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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 29 giugno 2011 alle ore 19:42
    dedicata a tutti

    Riflettiamo nel voler trovare una risposta
    proprio a quel gioco
    che una domanda non pone.
    La vita vorrebbe
    vederci vivere
    ogni esperienza,
    non osservarla con l'intenzione
    di racchiuderla nei cassetti della
    nostra memoria

  • 29 giugno 2011 alle ore 19:38
    corre veloce

    I nostri pensieri
    più sublimi
    sono certamente
    quelli che scappano via...
    si rincorrono
    in un gioco
    di grida e corrispondenze
    accavallandosi e sfuggendo velocemente
    dal generatore
    che in quell'attimo
    senza tempo
    ha percorso la vertigine
    di quell'assoluto
    lontano e perfetto
    che non trova riposo nel tempo.
    Così un pensiero veloce
    corre velocemente.

  • 29 giugno 2011 alle ore 18:03
    È la luna

    È la luna una luna d'estate
    quieta silenziosa e chiara
    l'ora solenne di mezzanotte
    diffonde dolci pensieri ovunque.

    Ma più che altrove là dove gli alberi
    innalzano rami dolci di brezza
    o piegano a terra le fronde
    e offrono un sicuro rifugio.

    E là in quei liberi pergolati
    giace una forma armoniosa
    erba verde e fiori umidi di rugiada
    dolci ondeggiano attorno al viso.

  • 29 giugno 2011 alle ore 17:26
    Qualunque

    Scomparire nel buio
    più diverso,
    e ritornare in una luce
    qualunque.

     

  • 29 giugno 2011 alle ore 17:10
    L'aura gentil, che rasserena i poggi

    L'aura gentil, che rasserena i poggi
    destando i fior' per questo ombroso bosco,
    al soave suo spirto riconosco,
    per cui conven che 'n pena e 'n fama poggi.

    Per ritrovar ove 'l cor lasso appoggi,
    fuggo dal mi' natio dolce aere tosco;
    per far lume al penser torbido et fosco,
    cerco 'l mio sole et spero vederlo oggi.

    Nel qual provo dolcezze tante et tali
    ch'Amor per forza a lui mi riconduce;
    poi sì m'abbaglia che 'l fuggir m'è tardo.

    I' chiedrei a scampar, non arme, anzi ali;
    ma perir mi dà 'l ciel per questa luce,
    ché da lunge mi struggo et da presso ardo.

  • 29 giugno 2011 alle ore 17:05
    L'aura serena che fra verdi fronde

    L'aura serena che fra verdi fronde
    mormorando a ferir nel volto viemme,
    fammi risovenir quand'Amor diemme
    le prime piaghe, sì dolci profonde;

    e 'l bel viso veder, ch'altri m'asconde,
    che Sdegno o Gelosia celato tiemme;
    et le chiome or avolte in perle e 'n gemme,
    allora sciolte, et sovra òr terso bionde:

    le quali ella spargea sì dolcemente,
    et raccogliea con sì leggiadri modi,
    che ripensando anchor trema la mente;

    torsele il tempo poi in più saldi nodi,
    et strinse 'l cor d'un laccio sì possente,
    che Morte sola fia ch'indi lo snodi

  • 29 giugno 2011 alle ore 16:56
    Italia mia, benché 'l parlar sia indarno

    Italia mia, benché 'l parlar sia indarno
    a le piaghe mortali
    che nel bel corpo tuo sì spesse veggio,
    piacemi almen che' miei sospir' sian quali
    spera 'l Tevero et l'Arno,
    e 'l Po, dove doglioso et grave or seggio.
    Rettor del cielo, io cheggio
    che la pietà che Ti condusse in terra
    Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
    Vedi, Segnor cortese,
    di che lievi cagion' che crudel guerra;
    e i cor', che 'ndura et serra
    Marte superbo et fero,
    apri Tu, Padre, e 'ntenerisci et snoda;
    ivi fa' che 'l Tuo vero,
    qual io mi sia, per la mia lingua s'oda.

