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in archivio dal 09 nov 2011

Paolo Carella

18 novembre 1990, Palermo - Italia

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  • 01 maggio 2012 alle ore 20:18
    La frustrazione dell'avvocato

    Come comincia: Una bella sera, l’attraente giovane avvocato Paolo Montepassi stava seduto in una poltrona di quinta fila e guardava, anzi ascoltava, la voce di Bocelli che si elevava alta dentro il teatro Massimo di Palermo. Ascoltava ed era la massimo della felicità. Finalmente era seduto in una delle poltrone del teatro più famoso della sua città, per di più in un posto di prestigio: dopo trent’anni di vita a Palermo era riuscito a comprarsi un biglietto.
    A metà del concerto vi fu una pausa. Chiusero il sipario e gran parte della gente si alzò per andare in bagno o al bar, tra questi vi era anche l’avvocato Montepassi. All’improvviso, però, successe una di quelle fatalità imprevedibili, ma che, senza nessun volere di chi la subisce, cambiano una vita.
    All’improvviso ,dicevo, mentre camminava per andare in bagno, il telefono squillò, lui rispose: “Pronto Marta…”…allontanò lo sguardo dalla strada che stava percorrendo e putpuf!!! Urtò un uomo e lo fece cadere nelle scale sottostanti. Fortunatamente erano pochi gradini, ma fortunatamente sufficienti a rompere qualche osso in caso di caduta.
    Ahimè, la gente non riuscì a resistere dal ridere : si sentì il frastuono di decine di persone che ridevano in sintonia,e più persone ridevano e più veniva da ridere.
    Il malcapitato era un vecchietto, che, ragomitolato a terra dopo la caduta, borbottava qualche maledizione.
    Il giovane avvocato Montepassi, a dire il vero, fu molto listo nel portargli aiuto e nel sollevarlo da terra lo riconobbe: era il professore Filippo Carella, famosissimo avvocato in pensione e carissimo amico dell’avvocato Prestigiacomo, nel cui studio montepassi aveva appena iniziato a lavorare.
    La risata collettiva sembrava non finire più e  nel frattempo Montepassi sussurrò all’orecchio del professore: “ Professore Carella, mi dovete scusare tanto; vi ho urtato…non l’ho fatto con intenzioni cattive”.
    “Fa niente, fa niente”.
    “Veramente mi dovete scusare”.
    “ Ho detto che non fa niente, lasciatemi tornare in teatro”.
    Paolo Montepassi era una di quelle persone che non riusciva a sopportare l’idea di aver offeso, seppure involontariamente, qualcuno.
    Soffriva- dico veramente!- al pensiero di essere stato la causa di quello scherno collettivo che avevano gettato contro il professore.
    Quando Carella tornò in teatro, il nostro giovane avvocato stava ancora lì dov’era avvenuto l’urto, immobile, con l’espressione da ebete, poi si sedette in uno degli scalini e si mise le mani sui capelli. “deve capire che la mia è stata solo una stupida distrazione… non voglio che mi porti rancore”.
    Quando tornò a casa raccontò alla sua ragazza, Marta- sì, propri la ragazza che lo portò a distrarsi- , ciò che era accaduto, ma anche lei la prese a ridere e sembrò non dare troppo peso all’accaduto.
    Disse semplicemente : “ Sono incidenti che possono avvenire”.
    Il girono dopo Montepassi indossò il suo miglior vestito, si mise la cravatta e andò prima dal suo datore di lavoro, l’avvocato Prestigiacomo, per chiedergli consiglio, in fondo era molto amico col professor carella.
    Quando arrivò in studio non trovò l’avvocato Prestigiacomo. La segretaria si limitò a riferirgli che era in viaggio per lavoro e che sarebbe tornato la settimana prossima. Non poteva aspettare una settimana, sarebbe impazzito nel frattempo. Cosi ché, decise di andare a parlare col professore carella. Pensò che l’avrebbe trovato alla facoltà di giurisprudenza, dove insegnava, e così fu.
    “Sono venuto qui da lei” disse con la bocca tremante. “ Per scusarmi, perché con una spallata involontaria l’ho fatta cadere per le scale”.
    “ Mi sta prendendo in giro?” rispose il professore urlando. “ Non ne voglio più sapere niente di questa storia se ne vada!”
    Paolo Montepassi tornò a casa confuso e amareggiato. Penso che non vi era più nulla da fare. “Ho compiuto un atto malvagio e ne pagherò il peso sulla mia coscienza per sempre”: pensò.
     

