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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 29 settembre 2017 alle ore 17:37
    Venezia e i suoi misteri

    Venezia e i suoi misteri, 
    negli echi d’un’epoca fiabesca, 
    di pizzi, ricami e merletti, 
    un’arte raffinata, recante carisma fascinoso 
    a dame e cavalieri d’altro tempo. 
    Maschere carnevalesche, di tinte variopinte, 
    oppur cosparse d’or, nonché d’argento, 
    celanti estranei volti sorridenti 
    di corpi fasciati in vesti sontuose, sgargianti, 
    con fogge realizzate sia in sete preziose, 
    che in stoffe assai pregiate. 
    Sembianze d’altri, sebben talvolta tristi, 
    specchianti visi occultati in pene solitarie, 
    cercanti oblio per vite inappaganti, 
    fra piogge di coriandoli e pur stelle filanti. 
    Poi storici Caffè di letterati e artisti, scultori, pittori, 
    di nobili e arguti dongiovanni, 
    illudenti vergini fanciulle, benché sovente donne maritate. 
    Memorie sussurrate dall’antiche piazze, 
    da strette, pur variegate calli, 
    canali, da gondole solcati, 
    romantiche avventure, tra effusioni e baci. 
    Eventi alternativi, sospiri, quasi ultimi respiri, 
    racchiusi in pietra d’Istria del ponte desolato, 
    passaggio sì forzato dei condannati a morte, 
    che più avrebber visto la laguna amata tanto. 
    E tra ‘l rumor di gente, sommessi bisbiglii 
    che paion provenir da vari poggioletti 
    d'antiche facciate, seppur non fatiscenti. 
    E scruta, lo sguardo, cercando visi andati, 
    sporgenti sulla piazza che li vide vivi, 
    nel tempo che un intenso, enigmatico brivido, 
    tacitamente, m’assale d’improvviso. 

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:36
    Col cuore in mano

    Come fenice, 
    che dalle proprie ceneri risorge,
    riprendo il volo, 
    annientata dal rogo d'inclemenza,
    la nuda spoglia protesa al cielo.
    Vile la vita, braccata dalla morte 
    le s'è arresa senz'alcuna lotta.
    E al momento depongo pietre di speranza,
    già sottratta dalla sorte
    che m'ha voluta vittima innocente.
    Riesumo tal castello, 
    crollato sotto venti di burrasca
    prim'ancora d'esser ultimato.
    Avevo inteso d'esserne regina,
    nel regno ch'ambivo a costruire,
    regnar sul trono dell'amore,
    sul piedistallo, più vicina a Dio,
    per quant'era prescritto in questo tempo,
    mai dell'odio e del rancore.
    Credevo d'esser prediletto fiore 
    non foglia inaridita dal dolore;
    mutevole il colore...
    s'affanna per non essere strappata, 
    con veemenza, sbattuta sul selciato a far tappeto.
    Pensavo... pensavo, ma erravo atrocemente...
    Col cuore in mano, 
    strappato crudelmente dal mio petto,
    ancor pulsante e intatto,
    sono a pregare il Padre,
    ch'é eretto tra le nubi il mio castello,
    or abbisogna d'un re e la sua regina.
    Sospira l'alma, desiando ancor la vita,
    un'altra chance, per conclamare essa,
    deridere la morte e riscattar se stessa.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:36
    Unicamente angeli

    Aborti avvenuti, tristi eventi compiuti,
    bimbi mai destinati a nascere, a crescere,
    han messo l'ali, son divenuti Angeli,
    chiamati dal Divin Padre Celeste
    a risalir su per i Cieli candidi.

    Silenzi fragorosi di madri, non madri
    che piangon dolore sconquassante,
    che lacera le viscere pregnanti,
    allorché gli amati cuori smetton di pulsare
    e assurdamente taccion gli echi placentari.