    Voi cui Fortuna à posto in mano il freno
    de le belle contrade,
    di che nulla pietà par che vi stringa,
    che fan qui tante pellegrine spade?
    perché 'l verde terreno
    del barbarico sangue si depinga?
    Vano error vi lusinga:
    poco vedete, et parvi veder molto,
    ché 'n cor venale amor cercate o fede.
    Qual più gente possede,
    colui è più da' suoi nemici avolto.
    O diluvio raccolto
    di che deserti strani,
    per inondar i nostri dolci campi!
    Se da le proprie mani
    questo n'avene, or chi fia che ne scampi?

    Ben provide Natura al nostro stato,
    quando de l'Alpi schermo
    pose fra noi et la tedesca rabbia;
    ma 'l desir cieco, e 'ncontra 'l suo ben fermo,
    s'è poi tanto ingegnato,
    ch'al corpo sano à procurato scabbia.
    Or dentro ad una gabbia
    fiere selvagge et mansuete gregge
    s'annidan sì che sempre il miglior geme;
    et è questo del seme,
    per più dolor, del popol senza legge:
    al qual, come si legge,
    Mario aperse sì 'l fianco,
    che memoria de l'opra ancho non langue,
    quando assetato et stanco
    non più bevve del fiume acqua che sangue.

    Cesare taccio, che per ogni piaggia
    fece l'erbe sanguigne
    di lor vene, ove 'l nostro ferro mise.
    Or par, non so per che stelle maligne,
    che 'l cielo in odio n'aggia:
    vostra mercé, cui tanto si commise.
    Vostre voglie divise
    guastan del mondo la più bella parte.
    Qual colpa, qual giudicio o qual destino
    fastidire il vicino
    povero, et le fortune afflicte et sparte
    perseguire, e 'n disparte
    cercar gente et gradire,
    che sparga 'l sangue et venda l'alma a prezzo?
    Io parlo per ver dire,
    non per odio d'altrui né per disprezzo.

    Né v'accorgete anchor per tante prove
    dal bavarico inganno
    ch'alzando il dito colla morte scherza?
    Peggio è lo strazio, al mio parer, che 'l danno;
    ma 'l vostro sangue piove
    più largamente, ch'altr'ira vi sferza.
    Da la matina a terza
    di voi pensate, et vederete come
    tien caro altrui che tien sé così vile.
    Latin sangue gentile,
    sgombra da te queste dannose some;
    non far idolo un nome
    vano, senza soggetto:
    ché 'l furor de lassù, gente ritrosa,
    vincerne d'intellecto,
    peccato è nostro, et non natural cosa.

    Non è questo 'l terren ch'i' tocchai pria?
    Non è questo il mio nido
    ove nudrito fui sì dolcemente?
    Non è questa la patria in ch'io mi fido,
    madre benigna et pia,
    che copre l'un et l'altro mio parente?
    Perdio, questo la mente
    talor vi mova, et con pietà guardate
    le lagrime del popol doloroso,
    che sol da voi riposo
    dopo Dio spera; et pur che voi mostriate
    segno alcun di pietate,
    vertù contra furore
    prenderà l'arme, et fia 'l combatter corto:
    ché l'antiquo valore
    ne l'italici cor' non è anchor morto.

    Signor', mirate come 'l tempo vola,
    et sì come la vita
    fugge, et la morte n'è sovra le spalle.
    Voi siete or qui; pensate a la partita:
    ché l'alma ignuda et sola
    conven ch'arrive a quel dubbioso calle.
    Al passar questa valle
    piacciavi porre giù l'odio et lo sdegno,
    vènti contrari a la vita serena;
    et quel che 'n altrui pena
    tempo si spende, in qualche acto più degno
    o di mano o d'ingegno,
    in qualche bella lode,
    in qualche honesto studio si converta:
    così qua giù si gode,
    et la strada del ciel si trova aperta.