     
  • 13 dicembre 2011 alle ore 22:39
    La bottega dell'artigiano Baroso

    Come comincia: Josè Saramago disse, durante la premiazione che lo elevava tra le leggende della letteratura mondiale, che l’uomo più saggio che abbia mai conosciuto non sapeva né leggere né scrivere: si riferiva a suo nonno. Per me vale lo stesso. Credo di non aver mai stimato un uomo più di quanto abbia ammirato mio nonno, e anche lui non sapeva né leggere né scrivere.
    Per questo motivo all’età di vent’anni, mi recai a Venezia con l’obbiettivo di imparare l’arte della lavorazione del vetro. Desideravo diventare artigiano vetraio come mio nonno.
    Per imparare il mestiere andai alla bottega dell’artigiano Giovanni Baroso, l’ultimo rimasto di una lunga generazione familiare  che per più di 200 anni ha sfornato abilissimi artigiani del vetro.
    “Hai qualche idea di come si lavori il vetro?” mi chiese, quando mi ci presentai, chiedendogli di assumermi come suo apprendista.
    “No” risposi.
    “Sai quali oggetti si possono fare col vetro?”
    “No, o meglio, ne ho un’idea vaga”.
    “Perché allora sei venuto da me?”
    Io lo guardai con un sorriso spaventato: “vorrei  somigliare un po’ più a mio nonno. Lui lavorava il vetro.”
    Credevo mi avrebbe buttato fuori all’istante, invece sembro comprendere la mia ragione.
    Uscì dalla stanza e tornò dopo qualche minuto in compagnia di un uomo basso, sudicio, vestito con una tuta blu e con addosso una mascherina per proteggere gli occhi.
    “Lui è Pierpaolo. Ti insegnerà tutto ciò che c’è da imparare prima che chiudiamo i battenti”.
    Poi l’artigiano Giovanni Baroso salì nel piano di sopra e lo rividi solo dopo due giorni.
    Fu Pierpaolo a spiegarmi il significato delle ultime parole, “prima che chiudiamo i battenti”, che l’artigiano disse al momento di congedarsi. Mi raccontò che la bottega avrebbe chiuso tra sei mesi circa. Già c’era chi era pronto ad acquistare quel magazzino, per farci chissà che cosa, non sapeva. Nessuno commissionava più lavori all’artigiano Baroso. “ È colpa di Giovanni se la bottega chiuderà” disse Pierpaolo. “Il padre prima di morire gli ordinò di comprare alcune attrezzature di ultima tecnologia, così da poter passare ad una produzione più simile a quella di massa delle grandi fabbriche. Giovanni non ascoltò il padre e continuò a lavorare il vetro a modo suo. Gli piace sentirsi artista! Purtroppo, adesso, i prezzi della concorrenza sono così bassi, che nessuno vuole  spendere una somma più alta della media per delle semplici opere in vetro”.
    L’artigiano Baroso aveva ereditato la ditta del padre a 27 anni. Così, assumendone il comando, decise di continuare a praticare l’arte del vetro  come suo padre gliel’aveva insegnata, e a sua volta, così come suo nonno l’aveva insegnata a suo padre. Quasi tutte le botteghe e piccole fabbriche concorrenti, pian piano, aumentarono di molto la produzione- con l’utilizzo di macchinari di nuova tecnologia – abbassando i prezzi e di conseguenza spingendo le vendite. L’artigiano Baroso era rimasto uno dei pochi a continuare la lavorazione del vetro senza l’utilizzo di macchine che facessero tutto il lavoro. Ma come contrastare una concorrenza così spietata?... Pensava , l’artigiano Baroso, che si sarebbe fatto avanti con il punto forte dei prodotti di qualità.
    All’inizio le cose sembravano non andare troppo male. Ivi, però,  la bottega  si  ritrovò in pochi mesi senza più clienti. Pierpaolo era l’ultimo lavoratore rimasto tra i cinque che lavoravano nella bottega prima che Giovanni Baroso ne assumesse il comando.
    Con un sorriso Pierpaolo mi disse :” probabilmente io e Giovanni andremo a lavorare in una di quelle fabbriche del veronese che ci hanno costretto a chiudere i battenti. Se non desideri fare la nostra stessa fine, considera la lavorazione del vetro solo un hobby”.

     
  • 09 dicembre 2011 alle ore 0:44
    Un incontro particolarissimo in terra di Spagna

    Come comincia:  Un vecchio con i capelli brizzolati e la barba lasciata incolta stava al centro del ponte che attraversava il fiume Ebbro di Zaragoza. Dal ponte vi era una vista  bellissima della cattedrale del Pilar ed era anche un’importante area di passaggio, attraversato da autobus, macchine, biciclette, motori e passanti. Nel ponte vi era un movimento incredibile, a volte vi si formava anche del traffico, ma il vecchio se ne stava là, in piedi senza fare alcun movimento.
    Mi trovavo lì perché dovevo attraversare il ponte e consegnare dei volantini pubblicitari d’un importante compagnia telefonica nella parte della città che precede la zona dell’ Expo. Ero stato molto fortunato a trovare quel lavoretto, mi permetteva di contribuire in piccola parte al pagamento dell’affitto.
    Impiegai tre ore per distribuire tutti i volantini, poi tornai al ponte. Si era fatto tardi e non c’era più tutto il movimento di prima, ma il vecchio era sempre nello stesso punto .
    Decisi di parlargli, almeno avrei potuto praticare lo spagnolo. Questi cinque mesi di Erasmus avrebbero dovuto pur servire a qualcosa!
    “Da dove viene?” gli chiesi
    “Sono di Zaragoza” disse lui, e mi fissò dritto negli occhi. Poi sorrise. “Ma è come se fossi straniero , adesso”.
    “Ah” dissi, senza aver capito bene quello che volesse dirmi.
    “Sì” disse lui “ ho vissuto in Inghilterra per più di sessant’anni. Sono tornato solo da una settimana”
    “Perché ha lasciato la Spagna?” gli domandai.
    “Fui costretto a lasciare la mia terra!” mi rispose. “Quando ero ancora adolescente scoppiò la guerra civile e i miei genitori  decisero di mandarmi a Liverpool, dove viveva una mia zia”.
    In effetti, sentendolo parlare, mi sembrava di percepire uno strano, seppur minimo, accento inglese e io guardai i suoi capelli bianchi e la sua barba ispida e dissi:  “ E i suoi genitori? Non partirono con Lei?”
    “No” rispose. “ Mi dissero che mio padre non poteva lasciare il lavoro nella bottega. In realtà rimasero qui per combattere con le forze repubblicane, ma morirono. L’ultima volta che li vidi fu su questo ponte. Mi fecero salire su un carro diretto a Barcellona, dove mi sarei imbarcato per l’ Inghilterra”.
    Io guardavo il vecchio sbigottito, non credevo che avrei ascoltato da quest’uomo una storia così interessante. Conoscevo la storia della guerra civile spagnola, me ne ero appassionato leggendo Orwell ed Hemingway. Non pensavo, però, che venendo in Spagna avrei incontrato un testimone di quel terribile evento.
    “In verità” mi disse, “ sono tornato in spagna già qualche anno prima. Tornai poco dopo la morte di Franco. Volevo sapere dove erano finiti i corpi dei miei genitori”.  La sua voce era soffocata dalla tristezza.
    “Lì ha trovati?” gli chiesi.
    “Come?”
    “Ha trovato i corpi dei suoi genitori?”
    “No” mi rispose. “Sai, saranno in una delle 800 fosse comuni disseminate per tutta la Spagna. Credo sia un’impresa impossibile riesumare 30 mila cadaveri”
    Gli dissi: “ se non sa che fine abbiano fatto i loro corpi, come può avere certezza che i suoi genitori siano morti in combattimento?”
    “Lo seppi  subito” mi rispose. “Mi arrivò una lettera in Inghilterra da parte di un soldato  repubblicano. Mi avvisarono della morte dei miei genitori, causata da un attacco aereo tedesco”.
    Vidi l’orologio e si era fatto tardissimo. Gli domandai perché non se ne andasse, faceva molto freddo. “Grazie” disse lui e guardò anch’egli l’orologio. “Rimango qualche altro minuto”.
    C’era poco da fare, quel vecchio sarebbe rimasto tutta la notte sul quel ponte. Penso, in quel posto, gli era più facile ricordare il volto dei suoi amati genitori, era lì che li vide per l’ultima volta.

