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Recensioni di Paolo Fiore

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  • Un taglio trasversale dell'esistenza umana, tangente il bordo dell'abisso, "Luce Nera" di Nicola Vacca accende i riflettori sul backstage della narrazione dell'uomo:L'indicibilità del male eppure la sua consustanzialità alla nostra esperienza. Non è un caso che la silloge sia inaugurata dall'occhio millenario di Isaia che "scruta il cielo di Dio da questa terra malferma di peccatori" confondendo suburanio ed iperuranio, accomunati dalla contaminazione del bene e del male dove "angeli di carne camminano insieme agli assassini di ogni bene" (p.I). Il profeta, cerniera oracolare tra alto e basso, traduttore di un linguaggio ineffabile, posa il piede nel territorio del sacro dove tutto è Caos. Il medesimo "caos" che "vuole il dubbio ma poi semina disordine nelle anime violate dalla colpa, dal torto" (p.II). E lì rimane invischiato nella contaminazione primigenia dei contrari, irriducibile all'arrendevole metro della ragione che tenta tassonomie che naufragono miseramente nelle sabbie mobili dell'Indistinto. La perfezione è la contemplazione estatica del Nulla, l'impostura più grande e allora la scelta necessaria è "l'incompiuto, una traccia da seguire anche se lasciata da un'orma che vacilla"(p.XI), orma che è insieme sé ed altro da sé, orme di nostri ed altrui piedi, "Parole per camminare con un'anima che indossa l'intuizione di una pista dorata"(p.LIII) per un cammino lastricato di parole, per questo Vacca ci confessa:"metto per iscritto le parole con l'intenzione di liberarle, scrivo su questo disordine di pagine e l'unica cosa che viene fuori è un grido che lacera l'amore"(p.XIV). Necessario, infatti, guardare le parole inchiodate dall'inchiostro, per vedere allo specchio quel sangue nero rapprendersi dalla nostra bocca poiché "Ci affanniamo a vestire la vita" sia pure con i nostri poveri cenci da Arlecchino mentre in agguato "c'è sempre la Storia che porta con sé un nuovo tempo del male che si dilegua nella nostra apocalisse quotidiana"(p.XV).Questo nostro svelamento personale contro la narrazione paradigmatica dell Storia. Necessità di parole apocrife con un eccedenza di senso, perché "Le parole apocrife sono il mezzo più sicuro per non perdere la follia"(pXIII), una semantica multipla che suona più registri narrativi, per questo "forse è stato vano il tentativo dei filosofi di voler dare all'esistere una forma"(p.XXIV). "La vita morde gli anni e si sta tutti nell'avamposto del mondo in cerca di una difesa: l'attacco porta con sé minacce"(p.XXVII).Non rimane che "Essere immanenti alle cose e interrogare Dio senza pretendere alcuna risposta"(p.XXVII). In questo deserto dei Tartari Giobbe non avrà una seconda possibilità ma non smetterà di interrogarlo, il suo dio. La sua eticità non giustifica la pretesa di una benevolenza divina, solo timore e tremore.Nessuna giustizia necessaria, al contrario: necessità nell'assenza celeste di una giustizia antropomorfa. Al di là del bene e del male l'Universo mondo, ancorato alla necessità del bene e del male l'Universo umano, questi con l' illusione che tutto il cielo sia azzurro, quello con la certezza che il colore degli spazi siderali sia il nero, quella Luce Nera di Nicola Vacca è l'incommensurabilità della dimensione della divinità solitaria e deserta alla provvidenza materna sub specie societatis. Ma se "Abbiamo già perso perché non sappiamo resistere alla bellezza sinistra del terrore" sappiamo comunque che "C'è una dolcezza nella malinconia che si stampa nel cuore".