    Tal bimbi minuti, incompiuti, cullati dentr'al buio, 
    restan fardelli d'anime, per poco,
    Iddio avea soffiato quel suo immortale dono,
    ma poi, immediato, inteso avea 'l rimpianto
    di non averli accanto.

    Desii irrealizzati in sordidi momenti,
    speranze frantumate nel giro di secondi.
    E restan solamente dei genitori infranti.
    Ricordi di sembianze, nei grembi or or delusi
    di chi avea generato unicamente Angeli.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:34
    Due come noi

    Due come noi, 
    senz'argini alla mente,
    piroettiamo in un'eterea danza,
    su musica che giunge da lontano,
    pregna di sussurrata melodia.
    Libriamo lievi con ali variopinte di farfalle,
    sulla magia di tal concerto; 
    ci scorta il vento,
    nel regno astratto della fantasia,
    irreale fascino d'un singolare incanto.
    Bimbi giocherelloni,
    giochiamo a nascondino,
    rincorrendoci tra sprazzi di nubi dispettose
    che stan scherzando, nascondendoci il sole.
    Ma il vento le disperde all'improvviso
    e ci lasciam cullare sull'onda del calore.
    Tenendoci per mano, 
    guardiamo il mondo da lontano,
    sporgendo oltre il balcone della notte.
    Tremolii fluenti nei cuori solitari,
    allorquando ci perdiamo in uno sguardo.
    Dormiamo in un letto d'armonia,
    assoluta sintonia di due anime in simbiosi.
    Le gocce di rugiada sui calici di fiori,
    dell'iride i colori strabilianti,
    non ne copron i profumi,
    viceversa li rendon gradevoli alla vista,
    mutandoli in gioielli assai preziosi,
    nel giardino degli Elfi, Folletti e beneamate Fate.
    Esploriamo l'irreale bosco misterioso,
    dove nascono mattacchioni Gnomi,
    per spiarli e scoprirne segreti ed i misteri,
    carpir dov'han celato le lor pentole d'oro,
    sotterrate al termine della scia d'arcobaleno.
    E giungerà il momento che lo cavalcheremo.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:33
    Amore e Psiche

    Bellezza d’una dea, mortale Psiche, 
    d’Amore amante; 
    in notti appassionate, 
    carpivan reciproci misteri 
    dei lor corpi appen’adolescenti. 

    Di tenebra occultati, 
    i volti sconosciuti, 
    ma i cuor battean unanimi, 
    all’apice d’ardor d’istinti innamorati; 
    memorabili amplessi infuocati di passione. 

    Galeotta fu la goccia dal lume traboccante, 
    d’olio bollente, che risvegliò Amore; 
    quell’attimo di luce lo sorprese, 
    svelando il viso suo ancor dormiente 
    alla sua amata, sublime ispiratrice. 

    E se ne andò indignato, lasciandola alla sorte, 
    che la vide prostrata, smarrita, infelice. 
    Amor l’avea subitamente abbandonata, 
    lasciandola sconfitta, 
    raminga, a supplicar la morte. 

    Discese in quel degl’inferi, soltanto per Amore, 
    final cruciale prova, in cerca di bellezza; 
    Proserpina tramava e propinò l’ampolla, 
    priva della stessa, 
    bensì fosse riempita dell’infernale sonno. 

    Così la trovò Amore, supina nell’oblio, 
    libravan le sue ali, mentr’egli s’inarcava 
    ed ella s’allungava, 
    m’ancor nel sonno er’addentrata, 
    verso quel bacio ambito che li univa. 

    Le labbra si cercavan ad oltranza, 
    purtuttavia senza toccarsi, 
    nel suggestivo mero contemplar di sguardi, 
    dolcezza straripante di attimi esclusivi, 
    nello sfiorar d’un seno ignudo e teso. 

    Desio innegabile, sebbene sottinteso 
    d’Amore per la sua diletta Psiche. 

