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Paolo Goglio

in archivio dal 03 ago 2011

29 agosto 1960, Milano - Italia

03 ottobre 2011 alle ore 20:43

Un casista incasinato

Il racconto

Per essere un casista, ai tempi della recessione immobiliare pluriavanzata (1.250 A.M. – leggasi Ante Mattonem) servivano ben altro che pluridecorazioni, lauree a dishonorem, nomine catastali predefinite o governative, licenze poetiche ad uso edilizio o rogiti notarili con caparra anticipata e relativa dilazione in 250 bienni senza particolare disinteresse…

Si trattava, a quei tempi, della più avanzata professione specialistica che essere vivente potesse mai pensare anche solo di immaginare, in quanto l’iter diplomatico-burocratico-parastatale era enormemente complesso e difficoltoso: una professione eletta quasi a mitologico simbolo dello sviluppo e del progresso di allora.

Ecco perché Tino Mattone passò alla storia… perché fu lui l’unico atleta dell’ingegneria a superare i mille e mille (uguale duemille) ipercavilli, esami, controesami, prove del 39, controprove, analisi e controanalisi necessarie per ottenere questa specializzazione assoluta tanto ambita da qualsiasi ambizioso idealista arrivista e traguardista. Prima della sua venuta, tutti i 5 milioni di abitanti di Manopoli, uno stato democratico particolarmente prospero e progredito, vivevano in un unico insediamento domestico costituito da un’enorme struttura in giunco e vimini sotto la quale alloggiavano senza alcun riferimento di proprietà, domicilio o ubicazione, vaganti sotto questa immensa protezione dalle intemperie, quasi come formiche in un formicaio di giunco e vimini. Nessuno si era mai posto il problema di vivere diversamente anche perché, per farlo, qualcuno avrebbe dovuto porsene il problema… E’ così che in un unico spazio si svolgeva tutto e accadeva di tutto: le persone giravano accalcandosi a tratti una sopra l’altra e a volte gruppi sopra gruppi, indistintamente; chi camminava, chi correva… non c’era un particolare regolamento al proposito anche perché lo spirito di comunità era di lasciare massima libertà alle esigenze di ciascuno: si era tutti in uno in tutti i sensi, dappertutto!
Comizi di popolo sopra partite di polo, accanto a fiere del bestiame e sotto gruppi di lavoro, di ballo, di canto, di studio o di danza anaerobica. Lezioni di scuola in mezzo a gare di formula 19, previsioni del tempo tra artigiani del pellame, pescatori tra automobilisti scatenati e bambini giocherelloni tra anziani traballanti e ancora vigili urbani tra operatori ecologici e distributori di volantini tra gestori di autogrill… Non è che ci fosse poi questo gran casino, perché in effetti il casino era totale… solo che istintivamente si poteva provare a far di meglio ma… quella era la realtà e per cambiarla occorreva cambiarla.

Cosa non da poco, considerando che le tradizioni millenarie erano ben radicate nell’uso ma anche nel costume del popolo… era come andare da un pinguino e fargli presente che al Polo Sud faceva freddo… Cosa gliene avrebbe potuto sbattere più che qualche minuto? Chi aveva interesse a discutere il proprio habitat, la propria condizione sociale, la propria  comune metodologia esistenziale… e perché?

