username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • La poesia contiene la parola
  • Nome autore

Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


Le poesie dei nostri autori sono tutte raccolte qui.
Se vuoi inserire le tue poesie in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 31 maggio 2011 alle ore 23:45
    L'ultimo atto

    Accresce con prepotenza,
    larga come macchia di miglio,
    la leva stracciata dello zelo.
    Attraverso le sue fatiche
    e le cumulate debolezze,
    grame, inestinguibili,
    penetra con astuzia, sfiorandola
    quasi con un ghigno di dolcezza,
    l'ago sottile della morte
    e il pover uomo, che bramava
    passioni nel silenzio,
    urge al bisogno del perdono.

  • 31 maggio 2011 alle ore 18:28
    La mia vita dentro...

    Io...
    Forte ed avvolgente
    come il sole
    che scalda il mio corpo intensamente...

    Piena di me sempre
    Anima...
    Corpo...
    Mente...
    in ogni istante intensamente...

    La mia bocca non sà mentire
    ma con rispetto e sincerità
    va a ribadire....

    I miei occhi fanno brillare
    il mio cuore che con dolcezza
    sà sempre amare...

    Per il resto sono un portento...
    ...rido...
    ...amo...
    sento...
    questa è la mia vita dentro...

  • 31 maggio 2011 alle ore 17:20
    Normalità.

    O fiore, così bello e lucente,
    che nascondi il tuo segreto
    agli occhi inesperti
    e appari opera fine
    d'un artista primordiale,
    qual è il segreto, dimmi,
    della tua sbadata bellezza?
    E' vero quel che sento,
    che ogni sguardo che ti dono
    è ad ammirar un tuo dettaglio,
    profumata gemma
    dal normal aspetto
    che con i suoi compagni
    compone mirabile visione.
    Mi s'apron gli occhi
    a questa congettura,
    ogni tuo dettaglio è normale
    agli occhi altrui,
    ed è questa la bellezza,
    l'unione del normale,
    che genera purezza.

  • 31 maggio 2011 alle ore 16:36
    La casta Lisa

    La giornata è stata lunga
    È passata finalmente
    Domani sarà come oggi
    E laggiù sulla montagna
    La sera cala sul castello incantato
    Siamo stanchi stasera
    Ma la casa ci aspetta
    Con la buona zuppa fumante
    E dall'alba domani
    La dura fatica
    Ci riprenderà con sé
    Ahimè
    Brava gente

  • 31 maggio 2011 alle ore 16:25
    La città

    Hai detto: "Per altre terre andrò, per altro mare.
    Altra città, più amabile di questa, dove
    ogni mio sforzo è votato al fallimento,
    dove il mio cuore come un morto sta sepolto,
    ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?
    Dei lunghi anni, se mi guardo attorno,
    della mia vita consumata qui, non vedo
    che nere macerie e solitudine e rovina".

    Non troverai altro luogo non troverai altro mare.
    La città ti verrà dietro. Andrai vagando
    per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.
    Imbiancherai in queste stesse case. Sempre
    farai capo a questa città. Altrove, non sperare,
    non c'è nave non c'è strada per te.
    Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
    tu l'hai sciupata su tutta la terra.

  • 31 maggio 2011 alle ore 15:27
    A Vampire to Kill - Un Vampiro da Uccidere

    So kill it, kill Sorrow.
    When you do it,
    stake it through the heart
    with the bolt of life
    and don’t miss the mark,
    for if you do,
    it will seem dead for a while
    only to rise again,
    without notice
    and feed on your energy
    growing stronger as you grow weaker.
    Kill it, before it kills you.

    Trad.

    Uccidilo, uccidi il Dolore.
    Quando lo farai,
    conficcagli un paletto nel cuore
    con il lampo della vita
    e non mancare il bersaglio,
    perché se lo fai,
    sembrerà morto per un po’
    solo per ritornare,
    senza preavviso
    e nutrirsi della tua energia
    diventando forte mentre tu diventi debole.
    Uccidilo, prima che lui uccida te.