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:32
    Nell'oro di corolla

    Osserva assorto,
    nell'apogeo di cotanta meraviglia,
    nell'oro di corolla
    che, fulgente, s'apre al sole,
    l'ardore del pittore per la Ninfa
    e ascolta, nell'impatto del silenzio,
    avvolto di ceruleo, sottratto al cielo,
    come a immaginar tinta del Paradiso,
    il vento, 
    ch'accarezza soavemente le ninfee,
    ancor piangendo, nel ricordo d'un rimpianto
    per quel ch'ea stato, un tempo mai scordato.

    Racchiude, lo stagno, il suo mistero immortalato,
    nel supplicar perdono da se stesso;
    nell'anelar conforto sconosciuto; 
    rivela la trama bisbigliata della storia 
    immers'ancora nell'ordito del ricordo,
    tra l'armonico inceder del dipinto
    e il geniale fluir di tal pennello.
    Pel suo sapiente tocco,
    la tela sibillina sconfina in un sussulto,
    assuefatta alla voglia di bellezza,
    nell'incanto d'ammirar se stessa,
    come suadente Ninfa testé abbagliata.

    Tra l'acque ristagnanti, ch'odorano di vita,
    tra tinte ch'allietan lo sguardo infervorato,
    e olezzi ch'inebrian 'l pretenzioso olfatto,
    rammenta, lo stagno desolato:
    sommersa come perla, di perle sì adornata, 
    a farsi ancor più ambita s'accingea la Ninfa,
    del raggio di Sole, perdutamente innamorata.
    Tesoro desiato le fu greve,
    per splender come stella tra le stelle,
    affiorante su quei petali di fiore,
    quali mani tramutate in corolle di ninfee,
    dacché 'l fango le fu veste, per l'eterno.

    E s'ode un mormorio celato, 
    tra l'espressione di ritocchi d'emozione
    e sfumature di smeraldo e lapislazzulo,
    nell'estasi sublime d'un tal capolavoro:
    un suggestivo canto librarsi dallo stagno,
    tremulo, com'a palesar screziate ali di farfalla; 
    intona un melodioso inno, sinfonico spartito,
    in sintonia col vento, 
    a richiamar l'amore della Ninfa per il Sole,
    alfin che non s'annienti un mero sentimento,
    trascendentale, 
    pur scritto sulla soglia d'infinito.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:31
    Al di là della tua vita

    Grovigli di pensieri persistenti,
    compagini d'assidui nodi scorsoi,
    soffocavan la gola
    e sopraffavan la mente sì erosa,
    emblematico scoglio 
    d'un mare in tempesta;
    violenti marosi, accanendosi,
    seppur lentamente, avean teso a disintegrarlo.
    Non più riserve, a implementar risorse,
    succubi di perenni sferzate d'inclementi onde,
    percepite da un inconcepibile sconforto,
    comunque insormontabile,
    volto a violar lo spirito, 
    oltre la mente inerme
    e non indenne
    da antiche cicatrici mai scomparse,
    tatuate con l'ago intinto nel sangue delle vene.
    Un gioco amaro e imperituro,
    senza regole,
    a tu per tu col tuo destino,
    che t'appariva truce;
    credevi traesse piacere dal tuo soccombere, 
    in quanto, nemico di te stesso,
    privo di volontà d'esistere,
    annaspavi nel buio del conscio e dell'inconscio.
    Funambolo incallito,
    sul limitar di dimensioni opposte,
    di certo ponderavi la ragione d'essere presente,
    nel mentre le radici inaridivano,
    fino a scindersi totalmente, 
    per darti modo di passare oltre,
    al di là della tua vita, talvolta odiata,
    seppure a tua insaputa.
    Il velo sull'ancestrale incognita infinita,
    squarciandosi, 
    ha dissolto, al tuo scrutare, la tenebra celante,
    a sguardi inaspettati e ancor profani,
    di ciò che t'aspettava, con pazienza.
    La luce eterna, 
    dell'anima, divina fonte naturale,
    al fin di consacrar l'immortalità preesistente,
    t'ha ricondotto al Padre,
    che tutto sa e vede.
    Forse adesso t'ha reso felice.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:30
    Terreno incolto

