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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 10 novembre 2013 alle ore 15:05
    Sei Cento Quarantadue

    Se tu fossi un insetto, saresti l'ape.
    Certo il geco ha il tuo equilibrio,
    il ragno la tessitura, la minuziosa
    lavorazione, la mosca l'ostinazione,
    l'ineluttabilità dello sfregolio quando
    si posa, la farfalla...No, alla farfalla
    non riesco ad associarti.
    Ma l'ape, si quella lì, bruna
    siringa alata, quella si che
    ti somiglia: tutta laboriosa
    nel procacciarsi nettarume e
    compagne, chirurgo dall'asportazione
    precisa quando visita il fiore.
    In visite poi sareste pari, in
    asportazioni direi altrettanto:
    io stessa credo di averti ceduto
    tre o quattro porzioni che credevo
    inattaccabili, sigillate da tempo
    con collante di eccezionale fattura.
    Si, tu sei del partito dell'ape:
    hai medesimo incantevole potere
    incantatore, movenze circolari,
    il corpetto bicolore, un po' giorno,
    un po' notte, più primavera che
    d'autunno, con le antenne rizzate
    al succo più chiaro.
    Ma delle api si sentono sempre
    note vicende:e poi si sa, minacciate,
    che attaccano. Così anche tu, forse,
    confondendo la verità con la
    minaccia, sgusci dall'elsa la
    spada, a volte per vanto,
    a volte vuoi guerra e
     conficcato il nuovo nemico
    vi resti, paradossale,
    appiccicoso amplesso di morte.
    O almeno così accadde per me:
    sei morto al mio dentro e quando
    hai tentato di staccarti, un po' mi
    hai portato via, calamita, amo,
    uncino, risucchio, un bel po' mi hai
    lasciato, chè di te ho trattenuto
    terminali ed appendici.
    Così credo che  il tuo prossimo
    volo non duri, ahimè, più di qualche
    minuto, occhiolino, sorriso, malizioso
    giochetto, doppio senso, poi puff:
    capitoli al suolo dove stanno
    in graffette altre cento paia più uguali di te.

  • 10 novembre 2013 alle ore 14:25
    Sei Cento Quarantuno

    Ho grande coraggio a restare
    qui quando staccano la testa
    agli ombrelloni ed il tappeto
    di mozzati, busti svitati, ricorda
    la vicinanza della bruna stagione
    e del congedo. Ho grande resistenza
    nel sopportare le cerniere rabboccate
    dal cursore, compartimenti stagno,
    dinosauri sulle vie e sulla gente, valigie e ventri,
    versipelli, come a suggerire l'ora del rientro.
    E tu cosa vorresti? Forse vivermi?
    Tu che spargi il tuo nome ovunque,
    il ratto grasso untore a quattro
    zampe, tu che investi in semi la
    prima buca utile, tu non hai forse
    ancora il senso del mio durare.
    Mi vorresti come il tuo tempo
    di gonne  e camicie a favor di spettro.
    Ma io sono l'inverno quando muta
    tutto il vento e la terra è solo avara,
     utero esonerato dalla succosa
    espulsione. Mi vorresti piana, poi
    leggera, il corpo un bel vivaio.
    Ma io sono tossina e rilascio lento
    il mio morire con un allarmuccio,
    uno sforzo di sordina.
    Sono il nemico impellicciato da
    camaleonte, l'amaro diluito a
    centro bicchiera, il cercatore
    incallito  con un foro nel  cesto delle cattive spore.