Tino Mattone, unico addetto alla manutenzione e alla gestione tecnicologistica dell’immane copertura in giunco e vimini che proteggeva gli abitanti della sua città, gestiva una squadra di operai specializzati che, arrampicandosi sulla struttura stessa e passando di trave in trave librandosi su delle corde penzolanti, provvedevano al controllo quotidiano della perfetta integrità dell’insieme: chiudevano eventuali falli provocate dalle intemperie, controllavano lo stato di usura e deterioramento dei supporti o dei rivestimenti segnalando eventuali elementi difettosi o pericolanti. Tino Mattone, dunque, effettuava un sopralluogo per verificare l’intervento da eseguirsi e forniva alla Officina di Falegnameria Statale i parametri necessari per produrre gli elementi che andavano sostituiti… Ne seguiva la lavorazione artigianale truciolo per truciolo, il trasporto, la messa in posa e quella in chiesa, e ne testava infine la resistenza con un gruppo di pesi massimi che  sollecitavano le parti secondo precisi criteri definiti dal Test di tolleranza che lui stesso, in anni di approfonditi studi, aveva elaborato, forgiato, nonché tradotto in una sintetica formula algo-geo-fisica di cui riportiamo un sunto:
“ Dato un elemento in giunco o vimini della lunghezza pari ad 1 metro, diametro spessore 15 cm, peso specifico 8,3 gha (unità di peso specifico locale) se ne certifica la tolleranza agli agenti atmosferici e intemperie particolari laddove 15 obesi di taglia superiore i 150kg, ritmando su di esso danze caraibiche e movenze di ballo polacco, non lo incrinino né lo spezzino”

Accalcato tra la folla formicaieggiante di una qualunque giornata quotidiana, Tino Mattone, soffocato e sgomitante, soffriva il caos generale di quel modo di vivere… Ragionando sui suoi progetti di manutenzione e gestione dell’impianto di copertura della città, si ritrovava spesso a schizzare forme nuove, particolari, che custodiva tra i suoi appunti di ricercatore insieme alle equazioni paraalgebriche e agli integrali irrisolti di quando frequentava le scuole superiori. A volte si illudeva di riuscire ad inventare nuove soluzioni abitative per il genere umano ma, per quanto fosse il miglior iperspecializzato in tema, non gli venne mai nulla di funzionale o di realizzabile.

La primavera portava nuove forme di vita nel mondo intorno a Manopoli, accompagnate da un vento tiepido, dal profumo di germogli sui rami delle piante, di fiori tra l’erba dei prati più verdi, più vivi… Il canto leggero di passerotti e rondini filtrava dalla copertura della città insieme a raggi di un sole più caldo, più luminoso… e l’acqua dei ruscelli che scendeva dalle vicine colline sembrava tintinnare più chiara e più limpida. Era il momento tanto atteso del picnic: tutti gli abitanti si spostavano al di fuori del centro urbano e si accalcavano sull’erba tenera uno sopra l’altro. A turno quelli sopra stavano sotto e viceversa per dare sia la possibilità di adagiarsi sul verde prato in fiore, sia di ricevere il tepore del sole primaverile. Era un momento di intenso svago e particolare relax paragonabile solo al grande esodo estivo quando si recavano nell’adiacente mare per una bella balneazione di gruppo; anche in questo caso era prevista una rotazione in acqua: le persone sotto raccoglievano conchiglie, alghe e frutti di mare, quelle sopra rianimavano quelli che venivano da sott’acqua, quelli più sopra ancora si arrostivano al sole o prendevano a fiondate i gabbiani di passaggio per evitare che defecassero troppo vicino al loro cranio.
Nel pieno del picnic di primavera Tino Mattone volle isolarsi momentaneamente dal Gruppo per studiare il mondo che lo circondava… Uno scoiattolo passò saltellando accanto a lui, lo guardò un istante per poi fuggire verso il bosco. Tino lo seguì con lo sguardo e lo vide sparire in un albero, come per incanto… Stupito ed incuriosito si avvicinò alle fronde che si cullavano al vento ma non vide nulla; in alto, lungo il tronco, c’era solo un piccolo buco ma non era possibile che tutta la comunità degli scoiattoli si accalcasse in un buco così piccolo… Si tenne il mistero e continuò a studiare, sedendosi accanto ad un ruscello… spostò un piccolo sasso sommerso e… sobbalzò dallo stupore: un pesciolino argentato guizzò da sotto di esso per scappare velocemente altrove… cosa stava facendo? Perché era lì… e dov’era e come poteva essere la comune abitazione di tutti i pesci del ruscello? E quella dei passeri? Quella delle rondini?
Esaminando una foglia dal tenero color verde primavera, concentrò la sua attenzione su un esemplare animale veramente particolare e curioso: un indefinito corpo molliccio e appiccicoso che strisciava lentissimamente con un rigonfiamento superiore apparentemente duro e leggero. Si avvicinò per sfiorarlo e con grande stupore vide che la parte molle dell’animale scomparve in quella dura!
Questo fenomeno imprevisto e molto particolare lo interessò moltissimo, al punto che raccolse l’insolito animaletto per portarlo nel suo laboratorio. Nei giorni successivi, Tino Mattone non fece altro che studiarlo: lo chiamò lumaca perché era lento come una lumaca, e concluse che la parte dura dell’animale non era viva ma solamente un guscio protettivo entro cui si rintanava in caso di pericolo… Ma dove abitavano le lumache? Dov’era e come poteva essere la casa che raccoglieva la loro comunità?
Domande complesse e difficili, a cui il Mattone non seppe trovare soluzione né una teoria in grado di ipotizzare una risposta.