    Canzone, io t'ammonisco
    che tua ragion cortesemente dica,
    perché fra gente altera ir ti convene,
    et le voglie son piene
    già de l'usanza pessima et antica,
    del ver sempre nemica.
    Proverai tua ventura
    fra' magnanimi pochi a chi 'l ben piace.
    Di' lor: - Chi m'assicura?
    I' vo gridando: Pace, pace, pace. -

  • 29 giugno 2011 alle ore 16:53
    Occhi, piangete: accompagnate il core

    - Occhi, piangete: accompagnate il core
    che di vostro fallir morte sostene.
    - Così sempre facciamo; et ne convene
    lamentar più l'altrui, che 'l nostro errore.

    - Già prima ebbe per voi l'entrata Amore,
    là onde anchor come in suo albergo vène.
    - Noi gli aprimmo la via per quella spene
    che mosse d'entro da colui che more.

    - Non son, come a voi par, le ragion' pari:
     ché pur voi foste ne la prima vista
    del vostro et del suo mal cotanto avari.

    - Or questo è quel che più ch'altro n'atrista,
    che' perfetti giudicii son sì rari,
    et d'altrui colpa altrui biasmo s'acquista.

  • 29 giugno 2011 alle ore 16:51
    Non al suo amante più Diana piacque

    Non al suo amante più Diana piacque,
    quando per tal ventura tutta ignuda
    la vide in mezzo de le gelide acque,
    ch'a me la pastorella alpestra et cruda
    posta a bagnar un leggiadretto velo,
    ch'a l'aura il vago et biondo capel chiuda,
    tal che mi fece, or quand'egli arde 'l cielo,
    tutto tremar d'un amoroso gielo.

  • 29 giugno 2011 alle ore 16:41
    Ne li occhi porta la mia donna Amore

    Ne li occhi porta la mia donna Amore,
    per che si fa gentil ciò ch'ella mira;
    ov'ella passa, ogn'om ver lei si gira,
    e cui saluta fa tremar lo core,

    sì che, bassando il viso, tutto smore,
    e d'ogni suo difetto allor sospira:
    fugge dinanzi a lei superbia ed ira.
    Aiutatemi, donne, farle onore.

    Ogne dolcezza, ogne pensero umile
    nasce nel core a chi parlar la sente,
    ond'è laudato chi prima la vide.

    Quel ch'ella par quando un poco sorride,
    non si pò dicer né tenere a mente,
    sì è novo miracolo e gentile.

  • 29 giugno 2011 alle ore 16:37
    Spesse fiate vegnonmi a la mente

    Spesse fiate vegnonmi a la mente
    le oscure qualità ch'Amor mi dona,
    e venmene pietà, sì che sovente
    io dico: «Lasso!, avviene elli a persona?»;

    ch'Amor m'assale subitanamente,
    sì che la vita quasi m'abbandona:
    campami un spirto vivo solamente,
    e que' riman perché di voi ragiona.

    Poscia mi sforzo, ché mi voglio atare;
    e così smorto, d'onne valor voto,
    vegno a vedervi, credendo guerire:

    e se io levo li occhi per guardare,
    nel cor mi si comincia uno tremoto,
    che fa de' polsi l'anima partire.

  • 29 giugno 2011 alle ore 16:35
    Con l'altre donne mia vista gabbate

    Con l'altre donne mia vista gabbate,
    e non pensate, donna, onde si mova
    ch'io vi rassembri sì figura nova
    quando riguardo la vostra beltate.

    Se lo saveste, non poria Pietate
    tener più contra me l'usata prova,
    ché Amor, quando sì presso a voi mi trova,
    prende baldanza e tanta securtate,

    che fere tra' miei spiriti paurosi,
    e quale ancide, e qual pinge di fore,
    sì, che solo remane a veder vui:

    ond'io mi cangio in figura d'altrui,
    ma non sì ch'io non senta bene allore
    li guai de li scacciati tormentosi.

  • 29 giugno 2011 alle ore 16:32
    Ciò che m'incontra, ne la mente more

    Ciò che m'incontra, ne la mente more,
    quand'i' vegno a veder voi, bella gioia;
    e quand'io vi son presso, i' sento Amore
    che dice: «Fuggi, se 'l perir t'è noia».