     
  • 04 dicembre 2011 alle ore 22:32
    Così potrò curare il mio amore

    Come comincia: Fabio Bolognesi stava scrivendo qualcosa in un fogliettino, quando suonò il citofono di casa.  Fabio si mise il fogliettino in tasca ed andò ad aprire. Quel pomeriggio aspettava ospiti. Dovevano venire da Como due vecchi amici d’università, Pietro e Maria.
    “Weee Fabio! Quanto tempo…come stai?” disse immediatamente Fabio.
    “Va tutto bene vecchio amico mio” rispose Fabio. “Fammi salutare Maria”. Fabio salutò Maria con due baci sulle guance e li invitò ad accomodarsi in salotto.
    “Elisa dov’è?” chiese Maria. “ Ci piacerebbe salutarla. È possibile?”
    “Sicuramente” rispose Fabio, “è in camera da letto, è stata poco bene. Adesso sediamoci che dopo la andrò a chiamare”.
    “Come sta reagendo alla malattia?” domandò Pietro.
    “Beh, abbastanza bene direi. Solo in questi ultimi giorni sta avendo piccole crisi…ahimè amici, ci sono momenti che non si ricorda neanche di me”.
    “Non ti abbattere Fabio” disse Maria. “Stai facendo tanto per Lei, sono tanti anni che la curi con dolcezza e affetto. L’amore reciproco che provate vi darà la forza per andare avanti”.
    “Bah, dai , cambiamo discorso. Sono anni che non ci vediamo. Come procedono le vostre vite?” disse Fabio. “Ah, una curiosità: ancora non avete raggiunto le nozze d’oro, no?”
    “No, ancora ci mancano sette anni” rispose Pietro.
    “ Vergognati, non ti ricordi neanche la data del nostro matrimonio!” disse Maria accennando un sorriso.
    “Ah, se è per questo a fatica ricordo quella del mio matrimonio”.
    Intanto Fabio chiese a loro se gradivano un amaro. Risposero dì sì. Gli offrì un liquore al cioccolato fatto in casa. Glielo donò una cugina che viveva nel loro stesso quartiere a bologna. Questa cugina era diventata come una sorella per Fabio, e si prendeva cura di Elisa quasi al pari di lui, da quando gli diagnosticarono, dieci anni prima, la patologia dell’ Alzheimer.
    “  Vado a svegliare Elisa” disse Fabio. Nel frattempo gli pose dei biscotti sul tavolino. “Mangiateli” disse. “Sono buonissimi”.
      Salì nel piano di sopra dove stava la camera da letto. Quando aprì la porta la trovò a terra, stava cercando di salire nella sedia a rotelle da sola. “Ma cosa stai facendo!” gli urlò Fabio. “ Perché non mi hai chiamato?”. Così la mise sulla sedie a rotelle e si assicurò che non avesse niente di rotto. Stava bene, quindi la portò dagli ospiti.
    Nonostante la sedie a rotelle non era difficile scendere le scale : avevano montato una specie di sedia – ascensore, che avrebbe permesso ad Elisa di scendere con facilità al piano di sotto.
    Quando Fabio portò Elisa in salone, Maria e Pietro rimasero sorpresi nel vederla in sedie a rotelle. Non si aspettavano che fosse già arrivata a questo stadio.
    Maria si alzò per dargli un bacio. “Come stai Elisa?” gli domandò. “Io sono una tua amica, sono venuta da lontano solo per vedere te”.
    Elisa , però , non rispose nulla.
    “Non  pretendere che ti risponda” disse Orlando. “Spesso non risponde neanche a me. Probabilmente non ti ha ascoltato neanche, è semplicemente persa nel suo mondo”.
    “Capisco” rispose Maria. “ Comunque, è sempre un piacere rivederla”.
    La visita durò fino ad ora di cena. Fabio li invitò a  stare per mangiare, ma loro rifiutarono. Volevano tornare presto a casa che domani avrebbero lavorato.
    Quando i due uscirono dalla casa, Fabio tornò in salotto, dove si accese una sigaretta. Era l’ultima sigaretta del pacchetto, cosi attorcigliò  il pacchetto e lo pose sul tavolo. Elisa sembrava essersi addormentata: aveva la testa piegata, appoggiate sulla spalla destra. Fabio si sedette sulle ginocchia proprio di fronte a lei e le prese le mani. Ivi si mise a piangere. Le lacrime cadevano come pioggia sopra la sua mano, ma lei continuava a dormire.
    Un’ ora dopo troveranno due corpi senza vita nel giardino che fa da entrata ad un condominio della periferia di Bologna. I corpi erano quelli degli anziani coniugi “Bolognesi”.
    Nel giornale del mattino si leggerà che Fabio bolognesi “ Getta la moglie dalla finestra, poi si lancia nel vuoto”.
    Nelle tasche del suo pantalone troveranno un fogliettino con scritto: “ Così potrò curare il mio amore”.

