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Pietro Damiano

04 dicembre 1968, Carbonara di Nola (NA) - Italia
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  • 17 gennaio 2014 alle ore 20:32
    Mi capitava di non reggere l’alcol

    Come comincia: Volevo della birra, tanta. Desideravo una bionda fredda, piena di schiuma che gli fuoriuscisse dall’orlo, fino a scivolare velocemente lungo tutto il boccale. Che lo circondasse fino a farne sparire il fondo sul legno del bancone. Quel legno consumato, a tratti ruvido, intagliato. Accarezzato, maltrattato, unto, pieno di soldi lasciati cadere, di monete lasciate alle ragazze. Una birra che mi facesse compagnia a un tavolo. Una bionda. Alzai il culo dallo sgabello e mi avviai al centro della sala. Urtai una trave in legno che divideva le due sale del locale, finendo con la spalla vicino al muro, dove rimasi fermo per un po’. Mi riconobbi in uno degli specchi che riempivano le pareti, illuminato dalle luci soffuse che mi facevano buio. In quello specchio ero finito tra le gambe di due modelle che ballavano il can can. Pensai che bella la Francia e che bon le francesi.
    I tavoli erano tutti occupati e la musica pompava come i litri di birra che scorrevano nelle vene degli avventori. Le ragazze che servivano ai tavoli avevano braccia tornite e muscolose, come chi si allena in palestra. Due di loro mi passarono accanto, e io per accertarmi che effettivamente si allenassero, mi abbassai per guardarle da dietro. Quello che ti dicono i glutei non te lo può dire nessun’altro. Mi abbassai troppo, al punto che stavo quasi per cadere, se non fossi finito con la testa sulla schiena di un ragazzone, tifoso del Chelsea. Il blu reale della sua maglietta con il numero 7 mi entrò negli occhi. Pensai che fosse già mattina. La bionda che stava con me era sparita. Tornai al bancone e ne presi un’altra. Alle spalle del ragazzo del bar, c’erano tante di quelle bottiglie che mi sembrava di stare al luna park. Alzai il boccale pieno, stesi il braccio tremolante, puntai le due bottiglie di Jack Daniels che erano proprio di fronte a me, ed ero pronto ad effettuare il miglior tiro della mia vita. Arrivarono due omoni alti alti, altissimi, quasi quanto il cielo in una stanza, che mi invitarono a darmi una calmata. Gli raccontai di quella volta che da solo ne picchiai tre, e loro capirono. Capirono di sicuro, perché si girarono e andarono via subito. Ridendo. Intanto io e la mia bionda ritornammo al centro della sala. Salutai le signorine francesi e continuai verso la porta stile saloon che stava di fronte a me. Avevo la vescica piena come una palla da bowling, dura e pesante. Alzai la testa all’indietro con il boccale attaccato alle labbra e guardai negli occhi la bionda, che continuava ad entrarmi dentro e ad impossessarsi di me. Non ce la facevo più, mi sentivo esplodere. Ad un certo punto, in preda a visioni idrauliche, salii su un tavolo del pub, pieno di boccali vuoti. Mentre per una mano tenevo stretta la bionda, con l’altra tirai fuori l’uccello e inizia prendere la mira, puntandolo verso i bicchieri ai miei piedi. Tutti iniziarono a gridare, a scappare, a mettersi a distanza di sicurezza. All’improvviso vidi avvicinarsi i due uomini alti alti, con fare arrabbiato, allora pensai: meglio farla, prima che sia troppo tardi. Alzai il tiro e senza spremermi più di tanto iniziai a pisciare sulla gente, a bagnare tutto quello che mi capitava a tiro. Una gioia indescrivibile. Ma piano piano, lentamente, la magia finì, rimasi senza munizioni e senza scuse. Gli uomini alti alti erano su di me e, come mi succedeva ogni volta, oltre ad essere buttato fuori dal locale, avevo visto andar via l’ennesima bionda che mi aveva amato.

