username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Racconti di Pietro Marmo

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Pietro Marmo

  • 14 aprile 2010
    Un'orafa

    Come comincia: Ora che lo vedo lì, per la prima volta da chissà quanto tempo, non piangere mi sembra davvero mio figlio. Mi sembra addirittura che possa sorridere, che possa, una prima e unica volta, farmi capire che mi vuole bene.
    Sono un’orafa, o sono stata per meglio dire, visto che un piccolo contrattempo, uno spiacevole imprevisto durante il parto, ha costretto i medici ad uno sforzo sulla mia schiena che mi ha danneggiato qualcosa alle mani: ora che non hanno sensibilità alle dita non possono più maneggiare gli strumenti sottili e precisi, quegli uncinetti preziosi che usavo per creare i gioielli. Mi dicevano che ero brava, con quei complimenti che non ti fanno alzare la magra paga di un’artigiana in nero ma che almeno ti fanno sperare che tu valga qualcosa. E questo è stato in fondo sempre il mio desiderio, trovare qualcuno che mi desse speranza e conforto, che credesse in me. Ma al mondo di oggi anche vendendosi completamente non si riesce a comprare questo bene, più stabile dell’amore, prezioso più dell’oro che sapevo modellare a mio piacimento. Così quando un giovane disinvolto, simpatico e allegro, ha cominciato a giocare con me, non c’è voluto molto perché mi dessi a lui, perché cercassi in quella leggerezza un sollievo al peso della mia vita. Ci sposammo e forte del suo affetto per la prima volta guardai con fiducia alla mia vita futura: me lo aspettavo piena di luce e viaggi, a vivere quella bellezza che costringevo in minuscoli gioielli in bui e blindati scantinati.
    Ma presto capii che ero uscita da una casa come figlia e sorella per entrare in una altra come moglie e cameriera. Le giornate venivano bruciate dal lavoro e dalle montagne di panni e polvere da tirare via. Per non perdere la fiducia di mio marito lucidavo la casa a prova di suocera, stiravo l’impossibile e non chiudevo occhio se tutto non era a posto. Ma la mattina dopo ogni suo movimento mandava all’aria tutto: come un bambino doveva essere accudito in tutto. La sua allegria si rivelò essere noncuranza completa di tutto quello che una vita normale richiedeva e che ricadeva su di me schiacciandomi. Piano piano la mia casa divenne l’altra prigione, quella in cui non avevo nemmeno il vanto dei gioielli ma solo la rincorsa al necessario. Quando gliene parlavo, lui mi diceva che tutto era abitudine, che lui non aveva bisogno di tanto ordine. Ma poi metteva all’aria tutti i cassetti fino a quando non trovava una camicia stirata per bene, fino a che non mi chiedeva, con malcelata delusione, se per caso non volessi farmi dare una mano da sua madre. Ma io volevo credere in me stessa, volevo che credesse in me e divenni schiava della sua e della mia delusione.
    Non ricordo molto di quegli anni ma so che tanti li hanno contati come troppi. Le frecciatine velate nei miei confronti erano dei colpi di clava su mio marito che cominciò a sentire una crepa nella sua allegria, una crepa che solo un nipote per sua madre poteva colmare.
    Fu forse allora che dissi per la prima volta no. Fu allora ben chiaro a me che quella nostra unione era un fallimento che non poteva gestire un figlio. Mi opposi e litigammo ma il mio mondo era troppo buio per non bramare almeno quel po’ di luce della sua allegria. Sperai che, passati un po’ di anni, non fosse così facile restare incinta, sperai che in fondo tanti che lo desideravano non ci riuscivano.
    Dopo pochi mesi la mia pancia cresceva solo meno della mia ansia. Non riuscivo a fare più niente mentre già a lavoro altre ragazzette pregustavano la mia partenza per fregarsi i lavori migliori, quelli che, con sudore, io avevo conquistato. In quel periodo la mia unica consolazione era la gioia di mio marito. Come lo scolaro che avesse finito il compito difficile che gli avevano assegnato incassava con gioia i complimenti di tutti. Licenziava le mie paure con la tipica frase che tutti ci sono passati e che i figli crescono anche da soli. Quando fui costretta a letto provò anche ad accudirmi con affetto e premura ma dopo due giorni chiese aiuto alla madre che, constatata la precarietà della situazione, prese possesso della casa.
    Io non credo che mia suocera sia una cattiva donna: è solo una che ci sapeva fare molto più di me e, in un modo o nell’altro, se ne beava. La casa raggiunse uno splendore mai visto e mio marito non faceva altro che lodare i poteri dell’esperienza e dell’istinto di chi diventava mamma. Ma io quell’istinto non lo sentivo quando la pancia entrava in subbuglio, quando i calci mi svegliavano di notte e mi facevano saltare di giorno. Mia suocera mi preannunciò che avrei avuto un maschio bello vivace e non si risparmiò nel raccontarmi tutti i guai che lei aveva passato con mio marito. Quando la vedevo così robusta e pratica non potevo non pensare che questo bimbo mi avrebbe spezzata e spazzata via come un fuscello.