     
  • 30 novembre 2011 alle ore 0:53
    Perché smetterò di fumare

    Come comincia: Non so perché iniziai a fumare, credo non lo sappia nessun fumatore. Ricordo invece la mia prima sigaretta, ovvero la prima sigaretta dopo la quale divenni fumatore. Sì, perché la prima sigaretta non coincide obbligatoriamente con la prima tirata di fumo che si è fatta. Da bambino andavo con gli amici a raccogliere i mozziconi lasciati ancora accesi a terra, ma non furono quelle le mie prime sigarette. Per un fumatore la prima sigaretta è quella che per la prima volta ti fa assaporare il gusto del fumo, che ti fa amare quella sigaretta per la gestualità che porta a fumarla, che ti fa da iniziazione in quello che sarà il vizio più brutto della tua vita.
    La mia prima sigaretta la fumai a 19 anni. Una sera chiesi una sigaretta a mio fratello, non so perché avevo voglia di fumare. Accesi la sigaretta. Diedi i primi tiri di fumo. Cavolo, la testa mi girava, stavo bene, mi sentivo rilassato, estraniato, mentre la nicotina mi avvisa che avrei avuto bisogno di lei per star bene. La fumai tutta e l’indomani mi comprai il mio primo pacchetto di sigarette. Dissi a me stesso:” fumerò al massimo due sigarette al giorno!”  Il risultato fu che arrivai in poco tempo a superare le dieci sigarette in un giorno.
    Dopo un poco no mi girò più la testa, il fumo sembrava non aver più nessun effetto estraniante sul mio corpo. Intanto, continuava a piacermi. Anzi, mi piaceva sempre di più.
    Mi giustificavo con me stesso e con gli altri dicendo: “ Amo la gestualità del fumo. Non ne posso più fare a meno”. Ed era vero: amavo sentirmi la sigaretta tra le labbra. Amavo la fiamma dell’accendino che si avvicinava alla punta della sigaretta per dare l’inizio a tutto. Amavo il fumo che usciva dalla mia bocca.
    La sigaretta per me era un rituale. C’erano situazioni che avrebbero perso di significato senza la solita sigaretta. Ero come obbligato da me stesso a fumare. Obbligo della sigaretta dopo il caffè. Obbligo di una o più sigarette da accompagnare ad una bevuta di birra con gli amici. Obbligo sigaretta  durante la pausa studio, che io facevo praticamente ogni ora: considerando che le mie giornate di studio sono all’incirca di 6 0 7 ore , ciò vuol dire che mi fumavo 6 o 7 sigarette – ma anche di più – durante le mie ore di studio.
    Ho deciso di smettere, dopo un anno e mezzo. L’ho deciso questa mattina, dopo aver fatto un sogno. Il sogno fu così:
    Era una giornata nuvolosa ma decisi lo stesso di andare a passeggio. Camminando arrivai in ospedale. C’era gente malata ovunque: sinistra , destra, avanti, indietro, ma entrai lo stesso, infilandomi con forza tra le persone. Vidi da lontano dei medici che guardavano delle lastre e lì decisi di fermarmi. Erano delle radiografie, ma non riuscivo a capire di quale parte del corpo.
    “Ah, sei qui povero ragazzo” mi parlo così uno dei tre dottori. “ Abbiamo i risultati delle radiografie. Purtroppo non danno delle belle notizie”.
    “Cosa c’è che non va?” chiesi stupito.
    “Il tumore sembra maligno, sarà difficile sconfiggerlo”
    “Come? Un tumore? Di  Cos cosa state parlando?”
    “Sì ragazzo , un tumore” disse. “Sei un fumatore no?...Guarda questa macchia suo polmoni è tipica dei fumatori”.
    “Ma io sono ancora giovane” dissi.
    Il medico accennò un sorriso e mi disse:” significa che devi aver fumato molto intensamente”.
    Qui mi svegliai, sudato fradicio. Avevo le gambe che mi tremavano. Mi alzai e gettai il mio pacchetto di sigarette nella spazzatura.

     
  • 29 novembre 2011 alle ore 20:56
    Futuro incerto

    Come comincia: La mattina era finito tutto. La festa del Pilar si era conclusa. Mi svegliai verso le dieci, feci la doccia, mi vestii e scesi. La piazza era deserta e non c’era nessuno per le strade. Solo gli addetti alle pulizie che raccoglievano le varie bottiglie sparse per la piazza. I caffè stavano appena aprendo e si riusciva a sentire già l’odore delle prime brioche pronte.
    Entrai in un bar, dove mi sedetti in una sedia di vimini. La festa ormai era finita, ma tutto intorno ne restavano i segni, gli stessi segni che restavano ad una persona dopo aver trascorso una serata a bere. Un cameriere in camicia bianca uscì dal bar con una scopa e iniziò a spazzare la strada davanti al bar, forse glielo aveva ordinato il proprietario che stava dietro al bancone.
    Bevvi un caffè e dopo un po’ arrivò Fabio. Si sedette al mio tavolo e anche lui ordinò un caffè.
    “Allora Paolino” disse, ”è finita questa bellissima festa”.
    “S’” dissi io. “Inizierai a studiare adesso?”
    “Non credo. Adesso vorrei fare un viaggio. Mi piacerebbe andare a San Sebastian o a Salamanca. Tu inizierai a studiare per gli esami di dicembre?”
    “No. Mi rilasserò ancora una settimana. Penso che proverò a scrivere un racconto che invierò ad un concorso per autori emergenti”.
    “Cosa scriverai?”
    “Non so ancora, ma credo riuscirò a tirar fuori qualcosa da questi due mesi trascorsi in Spagna”.
    “Bene, ti auguro di trovare l’inspirazione giusta” disse. “Io ho una gran voglia di tornare in Italia, non so tu!2
    “Anch’io” risposi. “Questi mesi stanno risultando più difficili di quanto immaginassi”.
    “Parli così a causa della tua ragazza?”
    “No, almeno non è solo quello. Avevo già messo in conto la difficoltà della lontananza.”
    “Allora? Perché mi sembri così giù di morale?”
    “Fabio, credo di star percorrendo la strada sbagliata” dissi. “E adesso è troppo tardi per correggerla”.
    Intanto Fabio finì il suo caffè. Ci alzammo e uscimmo per fumarci una sigaretta. Si stava bene in piazza. C’era molto silenzio.
    “In che senso hai sbagliato strada?” mi chiese.
    “Nel senso che sto male nel sentir parlare di spread, rendimenti, valori attivi e passivi e di tutte quelle dannate cose che hanno a che vedere con l’economia. Sono uno scrittore, non riesco proprio ad appassionarmi ai modelli di markowitz. Amico, sto male nel dover dedicare quasi tutte le mie energie allo studio di queste materie”.
    “Perché mai hai deciso di darti all’economia mi chiedo!”  mi disse. “Comunque non è mai troppo tardi nella vita. Puoi mollare tutto e dedicarti alla tua passione”.
    “Sono al mio ultimo anno, sarei uno stupido”.
    “Non saresti stupido, perché dopo c’è la specialistica. Perché non ti iscrivi alla facoltà di filosofia?”
    “ Per poi cosa fare?” risposi io. “ Questa società non da più spazio ai filosofi. Non troverei mai un lavoro, e tu sai che ho necessità di iniziare al più presto di lavorare”.
    “Paolo, non so che dirti. Ti auguro che il destino ti dia la forza di realizzare tutti i tuoi sogni”.