    Terreno incolto, 
    dove coltivavo sogni, come fiori,
    che, assiduamente, inacidivano assai presto,
    bensì li bagnassi con l'acqua d'un corso,
    ch'avevo nominato speranza,
    giacché fresca, al tatto
    e cristallina, alla vista.
    Giorno dopo giorno,
    ora dopo ora,
    minuto su minuto,
    desiavo lo spuntare d'un germoglio,
    peraltro invano,
    quantunque all'assolate pietre,
    s'abbarbicasse flora profumata e disattesa,
    dalle radici nate tra zolle desolate,
    presunte inappropriate ad ogni genere di vita.
    Nulla di ciò ha valor d'impedimento, al mio desio,
    dacché la speme è ancor nutrita
    da coscienza del pensiero positivo,
    che resiste all'inclemenza negativa,
    che ben sa rinnegar il compimento.

    Ancor coltivo sogni, 
    in aggiunta a desideri,
    avendo asperso i semi nel cuor dell'infinito,
    in terreno riscaldato, 
    per grazia dell'amore perfetto ed assoluto,
    bagnato da rivoli allegorici,
    del fluido sempiterno, 
    emanato da purezza e candore di vesti, 
    confacenti ad anime illibate.
    Pertanto, attendo, 
    disdegnando la chimera
    del risveglio d'un'aurora sibillina;
    che sia invero volitiva realtà,
    il sagace albore da cui nasce la rugiada adamantina,
    destinato a dissolver l'ignorante oscurità,
    rivelando misteri, inasprenti tormentosi eventi
    e palesando desii appagati, dapprima proibiti,
    nonché sogni arretrati, ch'avran sapor di miele,
    nel dolce retrogusto.
    L'amaro s'è dissolto, 
    alfine, al mio palato.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:29
    Sentimento

    Desolate eran le vie, 
    per le spore delle spine
    ch'affliggevano i miei piedi,
    nell'intento d'arrancar simil cammino,
    seppur unico e indiscusso.
    Poi, cedendo all'oceano tempestoso,
    naufragando, in balia del suo volere,
    tra quei flutti che portavano a morire...
    mi son chiesta s'era giusto tal tormento...
    qual peccato aveo commesso...

    Eo in alterco anche col vento sibilante,
    per accoglier, 
    nelle braccia tese al cielo,
    prima d'essere alla fine,
    Sentimento, 
    nato all'ombra del dolore,
    quale pargolo anelato,
    mentre i rovi d'esistenza
    mi strappavano la veste d'apatia,
    per redimersi ai miei occhi vilipesi.

    Ei voleva ognor la luce,
    della speme, buona madre,
    figliol sacro,
    del futuro, conscio padre...
    ... e viceversa...

    Quando poi...
    La sua pelle d'alabastro,
    sì sorgiva all'imbrunire
    e dormiente nel fulgore delle stelle,
    nel chiarore adamantino della luna...
    all'inceder delle tenebre,
    si nutriva dell'abbraccio protettivo
    della notte accattivante
    e della nenia sua ancestrale,
    intonata tra il rumore del silenzio...

    Sol allor, s'è palesata la mia vera identità,
    ch'ea occultata e aveo smarrito...
    Barattando ciò ch'ea stato,
    con premessa d'altro tipo,
    ho donato quel che ero, a Sentimento, 
    nel concetto d'un'astratta nuova vita,
    che bramava la concreta affermazione,
    archetipo di perfetta sintonia.
    nell'eclettica realtà,
    ch'assumeva il color di fantasia.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:29
    Acerbo fiore