  • 30 maggio 2011 alle ore 22:24
    La Forza dell'Afflizione

    Se di male e di tormento nel percorso
    di sua vita non avesse conoscenza
    lui, di certo, l'uomo dico non saprebbe
    cosa e come è la pazienza, per mancanza
    d'essa, quindi, corto pure d'esperienza
     m'ancor peggio, maggiormente, di speranza.
    Or si sa, il patimento è qualcosa
    d'avvilente ma pur anco, e par non vero,
    dona in dono la virtù della pazienza.
    Indi, allor si concatena l'esperienza
    alla speranza che dà forza e resistenza
    nel periglio, nel tormento e nel travaglio.,

  • 30 maggio 2011 alle ore 22:13
    La Chiesetta

    Se prima c'era solo una madonna * * Statua
    uno stipo, un messale e un altare,
    una finestra a mò di campanile
    senza nè sclala, senza nè colonna
    or t'assicuro, letterato altero, **** Nobile
    molte di cose ha la chiesa, invero.

    Da Eccellenza, il Vescovo in persona
    fu consacrata il dì otto dicembre
    e affidata al popolo votato
    rappresentato dall'uomo fidato
    che sono certo, per innato istinto
    non abbandona caso pria ch'estinto.

    Indi gli spettri Catroppa e Pantano
    dalla chiesetta, ormai, restan lontano
    chè il loco sacrato è ai cristiani
    e nei dintorni più mai saran villani.
    Nè il demone potrà fare più presa
    giacchè il devoto con Gesù ha intesa.

    Presto il suono sudrà della campana
    che dal colle eco farà al monte e al piano.
    Presto saranno i fari illuminati
    così come volevi Tu e gl'antenati.
    Ancora il vento grida e si lamenta
    ma in chiesa troneggia la sua Santa
    che benedice noi ogni momento
    e i CADUTI del Sacro Monumento.

  • 30 maggio 2011 alle ore 22:06
    UOMO SOCIAL NETWORK

    Siamo uomini catodici
    diamo amori digitali
    con parole di tastiera
    fermi virtual salottini
    nei circuiti a cavi neri
    scorri clicca e aspetta
    premi leggi e non sfogliare.

    Cuori con impulso lento
    progettati per la vita
    quell’applicazione prima
    che è introvabile su rete
    scaricabile di notte
    con un semplice pensiero:
    voler vivere da umano.

    Onanismo a schermo intero
    dopo pasti di barrette
    dentro stanze legno-amianto
    creme a idrogeno compresso
    sopra plastica di pelle
    senza peli depilato
    scuro finto di uno spray.

    Figli anomali d’industria
    fatti a serie poi riempiti
    di veline e seni finti
    soldi marci e droghe spente
    amici disco-aperitivo
    per trovarsi e dirsi ciao
    dentro un solitario caos.

  • 30 maggio 2011 alle ore 15:52
    Il Vento

    Sia ch'è libeccio, grecale oppur levante,
    aliseo, scirocco oppure ponente
    o austro o maestrale o tramontana;

    che sia leggero, moderato o forte,
    violento, fresco, tiepido o freddo
    o ch'esso sia caldo, umido o asciutto

    nessuno può toccarlo nè vederlo
    ma ognuno n'ha presenza imposta
    e ne avverte l'ululato e il fischio.

    Ma mai persona sa dond'esso nasce
    nè mai persona sa dove perisce.

  • 30 maggio 2011 alle ore 15:41
    Il Tentativo

    Dimodochè su carta venga fissa
    pens'affidare incombenza a un esperto;
    chi meglio di un prossimo se rimessa
    potrebbe di più foggiarla a mio concerto?

    Quand'all'altezza sono al suo abituro
    facciomi scosto e lascio passare
    figura melensa dal vestito scuro
    che quatta su quell'uscio va a posare.

    Tosto la mente torna ai tempi andati,
    alle storture vicine, alle lontane,
    ai dispiaceri, agli anni amareggiati
    e folgorato son dell'azioni insane.

    Per quella melensa, perfida nobildonna
    ch'attizza il focolar del dissapore
    sol col riporto su cenciosa gonna
    di consanguinea che ne gust'odore.

    Così non entro più nella dimora,
    mi resto, come sempre, nel di fuora.
    Lungi dall'astio, l'ira e la perfidia
    lascio squassare loro nell'invidia.