La primavera successiva, di ritorno al ruscello, vide per un istante un’ immagine di donna riflettersi nell’acqua argentea… Una ragazza dai lunghi capelli neri intiepiditi dal vento lo stava osservando con i dolcissimi occhi color del cielo. Nell’attimo stesso in cui se ne accorse era già sparita… la cercò, la chiamò ma non la vedeva… Pervaso da una forte sensazione di calore ed energia, colpito nel cuore e nella mente, dedicò i giorni successivi a ritrovare questa persona che tanto a fondo aveva toccato il suo spirito, la sua anima…
Scalando montagne di persone, infilandosi in sottopassaggi e cunicoli umani, muovendosi a fatica tra centinaia di migliaia di anime si sentiva lentamente assalire dallo sconforto, dalla confusione, dal caos che regnava ovunque, in cui tutti vivevano ma nessuno esisteva… Non poteva trovare un individuo, una donna, una donna dolce e bella, quella donna… Poteva trovare persone, uomini e donne, anziani e bambini ma non quella persona… Mancavano i riferimenti, i luoghi, non c’erano luoghi in quell’unico luogo! Non c’erano singoli in quell’unica comunità! Non c’erano spazi in quell’unico ammasso!

I suoi sentimenti entrarono in contraddizione con la realtà sociale in cui viveva, in cui tutti vivevano o ritenevano di vivere… Il progetto globale di comunità umana unita da un solo insieme di persone sotto un unico programma residenziale, i propri sentimenti, il bisogno di chiudere una porta, riaprirla… strane luci palpitavano nei suoi pensieri, emozioni e sensazioni, innamorato o forse semplicemente colpito da un’immagine, una intuizione… Voleva e doveva ritrovare quello sguardo dolce e azzurrato che in un solo attimo aveva dipinto la sua eternità, il suo quotidiano, i suoi momenti di vita arricchendoli di ipotesi, idee, tutto completamente rimescolato decine di volte nello stesso caos della città in cui viveva, che gli impediva di cercare e trovare, riconoscere e distinguere, identificare, essere individuo e non solo elemento di un insieme peraltro un po’ confuso.

Esaminava il movimento della lumaca che lentissimamente pascolava di stelo in stelo lungo il piccolo percorso vegetale allestito per i suoi studi: una lumaca, un animale, un individuo… una sola abitazione! Vagamente circolare, spiraliforme… sembrava una piccola ruota arrotolata su se stessa, cava all’interno per ospitare lo stesso inquilino che la trasportava… La chiamò Roulotte, che significa “abitazione trasportabile a forma di ruota arrotolata” e ne fece elemento di profondi studi ed analisi per lunghi mesi a seguire.

Due occhi color del cielo accompagnati da una dolce chioma di lunghi capelli neri cercavano da mesi una persona, quella persona che videro un giorno accovacciato sulle rive di un ruscello studiare l’acqua, le pietre, le foglie e i fiori, le piante, gli animali del bosco, gli insetti e i volatili. Tornava spesso sulle rive di quel ruscello sperando forse di rivederlo, di riprovare quella forte sensazione che aveva pervaso il suo sguardo e la sua mente quando lo videro, quando lui la vide e di nuovo lei scappò, per timidezza e imbarazzo, per confusione…

Lo cercava in primavera, in estate, lo cercava in inverno penetrando le acque ghiacciate del rivolo innevato con il proprio desiderio di identificare una persona nel caos assoluto e globale del sistema sociale in cui viveva.