    Il parto fu tremendo: naturale doveva essere per l’amor di Dio, perché tutti in famiglia si erano fieramente opposti ad un cesareo. Ma cesareo fu, dopo troppe ore di travaglio, a squarciarmi per sempre l’anima.
    Ricordo ancora di aver visto quel fagottino in ospedale, bello e sereno, e di aver pregustato la fine dei tremendi dolori del cesareo quando me lo sarei potuto abbracciare nel letto. Ma quando andammo a casa quell’angelo mostrò tutta la sua violenza e l’odio nei confronti della madre. Le prime due notti furono insonni per tutti e alla terza mia suocera si ritirò a casa sua per non intromettersi troppo nella nuova famiglia; dopo la prima settimana anche mio marito cominciò quella lunga via che dal divano lo portò alle tante trasferte di lavoro.
    Il fatto è che piangeva sempre: provava a mangiare, si attaccava alle mie povere mammelle senza latte, e poi mostrava tutta la sua delusione con un pianto acuto e interminabile, rotto solo dalle sue terrificanti apnee.
    Il pediatra ci cambiò più volte il latte e solo uno specialissimo ci permise di fermare il suo calo. Un latte buono ma che gli faceva male al pancino dando vita alle famose coliche.
    I primi giorni furono tanti a venirmi a trovare. Riempivano gli spazi in cui dormiva scappando via ai suoi primi pianti. Mio marito mi era vicino nelle visite, sempre a fare dei servizi quando restavo sola. Molti lo lodavano per la sua presenza convincendolo sempre più che quella sua allegria era tutto il necessario per andare avanti. Io non lo vedevo più oscurato dal bimbo e dalla mia oceanica stanchezza.
    Non ce la facevo, non riuscivo a togliermi di dosso il peso di queste nuove fatiche e cominciai a dirlo agli altri. Non poteva esserci errore più grande. Chi aveva figli si vantava di aver superato muta ed eroica ben altre fatiche che solo in seguito avrei provato, chi non ne aveva invidiava le gioie dei bimbi sorvolando sul prezzo. Presto diventai noiosa e anche quel flusso di visite si trasformò in telefonate e poi nel silenzio chiassoso del pianto di mio figlio.
    A quel punto non mi restava che lui. Cominciai a cercare in lui ogni forma di affetto nei miei confronti ma non ne trovai. Mi dicevano che crescendo non si sarebbe staccato da me, ma io non lo allattavo e non riuscivo a mantenere la calma quando piangeva. Quei pochi sorrisi erano destinati al padre, con me invece si corrucciava e finiva per cominciare con i suoi tremendi strilli. Mio marito, sua madre, perfino il pediatra e il prete cominciarono a pensare che questa sua rabbia fosse causata dal mio nervosismo. Pensavano ma non mi aiutavano, di fronte alla caterva di panni mi consigliavano di riposarmi, di fronte al pianto di stare serena. Ma poi andavano via lasciandomi solo il senso di colpa e la sensazione che non fossi all’altezza.
    Così il sonno si è mescolato alla stanchezza e ben presto non ho più capito quando fosse giorno e quando notte. Questo tempo invernale ha fatto il resto privandomi per sempre di un po’ di quella luce che ho sempre bramato. Nemmeno l’allegria di mio marito mi consola. Quelle poche volte che sta qui vince il suo senso di colpa dandomi mille consigli su quello che devo fare. Non ho la lucidità nemmeno di ascoltarlo né di capire, quando sento chiudere la porta, se è tornato oppure è andato via.
    Così stamattina non posso nemmeno dire se davvero era in braccio quando mi è caduto il pentolino per riscaldare il biberon o la macchia sul piedino non è una scottatura ma solo una zanzara. Nella memoria ho solo il suo pianto forte, così forte che pensavo volesse vomitare, tanto prolungato che credevo gli occhi si consumassero. Ho provato a calmarlo in ogni modo, a fermarlo desiderando con tutta me stessa che la smettesse, ad ogni costo. Così ho stretto quel corpicino tanto più forte quanto più piangeva, ancora forte anche quando pur calmandosi il pianto continuava ad agitare freneticamente le braccia, sempre più forte fino a che anche quell’ultima infinita agitazione si è fermata. Alla fine l’ho posato sul letto senza nemmeno capire se dormiva o era sveglio, gli occhi aperti a guardare il soffitto finalmente asciugati dal pianto.
    A mio marito non peserà quello che ho fatto, si chiuderà nel suo dolore e dimenticherà tutto. In fondo non ama questo bambino che, così scontroso e lamentoso, non gli somiglia per niente e non ha mai fatto parte della sua vita. Penserà che ha trovato la donna sbagliata e sua madre gli dirà cento volte che lui ha fatto il possibile per evitare il peggio. Ma il peggio è arrivato da solo e ora non mi resta altro che seguirlo e scrivere su questo foglio che non sono pazza e che non l’ho fatto per esaurimento nervoso. Solamente mi sono imbattuta in un progetto più grande di me, che non avevo cercato e che non sono riuscita a portare a termine.
    Lo guardo ora un’ultima volta, mi godo il suo mezzo sorriso e mi culla il pensiero di quello che poteva essere. È andata così e spero solo che esista, giù da quel balcone che mi aspetta, un paradiso dove possiamo rincontrarci.
    Magari chissà, se il posto non è cattivo, potrebbe anche perdonarmi per avercelo portato così presto.