  • 30 maggio 2011 alle ore 15:28
    Il Natale

    Suono giunge indistinto in lontananza
    e poco a poco parmi che s'avanza.
    M'accosto lentamente alla finestra,
    le flebil note annunciano un'orchestra.
    Dal cielo a fiocchi lenta cade la neve
    e su ogni cosa posa piano, lieve
    mentre l'orchestra sempre più vicina
    di Cristo ci ricorda e di Maria Regina.
    Le dolci note sono della zampogna
    che a valle scende giù dalla montagna,
    accompagnata dal suon della chitarra
    ci dice che Gesù è sceso in terra.
    Il manto bianco a vista si disperde
    e tutt'intorno ha ricoperto il verde.
    Il vento porta il mugolio del cane,
    il tocco festoso delle bronzee campane.
    La mamma ruota in casa indaffarata
    a preparar frittate e pignoccata,
    a friggere baccalà nella padella
    e lenticchie a condir nella scodella.
    Per la famiglia questa è la gran festa;
    tutti siam dentro:Il nonno in testa.
    Nella modesta casa a due stanzette
    siam tutti intorno al fuoco:I diciassette.
    Ora si sente il sibilo del vento
    quasi fosse dell'orchestra altro strumento;
    la zampogna prosegue il suo cammino
    e noi contenti intorno al tavolino.
    Quel che di questa festa è più importante
    è la serenità che intorno spande.
    Nel cuor d'ognuno cessa ogni doglianza
    poichè pervaso di dolce speranza.
    Di tutte le ricorrenze è la più grande
    ed è per l'Universo la più imponente
    giacchè di quest'oggi è la lieta novella
    del Redentore nato in una stalla.
    Richiamati dai delicati canti
    degli Angeli del cielo scesi gaudenti
    lo venerano i pastori trepidanti
    e i re magi del lontano oriente.

  • 29 maggio 2011 alle ore 21:18
    Contrasti

    Il tuo fantasma non mi dava tregua,

    sono scappato al mare.

    Vento, freddo e sabbia negli occhi.

    Pochi passi poi, pensieri di guerra.

    Ho preso a calci tutto ciò che incrociavo:

    lattine, rami, gusci di conchiglie già spezzate;

    barche ormeggiate.

    Ho pianto forte,

    disperatamente fino alle convulsioni,

    piegato su me stesso.

    All’orizzonte solo alcune piccole luci: le stelle.

    Sotto era mare, lo sapevo.

    Nero il loro punto d’incontro, come l’inchiostro,

    come il nostro.

    mi sono lanciato in una corsa,

    una strana corsa con forti urla,

    come una follia.

  • 29 maggio 2011 alle ore 20:10
    E corrono, fugaci.

    In fondo, a questo mondo
    siamo tutti un po' ciechi,
    spesso guardiamo
    l'animo altrui
    senza osservarlo,
    senza pagare il prezzo
    di un'audace sensazione.
    Passano, scorrono
    i nostri occhi,
    come treni veloci
    i cui passeggeri
    non vedono che
    un quadro sbiadito
    dall'opaco finestrino.
    Ed è proprio di
    quel treno che ho paura,
    quel treno in cui
    ho prenotato
    un posto
    ma che non ho mai
    il coraggio di prendere.
    Ed è così che passo il tempo
    su quella grigia panchina
    osservando fugaci vagoni,
    che quando son più vicini
    passano, e corrono
    lontani dal mio sguardo.
    C'è solo un caldo
    sole d'estate
    a ricordarmi che
    è ancora giorno,
    che la notte,
    la mia notte,
    può attendere
    ancora. 

  • 29 maggio 2011 alle ore 8:36
    Naufrago (in un mare di fuoco)

    Navigare
    impetuoso senza meta
    su una zattera di carta 
    sospinto da un mare di fuoco. 

    Arde la vela
    arde il nocchiero 
    arde l' onda della stessa fiamma
    che giova all' arte
    ma non alla tua vita.

    ...povero giacomino
    in balìa di una silvia distratta...

    per lasciarti un giorno 
    naufrago disfatto su un'isola stanca
    preda della terra gretta. 

  • 28 maggio 2011 alle ore 23:02
    Eutanasia

    L’eutanasia è d’obbligo
    quando l’amore
    respira a fatica

    Tra noi
    di quel che è stato
    ho vivo il ricordo

    Amavo
    le tue  carezze
    chiamavano il piacere

    generose e ardite
    ubriaca d’amore
    mi lasciavano, alla fine

    Oggi le sento mute
    e per me non hanno più
    il colore  né il sapore

    appagante
    che placava la sete
    e nutriva speranze.

    Prima che qualcuno le rubi
    ho regalato al vento
    le tue carezze…

    che se le porti via.