Una foglia dell’autunno si staccò lentamente dal proprio ramo e come una lieve ninnananna giunse cullandosi al vento verso il suolo, cadendo silenziosamente accanto alla dolce chioma della dolce Evina, ragazza innamorata, confusa, pervasa e toccata da sensazioni nuove, dal bisogno di trovare e trovarsi, identificare e identificarsi. Evina spostò lo sguardo verso il cielo grigio, e vide uno scoiattolino infreddolito saltellare tra i rami rinsecchiti di un albero, provocando con il suo movimento la caduta delle ultime foglie rimaste. Si alzò curiosamente verso di lui come per salutarlo, vederlo più da vicino… scomparve in un piccolo buco dell’albero, come per magia… Incuriosita, Evina salì verso il cielo pallido ramo per ramo, sino alla cavità e vide qualcosa di incredibile, inimmaginabile… Lo scoiattolino stava sgusciando con le piccole zampe anteriori alcune ghiande raccolte nel sottobosco; accanto a lui una scoiattolina dagli occhi a mandorla imboccava premurosamente dei cuccioli piccolissimi e dolcissimi, che ricambiavano le premure dei genitori con piccoli squittii di gioia, strofinandosi con le piccole morbide code sul ventre di mamma e papà.
Sconvolta e incantata da quel quadro di vita animale immensamente ricco di emotività e atmosfera si soffermò a lungo guardando, ma improvvisamente si sentì bloccare da un impulso interiore: aveva la sensazione di fare qualcosa di ingiusto, che non le apparteneva… c’era qualcosa in quello che aveva visto che l’aveva colpita oltremodo… una sensazione di intimità da rispettare, da non violare con la propria curiosità, la propria indiscrezione.

Scese lentamente dall’albero e un po’ incerta si riavviò nel caos globale della sua città, riammucchiandosi su decine di persone ammucchiate su decine di persone, frequentando circoli sopra quadratoli, cinema all’aperto costruiti in mezzo a ponti gotici ed archi voltaici, suppellettili impilate sul cranio dei passanti e automobili parcheggiate sotto i tombini della metropolitana, alla stessa ora le stesse cose per tutti, in ogni momento tutti in un solo globale volume di insiemi generali, inidentificabili e indistinguibili, senza fama, senza storia, senza passato nella memoria, senza ricamare un solo attimo di personalità per sé stessi che non fosse dedicato all’insieme!

Evina pensò di parlare con qualcuno dell’ incredibile scoperta che tanto la aveva colpita… e chi meglio del casista di Manopoli, la persona più colta, istruita, provata ed affermata, unico esperto tuttologo e superlogico capace di controllare l’efficienza della copertura globale della città, il massimo dotto locale plurilaureato e pluridiplomaticizzato da tutti riconosciuto come la più alta onorificenza locale?

Si mise in viaggio alla ricerca di Tino Mattone, sgomitando tra i milioni di gomiti della gente della sua città, raggomitolandosi sotto migliaia di persone raggomitolate e aggrovigliate tra loro, scalando decine di umani che scalavano decine di umani per muoversi, spostarsi, respirare, fare qualcosa di diverso… Milioni di occhi e di persone, milioni di mani, uomini e donne unici nella loro identità ma completamente persi nel mare umano della città stessa, milioni di voci, di corpi in movimento casuale e caotico, milioni di gambe da superare come muri invalicabili, scarpate e abissi umani, individui agglomerati in un tutt’uno che occlude ogni diversità e ogni specifico… Un unico ostacolo insuperabile per trovare qualcuno, per sentirsi ed essere qualcuno anziché tutt’uno…

Tino Mattone innamorato e sperduto nella massa di folla cittadina cercava quella persona che lo stava cercando, ignorando un’identità sconosciuta, rincorrendo solo un sentimento ed una tensione emotiva che guidava il loro annaspare tra l’impossibile sbarramento genetico del formicaio umano della loro metropoli.

