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Autore

Pier Luigi Tizzano

in archivio dal 20 ago 2008

10 agosto 1983, Sorrento

11 gennaio 2010

Primo Maggio

Intro: La paura del vivere quotidiano e le insicurezze giovanili possono portare a partorire insani propositi. Il sole di una bella giornata, invece, può aiutarci a vedere la vita per quella che in realtà è: una grande ricchezza. Fino alle prossime nuvole di settembre…

Il racconto

Sul suo diario aveva disegnato una croce sulla pagina del primo maggio. Era da qualche tempo che Noemi pensava quasi ogni giorno al suicidio. L’idea del suicidio era divenuta una costante nella sua vita, la seguiva ovunque come un fantasma, a volte si intrufolava addirittura nei suoi sogni per farle vedere il suo funerale in cui la madre in lacrime, devastata dal dolore, seguiva la bara come una condannata a morte. Noemi e la morte erano ormai diventate amiche intime, solo che per una ragione o l’altra aveva sempre rimandato l’appuntamento con questa sua cara amica. Non aveva mai trovato il coraggio per togliersi la vita e per questo un giorno decise di aprire a caso il suo diario disegnando una croce nera sulla prima pagina che ne sarebbe venuta.
Noemi soleva vestire esclusivamente di nero e le sue giornate si risolvevano spesso in vagabondaggi per la città seguendo ogni funerale che incontrava, fermandosi a guardare ammirata le vetrine di tutte le agenzie mortuarie, leggendo i manifesti funebri e contemplando a volte per ore la possibilità del suicidio. Ci voleva del fegato, però, per ammazzarsi, più di quanto ne occorresse per continuare a vivere, e lei lo sapeva bene. Per Noemi il suicidio era l’estremo atto di coraggio. La morte era qualcosa che la affascinava, era così oscura e misteriosa, così onnipotente. Era l’unica certezza nella sua vita, l’unico punto fermo, e ciò la rallegrava. La morte era la sua dea che lei ogni giorno ringraziava e venerava.
Nelle sue fantasie Noemi aveva sempre immaginato il primo maggio come una giornata buia e piovosa, ma quando quella mattina si svegliò alle undici, si accorse che un sole accecante invadeva con prepotenza la sua stanza. La camera di Noemi era piccola e col soffitto basso, stracolma di candele di ogni tipo che collezionava fin da bambina; c’erano poi una buona collezione di dischi e molti libri, tra i quali anche diversi classici. Alle pareti erano appesi diversi quadri da lei dipinti. Amava dipingere scenari desolati e alienanti, ma soprattutto cimiteri.
I cimiteri erano la sua passione e così, dopo aver fatto colazione, si diresse al suo cimitero preferito, all’interno del quale conosceva quasi tutti i defunti e ogni volta si fermava dinanzi alle loro lapidi facendo un inchino reverenziale. Conosceva anche tutti i deceduti per suicidio e nutriva per questi una venerazione che sfociava quasi in una folle idolatria. Il suo preferito era Matteo, che era anche il più bello di tutti. Dalla foto sembrava essere stato un ragazzo pieno di vita. Noemi sognava di trovarsi presto in mezzo a loro. Già immaginava la sua tomba bellissima, lucida e risplendente, piena di fiori e con la sua foto più bella che aveva scelto accuratamente tra tante. Amava così tanto i cimiteri che a volte la sera comprava una pizza, qualcosa da bere e si recava lì per cenare e poi dormire, avvolta nel suo sacco a pelo. Era facile scavalcare il muro di cinta. Poi alle cinque del mattino suonava la sveglia del telefonino e ritornava a casa. Nessuno si era mai accorto di niente. Una notte assistette anche alla profanazione di una tomba, acquattata dietro un muro. Nutrì per quei profanatori un odio così profondo da augurargli di vivere il più a lungo possibile.
Quella mattina passò un paio d’ore al cimitero. Gli uccelli sembravano cantare in coro una melodia sdolcinata e spensierata. Pareva si fossero messi d’accordo sulle note da eseguire. Il sole era caldo e carezzava le sue gote spettrali. Vide la solita signora seduta accanto alla tomba del figlio ventenne morto in un incidente stradale. Era sempre lì, sedeva accanto a quella lapide per ore, e all’ora di pranzo qualcuno che provava pietà per il suo dolore le portava un panino.
Quando uscì dal cimitero si recò in centro, mischiandosi alla folla umana smaniosa di godersi quel giorno festoso e pieno di sole. Noemi sorrise rallegrandosi per aver scelto di suicidarsi in un giorno di festa. Per lei i suicidi erano sempre una festa. Pensò per l’ennesima volta a cosa l’avrebbe aspettata dopo la morte. Da sempre immaginava una luce gialla, luminosissima, accecante, che l’avrebbe trasportata in un mondo di sogni e di fate, un mondo libero dall’odio e dalle menzogne degli uomini, dai delitti, dalle guerre, dalla povertà, dallo strapotere delle classi dirigenti. Un mondo in cui la sua gioia di vivere sarebbe stata infinita e in cui nessuno avrebbe mai sperimentato l’idea del suicidio, anzi, in cui quest’idea non sarebbe neanche esistita.