    Lo viso mostra lo color del core,
    che, tramortendo, ovunque pò s'appoia;
    e per la ebrietà del gran tremore
    le pietre par che gridin: Moia, moia.

    Peccato face chi allora mi vide,
    se l'alma sbigottita non conforta,
    sol dimostrando che di me li doglia,

    per la pietà, che 'l vostro gabbo ancide,
    la qual si cria ne la vista morta
    de li occhi, c'hanno di lor morte voglia.

  • 29 giugno 2011 alle ore 1:35
    L'Aurora non ha pareti

    Mi perdo, fra il vuoto e l’assenza,
    nei momenti in cui riecheggiano
    silenzi, dall’indefinita essenza ,
    mentre si srotolano le parole nei sospiri,
    e lo sguardo, come il sole nei mattini,
    sorge.

    Scruta incerto un oceano in caos,
    la pazzia ch’esonda nella bellezza,
    un attimo,
    inarrivabile,
    nel momento in cui tendo la mano verso te
    cercando la strada,
    nei tuoi occhi.

    E mentre fra i miei pensieri aleggia l’indefinito,
    mi rammento che...

    anche l’aurora
    non ha pareti.

    Gabriele Genna

    01/06/11

  • 28 giugno 2011 alle ore 18:37
    Quei vestiti

    Su per quei scalini
    corevo de picio
    intanto che nona
    ingrumava radicio

    “No due ala volta,
    te se intoperà”
    la me zigava
    ma iero zà cascà

    E rente la casa
    vizzin del boscheto
    scoreva el patoc
    e l’acqua, che gheto

    Fazevimo a gara
    cussì per zogarse
    de traversarlo
    senza impantanarse

    Ma iera logico
    che ogni tanto
    un finiva dentro
    slavazà tuto quanto

    “Ara che roba
    no go cossa darte
    sporco e bagnado
    no se pol vardarte”

    “Tien provisorio
    metite questi
    fin che se suga
    cussì te se vesti”

    “Ma nona no posso
    meo star bagnà
    xe vestiti de baba
    quei che te me gà da…!!”

  • 27 giugno 2011 alle ore 20:40
    tanka per mio figlio

    respiri piano
    annichilita da te
    ti guardo, muta
    dall'amore che provo
    per te, mia essenza...
    (da Poesia e Vita)

  • 27 giugno 2011 alle ore 20:18
    Scarpe

    Le se movi rasotera

    tuto el smog respirando

    e le varda tante gambe

    chi va pian e chi corendo

    Una piada a un balon

    e la corda de saltar

    de ginastica ghe vol

    se te ga de garegiar

    Co’ le pedule pe’i monti

    e co’ i zocoli d’estate

    finalmente sul divano

    co’ un bel per de zavate

    Eco tante scarpe in mostra

    colorade e col taco

    per il fredo ‘ssai serade

    le spighete per la moda

    se le tien tute molade

    Se consuma po’ la siola

    lore senza brontolar

    a un caligher ghe conzemo

    che le prova riparar

    Solo un caso che le scarpe

    se ribela noi ne par

    ma chi xe che sta zigando?

    e ne manda a ….remengo

    Cossa mai sarà sucesso?

    per sentir ste brontolade

    “ti, lassù… trova una straza!”

    che due merde xe pestade

  • 27 giugno 2011 alle ore 18:35
    Febbraio

    Febbraio è sbarazzino.
    Non ha i riposi del grande inverno,
    ha le punzecchiature,
    i dispetti
    di primavera che nasce.
    Dalla bora di febbraio
    requie non aspettare.
    Questo mese è un ragazzo
    fastidioso, irritante
    che mette a soqquadro la casa,
    rimuove il sangue, annuncia il folle marzo
    periglioso e mutante.

  • 27 giugno 2011 alle ore 18:28
    Sera di Liguria

    Lenta e rosata sale su dal mare
    la sera di Liguria, perdizione
    di cuori amanti e di cose lontane.
    Indugiano le coppie nei giardini,
    s'accendon le finestre ad una ad una
    come tanti teatri.
    Sepolto nella bruma il mare odora.
    Le chiese sulla riva paion navi
    che stanno per salpare.