  • 07 aprile 2010
    Una santa shampista

    Come comincia: Quanto vorrei non avere niente da raccontarvi! Come vorrei essere quella ragazza mediocre di una volta, che sognava di diventare una star, di sposare un bel ragazzo con la auto sportiva oppure di imitare quella che, per la sua bella voce, da un salone di parrucchiera come il mio, è arrivata fino in paradiso. Sì, anche io ci andrò in paradiso ma non per la mia bella voce, ma per un grumo di veleno che mi ha preso e mi ha derubato di tutto.
    Perché dovete saperlo da subito: ho un cancro. Che brutta parola, una tremenda brutta parola con cui ho imparato a convivere, che ho imparato ad utilizzare per shoccare gli altri, per vedere se anche quelli lasciano la bocca un po’ aperta, il respiro a metà e, senza accorgersene, fanno un passo indietro come se fossi contagiosa. Ma la parola non descrive bene il concetto: meglio sarebbe chiamarlo furto, rapina, completo esproprio della personalità. Perché da quando c’è lui niente più è mio, niente mi appartiene: nuda tornerò alla terra, come San Francesco, come Santa Chiara, come la santa che mi stanno facendo diventare. Perché se anche non mi faranno santa, sicuramente diventerò almeno beata, in tempi brevi, come si usa adesso. La pratica è già in Vaticano, dicono per consolarmi (accidenti a loro), e aspettano solo la mia morte per farla partire. Ma sto correndo troppo e avete bisogno che vi racconti la mia storia per capire come sono arrivata qui.
    Sono stata una ragazza tranquilla e sognatrice fin da piccola, di quelle che sono felici dando da mangiare ad un criceto con il sogno di avere un giorno un cagnolino da accarezzare. A scuola non riuscivo bene: la matematica mi era del tutto incomprensibile e anche le stupide smancerie di poeti e letterati non mi convincevano a sprecare i pomeriggi sui libri. Arrivata a fatica alla fine delle medie non mi restava, aspettando un marito, che dare una mano nel salone di mia zia. E lì ho trovato la mia felicità. Nei racconti di tante signore, nei pettegolezzi di vecchie acide come nelle malizie di ragazze un po’ più grandi di me trovavo le mie soap quotidiane, tra una tinta ed un taglio, tra una manicure ed un trucco fatto così, per gioco, compreso nel servizio. E lì nacquero le migliori amicizie, la mia prima comitiva, i primi ammiccamenti di ragazzi lucenti nei muscoli come nei capelli. E ce li dividevamo nei sogni, negli sguardi allusivi lungamente studiati e provati, nelle scritte su un diario che, come quelle che andavano a scuola, tenevo sempre con me. Ben presto mi accorsi che anche i ragazzi mi guardavano, che i miei capelli come il mio corpo li faceva indugiare su di me più che su altre. Così, orgogliosa e sicura, decisi di scegliere il migliore, quello più spregiudicato e scaltro, il sogno di tutte noi.
    Non ci volle molto, i ragazzi sono merce a buon mercato e così, prima ancora dei 18 anni, si poteva dire che stavamo insieme.
    A me piaceva tantissimo, era bello e muscoloso, forte e fiero, sempre pronto a scattare per i miei continui rifiuti e ancora sulla mia scia quando, passata la delusione, gli tornavano le speranze, e tornava all’attacco. E questo gioco era così divertente, così appagante che quando mi decisi a terminarlo è perché ero davvero convinta che mi amasse, davvero volevo, più che dargli la prova d’amore, avere conferma che poi non mi avrebbe abbandonata.
    E così fu, dopo la prima volta e la successiva ancora, sempre più innamorati e convinti che quella felicità non finisse mai. Così quando le prime nausee vennero non mi allarmai, non pensai nemmeno che lui era senza un mestiere e io senza un soldo. Ero convinta che saremmo stati felici anche in tre affrontando le difficoltà della vita con la forza del nostro amore. Ma io vivevo su un altro pianeta da cui lui cercò subito di scendere: rimase sorpreso, era convinto diceva, che io avessi sempre preso le necessarie precauzioni. Era troppo giovane per trovarsi una famiglia, era pronto a partire per l’estero per trovare la sua vita e non voleva tenersi una anzi due palle al piede. Mi fu rubata allora per la prima volta la felicità restituendomi allo schifo di vita a cui ero destinata. Cominciarono così una serie di discussioni, di scenate e litigi senza fine, parole roventi che diventarono a volte anche schiaffi, energie di giovani corpi che avevano perso il modo più naturale di esprimersi. Alla fine pareva che l’unico modo di tornare alla felicità potesse passare solo per la fine di quell’incidente, la soppressione di un frutto di un albero che non c’era. Per qualche giorno parve tornare il sereno, aspettando gli appuntamenti con i consultori, con i medici e i risultati delle analisi. Ma tante cose erano cambiate: lui pareva essere diventato più bambino, sempre più attaccato a quella sua vita giocattolo che io avevo cercato di togliergli, io che mi vedevo come madre, come possibile madre, ad accarezzare ed accudire una nuova creatura.