     
  • 27 novembre 2011 alle ore 0:16
    Alla scoperta di Gaudì

    Come comincia: Faceva molto freddo nella ramblas quando uscimmo dopo pranzo, con le valigie in mano, per andare al Parco Guell. C’ era già qualcuno alla fermata dell’autobus. Quando l’autobus arrivò Mario salì e Sara gli si sedette accanto e mi prese anche un posto, mentre io tornavo nell’ hostello a prendere la cartina di Barcellona che distrattamente avevo dimenticato. Quando tornai l’autobus era strapieno e stava per partire. Gli uomini e le donne dentro l’autobus davano l’impressione di non potersi muovere d’un centimetro. Entrai comunque e mi infilai dentro con forza, fino a quando mi sedetti al posto che Sara mi aveva tenuto.
    Un Catalano, con un grande borsone pieno di bottiglie vuote, stava in piedi davanti ai nostri sedili, con tutto il suo corpo che toccava la mia spalla. Come se si volesse scusare per la molestia che involontariamente ci stava causando, ci offrì dei cioccolatini, a me e a Sara, e quando stavo per metterlo in bocca imitò il suono d’un cavallo con tanta bravura e così all’improvviso che io sputai il cioccolatino e tutti risero. Si scusò e insistette perché ne prendessi un altro. Ma poco dopo di nuovo imitò il cavallo. Era bravissimo in questo. I passeggeri ne erano entusiasti. L’uomo seduto accanto a Mario gli stava parlando in Spagnolo e Mario, poiché non capiva, gli offrì un poco d’acqua. L ‘uomo la rifiutò con un gesto.
    Infine, dopo un altro paio di falsi nitriti di cavallo, l’autobus si mise in moto. Un uomo salutò da fuori una donna che stava dentro l’autobus e tutti i passeggeri iniziarono a salutarlo. Appena si mise in moto iniziò ad entrare un po’ di area dai finestrini. L’autobus andava piuttosto veloce. Iniziò la salita verso il parco più famoso di Barcellona e così potemmo godere, guardando indietro, di una bella vista della città. Il catalano appoggiato sulla mia spalla la indicò col collo e ci strizzò l’occhio. Poi disse : “Bella, eh?”.
    “Questi catalani sono proprio simpatici” disse Alberto.
    L’autobus si fermò appena sotto il parco, dove siamo scesi. L’autista ci disse che da lì dovevamo prendere delle scale mobili che ci avrebbero portato all’entrata posteriore del parco. Sembrava che eravamo gli unici turisti, perché la maggior parte della gente rimase sull’autobus.
    Le abitazioni ci ricordavano i piccoli paesini italiani e non ci sembravano di certo essere le case di una grande metropoli. La zona che circondava il Parco Guell era quasi qualcosa a parte dalla città. Le case erano vecchie, quasi misere.
    Avevamo una certa fame, quindi prendemmo un panino a testa in un bar di cinesi che incontrammo lungo la strada e pagammo due euro ciascuno.
    Dopo una lunga salita finalmente arrivammo all’entrata del Parco Guell e subito fummo accolti da due edifici particolarissimi che stavano rispettivamente uno a destra e uno a sinistra. Sono ignorantissimo riguardo la storia dell’arte, perciò non sono in grado, per mia sfortuna, di dare una spiegazione tecnica di quello che ho visto. Certo è che anche un ignorante come me resta senza parole di fronte ad una costruzione di Gaudì.
    L’opera che aveva più successo era la salamandra all’entrata del parco, nella prima scalinata. Le persone stavano in fila per farsi una foto accanto alla salamandra.
    “Perché non facciamo anche noi una foto in posa accanto alla Salamandra?” disse Sara. “Guardate che bello”.
    “Sì è stupendo” rispose, con un forte accento catalano, un signore che ci stava accanto. E ci fece un sorriso. “Siete italiani? E di quale città?” domandò.
    Sara rispose : “Io e lui” indicando Mario “siamo calabresi, mentre quest’altro ragazzo è palermitano”.
    “ Un giorno mi piacerebbe andare a Palermo. È una città piena di stupende opere d’arte”.
    “ Ma Lei è spagnolo? È stato in Italia? Parla molto bene l’italiano…” dissi io.
    “Certo. Ci sono stato” disse. “Vent’anni fa”.
    Era un uomo di mezza età, buono come gli altri, con un ispida barba nera.
    “Dove è stato in Italia?” chiese Mario.
    “ Ah, io ero a Milano. Era bello.”
    “ Perché si trovava a Milano?”
    “Come?”
    “Per quale motivo stava a Milano?”
    “Oh! Ero andato lì per lavorare ad un progetto. Sono un architetto”.
      “Volete fare un giro nel parco con me?” ci chiese. “Posso farvi da guida”.
    Accettammo molto volentieri. Così iniziò a farci da guida: “allora ragazzi dovete sapere che il Parco Guell è stato realizzato tra il 1900 e il 1914. Fu commissionato a Gaudì dall’industriale Fuseli  Guell e doveva essere all’origine una specie di città-giardino. La città di Barcellona lo acquistò nel 1922, trasformandolo in un parco pubblico”.
    Tutte le costruzioni di Gaudì sembravano disordinate, senza logica, ma come dire,  era un piacevole disordine.
    La nostra guida – ah si chiamava Ortega – ci portò verso il colonnato obliquo, che ci sembrò subito la strana visione d’un sogno. Poi arrivammo in una particolare terrazza piena di mosaici e disegni pittoreschi. Ortega con voce appassionata ci disse: “ per la costruzione utilizzò alcune ceramiche di recupero e semplici pezzi di vetro, che compaiono come tessere dei mosaici colorati”.
    Erano ormai le sei del pomeriggio, il parco stava per chiudere. Dovevamo andare. Ci sentimmo in dovere di invitare Ortega a cena con noi. Avremo mangiato al ristorantino che stava sotto il nostro hostello.. Ortega però non accettò, doveva tornare da sua moglie ci disse. Eravamo rattristati nel salutarlo, ci sembrava quasi di perdere un amico.
    Quindi, salimmo  sull’autobus che ci riportò vicino alla ramblas, dove avevamo la camera. Salimmo verso il nostro piccolo albergo, con le valigie in mano, non ci fidammo di lasciarle in quella stanza che non poteva essere chiusa a chiave.
    Alla reception ci stava una donna grassa, mentre questa mattina ci stava un uomo taciturno. La donna si tolse gli occhiali ,li pulì e se li rimise. Nell’hostello faceva freddo e fuori cominciava a soffiare il vento. Nella camera c’erano quattro letti, un armadio e persino una doccia. Il vento soffiava contro le imposte. Ci lavammo e scendemmo nel ristorantino che stava proprio sotto. Fortunatamente era un ristorantino semplice, molto rustico, perché desideravamo solo un panino coi calamari e qualche birra.
    “Dio mio” disse Mario. “Non è possibile che domani faccia così freddo. Io con questo tempo non ci penso neanche ad andare in giro per Barcellona domani”.
    Entrammo nel ristorantino e ci sedemmo in un tavolino da tre. Subito arrivò la cameriera a preparare la tavola per la cena.
    La ragazza ci portò i panini, come da noi chiesto, e tre boccali di birra da mezzo litro.
    Dopo cena andammo di sopra all’hostello a fumare e a parlare a letto per scaldarci. Faceva piacere stare a letto al caldo con quel vento fortissimo che soffiava fuori.
    Mi addormentai, contento di trovarmi a Barcellona, ma, ad un tempo, con già una gran voglia di tornarmene a casa.