Seguendo le tracce di uno scoiattolo Tino Mattone incontrò Evina, che seguiva le tracce di uno scoiattolo o forse, entrambi, inseguivano i propri sogni, le proprie emozioni… Si scoprirono l’un l’altro sotto l’albero in primavera, incrociando il proprio sguardo, palpitando delle stesse paure e degli stessi desideri di vivere, conoscere e capire… Tino Mattone imbarazzato e timido scostando lentamente i propri passi si avvicinò a lei che non fuggiva ma lo aspettava, lo vide avvicinarsi, sentì la sua voce accarezzare i suoi pensieri e i suoi capelli, socchiuse gli occhi color del mare e prendendolo per mano salirono ramo per ramo verso le fronde, dove già lei vide la tana degli scoiattoli: erano nati quattro nuovi cucciolini di cui uno completamente bianco, sembrava un batuffolo di neve… un fiocco di bambagia… E mentre i genitori porgevano loro il cibo sgranocchiando il guscio di noci e ghiande, i fratellini già cresciuti si rincorrevano sui piccoli rami delle ultime frasche in germoglio, tra il volo incerto delle prime farfalle e il penetrante ronzio delle mosche in schiusa che sciamavano tra la terra e il cielo richiamando l’attenzione delle rondini in cerca di cibo.

Guardando quello scenario di vita e natura Tino ed Evina congiunsero interiormente le proprie sensazioni in un unico battito emotivo, si sentivano uniti pur senza sfiorarsi: forse stava nascendo in loro il comune sentimento che unisce tutte le forze della natura, dai piccoli insetti ai grandi animali delle lontane praterie.
Richiamati dal pigolio insistente di piccole uova appena dischiuse, videro le rondini portare il cibo ai cuccioli implumi, mentre i maschi della famiglia provvedevano a rinforzare il proprio nido aggiungendo sottili ramoscelli e intrecciandoli con rapidi movimento del becco… Anche loro non vivevano in una comunità agglomerata ed unica, ma erano ciascuno indipendente e libero del proprio spazio, della propria intimità e della propria famiglia in un mondo aperto e sereno dove tutto aveva un posto, un ruolo… Scesi lentamente dall’albero scoprirono una nidiata di pesciolini fare macchia accanto ad una pietra del ruscello, e sulla riva un  cerbiattino sorseggiava l’acqua con la piccola bocca insicura per dissetarsi… Il cucciolo fiutò gli umani, e corse a rifugiarsi nella propria tana: uno spazio morbido e fresco ricavato in un intricato gruppo di cespugli accanto alle prime pareti della montagna… Anche un’ape si posò su un bellissimo trifoglio color lilla accanto a loro, e dopo aver svolto il proprio ruolo nel gioco della riproduzione vegetale, portò il proprio carico di polline all’alveare che ospitava le larve pronte per schiudersi con il primo sole.
Ogni cosa aveva un posto, un ruolo, ed ogni creatura una sua dimora… Solo le formiche avevano una struttura sociale simile a quella di Manopoli ma forse poteva esserci una certa differenza tra le due specie animali. Tino ed Evina sfiorandosi per mano camminavano dolcemente guardando tutto questo, baciati dal sole, accarezzati dal vento, uniti dalle stesse sensazioni si strinsero vicino, forte… la paura di perdersi, non potersi ritrovare, il desiderio di stare insieme uniti, una famiglia, un proprio spazio, una porta per chiudere ed aprire il proprio spazio, i propri cuccioli vicino a sé, le proprie cose…

Da questo mix di desideri e paure, Tino Mattone derivò il più rivoluzionario progetto mai ardito prima da un essere umanoide: la tana famigliare, proporzionalmente grande quanto basta per pochi individui, in grado di accogliere un nucleo di persone limitato e le relative cose: una riproduzione in piccolo dell’immane struttura di protezione della città!