  • 10 novembre 2013 alle ore 12:50
    Sei Cento Quaranta

    Ricordo quando chiamasti la nera
    signora per sverminarmi la paura
    dal ventre e lei, sotto i tre nodi,
    trovò le tre urla ed i bordi esplosi
    della culla che non sarebbe arrivata.
    Ricordo il bastone e la spola - cantilena
    del fruttivendolo, Don Paolo dimenticato
    al sonno, ciliegio da marciapiede e la testa
    ottanta spaiata dalla smemoratezza:
    anestesia da morte, gatte sorelle.
    E la Messa pomeridiana nel forno
    di Via Magenta e l' incontinente
    colata appiccicosa dei passeri
    sui marmi del bar e Pippo,
    silenzioso come un nano.
    Ricordo la bionda signora della
    farmacia e le gambe bambù
    sotto il camice bianco, lische
    senza più peli, pali spenti.
    Ma da notizie sicure so che
    la sera è arrivata pure là,
    strattonando il sole, rovesciando
    il secchio, pittura buia.
    Mentre un geco risale la catena
    dei muri , scalatore upside down,
    tutti credono di vedermi ancora
    chiaramente semplice nei miei
    ritmi blu. Forse anche tu mi
    credi così, collezionabile fra
    la caldaia ed il terrazzo, la margherita
    stizzosa e lo strofinaccio: ma
    proprio io sono cento volte più spaventosa.

  • 10 novembre 2013 alle ore 10:51
    Amen

    Aspettando
    che il tempo si palesi,
    l'abluzione della luce
    investe di stupore,
    il nesso eloquente del caos
    cade dal cielo come
    una divinazione.
    Non mi voglio svegliare.
    Non mi voglio.
    Lascia che io non riaffiori,
    lascia che io non.
    Emetti la scena.
    Mi spoglio delle vertebre,
    mi attengo alla visione.
    Congiungimi alla mia lingua,
    plein air
    oppure
    all'ombelico della terra.
    Amen.

  • 09 novembre 2013 alle ore 21:47
    Esistenze al guinzaglio

    Tenere in equilibrio le speranze

    nei venti turbinosi 
    scatenati da pianti dirotti

    mescolarle con i dubbi

    pene che illuminano la strada
    e fanno a pezzi l'anima

    entrare in spazi vuoti

    e fantasticare come viverci dentro
    senza perdere nulla di sè

    spogliarsi da qualsiasi orpello
    che nasconda il carattere

    senza vergognarsi
    di guardarsi allo specchio

    al mattino

    prima d'essersi scrollato
    il sonno dagli occhi

    in questa vita

    dove nessuno agisce

    se non spinto
    da assolute carnalità

    e folli desideri
    .
    cesaremoceo

  • 09 novembre 2013 alle ore 17:58
    Non Era Dio

    Ricordo ancora quella strana notte
    quel ronzio vibrare nel mio petto forte
    c'era il silenzio a regnar sovrano
    poi discese il nulla...mi afferro' la mano.

    Ricordo ancora quel suo gran bagliore
    si poso' per terra senza alcun rumore
    tutt'intorno il tempo prese a rallentare
    mi trovai in un mondo senza piu' parole.

    Ricordo ancora i suoi occhi neri
    mi sbircio' nell'anima...mi rubo' i pensieri
    io rimasi immobile senza respirare
    non ci son parole per poter spiegare.

    Ricordo ancora disse di cercare
    tra la secca erba iniziai a vagare
    con lo sguardo basso quasi fosse un gioco
    alla fine "Niente" e ci misi fuoco.

    Ricordo ancora e vorrei tornare
    in quel posto e tempo per poterti dare
    la risposta a quello che ho vissuto io
    c'era qualcun'altro...ma non era Dio.

  • Arabeschi di follie
    e d'amori alienati

    segnano le strade
    infernali dell'aldiquà

    dove immersi
    tra sogni e realtà

    si affollano

    malinconie disperate
    e feroci assassini

    istigati da voci 
    di false spiritualità
     
    che invitano a percorrere
    itinerari di morte

    tutti a vedere il proprio futuro
    col suo carico di orrori 

    inseguire istinti bestiali
    lungo il sentiero del loro destino

    con l'inconscio
    a suggerire e soddisfare
    violenti bisogni di novità
    .
    cesaremoceo