  • 28 maggio 2011 alle ore 18:45
    Felicità

    Non  persona che non l'abbia pronunciata,
    non persona che non l'abbia ricercata
    e non persona cui non faccia gola
    ché né umam né cosa può, se non essa sola
    donare contentezza e appagamento
    giacché sol'essa di tanto può far vanto
    e di quanto  più belle essere cose
    superando la dolcezza delle Muse.

    Per sett'ant'anni io l'ho ricercata
    e manco un poco d'essa ho mai trovato.
    Forse è manchevolezza tutta mia
    o forse vive solo in fantasia.

  • 28 maggio 2011 alle ore 18:38
    La donna impudente

    Se all'inizial pudore ritornasse,
    se alle virtù perdute risalisse,
    se di bellezza minor sfoggio facesse,
    se minor uso della lingua avesse,
    se insita l'umanità in essa fosse,
    se il senso di famiglia più alto tenesse
    e se quando altri parla lei tacesse,
    se fulcro in tutto esser non volesse,
    se non per se ma più per gli altri fosse,
    se dei malori suoi poco dicesse
    e con l'amore i dissapori superasse,
    se il sorriso sulle labbra più tenesse
    e se le sue fattezze meno mostrasse
    e mente a maggior rflession ponesse,
    se nel guardare le minuzie trascurasse
    e se l'altrui duolo suo lo facesse
    e delle sue miserie men conto tenesse
    e non i difetti altrui ma i suoi vedesse
    e all'umanità più amor mostrasse,
    se tutte queste doti racchiudesse
    della casa regina ad essere tornasse.

  • 28 maggio 2011 alle ore 14:39
    La Vita

    La vita comincia, così,  con un vagito,
    pianto diviene nel corso e poi tormento,
    finisce,desolata, in triste lamento.

  • 28 maggio 2011 alle ore 14:36
    L'Onnipotente

    Ebbi contatto con Apollonio il dotto
    così nomato per il suo intelletto,
    in men di una ora resemi assai edotto
    di quanto l'uomo debbagli rispetto.

    Spiegommo della Luna, Marte e Venere,
    dei ritrovati della scienza in genere,
    della grandezza del suo ingegno disse
    e d'uomo, quasi, a cencio mi ridusse.

    Esterrefatto fui, non ebbi voce:
    A sentir lui Gesù è niente in croce
    ch'è più grande lui, il perspicace,
    che non Colui ch'è morto per la pace.

    Avvilito, perplesso e conturbato
    nell'ascoltar l'orrendo postulato
    la testa china, il cervello andato
    m'accosto pian pianino all'altro lato.

    Era sereno il cielo, il sol splendeva,
    la vegetazione verde, il fior rideva;
    era la primavera ormai presente
    tempesta alcuna non prevedea veggente.

    All'improvviso lampo squarcia il cielo,
    coperto tosto vien da nero velo,
    pioggia scrosciante a catenella scende,
    fragor di vento, nullo altro rumore rende.

    E' buio tutt'intorno, è notte fonda,
    freddo sudore dalla fronte gronda;
    m'aggrappo ad Apollonio sommo dotto
    che perso ha la baldanza nell'aspetto.

    A Dio il pensiero vola ed è consolo
    chè sento d'essere forte,non più solo.
    Su Apollonio è fobica espressione
    ch'è compianto a misero testone.

  • 28 maggio 2011 alle ore 14:16
    Ninnananna

    Sul trenino dell'amore
    viaggia un pezzo del mio cuore.
    Il trenino stanco, stanco
    or s'appresta al suo traguardo
    mentre il mio furtivo sguardo
    cade all'orologio lento
    che par dica: Non è ora;
    ci vuol tempo: Un poco ancora.
    Con tripudio dentro al petto
    resto lì, resto ed aspetto,
    ogni tanto avverto il tocco
    corro, cerco qualche balocco,
    lo ripongo a un angolino
    in omaggio al mio piccino
    che con gli occhi della mente
    già lo vedo, finalmente,
    nel suo caro piagnucolare
    mentre leggo al focolare.
    Poi gli parlo, nell'orecchio
    gli sussurro dolce canto
    che al petto resta incanto
    del materno grande amore 
    ch'è tutt'uno col mio cuore.

  • 28 maggio 2011 alle ore 8:22
    Loredana

    Adoravo i tuoi lunghi e ricci capelli rossi.
    I giochi infantili, il farti guidare,
    il farmi portare in vespa.