    Avevo solo 19 anni mi dicevo, tutta una vita davanti per trovare un altro uomo e una nuova felicità. Ma le prime visite non mostrarono solo una vita che iniziava. Medici freddi e distanti, medici che avevano visto tante shampiste come me fare la stessa trafila, diventavano improvvisamente comprensivi ed affettuosi, preoccupati e scossi. Perché anche per chi ne ha viste tante non è bello pensare che la ragazza piena di vita che avevano davanti aveva i giorni contati. Ricordo la prima volta che sentii parlare di macchia nell’ecografia, e poi di una possibile ciste che divenne una formazione ignota, forse un tumore benigno. Mi aprirono per la prima volta, poco poco, per toccarlo da vicino questo grumo, per strappargli la carta di identità e svelarlo a tutti. Allora fu chiaro che quella che avevano davanti non era che la metastasi di un cancro.
    Come cambia la vita quando la prospettiva non è più infinita ma puoi vedere l’orologio che segna il tempo mancante avere un numero troppo limitato di mesi, di giorni, di ore. Le nuove norme prescrivono che un maggiorenne sappia sempre la verità, che gli sia detto che senza cure forse sarebbero rimasti sei mesi, torturando e ferendo tumore e corpo forse un anno, due. Il primo ad essere espulso sarebbe stato quel povero intruso, quel vagabondo che si era andato a scegliere come dimora una casa che stava per crollare. Le prime attenzioni avrebbero ucciso proprio lui.
    Mi dispiaceva. Ecco tutto. Mi dispiaceva che lui si fosse legato a me, che avesse avuto fiducia sul fatto che io lo saziassi lì dentro per nove mesi e fuori per tutta la vita e invece io lo tradissi così. E per questo scrupolo, per questa decisione mai ponderata e mai presa, ora sono diventata santa. Perché fu nella sala di attesa dove beccai il medico che passava, fu davanti a tutti che chiesi cosa sarebbe successo se avessi provato a tenere il bambino e mi fossi curata dopo. Il medico scosse il capo con forza e prendendomi le braccia mi supplicò di non farlo, di non perdere anche le mie ultime residue speranze. Allora capii che mi ero illusa ancora, che non avevo nemmeno questa forza, nemmeno la capacità di dargli ancora un po’ un tetto decente. Mi girai e andai a sedermi piangendo quando una persona distinta mi venne vicino e per la prima volta pronunciò la mia condanna: la santità. Lei è davvero una santa mi disse, che non dovevo scoraggiarmi, che la Provvidenza mi avrebbe aiutato e che anche non ci fosse stato il miracolo, il Signore avrebbe riservato per me un posto speciale in cielo. Ero sola, il mio ragazzo lo avevo mollato da tempo perché non sopportavo quella sua imbarazzata pietà, quella voglia di scappare davanti ad una disgrazia più grande di lui. Quando era con me piangeva, prometteva che non mi avrebbe abbandonato mai e, appena possibile, scappava via. Gli dissi che per me non era niente e non ero nemmeno sicura che il bimbo fosse suo. Mi liberai di lui con una risolutezza che non sarebbe servita con il mio cancro ma preferii consolare me stessa soltanto e non quel povero, sfortunato ragazzo. Così, senza che i miei genitori sapessero nulla, abbandonata dalle mie amiche come quegli sceneggiati in cui muoiono gli attori più belli e restano solo i personaggi minori, ero sola davanti a questo uomo che mi parlava della grazia di Dio. Potevo mai pensare che quei mille euro che mi porse in segno di aiuto mi sarebbero costata la vita?
    Perché il giorno dopo su tutti i giornali campeggiava una mia foto con la testa tra le mani in cui si parlava della mamma coraggio, di chi, in questo tempo di shampiste senza cuore, innamorate solo dei calciatori e del sogno di fare le veline, aveva deciso di sacrificare la propria vita pur di diventare mamma.
    Ma io ero proprio una di quelle shampiste, avrei dato tutto per tornare a quei sogni e a quei ragazzi! La mia vita, a quel punto, mi fu rubata del tutto.
    Comparvero nella mia vita personaggi mai visti: giornalisti per nuove interviste, religiosi di alto grado che volevano che rivelassi strane ispirazioni e visioni, avvocati che mi offrivano compensi d’oro per l’articolo che non avevo autorizzato ma che quel bastardo mi aveva pagato con mille euro. E arrivò anche la televisione, anche i parenti che fiutarono l’odore del denaro e convinsero i miei genitori scioccati da troppe cose insieme per connettere un solo pensiero, a pensare almeno al futuro del piccolo. Non vidi più quel medico che mi aveva pregato di non fare quell’inutile sacrificio. Un giro di primari e professori mi trovò una clinica in cui mi assicurarono di arrivare al parto e di avere ancora altre speranze per dopo.
    Ci credetti, ci volli credere nonostante cominciassero devastanti i primi dolori, nonostante le debolissime terapie facessero poco o niente. Eppure sono ancora qui, con rari momenti di lucidità, a mantenere in piedi una casa che non ho mai scelto di costruire o salvare. Ormai manca poco e a questa sciocca inutile vita non posso chiedere più il tempo per poter insegnare alla mia bimba di rubare la felicità ad ogni momento della sua vita prima che la vita la rubi a lei, di pensare che chi ti porge la mano non sempre vuole aiutarti. Non posso insegnarle niente perché con la vita mi ruberanno anche lei. L’ultima cosa che posso chiedere è che questo martirio abbia almeno uno scopo, che tra tanti dolori che mi squassano il corpo, quello del parto almeno termini con il pianto di un bambino.