Iniziò a pensare a qualche nobile modo per farla finita, ma non le venne in mente niente. Le parve strano, aveva contemplato il suicidio in così tanti posti da far fatica a ricordarli tutti. Si meravigliò di aver sempre rimandato la scelta del luogo al fatidico giorno, così come non aveva mai escogitato un modo originale per morire.
All’improvviso si distrasse ed entrò in un bar. Lì, i suoi pensieri cambiarono. Si sedette sola a un tavolo, ordinò un cappuccino e iniziò a leggere un quotidiano, evitando con cura le pagine riguardanti la politica e lo sport. Entrò una zingara con in braccio un bambino. Iniziò a chiedere l’elemosina e Noemi le porse un euro. Dopo qualche minuto le venne in mente che quello era il suo ultimo euro e le sarebbe servito, ma poi ricordò che stava per farla finita. Che sciocca che sono! pensò. A cosa potrebbe mai servirmi quell’euro se sto per andarmene per sempre? E poi, nell’altro mondo i soldi non esistono, così come non esistono tutte le altre cose che fanno impazzire e portano la gente a credere che l’unica possibilità sia il suicidio.
Uscita dal bar, imboccò un vicolo e ricordò improvvisamente di aver sempre avuto la ferma intenzione di lasciare una lettera ai genitori prima di togliersi la vita, così, giusto per prendersi qualche piccola soddisfazione personale nei confronti di due persone che non l’avevano mai amata né compresa. Tornò in casa, si chiuse in camera, e iniziò a scrivere la lettera. Scoprì che le mancavano le idee. Anche questo le parve strano. Le parole che voleva scrivere le teneva fissate nella mente da tempo, ma ora sembrava le avesse rimosse. Si stese sul letto, contemplò i suoi quadri per un po’, poi uscì di nuovo.
Si ritrovò su un ponte a lei molto noto. Era un ottimo posto per compiere il nobile gesto. Guardò di sotto. Il traffico era intenso, ma scorreva abbastanza veloce in direzione est. Cercò di salire sul muro di protezione, ma le gambe la tradirono; tremavano, erano come incollate alla terra, sembrava pesassero duecento chili. Poi il suo corpo iniziò a tremare convulsamente e un sudore freddo fuoriuscì dalle sue membra. Le girava la testa, una tremenda fitta allo stomaco la assalì con violenza. Era come se qualcuno le avesse sferrato un violento pugno nello stomaco. Si sentì stordita e credette di svenire da un momento all’altro. Cercò di pensare ad altro ed ebbe come una visione, una visione stranissima. Era piccola, la madre la portava a passeggio in carrozzina, e ad un tratto aveva visto un uomo picchiare una ragazzina impaurita, che piangeva e invocava pietà. Tutto intorno si era radunata una folla di curiosi. Qualcuno gridava, incitando l’uomo a continuare, altri gli intimavano di smettere. Si udì la voce di un uomo adulto gridare: - Continua così. Se lo merita quella sgualdrinella! Dai, picchiala ancora più forte, forza!
Ad un tratto aveva visto la ragazzina priva di vita per terra e l’uomo che continuava ad accanirsi contro di lei, infierendole calci e bastonate. Noemi aveva iniziato a piangere chiedendo alla madre il perché di tutto ciò e la madre si era limitata a rispondere solamente che così era giusto.
Ritornò violentemente alla realtà. Era riuscita a salire sul muro di protezione senza accorgersene. Era ancora sudata e la testa le girava sempre più violentemente. Guardò di sotto, le vennero le vertigini. La fitta allo stomaco si fece sentire ancora più forte. Vomitò nel vuoto, poi, come d’istinto si gettò, ma all’indietro, ritrovandosi di nuovo sul ponte. Passò un bambino.
- Ehi, ma che volevi fare?
- Niente. - Noemi odiava i bambini.
- La vuoi una caramella?
- No, grazie. Vai da mamma.
- Ciao. - Il bambino sparì.
All’improvviso Noemi fu assalita da una sensazione di paura senza precedenti, morbosa, ossessiva. Non riusciva a spiegarsi il perché di quel suo stato. Era confusa, la sua mente era in uno stato di anarchia totale, quasi delirante. Rimase ancora un po’ lì. Guardava di sotto e basta. Frammenti di pensieri confusi attraversavano la sua mente, ma non andavano in nessuna direzione.
Ritornò a casa, fece qualche disegno, poi si stese sul letto. Cercò inutilmente una spiegazione a quella visione. Fu assalita da una sensazione di impotenza; si sentì una perdente. Ancora una volta non aveva trovato il coraggio. Andò in bagno a vomitare di nuovo, ritornò sul letto e fu invasa da una rabbia brutale. Odiò se stessa e la sua codardia. Pianse per un tempo che le parve infinito, poi, quando smise, si asciugò le lacrime con un fazzoletto, prese il diario, lo aprì a caso, e segnò una croce sul giorno tredici settembre.

 

Tratto dalla raccolta di racconti “Polvere di diamanti”
edita da Statale11 editrice. Tutti i diritti riservati.

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