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Autore

Pietro Marmo

in archivio dal 16 nov 2006

1968, Napoli

07 dicembre 2006

Incubo siciliano

Intro: Una sensibilità spontanea quella di Pietro Marmo. Un incubo "costruito" fatto su una spiaggia siciliana, che vuol mettere alla luce una realtà agghiacciante. Dietro il suo stile incalzante mostra una prova di scrittura, ma soprattutto di coscienza morale forte.

Il racconto

Non avevo creduto ai pessimisti, quelli che mi dicevano che anche ad Ottobre la Sicilia era caldissima.
Non me ne importava nulla. Steso sotto un ombrellone, a due passi dall’albergo, guardavo i camerieri girarmi intorno. Come comparse in una recita con poco pubblico, perdevano un po’ della loro perfezione e si lasciavano andare ad un passo scomposto, a dita che aggiustavano il cibo, ad imprecazioni poco signorili.
Non me ne importava niente. Ero andato in vacanza così tardi perché volevo pace assoluta, riposo da un anno di mail e telefonate, aerei e scioperi, congiure di dipendenti e guerre di colleghi. I miei pensieri si mescolavano alla sabbia, li lasciavo scivolare tra le dita e li sentivo andar via, sciogliersi in quel caldo afoso fuori stagione.
Un veliero tingeva l’orizzonte con vele multicolori. Giallo, rosso, blu, arancione, si gonfiavano di lontano e sulle palpebre pesanti sentivo il vento muoverle, carezzarmi, darmi sollievo dal caldo.
Lentamente le vele sfumarono e ripresero vita in lenzuola, stese ai balconi a tappezzare una cittadina in festa. Petali di rose rosse, foglioline verdi profumate, fiori bianchi, piovevano su due giovani che avanzavano gioiosi davanti ad una folla ridente e danzante. Flauti di musici procedevano ai lati, ragazze sinuose, i volti celati da veli bianchi, volteggiavano a piedi nudi.
Dalle finestre li chiamavano “Ravi, Talia” e lui non faceva tempo a rispondere, con un sorriso, un bacio, un grido. Accompagnava nell’aria la sua sposa e lei alzava lo sguardo al cielo mentre orecchini, bracciali, collane, rispondevano ai veloci gesti della danza vibrando luccicanti. Una ghirlanda di fiori incorniciava i lunghi capelli scuri, il volto dagli strani simboli dipinti, gli occhi profondi come il pozzo dei desideri. Un vestito grigio di perline velava il corpo slanciato ed elegante.
Estasiato mi unii alla danza e intorno vedevo visi e sguardi noti, simili ai camerieri, ai commercianti, ai giovani siciliani che solevano rincorrersi sulla spiaggia; solo la pelle pareva più scura e la lingua incomprensibile.
Leggero raggiunsi grandi tavoli con dolci mai visti. Eppure le ciotole accoglievano intrugli simili alle cassate che avevano spazzato via i pensieri di lavoro, dolci al miele come quelli che mi preparava la nonna da piccolo, biscotti dal colore scuro, a spirale, varianti di quelli alla cannella che fintamente celava, nel palmo della mano, mia madre nei giorni di festa.
Un matrimonio di qualche religione ignota. Cercai di parlare, di chiedere a qualcuno dove mi trovavo, ma dalla mia bocca non usciva fiato e nessuno mi rispondeva.
Ecco mio padre! Il naso, la fronte ampia, il sorriso sicuro e confortevole erano i suoi ma la pelle olivastra, la tunica ricamata e i sandali dorati mi destarono dall’illusione. Accolse altre persone, invitati forse, con uno sguardo amorevole, tranquillo. Somigliava a Ravi. Di certo era suo padre.
Mangiavo, ridevo, ballavo, contagiato da tanta allegria. Entrai in cucina dove colonne di cibo erano portate via velocemente; finalmente lasciavano alla stanza un po’ di spazio e a me aria, prezioso sollievo all’afa.
Ad un tratto tutti sparirono e rientrò Ravi seguito dalla sua sposa. Lo sguardo assente, gli occhi bassi e l’andare lento parevano quelli di un altro ma la mano che accolse il volto di lei era la stessa che l’aveva cinta in danza pochi attimi prima. La tunica rattoppata, i sandali laceri, i capelli sporchi non umiliavano gli occhi lucenti e fieri di lei, il ventre improvvisamente tondo che carezzava con mani leggere.
Si allontanò con un sorriso e tornò con una collana di perle, la più bella tra quelle che aveva al matrimonio. La offrì a Ravi con un inchino e si ritirò nella sua camera. Talia prese una valigia e con la calma di Penelope, come se non volesse mai portare a termine l’opera, cominciò a svuotare i cassetti, gli armadi, casse piene di panni e ricami.
Si portò le mani al volto, bloccò le lacrime e con precisione rimise tutto a posto, come una mamma che affida il bimbo alle scale di una chiesa, promettendo che nell’ombra veglierà sempre su di lui. Nella valigia trovarono posto solo cibo e foto dei cari. Alla fine non era nemmeno piena.