  • 07 dicembre 2006
    Incubo siciliano

    Come comincia: Non avevo creduto ai pessimisti, quelli che mi dicevano che anche ad Ottobre la Sicilia era caldissima.
    Non me ne importava nulla. Steso sotto un ombrellone, a due passi dall’albergo, guardavo i camerieri girarmi intorno. Come comparse in una recita con poco pubblico, perdevano un po’ della loro perfezione e si lasciavano andare ad un passo scomposto, a dita che aggiustavano il cibo, ad imprecazioni poco signorili.
    Non me ne importava niente. Ero andato in vacanza così tardi perché volevo pace assoluta, riposo da un anno di mail e telefonate, aerei e scioperi, congiure di dipendenti e guerre di colleghi. I miei pensieri si mescolavano alla sabbia, li lasciavo scivolare tra le dita e li sentivo andar via, sciogliersi in quel caldo afoso fuori stagione.
    Un veliero tingeva l’orizzonte con vele multicolori. Giallo, rosso, blu, arancione, si gonfiavano di lontano e sulle palpebre pesanti sentivo il vento muoverle, carezzarmi, darmi sollievo dal caldo.
    Lentamente le vele sfumarono e ripresero vita in lenzuola, stese ai balconi a tappezzare una cittadina in festa. Petali di rose rosse, foglioline verdi profumate, fiori bianchi, piovevano su due giovani che avanzavano gioiosi davanti ad una folla ridente e danzante. Flauti di musici procedevano ai lati, ragazze sinuose, i volti celati da veli bianchi, volteggiavano a piedi nudi.
    Dalle finestre li chiamavano “Ravi, Talia” e lui non faceva tempo a rispondere, con un sorriso, un bacio, un grido. Accompagnava nell’aria la sua sposa e lei alzava lo sguardo al cielo mentre orecchini, bracciali, collane, rispondevano ai veloci gesti della danza vibrando luccicanti. Una ghirlanda di fiori incorniciava i lunghi capelli scuri, il volto dagli strani simboli dipinti, gli occhi profondi come il pozzo dei desideri. Un vestito grigio di perline velava il corpo slanciato ed elegante.
    Estasiato mi unii alla danza e intorno vedevo visi e sguardi noti, simili ai camerieri, ai commercianti, ai giovani siciliani che solevano rincorrersi sulla spiaggia; solo la pelle pareva più scura e la lingua incomprensibile.
    Leggero raggiunsi grandi tavoli con dolci mai visti. Eppure le ciotole accoglievano intrugli simili alle cassate che avevano spazzato via i pensieri di lavoro, dolci al miele come quelli che mi preparava la nonna da piccolo, biscotti dal colore scuro, a spirale, varianti di quelli alla cannella che fintamente celava, nel palmo della mano, mia madre nei giorni di festa.
    Un matrimonio di qualche religione ignota. Cercai di parlare, di chiedere a qualcuno dove mi trovavo, ma dalla mia bocca non usciva fiato e nessuno mi rispondeva.
    Ecco mio padre! Il naso, la fronte ampia, il sorriso sicuro e confortevole erano i suoi ma la pelle olivastra, la tunica ricamata e i sandali dorati mi destarono dall’illusione. Accolse altre persone, invitati forse, con uno sguardo amorevole, tranquillo. Somigliava a Ravi. Di certo era suo padre.
    Mangiavo, ridevo, ballavo, contagiato da tanta allegria. Entrai in cucina dove colonne di cibo erano portate via velocemente; finalmente lasciavano alla stanza un po’ di spazio e a me aria, prezioso sollievo all’afa.
    Ad un tratto tutti sparirono e rientrò Ravi seguito dalla sua sposa. Lo sguardo assente, gli occhi bassi e l’andare lento parevano quelli di un altro ma la mano che accolse il volto di lei era la stessa che l’aveva cinta in danza pochi attimi prima. La tunica rattoppata, i sandali laceri, i capelli sporchi non umiliavano gli occhi lucenti e fieri di lei, il ventre improvvisamente tondo che carezzava con mani leggere.
    Si allontanò con un sorriso e tornò con una collana di perle, la più bella tra quelle che aveva al matrimonio. La offrì a Ravi con un inchino e si ritirò nella sua camera. Talia prese una valigia e con la calma di Penelope, come se non volesse mai portare a termine l’opera, cominciò a svuotare i cassetti, gli armadi, casse piene di panni e ricami.
