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Autore

Nello Vittorio Maruca

in archivio dal 20 apr 2011

03 dicembre 1937, Falerna - Italia

segni particolari:
Nessuno

mi descrivo così:
L'umiltà è la mia forza.

26 aprile 2011 alle ore 12:45

Arrivismo

Pusillanime, miserevole don Abbondio
dell'opera manzoniana turpe figuro,
alla vista dei bravi, dal guardo truce e duro
fu, tremante del proprio io, dimentico di Dio.
Poscia, ancor fremante di rabbia e di paura
cavalcare dovette la dispettosa mula
che rasentando sen'iva l'orlo dell'altura
con la testardagine degna d'essa mula.

Di sua paura colpa nessuna avea,il poverello,
giacchè cavalcato mai avea mulo o asinello.
Mai, prima, di brutti ceffi fu a lor cospetto
perciò il freddo trafissergli carni e petto.
La sua dimestichezza era il breviario
che al libro accompagnava del lunario;
marchiato, purtuttavia, fu di vigliaccheria
cui mescolanza avea a risaputa tirchieria.

Col segno a fuoco sulla front'impresso
per la codardia,vittima fu di se stesso;
qual'uomo da nonnulla fu additato
e da ciascuno schivato e allontanato.
Misero più d'egli é il cavalier'esperto
che di bestie da soma fu domatore certo,
dacchè teschio é vuoto e di cervello senza
per perdita d'onestà,scienza e coscienza.

Grand'uomini furonvi d'onori e d'armi
che per amore ridussero lor'intellett'inermi;
l'Orlando per  Angelica perse il cervello
ma egli, per poco o nulla, perse il fardello.
Quegli nobile sentimento seguitava
per cui la sua pazzia giustifica trovava;
questi, l'amata lasciava per materia 
quando già dava, da trent'anni, onori e gloria.

Perso , con l'abbandono ha amori,grazie,onori
e scomparsi sono i prati seminati a fiori;
d'irsute spine la via tortuosa prende
mentr'ogni giorno più in basso scende.
In quel che don Abbondio credea infausto giorno
reggere, della stupida mula, seppe il governo
e tra preghiere, lamentele, suppiche e lagne
agl'applausi,alla fine,passò dalle vergogne.

Il cavaliere credendosi sommo del meglio
da furente il destriero lancia allo sbaraglio
menter, lemme,l'arciere scaglia la freccia
che il cavalier nuotare fa nella feccia.
Ora s'affligge sull'operato suo nefasto
cercando dar riparo al provocato guasto;
al coccodrillo s'accosta a somiglianza
che piange su distrutta figliolanza.

 

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