     
  • Come comincia: È evidente che in sogno di Martin Luter King sia ben lontano dal realizzarsi. Ancora non riusciamo a osservarci gli uni uguali agli altri. Altresì, siamo ben lontani dal poterci sentire cittadini del mondo.
    È stata sufficiente una semplice proposta del presidente della repubblica affinché si accendesse lo sdegno di un gran numero di italiani…Napolitano ha detto: “Mi auguro che in parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un autentica follia, un’assurdità. I bambini hanno questa aspirazione”. Una proposta, questa del presidente, che avrebbe dovuto ottenere il consenso della gran parte degli italiani, perché fatta col cuore, perché umanamente giusta e solidale. E invece?... Sui social network si leggono solo commenti di disapprovazione. I maggiori esponenti del partito della lega Nord annunciano un opposizione ferrea, o addirittura manifestazioni in piazza.
    La condizione giuridica dei bambini di origine straniera nati in Italia è molto ambigua e precaria. È strettamente legata alla condizione dei genitori: se i padri ottengono la cittadinanza – dopo 10 anni di residenza legale – questa si trasmette anche ai figli. Dall’altro lato la legge prevede che i minori di origine straniera nati in Italia possano fare richiesta di cittadinanza solo al compimento del 18-esimo anno di età, a condizione che siano in grado di dimostrare di aver vissuto ininterrottamente sul territorio italiano.
    Uno dei maggiori difetti degli uomini è la convinzione che il proprio benessere debba coincidere con la sventura di un altro. Sovente è così, seppure non in tutti i casi. È un sentimento molto legato alla gelosia. Si desidera sempre ciò che gli altri hanno e a noi manca. A sua volta desideriamo avere un bene, o uno stato di benessere, che agli altri manca. Mentre il dolore e la cattiva sorte sono più facili da sopportare se condivisi con altri, il bene è più piacevole se goduto in solitudine, con gli altri che ci fanno da spettatori.
    A causa di questa convinzione morale, ovvero che il proprio bene non può coincidere con il bene degli altri,  ci si rifiuta di considerare italiani persone che hanno la pelle un po’ più scura.

