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Autore

Patrizia Chini

in archivio dal 14 mag 2011

Roma - Italia

mi descrivo così:
Scrivo racconti e poesie... passioni a cui ho potuto dedicarmi maggiormente da quando, smesso l’abito di maestra elementare, sono pensionata…. Amo anche il disegno, la pittura e la musica ma soprattutto i due nipotini con i quali gioco e a cui leggo favole.

13 gennaio 2013 alle ore 10:31

In campagna da mia nonna

Intro: Ricordi...

Il racconto

Avrò avuto quattro o cinque anni, ero alta un soldo di cacio e magra da far paura tanto da far temere per la mia salute come mia nonna Berta tenne a sottolineare a mia madre:
“Questa ti muore, non la vedi? Se soffi, cade!”
Ero piccola e magra e non potrei ricordare un episodio così lontano nel tempo se non me lo avesse raccontato mia madre. Quando ripenso a quelle parole che ogni tanto rivisito per ripercorrere la mia infanzia, vi sento tutta la tristezza e il dolore che il duro carattere contadino di mia nonna Berta avevano causato alla sensibilità di mamma.
Crude sì, ma vere. Ero proprio malmessa, non mangiavo quasi niente, neanche i dolci o le caramelle…
Non ricordo, dunque, quanto fossi piccola e magra ma ho impresso nella mia pelle, nel mio animo, nel mio sentire una gioia grande, di quelle indelebili che non ci capiterà più nella vita di assaporare, di gustarne tutta la dolcezza di cui solo i bambini più piccoli detengono il privilegio dell’esclusiva.
Non andavo ancora a scuola così, con mia madre, soggiornavo in campagna, nella fattoria di mia nonna Berta, edificata alla sommità di una collina a Montelieto, paesino tra i più nascosti e meno conosciuti  della verde Sabina i cui uliveti, che regolari si adagiano sui pendii e nelle valli di queste zone, rappresentano la maggiore ricchezza.
In quella casa in pietra di mia nonna, prolungando un po' le vacanze, vivevo giorni sereni ed era ottobre.
Era ottobre e come in tutte le case rurali in quel periodo c’era un gran da fare, un affannarsi  a mettere a posto, a preparare gli strumenti, i contenitori che avrebbero accolto un anno di lavoro
Proprio un intero anno di lavoro è necessario per potersi dissetare e inebriarsi bevendo quel nettare che il popolo contadino ha sempre gradito più dell’acqua, un bene prezioso che però, a quei tempi, le donne ancora dovevano andare a “cogliere” con le conche al ruscello giù in fondo alla valle e poi tornare con il peso sulla testa su per quelle erte… lungo viottoli lastricati di sassi.
La cantina, per me che vivevo in città,  era un luogo misterioso di cui ancora oggi subisco il fascino per quel non so che di magico associato alla trasformazione di una  spremuta di frutta in bevanda divina.
Questo luogo che rimane tappezzato dai ricordi fatti di suoni e di odori della nostra vita, è proprio lo sfondo, un po’ buio ma suggestivo, dove si colloca uno degli episodi più dolci della mia infanzia che riesce a emozionarmi e a commuovermi anche dopo tanti e tanti anni.
Era ottobre dunque ed io affondavo i miei piedini scalzi, tenendo sollevate, trattenute con le mie mani, la gonna e la sottana insieme, d'obbligo a quei tempi, in un minestrone frullato della frutta più attesa dell’anno. In quel minestrone la parte più consistente era rappresentata dai piccoli chicchi di un vitigno forte “’o rego”, nome attribuitogli dagli abitanti del luogo che potrebbe corrispondere a “Oregon” o a “Greco”.
Il tino dove pigiavo l'uva era più alto di me, i pensieri sereni della mia tenera età, oltre al mio peso effettivo, mi davano il piacere della leggerezza, niente turbava quei momenti di felicità.
Mi sembra di sentire la mia voce che si alzava, ogni tanto, emettendo trilli acuti alternati con risate quasi lanciate al cielo spontaneamente, così come scaturiscono solo in quella età spensierata, anche senza alcuna ragione.
Rivedo mia madre vicino a me, nel tino, con le gonne alzate e i piedi scalzi, anche lei bambina con i suoi venticinque anni, ridere allegra insieme a me e battere i piedi nell'uva ....con me.
Piene di schizzi, i piedi rossi per il lavoro fatto, bagnate fino alle ginocchia… ma felici.
Una felicità che si rinnova ogni volta quando, come in un film, mi passano davanti agli occhi, le immagini di quel giorno.
Vorrei fermare il film e a lungo gustare l'ultimo fotogramma: la leggerezza del volo tra le braccia di mio padre quando mi tirò fuori dal tino, anche se facevo i capricci perché volevo ancora divertirmi con quel gioco nuovo conosciuto per la prima volta in quel lontano autunno e che forse, non ne sono del tutto sicura, non mi toccò più.

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