbe fatto successo inizialmente solo per l’aspetto come per le fatine del programma “Notizie dell’altro mondo” , il resto sarebbe venuto dopo magari se sposava un calciatore o qualcosa di simile così anche lui si poteva riscattare di un lavoro di operaio che lo rendeva sempre più stanco e povero.

    Il fotografo era pronto, le fece entrare in una stanza tappezzata di stoffe morbide dai colori pastello, in un angolo la scenografia di una spiaggia esotica illuminata da un grosso cerchio di luce.

    Le foto costarono davvero una fortuna ma niente in confronto ai guadagni che ne sarebbero derivati, stava procedendo tutto come previsto…

    Gli studi di tele “Mega 9” stordivano con le loro luci grandiose, decine di ragazze si muovevano e canticchiavano aspettando il loro provino, finalmente fu la volta di Evelina, entrò da sola in quella stanza, dietro un tavolo due uomini e una donna la scrutavano con aria di sufficienza e poi uno di loro disse: - Ma fai sul serio? Quando i tuoi chili di troppo saranno andati via, forse puoi riprovarci…-

    - Ma io - rispose Evelina - sono a dieta da mesi, e poi un po’ so cantare sentitemi…-

    Un sorriso ironico e il cenno di uscire dalla stanza. Maria andò su tutte le furie: - Te lo avevo detto che mangi troppo, tutti i miei sforzi per nulla, e quel gelato ieri…

  • 02 marzo 2007
    Un altro errore

    Come comincia: Oltre la  voce di Matilde non si udivano che i rumori provenienti dalla strada sul mare di ponente, sottili sibili delle ruote che facevano attrito sull'asfalto rovente: un primo pomeriggio che bruciava la sua mente, e a parlare era da sola, un altro errore che le percorreva i muscoli e le ossa. Addosso scivolavano scricchiolii per ogni millimetro del suo corpo, tutto più difficile nuovamente, eppure poco prima le era sembrato di capire che le emozioni fossero così grandi da fluidificare ogni momento e ogni suo  passo.

     


    - Ti meriti ogni cosa, tu hai molto di più, ci metti l'anima nelle cose, una bellezza interiore, una capacità di comunicare in positivo, mi piace tutto di te - Lucio le parlava con grande convinzione e li univano gli ideali, quel candido mettere fuori la trasparenza nel ricercare ciò che è giusto, non interessi personali ma il portare avanti un fiume di nobili cause. Un insieme di affinità elettive, una spinta fortissima a continuare - Non possiamo guardare dall'alto, dobbiamo esserci - poi le risposte di Matilde accrescevano il ritmo delle sensazioni e cercavano un senso a una vicinanza così naturale da far scoppiare.


    La bellezza dei suoi capelli si confondeva con gli ideali e la propensione delle donne a spingersi avanti con il sentire; No, non certo la ricerca di impegni ulteriori personali, erano molto più prigionieri delle loro vite e non certo disponibili alle sensazioni che fanno volare; Matilde pensava che avrebbe dovuto solo scorgere la superficie delle sue sensazioni e invece si ostinava sempre ad andare al fondo delle cose.


    - Non sono riempibile - così il Lucio delle affinità elettive scivola fra la sindrome di Peter Pan, un impegno sbiadito da anni e la paura di mettere fuori la tenerezza.


    Fa un solletico doloroso non vivere anche questo fra le cose in cui si crede ed è inutile nell'insieme,  restano gli ideali e questo strascico adolescenziale che nuovamente  fa parlare da soli lasciando dentro un altro errore del quale non interessa niente a nessuno.