    Testimone,
    il suo dolor crescente,
    da spasmi trafiggenti il basso ventre,
    rigettava strano suo sentor di colpa d'esser sposa.
    Usurpante il respiro dal suo petto,
    tal coniator d'infamia,
    di dissoluti morsi, poi violava zuccherine labbra;
    sulla lingua di bambina, l'acre sapor del sangue,
    misto a immondo succo di piacere, che le rese amare.
    L'immacolata pelle, screziata di terrore;
    la carne sussultava, seppure fosse amorfa,
    mentr'egli la scuoteva,
    al fin di coglier il virginale, acerbo fiore.
    Carpiva la sua essenza,
    mietendo il suo candore
    tra cosce insanguinate,
    ch'aborrivan l'apogeo della lussuria in atto.
    Ambita dai desii, 
    al limite d'infanzia e adolescenza,
    l'incauta speranza 
    di circondanti braccia, respiranti vita,
    si dissolse nella carneficina del talamo sofferto.
    Infranti sogni infantili,
    in cui appariva un glabro viso bello,
    la cui innocente bocca 
    posava casti baci a fior di labbra,
    pur scatenando appassionato fuoco
    d'amore sconosciuto,
    platonico virgulto ipotizzato, appena nato,
    in verità sottratto da tal destino infausto, a cagion d'un assurdo baratto con gretto sesso,
    ripudiante l'innato libero suo arbitrio.

     

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:27
    Nel sussulto del tempo, resuscita ogn'ora

    E s'ode un respiro, di tenebra chiuso,
    nel guado del tetro sepolcro,
    sospiro di sguardo profondo scintilla nel buio,
    risale alle labbra un gemito fioco,
    l'apogeo del triste calvario rigetta il sudario...
    Proviene dal lungo percorso d'abisso infinito,
    il Figlio dell'Uomo... Rampollo di Dio.

    Riprende il possesso del corpo smarrito... 

    La morte s'inchina alla vita,
    getta scettro e corona,
    bistrattata sovrana del nulla.
    Rinnegata la veste sua oscura,
    pel desio d'esser Figlio ch'onora
    il Suo Padre, in ciò ch'era scritto già allora,
    pel desio d'incarnare l'amore... ancora... e ancora.

    Nel sussulto del tempo, resuscita ognora.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:27
    D'esser croce

    Piange il cielo,
    forgiando in perle trasparenti
    amare lacrime che scendono;
    sofferenza ineluttabile
    per l'onta dell'umana alienazione.
    Acquitrini misti a fiori,
    per mondar ferite antiche,
    ma tutt'ora sanguinanti,
    sulla carne trascendente
    di Colui che fu tradito e martoriato,
    poi reietto e crocifisso.
    Chiodi fomentati da peccati
    ne brandiscono l'aspetto,
    come inquietante arma;
    ribattuti di perpetuo da disparate mani,
    trafiggono altresì quel legno infradiciato, 
    d'amore e d'altrui macchie d'innocenza,
    ch'urla ancora, inascoltato da chiunque,
    tra il fragore silente della morte,
    rigettando, d'esser croce, la sua colpa.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:26
    Il bacio di rugiada

    Nel divenir d’aurora fantasiosa, 
    gocce trasparenti e iridescenti 
    si posan sul ciglio dei petali dischiusi, 
    cristalli che s’attardan a svanire, 
    nell’attesa ch’entri in scena il sole. 
    Regna ancor la pace, 
    intra rampe scoscese ai bordi d’orizzonte. 

    I rumori, 
    addentratisi nella notturna quiete, 
    ancor sognan pace e silenzio, 
    udendo lor coscienza antica, 
    ancestrale letizia mai più rinnovata. 

    Uno stormo di stelle 
    pulsa in ritmo corale, 
    prima d’esser svanito allo sguardo 
    ch'or s’alza assonnato 
    e pretende le palpebre chiuse, 
    ch’agonizzano, all’apice dell’adamantina luce. 

    I bagliori rifletton su specchi 
    del pendio dell’altere montagne, 
    rilasciando immacolati scialli scintillanti, 
    mentre gli echi si risveglian, espandendosi per valli verdeggianti. 