    Si portò le mani al volto, bloccò le lacrime e con precisione rimise tutto a posto, come una mamma che affida il bimbo alle scale di una chiesa, promettendo che nell’ombra veglierà sempre su di lui. Nella valigia trovarono posto solo cibo e foto dei cari. Alla fine non era nemmeno piena.
    Ravi tornò mentre il sole, per un momento, parve coperto da una nuvola. I giovani si precipitarono alla finestra, la stessa aria di speranza e felicità del matrimonio, come se da quella nuvola dipendesse la loro vita.
    Ma la festa ritornò ad essere lutto. Un incendio aveva oscurato il cielo che pareva piovere il caldo e le ceneri di un vulcano in eruzione.
    Ravi mestamente riprese i passaporti, s’inchinò alle divinità della casa e andò via prendendo per mano la bella sposa. Non si girarono, a testa bassa, non guardarono più al cielo ma solo alla terra, come se seguire i propri passi fosse l’unica cosa importante, come se andassero su una strada piena di buche e pozzanghere.
    Mi girai a guardare l’incendio lontano e il fuoco diventò acqua, il caldo freddo pungente, l’afa un forte vento che mi faceva sobbalzare ferocemente. Continuavo a dondolare come su un’altalena impazzita, come su una giostra di quelle in cui paghi per farti torturare. Mi girai e vidi Ravi e Talia abbracciati, aggrappati al ponte della nave. I suoi occhi sparuti, il viso scarno, il ventre esile e piatto, chiedevano conforto e sicurezza. Gli occhi di lui, fissi e perduti, non riuscivano a mentire. Era la fine, del loro sogno, della loro vita di fatica e felicità, di speranze deluse e di scelte sfortunate.
    Un motoscafo si avvicinò al cassone arrugginito su cui navigavano. Cento e più persone si precipitarono verso l’ultima possibilità di salvezza ma scesero solo quattro uomini che allontanavano gli altri con dei mitra. Nel frastuono del mare in tempesta i colpi non si sentivano e i corpi ricadevano in mare senza un urlo, senza un motivo, come soldatini nel gioco ormai stanco di bambini viziati.
    La nave oscillò ancora e con un colpo fortissimo s’impennò lanciandoli via. Ricaddero abbracciati nel mare gelido, trovando in un colpo solo l’acqua che gli mancava e il refrigerio che avevano desiderato per tutta la vita. Tutto insieme, per pochi secondi.
    Guardavo i loro corpi senza vita su cui la pietà della morte aveva restituito la pace e la serenità di quando li avevo conosciuti. Appoggiati al fondale colorato d’alghe parevano aspettare tranquillamente una corriera o un passaggio. Senza fretta.
    Ma il passaggio si concretizzò in una grossa rete, che, strascicante sul fondale, raccoglieva tutto quello che non riusciva a resistere alla sua forza. Ravi fu strappato all’abbraccio di Talia e, pur nell’immobilità del suo viso, parve incupirsi, disturbato nella sua pace eterna. Lo seguii affannato su, verso qualcosa che via via assumeva le forme di una nave.
    Voci in siciliano imprecavano sulla sfortuna della pesca, sulla disgrazia della loro vita, ma intorno a me tanti pesci sbattevano gli ultimi aneliti di vita.
    “Finirà, finirà, qualche altro giorno ancora e poi finirà. Ma proprio qua sono venuti a morire questi pezzenti. Da vivi ci tolgono l’aria, da morti ci fanno chiudere baracca.”
    Non capivo, scattai per dire al capitano che c’erano altri corpi laggiù, che bisognava ripescare anche Talia, unirla a Ravi, seppellirli, avvisare il padre.
    Ma quello era una belva:
    “Nessuno deve saperlo, nessuno.”
    L’altro lo guardava scettico.
    “Lo capisci che farebbero chiudere la zona? Che diamo a mangiare ai figli nostri? Questi sono morti, per loro non cambia niente. Per noi invece si.”
    Urlai che quelli non erano pezzenti, erano innamorati sfortunati, che un intero paese aspettava loro notizie. I suoi figli avrebbero mangiato lo stesso ma … niente. Cercai di fermarlo mentre ributtava a mare Ravi. Sentii un dolore fortissimo, come un braccio spezzato.
    Aprii gli occhi; davanti a me l’ombrellone vibrava, colpito dal mio pugno. Mi girai intorno, sudato, spaventato. Nessuno.
    Era stato un incubo.
    Scattai ancora. L’altra mano aveva toccato, nella sabbia, qualcosa di solido.
    Non un granchio, solo un pezzetto di carta. Filigranata.
    Su di esso, scolorito e deformato, lessi un nome.
    Ravishankar.

