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Autore

Niva Ragazzi

in archivio dal 05 apr 2006

20 dicembre 1952, Poggio Rusco (MN)

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Nel Comitato dei Lettori dal 2011

10 aprile 2006

Passi perduti d'agosto

Intro: Una storia che ha il sapore di una denuncia. I temi affrontati sono la terza età e l'abbandono. Una riflessione giusta e amara che merita attenzione.

Il racconto

Conosco un uomo che per disperazione una mattina di domenica d'agosto è andato alla Stazione Centrale, ha comprato un biglietto per Como ed è andato al lago.

Durante il viaggio il treno lo aveva scosso gentilmente avanti e indietro e le persone vicino a lui parlavano gentilmente andando avanti e indietro e dal finestrino gli alberi andavano avanti e indietro.


L'uomo aveva caldo ed era sudato: avvertiva il solito senso di malessere profondo e tenace.


Avanti e indietro.


Arrivato a Como, il cielo era ancora blu scuro e l'aria sapeva di sole.


Era sceso insieme alle altre persone ed aveva camminato diligentemente fuori dalla stazione.


Lungo il lago, era entrato in un bar a bere un caffè: 90 centesimi, non è una grande spesa.


Non aveva questi problemi.


Anzi, guarda, dopo il caffè, anche un bicchiere di vino, rosso.


Bevuto anche quello, pagato senza un sorriso, l'uomo aveva salutato il barista con un gesto della mano nodosa di vecchio, un gesto stanco con la mano raggrinzita.


Va bene, è un'altra giornata, ma per me è completamente uguale a ieri, uguale a domani, è sempre così, sempre oggi, aveva detto con quel gesto.


Ed il barista non ha avuto tempo di accorgersene. Ne vedeva tanti, di saluti strani, di SOS senza voce.


E l'uomo è uscito dal bar, ha camminato verso il lago.


Si vedeva gente che faceva il bagno, lungo l'unica spiaggetta, i soliti turisti, certo, i giovani, fortunati loro, bella fatica.


Anche lui era capace d'essere felice, da giovane.


Da giovane, certo, tutto è possibile, uno può sempre credere che diventerà un grande uomo, farà qualcosa di valido.


Uno, da giovane, può sempre dire: oggi no, ma domani mi ci metto, domani, si.


Perchè da giovane, uno crede che vivrà in eterno; ma soprattutto, da giovane, uno crede che varrà la pena di vivere in eterno.


Ma l'uomo non era più giovane; era vecchio, aveva male alle gambe, ed una fitta continua e noiosa al fegato, proprio sotto l'osso, a destra, lì, proprio lì, si.


Camminava; un bambino gli ruzzolò fra le gambe ridendo, una bambina gli corse incontro a braccia aperte chiamandolo nonno.


Sciocchezze.


E mentre così camminava, ricordava la moglie, povera donna, bel funerale, otto anni fa. Ricordava il figlio, bel matrimonio, quando, cinque, no, sei anni. In vacanza con la famiglia.


Si sa, sono giovani. A loro tutto è possibile. Non pretendeva che lo portassero con loro. Ma già, agosto a Milano, da soli, be', ecco, è lungo.


E' lungo.


In una casa vuota, due stanze piccole, odore di fritto - è stato il pesce, l'ultima volta, quando poi si è sentito male - non ne mangerà mai più, parola.


E per la disperazione di vedere il cielo così azzurro senza pietà per questa carne d'uomo che si trascina fra dolore e miseria, gli venne in anima un urto di nausea così forte da spaventarlo.


Corse veloce lungo il molo e di colpo, senza pensarci, si tuffò, così, tutto vestito.


Fece qualche bracciata a nuoto, tanto per allontanrsi un po', e mentre sentiva lontano il crescere del vociare della gente, andò sotto.


L'hanno ripescato due giorni dopo: aveva in tasca una biro, nel portafoglio il biglietto di sola andata a Como e dieci euro.


Neanche un documento.


E così nessuno sa chi è, pover'uomo, commenta il figlio, mentre legge il giornale.


Ma si sa, dice la nuora, col caldo, c'è sempre qualcuno che dà fuori di matto, cosa vuoi farci.


Ma al vecchio in città, neanche un pensiero.


Il vecchio, cosa vuoi, ha la pensione, ha gli amici, un giro al bar, un giro alle bocce, ormai la sua vita è istradata, cosa vuoi portarlo via, si troverebbe male, poveretto.


Lascialo là dov'è.


Che magari sta meglio.

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