    Sussurrando il lor bell’orchestrale canto, 
    in simbiosi con il vento di libeccio, 
    sposan sospir fluttuanti, tra fior d’acque fiumane e lacustri, 
    ch’or s’alzino dai rispettivi letti a rinnovar gorgheggi, 
    prim'ancor d'esser festante, propagandosi al suol marino, 
    alfin di ridestar l’arenile sonnolento, 
    con mormorii spumosi dell’onde sì frangenti. 

    L’agonia della notte morente, ch’è madre, 
    nell’aurora nascente, ch’è figlia splendente, 
    dianzi a esalar l'estremo suo spiro, ha inteso profonder il bacio di rugiada, sua linfa vitale, 
    ond’esser additata generatrice di chiarore. 

     

  • 28 settembre 2017 alle ore 19:12
    Di mura bianche

    C’è un vicolo stretto di mura bianche
    Lo guardo ogni giorno attento
    E un lampione antico a far da guardiano
    E balconi in fiore
    E piante grasse ad adornar finestre
    Con i piccioni in fila sulle terrazze
    A passeggiar sereni.
    E fili chiari e lenzuola al sole a sventolar leggieri al vento.
    C’è un vicolo stretto  di mura bianche
    Lo guardo ogni giorno attento
    E il cinguettio d’uccelli in primavera
    Dolce e fresca
    E un lampione antico a far da guardiano
    E balconi in fiore
    E piante grasse ad adornar finestre
    E poi tetti e camini
    E vasi, e bambini a giocar seduti
    E il cielo e l’azzurro
    E alberelli e i limoni e ancora balconi.
    E un vicolo stretto

  • 28 settembre 2017 alle ore 19:10
    Come un suo bacio

    È Come l’abbraccio di un bambino
    Come un suo bacio
    Senza nessuna pretesa di qualcosa in cambio, se non amore.
    Quando donare è
    Come una rondine felice in un cielo azzurro
    Quando è bellezza,
    quando come un cordone ombelicale unisce i destini e salda al cuore la vita,
    questo è donare, senza nessuna pretesa di qualcosa in cambio, se non amore.
    Perché il dono è già un ricevere.
    Quando donare è nascita, quando donare è famiglia
    Come due mani che accarezzano un viso nuovo,
    sconosciuto, un viso a forma di cuore, un volto d’amore.
    Quando donare è
    Come una rondine felice in un cielo azzurro
    Quando è bellezza, come l’abbraccio di un bambino
    Come un suo bacio
    Senza nessuna pretesa di qualcosa in cambio
    Se non amore

  • 28 settembre 2017 alle ore 15:24
    Oggi... 64 anni

    "Quanto toglierai alle mie umili origini, ti prego, aggiungilo ai miei eventuali meriti"
    Nel torpore della mia età avanzata allegri pensieri mattutini illuminano nuovi orizzonti d'interiorità e nuovi versi nei palpiti del mio cuore affannato a riaccenderli nella luce della saggezza
    E guardo adesso ogni giorno come se fosse l'ultimo a brillare nella mia vita nell'oblìo del tempo che vola inesorabile a volteggiare sull'oggi e sulla memoria lasciando orme il cui riflesso irradia l'esistenza già vissuta con la volontà di donarmi al mondo e alla mia anima nell'indipendenza della mia libertà divenuta oggi l'oasi della mia felicità. 