    Nel giugno del 2001 il quotidiano “La Repubblica” scoprì che, nell’inverno del 1997, i pescatori di un paese del Sud della Sicilia avevano ributtato a mare, per mesi, i corpi che riemergevano di immigrati clandestini. Una nave con 283 passeggeri provenienti da India, Sri Lanka, Pakistan, era naufragata, ma le autorità non avevano creduto al racconto dei 29 superstiti.
    Questo umile brano è dedicato a quei poveri esseri umani, simili a noi nell’aspetto e nelle aspirazioni, nell’educazione e nei sentimenti, che sono periti nell’incidente e abbandonati sul fondo del mare.
    Nonostante appelli di premi nobel italiani, parenti e comunità indiane, nessuno ha recuperato quei corpi. Sono stati rinvenuti, di tanto in tanto, stracci o fogli di carta.
    Brandelli della loro vita e dei loro documenti.

  • 01 dicembre 2006
    La commessa

    Come comincia: La regola è sorridere, sempre, con nonchalance, come se stessi parlando con un’amica, come se avessi già visto quella cliente chissà quante volte. Anche quando è una di quelle che ti fa prendere tutta la roba e poi te la critica pezzo a pezzo, anche se poi si innervosisce perché non c’è la taglia che le sta bene, non esiste l’abbinamento che ha in mente o quel capo visto in tv. L’importante è sorridere anche quando le gambe ti fanno male perché non ti puoi sedere nemmeno un attimo, nemmeno con l’orario lungo che piace tanto alle amministrazioni ma poco perfino ai clienti. Sorridere anche quando le tue cose vanno male e vorresti piangere ma non puoi perché lì non sei una persona umana e hai meno diritti di un manichino: lui può restare un po’ nudo a guardarti schiattare di caldo in una divisa di cameriera un po’ più elegante.
    Erano questi i pensieri che mi avvolgevano quel martedì mattina, giorno inutile, dove non si vede un cliente nemmeno a pagarlo, dopo la scorpacciata degli ultimi sabati di saldi. Non mi vedevo con il mio ragazzo da quasi un mese ed il fatto che non se ne lamentasse mi convinceva sempre di più che avesse un’altra. Non ci volevo pensare per cui tentavo nel mio specchio falsi sorrisi quando l’ascensore si mise in funzione.
    Quando sei in un negozio che ha solo un piano interrato l’ascensore dovrebbe essere solo proforma, giusto per far vedere che te lo puoi permettere. Ed invece è un incubo. Quando senti il bip di attivazione cominci a presagire guai. Il caso migliore è quello in cui qualche peste scappata alla mamma l’ha preso per fare un giro. Quando ti avvicini facendo finta che li vuoi acchiappare premono subito l’altro pulsante e spariscono per sempre dai tuoi problemi.
    Ma questo capita di rado. Invece generalmente le porticine si aprono a fatica e, tremendamente stipate in quell’uovo di metallo, ci sono signore enormi, di quelle a cui nemmeno le taglie forti sanno opporre resistenza, oppure anziane che si muovono a stento, portate sottobraccio da badanti con colori diversi: loro non sanno che lei veniva qui, da giovane, tanti tanti anni indietro, quando il negozio portava il nome del proprietario e non quello di una multinazionale di casa nostra con i capitali in qualche paradiso fiscale. Difficilmente si riesce a vendere qualcosa: le persone grasse cercano di trovare qualcosa, si misurano abiti succinti sperando nei miracoli dell’elasticizzato, abiti molli pieni di veli che pure si incurvano sotto le loro abbondanti forme. Le persone anziane invece non cambiano quasi mai il loro vestito ma lo arricchiscono con un foulard, un cappellino, un qualcosa che come dia la sensazione di cambiamento senza la pretesa di riuscirci.
    Così guardai sott’occhi l’ascensore per vedere a quale delle tre categorie appartenesse lo spettacolo rivelato dal sipario delle porticine. Apparve una ragazza alta dai lunghi capelli neri che incorniciavano un viso scuro, abbronzato, su cui campeggiavano come enormi fari due occhi scuri, appena sottolineati dal trucco. Mi chiedevo cosa ci facesse questo portento della natura nell’ascensore quando le braccia, avvolte nell’aggancio delle stampelle, accolsero il suo corpo. Pensando ad un incidente di sci, calcio o moto cercai nel lungo gesso della gamba la solita coreografia di disegni e firme. Ma non trovai né gesso né gamba: un moncherino mi rivelò ben più duratura tragedia.
    Mi vergognai dei miei pensieri e le chiesi cosa potessi offrirle. Dei jeans mi disse, con taglio e cucitura della gamba mancante. Posai subito sul tavolo il lungo vestito da sera che stavo sistemando e mi precipitai, con tutte e due le gambe, verso lo scaffale con i jeans. Lei non mi guardò nemmeno ma saggiò con le mani la seta dell’abito da sera, lo appoggiò sul suo petto valutando la taglia e poi, timorosa e tenera, mi chiese se poteva provarlo. Più incantata che sorpresa, le risposi che poteva, offrendomi di darle una mano. Ma lei era già nel camerino, già sentivo le stampelle che erano poggiate e riprese velocemente dalle pareti.
    Riapparì come una dea. Il lungo scollo metteva in evidenza un petto robusto, sicuro, che continuava nel collo la morbidezza della pelle. Arrivò al centro della sala, davanti ad uno specchio a tutta altezza che rimandava ai suoi occhi la bellezza del corpo. Ora ruotava, gonfiando leggermente lo spacco, e chiudeva gli occhi quando, girando, il moncherino si sostituiva alla gamba sana. Lo facevo anche io perdendomi nella grazia di quel corpo soave.
    Le dissi che le stava benissimo e mai fui più sincera con un complimento. Lei mi guardò con gratitudine, sorridendo alla assurdità della mia frase. Poi prese il jeans e si richiuse dentro il camerino.
    Quando emerse si avvicinò al tavolo restituendomi l’abito da sera e la misura della cucitura del jeans da preparare.
    Riprese l’ascensore regalandomi un ultimo sorriso.
    Forse anche per lei il sorriso era la regola. Un sorriso di difesa, un sorriso di disperazione che sostituiva il dolore e la rabbia verso una vita che le aveva dato tanto e poi se l’era ripreso, con gli interessi.