    Adoravo le nostre cenette,
    quel neo sulla schiena,
    le autoreggenti sempre un po’ strette,
    le tue strabilianti iniziative erotiche,
    il tuo muso per niente, per farti coccolare.

    Quante cose mi piacevano di te.

    Ora, che più non ci sei, ho un grandissimo problema oltre al fatto che ti sei sposata con un altro: il mio corpo continua a produrre bene, amore ed affetto nei tuoi confronti.

    Mi dici come cazzo faccio a smaltirlo?

    Accarezzo ed abbraccio ogni persona che conosco. Amo gli alberi e tutti gli animali, tutti i bimbi del Mondo. Amo le montagne, i mari, i fiumi, i laghi, le aurore, le cascate, i boschi e le praterie. Amo l’Africa, l’India, l’Australia, la Nuova Zelanda ed alcune isole minori dell’Asia.

    Ciò nonostante questo bene dentro risulta sempre maggiore, per volume ed intensità, di quello che riesco a donare.

    Alquanto sconsolato ho chiesto anche al vento, in una sentita preghiera, di disperdere questo amore nella sperduta valle dell'Indo ma qualcuno ancora mi vede singhiozzare al freddo schienale di una panchina.

  • 27 maggio 2011 alle ore 17:58
    Marzo 1821

    Soffermati sull'arida sponda,
    Vòlti i guardi al varcato Ticino,
    Tutti assorti nel novo destino,
    Certi in cor dell'antica virtù,
    Han giurato: Non fia che quest'onda
    Scorra più tra due rive straniere;
    Non fia loco ove sorgan barriere
    Tra l'Italia e l'Italia, mai più!

    L'han giurato: altri forti a quel giuro
    Rispondean da fraterne contrade,
    Affilando nell'ombra le spade
    Che or levate scintillano al sol.
    Già le destre hanno stretto le destre;
    Già le sacre parole son porte:
    O compagni sul letto di morte,
    O fratelli su libero suol.

    Chi potrà della gemina Dora,
    Della Bormida al Tanaro sposa,
    Del Ticino e dell'Orba selvosa
    Scerner l'onde confuse nel Po;
    Chi stornargli del rapido Mella
    E dell'Oglio le miste correnti,
    Chi ritogliergli i mille torrenti
    Che la foce dell'Adda versò,

    Quello ancora una gente risorta
    Potrà scindere in volghi spregiati,
    E a ritroso degli anni e dei fati,
    Risospingerla ai prischi dolor:
    Una gente che libera tutta,
    O fia serva tra l'Alpe ed il mare;
    Una d'arme, di lingua, d'altare,
    Di memorie, di sangue e di cor.

    Con quel volto sfidato e dimesso,
    Con quel guardo atterrato ed incerto,
    Con che stassi un mendico sofferto
    Per mercede nel suolo stranier,
    Star doveva in sua terra il Lombardo;
    L'altrui voglia era legge per lui;
    Il suo fato, un segreto d'altrui;
    La sua parte, servire e tacer.

    O stranieri, nel proprio retaggio
    Torna Italia, e il suo suolo riprende;
    O stranieri, strappate le tende
    Da una terra che madre non v'è.
    Non vedete che tutta si scote,
    Dal Cenisio alla balza di Scilla?
    Non sentite che infida vacilla
    Sotto il peso de' barbari piè?

    O stranieri! sui vostri stendardi
    Sta l'obbrobrio d'un giuro tradito;
    Un giudizio da voi proferito
    V'accompagna all'iniqua tenzon;
    Voi che a stormo gridaste in quei giorni:
    Dio rigetta la forza straniera;
    Ogni gente sia libera, e pera
    Della spada l'iniqua ragion.

    Se la terra ove oppressi gemeste
    Preme i corpi de' vostri oppressori,
    Se la faccia d'estranei signori
    Tanto amara vi parve in quei dì;
    Chi v'ha detto che sterile, eterno
    Saria il lutto dell'itale genti?
    Chi v'ha detto che ai nostri lamenti
    Saria sordo quel Dio che v'udì?

    Sì, quel Dio che nell'onda vermiglia
    Chiuse il rio che inseguiva Israele,
    Quel che in pugno alla maschia Giaele
    Pose il maglio, ed il colpo guidò;
    Quel che è Padre di tutte le genti,
    Che non disse al Germano giammai:
    Va’, raccogli ove arato non hai;
    Spiega l'ugne; l'Italia ti do.