  • 27 settembre 2017 alle ore 20:22

    Giuro, lo avevo pure io un cuore. Dio se lo avevo ed era bellissimo come sapeva battere ed ascoltare. Altro sapeva fare se non ascoltare e donare a chi amavo ciò di cui aveva bisogno. Lui nemmeno si rendeva conto che poco di ciò che donava gli tornava indietro. Lui non capiva che più il tempo passava troppo si impoveriva e poco si arricchiva. "Non pensarci, smettila! Basta"! Gli urlava la ragione, ma lui non aveva orecchi, non aveva niente, se non quell'enorme voglia di sentirsi vivo, fiero del sentimento che era capace di provare. Oggi, non è che un cuore non ce l'ho più. Il tempo gli ha solo insegnato che esistono persone per cui il cuore è solo un semplice organo strettamente necessario alla sopravvivenza. Il tempo gli è stato maestro e gli ha spiegato che chi non lo usa non sempre è "Cattivo", ma che in quanto a concetti, valori, sentimenti è semplicemente "Ignorante"! Certo che lo avevo un cuore ed era un cuore di cui si poteva andare fieri, uno di quei cuori felici di donarsi. Oggi, quel cuore, lo tengo ben nascosto nel petto, non perché io non sia più fiera di lui, ma perché ancora porta ferite e cicatrici che non devono rischiare di aprirsi ancora. Quante volte ha regalato possibilità già sprecate in partenza e magari lo sapeva pure, ma lui non si è risparmiato e ancora una volta si è esposto e ha rischiato e come sempre ha pagato. Oggi sa che su alcune situazioni e persone, l'unica cosa davvero giusta da regalare è "Silenzio, assenza e distacco". Quel cuore che oggi proteggo con la ragione, porta dentro di sé ancora affetti poco meritevoli. Affetti che non meritano il posto che hanno, ma lui quell'affetto lo ha provato veramente, lui ha amato e voluto bene veramente, in fondo cosa ha sbagliato? Crederci, donarsi, rischiare, combattere e perdere?! Cosa ha sbagliato... Niente! Lui ha una coscienza pulita, cicatrici che sono come medaglie, esperienza, saggezza e se mai... Se mai la vita gli offrisse la possibilità di amare ancora, lui lo farà! E credetemi, saprà farlo più forte delle volte precedenti, con più forza, fiducia e fierezza. Sarà in grado di donarsi ancora, ma prima di farlo metterà a dura prova chi ha di fronte. Perché lui ancora vuole donarsi, ancora è disposto a rischiare e a lottare, ma non vuole inaridirsi ulteriormente. Non vuole più spaccarsi in mille pezzi, perché sa che nel ricostruirsi ci sarà sempre qualcosa che non tornerà al suo posto e di pezzi mancanti lui, ne ha già molti. Lui adesso aspetta solo qualcuno che come lui oltre che donare sia capace di arricchire!

  • 26 settembre 2017 alle ore 18:55
    Purché sia pura

    Non avido di latte come un rospo 
    che morte serra al seno
    e manco spargo 
    amaro felle 
    ché noto che il tuo passo mi sta appresso.
    La luna ingoio quando 
    ti spegne il giorno. Striscio 
    e presto groppa dura al tuo calcare*
    purché sia pura, poi
    l'anima mia.

  • 26 settembre 2017 alle ore 9:18
    L'uomo che non muore

    Ho voglia di terra, di arte,
    d'amore.
    Invece mi ritrovo qui
    a parlar con un dottore:
    di cose che neanche penso,
    di figli, di puttane
    a ore.

    Voglio vivere di arte
    e mi sento anche artista.
    Voglio vivere di terra
    anche se non son portato.
    Voglio vivere di te
    e questo l'hai capito.

    Sognare ancora un po' 
    non costa quasi nulla,
    la sveglia suona già 
    è il tempo di mia figlia.

    Lo dico anche a lei,
    che voglio vivere di terra,
    di arte e di amore.
    E mi ritrovo qui
    a fissarti per ore,
    col sorriso di un uomo,
    di un uomo che non muore.