     
  • 15 novembre 2011 alle ore 0:24
    Una semplice giornata in Spagna

    Come comincia: La mattina scesi Avenida Zagasta sino a Gran Via per il caffè e la brioche. Era una mattina piovosa. La pioggia scendeva fitta sopra le nostre teste. C’era la spiacevole sensazione che dà, di primo mattino, una giornata di pioggia. Lessi il giornale, “El Pais”, mentre bevevo il caffè, poi fumai una sigaretta. Tutti i fumatori sentono la necessità di fumare una sigaretta dopo il caffè. Passavano studenti che salivano verso la facoltà di economia o verso il grande campus universitario san Francisco. Il tram era pieno di gente che andava al lavoro. Uscì dal bar e percorsi circa duecento metri a piedi prima di arrivare alla facoltà di economia, la mia facoltà. C’era un uomo di colore che cercava di vendere i suoi oggetti – non so come faceva a tenere tra le mani tutta quella roba – a due turisti, ma senza successo. Da ogni parte c’era gente che andava al lavoro. Tutti avevano la faccia di chi già non ce la fa più, e questo a causa della pioggia. Era, comunque, piacevole andare a lezione.
    Dovevano trascorrere tre quarti d’ora prima dell’inizio della mia lezione, quindi continuai a leggere il giornale.
    Tornando dalla sala lettura, dove mi ero fermato a leggere il giornale, incontrai Matteo e Lucia, anch’essi studenti Erasmus come me.
    “Cosa fai di notte, Luca?” domandò Matteo. “Non ti vedo mai in giro”.
    “Oh giro per i bar del centro”.
    “Bisogna che si esca insieme una sera. Alla Martinica. È quello il locale più conosciuto dagli Erasmus, no?”.
    “Sì. C’è anche la Chucaracha, ottima per bere a basso prezzo”.
      “Siete andati alla palestra dell’università?” domandò Lucia.
    “Veramente no” disse Matteo. “Quest’anno ho deciso di rallentare con lo sport, mi ha preso sempre troppo tempo”.
    “Io ho solo due corsi da frequentare prima della laurea, quindi ho molto tempo libero” disse Lucia.
    “Beata te” replicò Matteo. “Sai cosa ti dico? Non vedo l’ora di finire con questa cazzo di università così avrò tutto il tempo del mondo per fare ciò che più mi piace”.
    “Andiamo al bar?” disse Matteo.
    “Io non posso, tra pochi minuti inizia la mia lezione” risposi io. “Fra due ore siete disponibili?”
    “Io no, devo andare al lavoro” disse Matteo.
    “Io invece posso” replicò Lucia. “Quindi ci vediamo qui tra due ore per prendere un caffè insieme”.
    “Certo”.
    Finita la lezione uscì dall’aula e Lucia mi stava già aspettando. “Ciao, Luca” disse. “Visto che ormai è quasi mezzogiorno andiamo a pranzo?”
    “Sì, volentieri. Mi è venuta una certa fame…”
    “Dove andiamo a mangiare?”
    “Che ne dici del Mithos? Hanno un ottima paella.”
    Al ristorante abbiamo ordiniamo un piatto di paella da dividere in due e una coca-cola. La cameriera ci portò un piatto di paella enorme.
    “Cosa hai fatto questa notte?” domandai.
    “Niente. Sono stata a casa”
    “Come va lo studio?”
    “Malissimo. Da quando sono arrivata in spagna faccio di tutto tranne che studiare”.
    “Hai più pensato di andare in Andalucia?”
      “ Lo desidero sempre, ma devo risparmiare prima un po’ di soldi. Ho visto che costa molto il viaggio. Inoltre non vado anche per altri motivi”.
    “E quali sarebbero questi motivi?”
    “Francesco”
    “Be’” dissi. “Potete andare insieme”.
    “Non gli piacerebbe. In questo momento desidera solo stare a Zaragoza, perché , dice , che non è riuscito ancora ad ambientarsi come avrebbe voluto”.
    Ad un tratto la vidi scoppiare in lacrime.
    “Va tutto bene?” le chiesi.
      “Lascia perdere. Va tutto bene. Mi sono irritata solo per un attimo. Questo ragazzo mi sta distruggendo” disse. “Bene, mangiamo”.
    Finito di pranzare, ritornammo in facoltà, entrambi avevamo un’altra lezione.
    Al ristorante capii che Lucia avrebbe voluto parlare ancora di Francesco, ma glielo impedì per tutto il tempo che siamo stati insieme. Non mi è mai piaciuto vedere le tragiche reazioni d’una persona travolta da un amore non corrisposto.

     
  • 11 novembre 2011 alle ore 23:27
    Dopo una sbornia

    Come comincia: Non so a che ora andai a letto. Ricordo che mi spogliai, mi misi il pigiama e iniziai a leggere, un libro di Vittorini, “Conversazione in Sicilia”. Decisi di portare questo libro con me perché desideravo un pezzo di Sicilia anche qui in Spagna. Probabilmente rilessi più volte la stessa pagina. Non potevo andare a letto, mi avrebbe girato eccessivamente la testa. Quanto vino avrò bevuto?...Non ricordo.
    Mentre stavo leggendo, probabilmente sempre la stessa pagina, sentì salire le scale, erano due persone, poi capì quando entrarono in casa. Erano il mio coinquilino Jesus e la sua ragazza. Accesero la luce in cucina e li sentii ridere, dopo di che se ne andarono nella loro stanza. Mi fa male vederli insieme; mi fa male anche solo sentirli stare insieme, come successe ieri notte. Mi riportano ai momenti con la mia ragazza che non posso più rivivere. Senza contare il fatto che ieri notte stavo con uno stato d’animo molto sensibile, reso così dal litro di vino e dall’atmosfera della notte. Cavolo non ha senso che per il solo fatto che faccia buio si debbano vedere le cose in maniera diversa. E intanto, quante notti trascorse senza dormire perché i miei problemi erano quadruplicati solo per il fatto che stavo al buio.
    Comunque, la testa smise di girarmi e quindi mi misi a letto. No ,inutile, non riuscì a dormire. Riaccesi la luce e lessi. Lessi il Vittorini. Sapevo che leggendo in quello stato d’animo ipersensibilizzato da tanto vino e dal ricordo di S. ,poi, l’indomani, avrei creduto che, quello che stavo leggendo, in realtà era capitato a me. A un certo punto, verso l’alba- non ricordo l’ora – mi addormentai.