    [... continua]
    recensione di Paolo Fiore

  • Siamo tutti nani sulle spalle di giganti nelle sembianze, alternativamente, di figure simboliche di riferimento o proprio di uomini in carne ed ossa ma che spesso si rivelano più nani dei nani: il primo dei molti nuclei di "Buio per i bastardi di Pizzofalcone", l'ultima fatica (ma in realtà una storia densissima, una valanga che travolge parlando di sè) di Maurizio De Giovanni.
    E' la caduta dei giganti raccontata in una filigrana inconsapevole e disarmante da Dodo, il bambino rapito, che non dubita neppure un istante di essere "il piccolo re del suo papà gigante", incarnazione potente di Batman, il suo eroe, che, fortunatamente, porta con sé nei giorni bui della prigionia.
    E per una ragione naturalissima è proprio la fantasia che gli permette una personale interpretazione di quella vicenda vissuta, troppo grande per lui, che, paradossalmente, nella sua radicale differenza dal quotidiano, è molto più simile al fantastico e quindi più gestibile per un bambino.
    E quella fantasia fa il paio con l'immaginazione come unica chiave di volta per affrontare situazioni nuove ed insolite come in una poetica di Italo Calvino riecheggiando la straordinaria lettura di Roberto Benigni ne "La vita è bella".
    Ma questo Batman sembra esausto e Dodo non può e, di sicuro, non vorrebbe saperlo.
    Non sarà un caso se nel prossimo film in uscita nel 2015, Batman, interpretato da Ben Affleck, sarà appunto stanco?
    Stanco non della sua missione ma proprio per la sua missione, stanco ed esausto della lotta contro il crimine, come afferma il regista Zack Snyder, in qualche modo più umano, quasi incarnato.
    Potremmo riconoscerci nella "Società della stanchezza", nella definizione del tedesco- coreano Byung-Chul-Han riprendendo la lettura kafkiana del mito di Prometeo, "quando le aquile si stancarono, gli déi si stancarono e la ferita stanca si chiuse", ribadita realisticamente nella figura degli "Sdraiati" di Michele Serra, ulteriore declinazione dell "modernità liquida" secondo Bauman.
    Sono ancora domande rivolte al lettore, queste, evidentemente e "Buio", in tal senso, le sottolinea.
    Il rapimento di Dodo non è soltanto "lavoro" per i "bastardi di Pizzofalcone" ma è, soprattutto, un punto interrogativo sulla dimensione della loro paternità.
    Ciò che ci accade intorno è sempre una domanda rivolta a noi, alla nostra vita, siamo in gioco anche quando apparentemente non lo dovremmo essere poiché quella cosa non ci riguarda, niente veramente non ci riguarda e quindi tutto...
    Nel libro di De Giovanni sono domande sulla paternità che interrogano l'agente semplice Guida sui suoi tre figli, così come il vicesovrintendente Ottavia Calabrese sul suo Riccardo, autistico, che ha necessariamente polarizzato e sicuramente ingessato la sua vita, ma anche l'apparentemente indecifrabile ispettore Lojacono con la sua Marinella, il tutto diluito e poi condensato nella metafora della vita che scorre sempre uguale per poi giungere ad un tempo che spariglia le carte, che interrompe il quotidiano e che, nell'illusione del decollo, si traduce in rovina, quel "maggio" che somiglia così tanto all "'aprile delle allodole di Rilke" o alla "sagoma nera del cannone di Guccini".
    In questo "più che giallo" di Maurizio De Giovanni, anche se sono sempre individuabili i responsabili, sembra quasi che non ci siano veri e propri colpevoli più di quanto essi stessi non siano, a loro volta, vittime, attraverso la stretta cruna tra causa e colpa.
    E così, l'analogia profonda del cortocircuito dall'amore autentico al possesso, che accomuna il legame di Lena e del padre di Dodo verso il bambino, tradiscono entrambi una mancanza che riguarda ancora una volta la relazione genitoriale;
    Lui per eguagliare in qualche modo le "oblique imprese" del suocero, quasi in un rapporto di filiazione rovesciata e lei per la frustrazione da abbandono dei figli lasciati in Serbia come una maternità negata, in qualche modo abortita.
    Sembrano risuonare qui le storie vere delle giovani donne tedesche di inizio Novecento che rappresentarono l'intuizione interpretativa psicopatologica del giovane Karl Jaspers.
    Anche'esse avevano dovuto abbandonare i loro figli nelle campagne d'origine per diventare le tate dei bambini che poi avevano ammazzato.
    Proprio da qui partì uno dei due grandi filoni psicologici, quello fenomenologico, che cercò di trovare un "senso anche alla follia al di là di ogni ragionevole non sens ".
    Da questo rapporto così profondo con Dodo scaturisce la dimensione del possesso che pretende di legittimare in qualche modo l'uso del bambino come proprietà personale.
    E su questa base si innesta anche la dimensione della transitività della colpa e la diretta proporzionalità della misericordia al sacrificio di se stessi, del cristiano "non c'è amore più grande..." nella figura, al contempo serena ed inquietante, di frate Leonardo.
    De Giovanni radicalizza con lui il messaggio cristiano dell'Agnello carico del fardello più pesante: la Colpa più grande.
    Intrecciando così la dimensione, diremmo postmoderna, dell'eutanasia alla millenaria dimensione cristiana del sacrificio di se stessi.
    Ma anche questo cortocircuito è una trappola circolare tra il frate e la sua amicizia fraterna nella persone del vicecommisario Pisanelli in cui lo stesso appiglio esistenziale annulla la ragione dei due opposti, rendendo evidentemente impossibile da stabilire quando veramente c'è un "cuore ( ormai ) deserto che continua a battere".
    Probabilmente perché gli eroi normali consistono della loro autenticità, nella consapevolezza delle loro miserie, pagata al prezzo di una maschera obbligatoria da indossare, ma che "al momento buono verranno fuori, e saranno perfettamente uguali a se stessi..."

    [... continua]
    recensione di Paolo Fiore