    Cara Italia! dovunque il dolente
    Grido uscì del tuo lungo servaggio;
    Dove ancor dell'umano lignaggio
    Ogni speme deserta non è;
    Dove già libertade è fiorita,
    Dove ancor nel segreto matura,
    Dove ha lacrime un'alta sventura,
    Non c'è cor che non batta per te.

    Quante volte sull'Alpe spiasti
    L'apparir d'un amico stendardo!
    Quante volte intendesti lo sguardo
    Ne' deserti del duplice mar!
    Ecco alfin dal tuo seno sboccati,
    Stretti intorno a' tuoi santi colori,
    Forti, armati de' propri dolori,
    I tuoi figli son sorti a pugnar.

    Oggi, o forti, sui volti baleni
    Il furor delle menti segrete:
    Per l'Italia si pugna, vincete!
    Il suo fato sui brandi vi sta.
    O risorta per voi la vedremo
    Al convito de' popoli assisa,
    O più serva, più vil, più derisa
    Sotto l'orrida verga starà.

    Oh giornate del nostro riscatto!
    Oh dolente per sempre colui
    Che da lunge, dal labbro d'altrui,
    Come un uomo straniero, le udrà!
    Che a' suoi figli narrandole un giorno,
    Dovrà dir sospirando: io non c'era;
    Che la santa vittrice bandiera
    Salutata quel dì non avrà.

  • 27 maggio 2011 alle ore 17:31
    Trionfo di Bacco e Arianna

    Quant'è bella giovinezza
    che si fugge tuttavia!
    Chi vuol essere lieto, sia:
    di doman non c'è certezza.

    Quest'è Bacco e Arianna,
    belli, e l'un dell'altro ardenti;
    perché 'l tempo fugge e inganna,
    sempre insieme stan contenti.
    Queste ninfe ed altre genti
    sono allegre tuttavia.
    Chi vuol esser lieto, sia:
    di doman non c'è certezza.

    Questi lieti satiretti,
    delle ninfe innamorati,
    per caverne e per boschetti
    han lor posto cento agguati;
    or da Bacco riscaldati,
    ballon, salton tuttavia.
    Chi vuol esser lieto, sia:
    di doman non c'è certezza.

    Queste ninfe anche hanno caro
    da lor esser ingannate:
    ora insieme mescolate
    suonon, canton tuttavia.
    Chi vuol esser lieto, sia:
    di doman non c'è certezza.

    Questa sòma, che vien drieto
    sopra l'asino, è Sileno:
    così vecchio è ebbro e lieto,
    già di carne e d'anni pieno;
    se non può star ritto, almeno
    ride e gode tuttavia.
    Chi vuol esser lieto, sia:
    di doman non c'è certezza.

    Mida vien drieto a costoro:
    ciò che tocca, oro diventa.
    E che giova aver tesoro,
    s'altri poi non si accontenta?
    Chi vuol esser lieto, sia:
    del doman non c'è certezza.

    Ciascun apra ben gli orecchi,
    di doman nessun si paschi;
    oggi sian, giovani e vecchi,
    lieti ognun, femmine e maschi;
    ogni tristo pensier caschi:
    facciam festa tuttavia.
    Chi vuol esser lieto, sia:
    di doman non c'è certezza.

    Donne e giovinetti amanti,
    viva Bacco e viva Amore!
    Ciascun suoni, balli e canti!
    Arda di dolcezza il core!
    Non fatica, non dolore!
    Ciò c'ha esser, convien sia.
    Chi vuol esser lieto, sia:
    di doman non c'è certezza.

  • 27 maggio 2011 alle ore 17:08
    I Pastori

    Settembre, andiamo. E' tempo di migrare.
    Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
    lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
    scendono all'Adriatico selvaggio
    che verde è come i pascoli dei monti.

    Han bevuto profondamente ai fonti
    alpestri, che sapor d'acqua natía
    rimanga ne' cuori esuli a conforto,
    che lungo illuda la lor sete in via.
    Rinnovato hanno verga d'avellano.

    E vanno pel tratturo antico al piano,
    quasi per un erbal fiume silente,
    su le vestigia degli antichi padri.
    O voce di colui che primamente
    conosce il tremolar della marina!

    Ora lungh'esso il litoral cammina
    la greggia. Senza mutamento è l'aria.
    il sole imbionda sì la viva lana
    che quasi dalla sabbia non divaria.
    Isciacquío, calpestío, dolci romori.

    Ah perché non son io cò miei pastori?