     
  • 12 gennaio 2014 alle ore 18:06
    La vacca che ingrassava troppo

    Come comincia: Arrivava tutti i giorni in ufficio puntuale alle 9:00. Lei era il capo, senza mezze misure o mega presidenti a cui dar conto. Il suo abbigliamento kitsch era diventato proverbiale. Ogni giorno cercavamo d’immaginare cosa potesse indossare. Sempre peggio. Le più ambiziose cercavano d’imitarla, ma non riuscivano a far meglio, o peggio a seconda dei punti di vista.
    In quell’ora di tranquillità tra le 8:00, orario d’entrata, e la sua venuta, ne approfittavamo per scambiare qualche chiacchiera, opinioni. Una terapia di gruppo che ci permetteva di tirare avanti. Con lei presente non si poteva parlare, distrarsi, o andare in bagno più di una volta. Guardava dal suo ufficio le nostre scrivanie. Ci controllava, si accertava che lavorassimo. Aveva trasformato le ore di lavoro in ore di angoscia. Ci procurava ansia. Ci teneva appesi ad un filo, pronta a bruciarlo.
    Era opinione diffusa che il padre fosse stato un gerarca nazista e la madre una suora. Quando passava vicino a noi non ci degnava neanche di uno sguardo, di un saluto. Ma noi si, la degnavamo di uno sguardo augurale e un saluto estremo.
    La sua venuta era preceduta da una fragranza piacevolissima, di quelle che trasmettono sensazioni, piacere. Di quelle che lasciano immaginare bellissimi corpi con addosso solo qualche goccia di profumo. Leggera brezza nei capelli, passo leggero e sensuale, bacino ancheggiante e seno che indica la via. Quel profumo c’inebriava, ci eccitava. Poi appariva lei…
    Il suo ufficio era in fondo allo stanzone, e per arrivarci doveva percorrere un corridoio delimitato dalle nostre scrivanie.  Io ero all’estremità di questo corridoio, nella posizione più lontana dal suo ufficio: ero ultimo nella scala meritocratica; ero ultimo nelle sue simpatie; ero l’ultimo arrivato; ma ero il primo ad essere visto, controllato e oggetto di attenzioni. Nulla era lasciato al caso.
    Quando ci passava vicino non la vedevamo mai in volto, e non ci restava che guardare quel suo grosso culo ancheggiare. Ne andava fiera, anche se era enorme e castigato in abiti sempre più attillati. I pantaloni erano come incollati sulla pelle. Il passo era pesante e scomposto e il suo ancheggiare le faceva quasi toccare le scrivanie con i fianchi.
    Ci divertivamo a lasciare le pratiche sui bordi, in modo che fuoriuscissero alcuni centimetri, e scommettevamo sulla possibilità che le toccasse coi fianchi. Il suo passo pesante faceva leggermente tremare il solaio, come piccole scosse di terremoto. Avevamo creato un sistema d’allarme per monitorare i suoi spostamenti: bicchieri d’acqua che producevano cerchi concentrici ogni volta che si muoveva.
    Il corridoio era lungo una quindicina di metri e largo due, e lei lo percorreva in pochi secondi. Quel suo culo enorme sembrava diventare sempre più grande. Più si allontanava da me e più si allargava. A metà già toccava con estrema facilità i bordi delle scrivanie. Verso la fine doveva girarsi di fianco, leggermente, per superare le ultime due postazioni di lavoro. Non riusciva neanche più a passare nella porta del suo ufficio, che diventava sempre più piccola rispetto al suo culaccione adiposo, che cresceva e prosperava come frutti chimicamente alterati. Nell’ufficio lo custodiva in un’enorme poltrona di pelle nera. Morbida. Comoda. Dietro quella scrivania, sorretta dal suo culo, i suoi occhi scrutavano cosa accadesse al di là del vetro, al di là del suo mondo. Lei, il culo e il telefono. Conversazioni a voce altissima, grasse risate, falsi complimenti. Era tutto sotto controllo. Il suo grasso culo controllava tutto.
    Poi un giorno, un fatidico giorno di luglio, accadde l’irreparabile. Sarà stato il caldo, l’aria condizionata rotta. Sarà stato il peso delle responsabilità, gli abiti sempre più kitsch. Sarà stata troppa pelle al sole, troppo oro addosso. Sarà stato che non può durare per sempre e anche i culi grossi devono sgonfiarsi. Fatto sta, che a metà del corridoio, quel giorno di luglio, il culo già toccava vicino alle scrivanie. Anche se si girava di fianco c’erano problemi a passare. I pantaloni sempre più sofferenti. Le cuciture erano al limite. Fece pochi metri, e mentre si girò per guardarsi indietro i sui occhi incrociarono i nostri. Mancavano solo le prime due della fila. Le più meritevoli. In quel preciso istante, mentre ci guardavamo, il culo esplose. Esplose esplose, credetemi.
    Ci svegliammo in ospedale, nell’infermeria. Eravamo tutti vivi. Ci guardammo e quando ci fecero uscire,  senza dire parole inutili e senza neanche guardarci, tornammo ognuno alla propria abitazione. Da allora ho perso il lavoro e vivo di espedienti. A casa mia non c’è il corridoio, vivo in una sola stanza. Alcune notti, le più inquiete, mi sveglio gridando. Forse avrei dovuto scalare quel corridoio e occupare uno dei primi posti. Forse. Avrei dovuto fare altre cose, comportarmi diversamente. Dovevo stare al mio posto. Ma che importa ormai, adesso come allora nessuno mi ha chiesto niente.