Provò ad edificare un prototipo facendo di queste sue recenti scoperte un patrimonio inestimabile di idee e funzionalità: intrecciando ramoscelli e fronde costruì una prima ossatura della costruzione; integrò quindi le pareti con del fango lasciando un’apertura che chiamò finestra. Guardando attraverso di essa dall’interno, era infatti come affacciarsi sul mondo, serviva per vedere fuori dalla propria tana famigliare ma anche per ricevere la luce del sole, l’aria… e per comunicare tra l’interno e l’esterno! Deviando un piccolo ramo del ruscello e facendolo passare lungo il pavimento dell’abitazione, Tino Mattone creò inoltre un ingegnoso sistema di acqua corrente che garantiva il fabbisogno idrico per bere, cucinare e persino per raccogliere senza eccessive maleodoranze le secrezioni fisiologiche degli abitanti.
Evina adornò il tutto con fiori seccati al sole, li incorniciò su dei frammenti di corteccia trovati nel sottobosco e li appese alle pareti interne con dei fili d’erba annodati tra loro: davano un effetto bellissimo e il loro profumo arricchiva l’ambiente rendendolo più dolce, più accogliente… Raccolsero pietre levigate dalle rive del ruscello con cui crearono una base robusta che evitava il contatto con il terreno umido e freddo e per non sporcarlo crearono un apposito spazio per riporre le proprie scarpe, in un angolo poco visibile della tana. Dedicarono poi uno spazio per gli alimenti, uno per il riposo e uno per i futuri bambini che tanto sognavano di avere insieme, per crescerli nell’unione e nel calore di una intimità domestica nuova, unica, rivoluzionaria…

In poco tempo il tessuto sociale e culturale della popolazione subì una trasformazione epocale mai vista e mai ripetuta: ogni abitante scelse di vivere in una tana famigliare attrezzata di tutti i comfort e protetta dal caos esterno… Chi scelse di costruirla accanto a quella di amici e parenti, chi preferì la soluzione deambulante ricavata applicando il criterio della lumaca e girava trainando una tana montata su ruote, posizionandola a seconda delle stagioni dove meglio credeva… Qualcuno costruì persino tane a due, tre piani e oltre, appoggiandosi agli alberi e creando piccole aree recintate intorno per avere uno spazio aperto dove coltivare erba e fiori… Nacquero famiglie unite e tutti scoprirono l’amore, l’affetto, il silenzio, la serenità di uno spazio personale in cui riflettere e studiare, riposare, crescere, uno spazio da arricchire e personalizzare con oggetti e ornamenti, uno spazio in cui esistere come unità viva e non come ammasso globale indefinito…

Dall’evoluzione tecnologica che ne derivò Tino Mattone ideò persino un piccolo modulo di fango squadrato che, impilato in più combinazioni uno sopra l’altro, consentiva di costruire tane modulari in poco tempo e di rara bellezza, suddividendo l’interno in più zone da dedicare alle diverse fasi del vivere quotidiano: in suo onore questo cubetto di fango prese il nome del grande inventore ma pochi sapranno, nel tempo, che i veri artefici di questa fantastica rivoluzione generazionale non furono solamente i due uomini che l’avevano messa in atto, ma soprattutto gli elementi interiori che avevano guidato i loro progetti: l’amore, prima di tutto… l’intimità, il proprio spazio, il senso protettivo della propria famiglia, gli scoiattoli e le farfalle, le rondini e i cerbiatti, i piccoli pesciolini argentei che punteggiavano le acque del ruscello, l’energia della natura e il calore del vento, il bisogno universale di esistere come parte di un insieme e non solo come insieme di parti indistinguibili.

La riproduzione in scala di questa pagina di storia dell’uomo fu più avanti raccolta e riassunta in un curioso gioco di società in cui bisognava ripetere il progresso della civiltà di allora, simulando la costruzione di tane famigliari di varia dimensione; questo gioco, in voga per millenni, pare traspaia ancor oggi in alcune versioni moderne deformate dal tempo ma sempre fedeli al criterio della evoluzione edilizia… Pare che si chiamasse Manopoli, dal nome della storica città.

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