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Autore

Pietro Marmo

in archivio dal 16 nov 2006

1968, Napoli

16 novembre 2006

Una madre

Intro: L'impressionante storia dell'ennesimo bambino mai nato. Parole forti, a spiegare un dolore che spesso viene sottovalutato. Stupisce che a descrivere così bene i pensieri e le sensazioni che solo una donna può provare, sia un uomo. Benvenuto tra noi Pietro...

Il racconto

Non posso pensare che stia succedendo di nuovo.
Non è possibile, me lo hanno detto mille volte e io mille volte gli ho detto
di non credergli, ma solo per scaramanzia, solo per essere sicura di non trovarmi di nuovo qui.
Devo cancellare quel dolore se voglio restare viva,
devo cancellare quei ricordi ma tutto il passato è stato risucchiato in quei momenti.
Se li cancello cancellerò tutta me stessa.
Devo restare viva, devo dare il sangue al mio grembo se voglio avere speranza che non succeda più.
Ma risento le mie urla, quelle inutili urla senza il pianto del bimbo, le sento da lontano, nel dolore di mio marito che si è asciugato il cuore per non affliggermi con le sue lacrime.
Ma devo risvegliarmi e restare attaccata ad altri ricordi: la gita in Grecia, la prima volta che l’ho conosciuto, la prima volta che abbiamo fatto l’amore e la prima nausea,
i gorgoglii di lui che stava crescendo…
di nuovo l’imbuto mi porta nel buco nero della mia esistenza…
ti prego svegliami, con una fitta che solo tu puoi darmi,
ti prego strappami da questo incubo.
Questa volta licenziami dal ruolo di madre e fammi essere solo un animale ferito.
Voglio solo licenziarmi per sempre…
Che difficile mestiere quello di madre.
Il più naturale, spontaneo ed inesorabile mestiere, allevare un mostro che ti distrugge,
che si prende la tua bellezza e il passo sicuro delle tue gambe,
che si ciba del tuo corpo impedendo che tu lo alimenti.
Un mostro, che per uscire cerca di ammazzare chi lo ha nutrito, che una volta uscito si attacca come un parassita alla pianta uccidendone libertà e giovinezza.
Eppure torno per la seconda volta a questo mostro con la speranza di riuscire a cibarlo per davvero.

Mi sono chiesta mille volte in cosa ho mancato la prima.
E’ rimasto senza cibo. Una disfunzione della placenta dicono, ci sono termini e statistiche precise.
Nessuna mi dice in cosa ho mancato.
Lo amavo molto più di ora, come una verginetta convinta che l’uomo bruno, alto e abbronzato, le stia attorno solo per la bellezza del suo viso e non per la voluttà del suo corpo.
Se ho ammazzato quel primo amante, che speranza ho di nutrire questo altro sapendo che mi vorrà stuprare?
Nessuna, ecco perché sono di nuovo su un tavolo operatorio, su un freddo tavolo che mi congela la schiena come il cuore sapendo già come va a finire.
L’infermiera mi dice che non lo sente più, senza passione, con veemenza
solo per contrastare la mia cocciutaggine che dice che lo sento muoversi dentro
che non può essere morto se continua a darmi calci.
Lei accetta di buttare via lo stetoscopio e di bagnarmi la pancia con il liquido per la ecografia.
La sonda è come la luce dei campi di concentramento che cercano gli eventuali prigionieri che fuggono.

Eccolo! Torna indietro con la sonda!

Lo ribecca, lo vede muoversi, cerca di tranquillizzarmi dicendo che mi preoccupo inutilmente, che lui sta bene e si muove.
Io le vorrei spaccare la testa, fino ad un attimo prima ero pazza perché lo sentivo ancora…

Me ne vado.
Senza un parola come se qualunque cosa potesse compromettere lo scampato pericolo,
senza un sorriso perché non è ancora finita e non lo sarà mai,
anche dopo nato,
perché chi ha provato il dolore vero una volta ne sarà sempre schiavo,
dipendente per sempre dalla vertigine di una morte che può tornare in ogni momento,
nell’auto che sbanda mentre attraversi la strada o nel fulmine che rimbomba lontano da casa.

Oggi è il due novembre e incredibilmente mi sento più rilassata.
La mia pancia mi pesa un po’ ma posso camminare senza problemi.
C’è tanta gente al cimitero, mille visi diversi, chi piange e chi sorride nell’incontrare i ricordi dei propri cari o le pacche sulle spalle degli amici che si re-incontrano dopo tempo.
La vita e la morte giocano con gli uomini in questo posto, tra i baci incerti di novantenni che, tremando, allungano le labbra verso bambini già troppo alti
e una bimba dagli occhi di ghiaccio e dai capelli biondissimi stretti tra mille treccine.
Lei che ha perso la madre in un paese lontano abbraccia una ragazza che per quel mestiere ha inutilmente rischiato la vita.
Anche lei sorride alla bimba e a me che, poggiando il pancione su una piccola lapide bianca,
faccio incontrare nell’unico modo possibile le ombre dei miei due bimbi.

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