     
  • 07 gennaio 2014 alle ore 18:25
    Le foglie di Verlaine

    Come comincia: È notte, fa caldo, e il fumo  dell’ennesima sigaretta cerca di portarsi via quei pochi pensieri rimasti, un po’ troppo ingombranti. Dal terrazzo conto le macchine che passano veloci. Dieci anni fa avevo anche smesso di fumare, poi la solitudine, alle due di notte, ti fa riscoprire le cattive abitudini.
    Ancora un sorso di coraggio. Col tempo quel goccio di grappa si è trasformato in un bicchiere, e poi in una bottiglia. E poi in altro.
    Il più delle volte non riesco neanche ad andare a letto, mi addormento qui, sulla sdraio. La mattina mi guardo allo specchio, e la mia barba è sempre lunga. In ufficio si lamentano in continuazione. Faccio sempre tardi e sono impresentabile. Ma andassero a fare in culo.
    La mia ex moglie l’ha capito in fretta. Un giorno, stufa delle mie paranoie, mi ha cacciato di casa. “O la smetti di vivere solo per te o è meglio che vai via”, disse. Mi presi qualche giorno per riflettere, ma lei aveva già deciso. Mio figlio non mi telefona neanche più. Neanche io lo chiamo.
    Fuori dalla porta c’è una lunga fila di problemi che prima o poi entreranno. Ci vorrebbe Mr Wolf, mi aiuterebbe a risolverli. Definitivamente.
    Negli ultimi mesi ho passato intere giornate al computer. Facebook mi ha risucchiato in una spirale senza fine, alla ricerca di qualcosa che soddisfacesse al meglio i miei desideri. Ma qui non si scopa. C’è Poetessa lussuriosa che sembrerebbe anche disposta ad uscire, ma abita a Milano… E come ci arrivo? La macchina, o quello che resta, al massimo mi porterebbe dall’altra parte della strada. Senza capelli e con la pancia molle, ma dove voglio andare!?
    Anche stasera la solita civetta. È un violino che mi lacera il cuore. Forse è meglio bere: Mr Wolf, dove sei? Fumo l’ultima sigaretta.
    D’improvviso un brivido mi sveglia, qualche secondo per capire dove sono. Giro la testa verso la cucina e riesco a vedere l’orologio al muro. Sono le 5:28, mi sono addormento sul divano e fa freddo, anche se è settembre e di giorno fa un caldo che toglie il respiro. Mi alzo e barcollando vado in cucina, mi ributto sul divano e senza neanche accorgermene ripiombo nel sonno. All’improvviso riapro gli occhi, sono le 7:52 e tra 8 minuti dovrei essere in ufficio. Anche stamattina arriverò in ritardo. Se arriverò.
    Accendo una sigaretta e mi scolo il fondo del bicchiere di ieri sera. Nel frattempo vado in bagno. Accendo la radio, ogni mattina la stessa storia. Ormai dà solo notizie economiche. Da quando c’è la crisi, sembra che tutti siano diventati degli economisti. E tutti degli affamati.
    Mi vesto alla meglio, e vado al lavoro. Mi fermo a fare colazione: un caffè, un sambuca e un’imprecazione per questo tempo che corre, corre… ma dove sta andando!?.
    Dieci minuti e sono davanti all’edificio dove lavoro. Mi siedo sulla panchina e inizio a fumare. Questo impiego non mi è mai piaciuto. Arriva un barbone che rovista nella sua busta di plastica. Cerca per 5 minuti, finché tira fuori una salsiccia, che avrà almeno un mese. Bianca. Che schifo. Mi alzo e vado via. Mi rigiro per la curiosità di sapere: la sta mangiando.  
    La monotonia che in questi giorni si sta accumulando è devastante. Tutti uguali. Non faccio che camminare, parlare da solo, e scopare da solo. Non ho i soldi per la compagnia. Oggi se non hai i soldi, non sei nessuno; se non hai una laurea, non sei nessuno; se non hai amici, non sei nessuno. Io non esisto, è l’unica spiegazione. Credo di essere invisibile.
    Dopo essermi fermato ad un altro paio di bar, ma forse molti di più, torno a casa come se tornassi da lavoro. La fame non abita più con me. Basta qualche buon bicchiere di vino e vai con Dio. Mi metto sul letto, vedo scorrere scene di vita come un fiume in piena. Rammentare è sempre traumatico, qualche lacrima lo dice con certezza. La stanza inizia a girare intorno: primo tempo; intervallo; secondo tempo; fine. Sento il corpo abbandonarsi a se stesso. Dormo.
    Mi alzo dal letto e apro la porta. Bussano da qualche ora. Inciampo nel più banale dei fossi. Dentro casa c’è un fosso? Lo copro con un tappeto e apro, spostando migliaia di palline da ping pong di colore verde che coprono il pavimento. Tante sono rotte. È Magda, l’amica del cuore. Si butta al collo e inizia a baciarmi. Cerco di trattenerla, per non cadere. Cadiamo. Poi ci spostiamo nell’altra camera, e ci lanciamo sull’unico posto che ricorda un letto. Lasciamo i nostri desideri uscire dal corpo come onde di un mare in tempesta. Lei sbatte su di me come acqua sugli scogli. È salata e la mia sete aumenta. Finiamo a terra. Ritorniamo sul letto. Ritorna la calma di un mare piatto, custode dei riflessi del sole al tramonto. Restiamo in silenzio mentre l’acqua ci bagna i piedi. 
    D’improvviso un brivido mi sveglia, qualche secondo per capire dove sono. Giro la testa verso la cucina e trovo Magda al mio fianco. Mi alzo, la guardo. Le tocco i capelli, le metto la mano dietro al collo e la sgonfio. La ripongo nello sgabuzzino, nella sua scatola. Mi ributto sul divano e senza neanche accorgermene ripiombo nel sonno.