Ravi tornò mentre il sole, per un momento, parve coperto da una nuvola. I giovani si precipitarono alla finestra, la stessa aria di speranza e felicità del matrimonio, come se da quella nuvola dipendesse la loro vita.
Ma la festa ritornò ad essere lutto. Un incendio aveva oscurato il cielo che pareva piovere il caldo e le ceneri di un vulcano in eruzione.
Ravi mestamente riprese i passaporti, s’inchinò alle divinità della casa e andò via prendendo per mano la bella sposa. Non si girarono, a testa bassa, non guardarono più al cielo ma solo alla terra, come se seguire i propri passi fosse l’unica cosa importante, come se andassero su una strada piena di buche e pozzanghere.
Mi girai a guardare l’incendio lontano e il fuoco diventò acqua, il caldo freddo pungente, l’afa un forte vento che mi faceva sobbalzare ferocemente. Continuavo a dondolare come su un’altalena impazzita, come su una giostra di quelle in cui paghi per farti torturare. Mi girai e vidi Ravi e Talia abbracciati, aggrappati al ponte della nave. I suoi occhi sparuti, il viso scarno, il ventre esile e piatto, chiedevano conforto e sicurezza. Gli occhi di lui, fissi e perduti, non riuscivano a mentire. Era la fine, del loro sogno, della loro vita di fatica e felicità, di speranze deluse e di scelte sfortunate.
Un motoscafo si avvicinò al cassone arrugginito su cui navigavano. Cento e più persone si precipitarono verso l’ultima possibilità di salvezza ma scesero solo quattro uomini che allontanavano gli altri con dei mitra. Nel frastuono del mare in tempesta i colpi non si sentivano e i corpi ricadevano in mare senza un urlo, senza un motivo, come soldatini nel gioco ormai stanco di bambini viziati.
La nave oscillò ancora e con un colpo fortissimo s’impennò lanciandoli via. Ricaddero abbracciati nel mare gelido, trovando in un colpo solo l’acqua che gli mancava e il refrigerio che avevano desiderato per tutta la vita. Tutto insieme, per pochi secondi.
Guardavo i loro corpi senza vita su cui la pietà della morte aveva restituito la pace e la serenità di quando li avevo conosciuti. Appoggiati al fondale colorato d’alghe parevano aspettare tranquillamente una corriera o un passaggio. Senza fretta.
Ma il passaggio si concretizzò in una grossa rete, che, strascicante sul fondale, raccoglieva tutto quello che non riusciva a resistere alla sua forza. Ravi fu strappato all’abbraccio di Talia e, pur nell’immobilità del suo viso, parve incupirsi, disturbato nella sua pace eterna. Lo seguii affannato su, verso qualcosa che via via assumeva le forme di una nave.
Voci in siciliano imprecavano sulla sfortuna della pesca, sulla disgrazia della loro vita, ma intorno a me tanti pesci sbattevano gli ultimi aneliti di vita.
“Finirà, finirà, qualche altro giorno ancora e poi finirà. Ma proprio qua sono venuti a morire questi pezzenti. Da vivi ci tolgono l’aria, da morti ci fanno chiudere baracca.”
Non capivo, scattai per dire al capitano che c’erano altri corpi laggiù, che bisognava ripescare anche Talia, unirla a Ravi, seppellirli, avvisare il padre.
Ma quello era una belva:
“Nessuno deve saperlo, nessuno.”
L’altro lo guardava scettico.
“Lo capisci che farebbero chiudere la zona? Che diamo a mangiare ai figli nostri? Questi sono morti, per loro non cambia niente. Per noi invece si.”
Urlai che quelli non erano pezzenti, erano innamorati sfortunati, che un intero paese aspettava loro notizie. I suoi figli avrebbero mangiato lo stesso ma … niente. Cercai di fermarlo mentre ributtava a mare Ravi. Sentii un dolore fortissimo, come un braccio spezzato.
Aprii gli occhi; davanti a me l’ombrellone vibrava, colpito dal mio pugno. Mi girai intorno, sudato, spaventato. Nessuno.
Era stato un incubo.
Scattai ancora. L’altra mano aveva toccato, nella sabbia, qualcosa di solido.
Non un granchio, solo un pezzetto di carta. Filigranata.
Su di esso, scolorito e deformato, lessi un nome.
Ravishankar.

Nel giugno del 2001 il quotidiano “La Repubblica” scoprì che, nell’inverno del 1997, i pescatori di un paese del Sud della Sicilia avevano ributtato a mare, per mesi, i corpi che riemergevano di immigrati clandestini. Una nave con 283 passeggeri provenienti da India, Sri Lanka, Pakistan, era naufragata, ma le autorità non avevano creduto al racconto dei 29 superstiti.
Questo umile brano è dedicato a quei poveri esseri umani, simili a noi nell’aspetto e nelle aspirazioni, nell’educazione e nei sentimenti, che sono periti nell’incidente e abbandonati sul fondo del mare.
Nonostante appelli di premi nobel italiani, parenti e comunità indiane, nessuno ha recuperato quei corpi. Sono stati rinvenuti, di tanto in tanto, stracci o fogli di carta.
Brandelli della loro vita e dei loro documenti.

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