  • 27 giugno 2011 alle ore 18:25
    Dolce cadere.

    Ho perduto, Cara, la mia battaglia,
    e ho lasciato la presa dall'unico appiglio
    per cadere dolce in questo oscuro vortice,
    e il profumo dei gigli in fiore violenta
    i miei sensi a monito dell'arduo destino
    che mi attende, ora che ogni mia azione
    è vana, ché nel cadere infinito mi ritrovo.
    Ho perduto ogni forza, e tu sai perché,
    ho bevuto la tua acqua senza pensare
    al sapore che avrei trovato sul fondo del bicchiere,
    non ho voluto vedere il rosso veleno
    che avevi lasciato cadere, goccia su goccia,
    nella bevanda che sbarazzina mi porgevi.
    E ora pian piano m'abbandono a questo sogno,
    di vederti un giorno insieme a me,
    solo tu hai l'antidoto per risvegliarmi dal torpore
    e far sì che l'immagine, al mio risveglio,
    non sia mutata di fronte ai miei occhi.
    Un sogno che diventà realtà
    è la realtà che diventa un sogno.

  • 27 giugno 2011 alle ore 18:23
    Settembre a Venezia

    Già di settembre imbrunano
    a Venezia i crepuscoli precoci
    e di gramaglie vestono le pietre.
    Dardeggia il sole l'ultimo suo raggio
    sugli ori dei mosaici ed accende
    fuochi di paglia, effimera bellezza.
    E cheta, dietro le Procuratìe,
    sorge intanto la luna.
    Luci festive ed argentate ridono,
    van discorrendo trepide e lontane
    nell'aria fredda e bruna.
    Io le guardo ammaliato.
    Forse più tardi mi ricorderò
    di queste grandi sere
    che son leste a venire,
    e più belle, più vive le lor luci,
    che ora un po' mi disperano
    (sempre da me così fuori e distanti!)
    torneranno a brillare
    nella mia fantasia.
    E sarà vera e calma
    felicità la mia.

  • 27 giugno 2011 alle ore 18:07
    Parole

    “Ti perderò come si perde un giorno
    chiaro di festa: - io lo dicevo all’ombra
    ch’eri nel vano della stanza - attesa,
    la mia memoria ti cercò negli anni
    floridi un nome, una sembianza: pure,
    dileguerai, e sarà sempre oblio
    di noi nel mondo”.

    Tu guardavi il giorno
    svanito nel crepuscolo, parlavo
    della pace infinita che sui fiumi
    stende la sera alla campagna.

  • 27 giugno 2011 alle ore 18:04
    Sera di Versilia

    Come il mare deserto stacca il molo
    nel cielo puro del tramonto, solo
    resta sul tetto di lamiera un fioco
    riverbero del giorno. A poco a poco
    appassisce nell’aria anche il clamore
    monotono d’un grido e nell’odore
    largo del vento e della sera stagna
    la pineta già d’ombra, la campagna
    deserta nei suoi pascoli, nel raro
    lume dell’acque. Ora il silenzio è chiaro.

    E la notte verrà con l’incantate
    terrazze ai balli forti dell’estate,
    al novilunio tenero dell’Alpe.

  • 27 giugno 2011 alle ore 17:57
    Nello spazio lunare

    Nello spazio lunare
    pesa il silenzio dei morti.
    Ai carri enternamente remoti
    il cigolìo dei lumi
    improvvisa perduti e beati
    villaggi di sonno.

    Come un tepore troveranno l'alba
    gli zingari di neve,
    come un tepore sotto l'ala i nidi.

    Così lontano a trasparire il mondo
    ricorda che fu d'erba, una pianura.

  • 27 giugno 2011 alle ore 13:59
    Lettere

    Mi piace della poesia
    l'urlo steso fra le lettere
    senza che la mia voce si guasti
    dal finto sorriso quando  mi sveglio al mondo
    e lo perdono dei mille mali di cui mi aggrava.