  • 26 settembre 2017 alle ore 0:37
    Ed è un respiro gentile dell'alma

    Cade, cieco, nella notte,
    il silenzio con dodici tocchi,
    fuori dalla porta, un grillo
    struscia con forza il marmo
    mentre la pioggia oscilla,
    e un tanto breve, il Greco
    alla mia finestra ormai siede.
    La Tv avanza su corpi uggiosi,
    storie e voci, applausi confusi.
    Gli uomini, in inutili secondi,
    sono costretti da giovani,
    e ripetono film senza soldi.
    Sorge una bizzarra illusione
    che il buon borghese ignora,
    e si cuoce in ipertensione
    l'animale che fugge ridendo,
    l'umile che si stende sul letto.
    Mentre s'adombra in indaco,
    mentre una mano si fredda,
    a masticare cimici sui muri,
    il sonno si tinge in chiaro,
    odo il lamento della civetta,
    alle amiche della luna sorride,
    con le sue dita, una tessitrice
    piano, a levarsi da terra, l'Aurora.
    Ed è un respiro gentile dell'Alma.

     

  • 25 settembre 2017 alle ore 20:33
    Viaggio di andata e ritorno

    Quasi ogni notte

    e anche stanotte

    vivo nel silenzio della mia solitudine
    nobilmente contenuta

    la dipartita delle passioni

    E mi sembra ogni volta
    di vivere una tragedia del cuore

    con i suoi battiti a divenire
    forti sussulti a rendermi vivo

    nella custodia di ciò
    che mi rimane dentro

    e di quel che invece
    vorrei soffocare

    E in questo mosaico d'emozioni
    comprendo immediata la differenza

    tra ciò che è già Verità
    e quello su cui devo ancora meditare
    .
    Cesare Moceo @
    Tutti i diritti riservati

     

  • 25 settembre 2017 alle ore 20:19

    Indubbiamente FIERA!
    Fiera di aver capito che nella vita solo alla mia coscienza devo render conto e  dimostrare chi sono... Il resto è solo il pensiero  di chi mi vede con gli occhi suoi... Oppure solo il banale giudizio di chi mi guarda come in realtà, dovrebbe guardare se stesso. 

  • 25 settembre 2017 alle ore 17:23
    Orizzonti operai

    E sei fuori e ti fermi
    Guardi avanti e avanti a te orizzonti
    Orizzonti gialli di ferro e acciaio
    E tubi verdi
    E il rumore di fluidi arrabbiati
    Il graffio è forte
    E impianti troppo grandi per non farti paura.
    Guardi avanti e avanti a te orizzonti
    Operai
    Orizzonti azzurro cielo e bianco nuvole
    E poi il desiderio forte e folle di scavalcare il muro
    E scappare, lontano, salvarti in città.
    Ma la città è troppo vicina
    Forse non è salva neanche lei.
    Guardi avanti e avanti a te orizzonti
    Orizzonti blu mare e color di sabbia
    E pensi di scappare lì, sdraiarti, tuffarti in mare respirando il sale.
    Libertà.
    E sei fuori e ti fermi
    Guardi avanti e avanti a te orizzonti
    Orizzonti di libri e sogni
    E ti rifugi in loro.
    E leggi

  • 25 settembre 2017 alle ore 17:19
    La Libertà

    Sei tu
    Volando felice nel cielo
    Ad ali spiegate, libera.
    Sei tu
    Sdraiata serena sorridendo al sole
    Nuda, libera

  • 24 settembre 2017 alle ore 21:18
    Le visioni del cuore

    Nel turbine di fulmini e saette

    che tagliano all'orizzonte
    il cielo scuro di pioggia

    sono qui a rimirare il mare

    felicemente abbracciato
    alla mia stupenda solitudine

    e all'inutilità dei lidi

    ancora composti sulla spiaggia deserta
    e squadrati nel loro vuoto d'anime

    Ah!!! se il mondo fosse il piacere di un sogno...

    m'addormenterei in questo mio sguardo

    nel tempo che resta ormai
    al vivere che mi è stato concesso

    E non ho altro che questa luce
    e l'aria che respiro al suono di queste onde

    mentre lascio che la loro musica
    si sposi con le note soavi della mia anima
    .
    Cesare Moceo @
    Tutti i diritti riservati