  • 16 novembre 2006
    Una madre

    Come comincia: Non posso pensare che stia succedendo di nuovo.
    Non è possibile, me lo hanno detto mille volte e io mille volte gli ho detto
    di non credergli, ma solo per scaramanzia, solo per essere sicura di non trovarmi di nuovo qui.
    Devo cancellare quel dolore se voglio restare viva,
    devo cancellare quei ricordi ma tutto il passato è stato risucchiato in quei momenti.
    Se li cancello cancellerò tutta me stessa.
    Devo restare viva, devo dare il sangue al mio grembo se voglio avere speranza che non succeda più.
    Ma risento le mie urla, quelle inutili urla senza il pianto del bimbo, le sento da lontano, nel dolore di mio marito che si è asciugato il cuore per non affliggermi con le sue lacrime.
    Ma devo risvegliarmi e restare attaccata ad altri ricordi: la gita in Grecia, la prima volta che l’ho conosciuto, la prima volta che abbiamo fatto l’amore e la prima nausea,
    i gorgoglii di lui che stava crescendo…
    di nuovo l’imbuto mi porta nel buco nero della mia esistenza…
    ti prego svegliami, con una fitta che solo tu puoi darmi,
    ti prego strappami da questo incubo.
    Questa volta licenziami dal ruolo di madre e fammi essere solo un animale ferito.
    Voglio solo licenziarmi per sempre…
    Che difficile mestiere quello di madre.
    Il più naturale, spontaneo ed inesorabile mestiere, allevare un mostro che ti distrugge,
    che si prende la tua bellezza e il passo sicuro delle tue gambe,
    che si ciba del tuo corpo impedendo che tu lo alimenti.
    Un mostro, che per uscire cerca di ammazzare chi lo ha nutrito, che una volta uscito si attacca come un parassita alla pianta uccidendone libertà e giovinezza.
    Eppure torno per la seconda volta a questo mostro con la speranza di riuscire a cibarlo per davvero.

    Mi sono chiesta mille volte in cosa ho mancato la prima.
    E’ rimasto senza cibo. Una disfunzione della placenta dicono, ci sono termini e statistiche precise.
    Nessuna mi dice in cosa ho mancato.
    Lo amavo molto più di ora, come una verginetta convinta che l’uomo bruno, alto e abbronzato, le stia attorno solo per la bellezza del suo viso e non per la voluttà del suo corpo.
    Se ho ammazzato quel primo amante, che speranza ho di nutrire questo altro sapendo che mi vorrà stuprare?
    Nessuna, ecco perché sono di nuovo su un tavolo operatorio, su un freddo tavolo che mi congela la schiena come il cuore sapendo già come va a finire.
    L’infermiera mi dice che non lo sente più, senza passione, con veemenza
    solo per contrastare la mia cocciutaggine che dice che lo sento muoversi dentro
    che non può essere morto se continua a darmi calci.
    Lei accetta di buttare via lo stetoscopio e di bagnarmi la pancia con il liquido per la ecografia.
    La sonda è come la luce dei campi di concentramento che cercano gli eventuali prigionieri che fuggono.

    Eccolo! Torna indietro con la sonda!

    Lo ribecca, lo vede muoversi, cerca di tranquillizzarmi dicendo che mi preoccupo inutilmente, che lui sta bene e si muove.
    Io le vorrei spaccare la testa, fino ad un attimo prima ero pazza perché lo sentivo ancora…

    Me ne vado.
    Senza un parola come se qualunque cosa potesse compromettere lo scampato pericolo,
    senza un sorriso perché non è ancora finita e non lo sarà mai,
    anche dopo nato,
    perché chi ha provato il dolore vero una volta ne sarà sempre schiavo,
    dipendente per sempre dalla vertigine di una morte che può tornare in ogni momento,
    nell’auto che sbanda mentre attraversi la strada o nel fulmine che rimbomba lontano da casa.

    Oggi è il due novembre e incredibilmente mi sento più rilassata.
    La mia pancia mi pesa un po’ ma posso camminare senza problemi.
    C’è tanta gente al cimitero, mille visi diversi, chi piange e chi sorride nell’incontrare i ricordi dei propri cari o le pacche sulle spalle degli amici che si re-incontrano dopo tempo.
    La vita e la morte giocano con gli uomini in questo posto, tra i baci incerti di novantenni che, tremando, allungano le labbra verso bambini già troppo alti
    e una bimba dagli occhi di ghiaccio e dai capelli biondissimi stretti tra mille treccine.
    Lei che ha perso la madre in un paese lontano abbraccia una ragazza che per quel mestiere ha inutilmente rischiato la vita.
    Anche lei sorride alla bimba e a me che, poggiando il pancione su una piccola lapide bianca,
    faccio incontrare nell’unico modo possibile le ombre dei miei due bimbi.