     
  • 11 novembre 2011 alle ore 16:16
    La morale in tempo di guerra

    Come comincia: George Orwell scrive: " la scelta prima di essere uomini non è, di regola, tra bene o male, ma tra due mali. é possibile lasciare che i nazisti governino il mondo e ciò è male; oppure è possibile rovesciarli con la guerra, e anche questo è male. Non c'è altra scelta davanti a te, a seconda di quale si scegli, di non uscire con le mani pulite".... Personalmente non penso che mai potrò fare una guerra. Il solo pensiero di sparare ad una persona mi rabbrividisce, credo che non ci riuscirei. Altresì non penso che parteciperò mai ad una ribellione armata, anche contro il peggiore dei dittatori, perché on la storia delle guerre passate, e anche presenti ,ho capito che con la guerra anche un uomo moralmente giusto inizia, a volte , quasi a prenderci gusto nel far del male , o nell'ammazzare, il proprio nemico, e il guaio è che tutto è giustificato, dall'ideale, dalla causa: si ci accanisce tanto contro il proprio nemico perché si pensa che tanta cattiveria è utile alla causa ,e la coscienza sporca un prezzo da pagare in nome della libertà.
    Come dice Umberto Eco l'odio è così diffuso perché è capace di abbracciare tutta una moltitudine ,a differenza dell'amore che è selettivo, egoistico.
    L'ultimo esempio di guerra brutale è stato il conflitto libico, dove vi è stata una manifestazione di odio di massa in occasione della cattura di gheddafi: su you tube sono disponibili molti video, filmati con i cellulari, che immortalano la cattura dell'ex dittatore.Nel vedre questi video ho provato quasi vergogna d' appartenere alla razza umana . Penso che qualsiasi uomo, anche il più terribile, abbia il diritto ad una morte più degna... Gheddafi viene trascinato da centinaia di rivoltosi come se fosse carne da macello, buttato dentro un camion e subito dopo ammazzato.
    é evidente che l'odio per il nemico faccia perdere il rispetto per la vita umana!
    La versione ufficiale del governo di transizione è che gheddafi è stato ucciso in un fuoco incrociato tra i ribelli e le sue guardie del corpo. Ma la realtà, come dimostrano i video è stato frutto di un esecuzione sommaria.
    Ahimè, in tempi di guerra, seppure sorta per dar vita ai più alti ideali di democrazia e libertà, l'uomo perde tutta la moralità che gli è propria: anche per questo motivo la guerra è ciò che di più schifoso possa esserci al mondo...molti muoiono e altri smettono di essere uomini pur vivendo!

     
  • 09 novembre 2011 alle ore 23:16
    L'avventura di un attivista per la pace

    Come comincia: È una bella giornata, il sole tiepido, il cielo limpido, il mare sembra una coltre impassibile. Hanno scelto la mattina giusta per andare a pescare.
    Vittorio dice a Shane: “io vado insieme a Mutafiz. Tu vai insieme ad Amos?”
    “Si, va benissimo. Solo non so se sarò in grado di stare sopra un imbarcazione da pesca, è la prima volta per me”
    “Tranquillo, noi li dobbiamo solo accompagnare, per dargli un po’ di sicurezza. Devono capire che siamo pronti a rischiare proprio quanto lo sono loro” gli risponde Vittorio.
    La pesca sembra procedere bene, le lenze hanno già portato i primi pesci e si procede per l’utilizzo delle reti. Le due imbarcazioni decidono di fermarsi a sei metri dalla miglia.
    Verso le sei del mattino accade ciò che tutti temevano accadesse: i due pescherecci vengono intercettati da ben otto imbarcazioni militari Israeliane. Vengono da queste accerchiati e si vedono aprire un fuoco intimidatori intorno.
    “Il trattato di Oslo conferisce sovranità ai Palestinesi fino a venti miglia dalle coste della striscia e noi siamo solo a sei miglia dalle coste di Gaza, non riesco a capire perché ci sparano contro” dice Shane.
    “Semplicemente perché siamo palestinesi caro amico mio” gli risponde Amos.
    Vittori pensava che l’avrebbero ucciso, era questione di minuti. Gli puntavano addosso decine di fucili, pistole, canne di cannone. “Perché siete a bordo del nostro peschereccio?” chiese a loro, o meglio, chiese all’ufficiale che sembrava ricoprire il grado più alto. Continuò : “quale pericolo per la sicurezza di Israele rappresentiamo? Sono semplici pescatori che vanno a largo per procacciarsi il minimo sufficiente a sfamare le proprie famiglie”. Non ottenne, però, alcuna risposta dall’ufficiale Israeliano.
    Vittori riprende a parlare: “ In quanto ben distanti dai confini Israeliani non riconosco la vostra autorità”. Così decide di iniziare una protesta non violenta: si arrampica sul tetto del peschereccio e da lì sull’impalcatura di ferro che funge da gru, a poppa, per issare le veli. I militari, altresì, non rimangono fermi, lo inseguono e gli puntano le pistole in faccia. Questa scena dura pochi istanti, fino a quando sopraggiunge un altro soldato che gli spara un colpo di pistola taser sulla schiena, ovvero una fortissima scarica elettrica che in un attimo lo fa accasciare a terra. Con Vittorio sul suolo i soldati – erano quattro – cercano di spingerlo di sotto sulla poppa, una caduta di tre metri che gli avrebbe procurato, come minimo, qualche frattura. Fortunatamente, con un colpo di reni riesce a gettarsi in mare, e vi rimase, nuotando lentamente verso la costa di Gaza, non curandosi degli spari che i soldati facevano arrivare a pochi centimetri da lui. Nuotò per una buona mezz’ora, con le navi che lo seguivano a breve distanza, ma i palmi delle mani si erano fatti blu, i denti iniziavano a battere, quindi, stremato decise di fermarsi e farsi trarre fuori dall’acqua dai soldati.
    Le navi si diressero verso il porto di Ashkelon . Vittorio continuava a tremare per il freddo, ma non poteva farci nulla, non si poteva muovere, stufi di lui i soldati gli avrebbero sparato con estrema facilità.
    Una volta arrivati al porto sono stati condotti fuori dalle imbarcazioni da guerra, lui e il suo amico attivista Shane, e videro una scena agghiacciante :tutti quanti i pescatori stavano inginocchiati nudi, incatenati alle caviglie e coi polsi ammanettati dietro la schiena , bendati. Avevano fatto tutta la traversata in mare in quello stato.
    Vittorio e Shane trascorreranno , poi , tre giorni in un angusta cella di Tel Aviv , popolata da insetti e parassiti.
    Nel buio della cella Vittorio non riesce a non pensare a quella terribile giornata in mare, dove per poco non è morto. Non riesce a scrollarsi dalla mente l’immagine di quel soldato israeliano che gli puntava la pistola in fronte, e pensa : “i loro occhi, dietro i passamontagna neri, sono la migliore rappresentazione dell’odio che mai mi è capitata di vedere, un odio impartito in anni di lezioni rimandate a memoria, su come annientare il nemico, anche quando il nemico non esiste”.