  • 09 novembre 2013 alle ore 13:52
    Sei Cento Trentanove

    Mi consumo e non vedi:
    ho meno fiato del moccolo
    raso al suolo dalla fiamma.
    E tutti questi oscuri che
    ridono nella stanza accanto, tutti
    questi corpi che fanno rumore
    di forchette e le impattano,
    asce di cacciatori primordiali,
    tutti questi che vivono e sono
    contenti del pollo ben cotto o
    disossato, della polvere debellata
    con un push e della pasta in
    ebollizione quanto del dito
    impertinente nello schiocco,
    per tutti questi, che fortuna, 
    non sapere il mio finire.
    Mi consumo e come loro
    anche tu non sai la mia
    notte dura quanto l'inferno,
    mentre vado a spasso
    fra le scintille nel latte della notte.
    La notte ferma, mucca veggente
    con le mammelle fuori gabbia:
    grassi, trofici, bui, gaudenti
    bocchettoni, maschere ossigeno
    per soffocarmi con l'ombra- giugno
    della tua bocca, il sonno.

  • 08 novembre 2013 alle ore 23:40
    Inno alla donna

    Donna ,
    fiore coronato di spine
    sbocci e sfiorisci
    pur sempre diva rimani
    Donna,
    fulcro della vita
    offri generosa
    scopo al mondo
    con gioia e nel dolore
    Donna,
    sorgente immensa d’amore
    ami pur non amata
    Donna,
    denudata
    nella tua nudità
    esprimi  sempre dignità
    Donna,
    vilipesa
    nel tuo tormento
    metti da parte ogni risentimento.
     

  • 08 novembre 2013 alle ore 17:16
    Diffidente (Impressioni)

    Incredulo, nella tua veste
    scura appari, ti aggiri a sbirciare
    sotterfugi col binocolo dell'occhio
    diffidente, che t'allontana
    dal tuo mirino sospetto
    disorientando la tua strada
    dell'arrivo richiesto
    intrappolandoti nelle paure
    dei tuoi pensieri, spaventati

  • 08 novembre 2013 alle ore 16:59
    Elogio della luna

     
    Sei come la luna
    luce regina
    della notte stellata
    prima piccolina
    poi bambina
    poi adulta
    Nella rarefatta realtà
    astro nascente
    innocente
    ogni notte differente
    luminescente
    incandescente
    Sì tu anima mia
    compagna mia
    della mattina mia
    della sera mia
    specchio della mente mia
    immagine mia.
     

  • 08 novembre 2013 alle ore 15:34
    Amarti senza un perchè

    Vagabondo nei miei viaggi interiori

    a guardare tramonti
    in cui Ti vorrei ogni volta accanto

    arrivare ai sogni

    e toccare il cielo con le mani
    per poterli abbracciare

    credere che l'impossibile
    possa diventare verità

    e risvegliarsi nel presente

    tra realtà e finzione a fondersi
    in tutto ciò che ci circonda

    immettere nuove idee
    a quei sogni sempre diversi

    e restare ancòra noi

    uno accanto all'altro

    amarti senza un perchè

    e rifugiarmi nelle nostre certezze
    vestito solo del nostro amore
    .
    cesaremoceo

  • 08 novembre 2013 alle ore 12:36
    Sei Cento Trentotto

    La casa è mondata: chicchirichi!
    Osanna! La novellina sguscia
    dalla pula molesta, più pulita,
    la piccina, di un budello ben
    sgasato. Comignolo sturato.
    Tutta vergine ed ignara dall'anta
    alla cucina: le finestre tese imeni,
    ombrelli intatti,tube tunnel, asciutti
    sai ave -nodo, la porta un geco,
    un prepuzio, innocente, pia lumaca
    con la testa imbavagliata.
    La casa è battezzata: via il maligno!
    Alle tende irrorate  con suffumigi
    ed esorcismi, vanno appese ostie
    non liquirizie. Sui comò dicono Messa,
    tra i divani il confessore: tutto splendido
    e leggiadro più del pranzo, della Domenica,
    della ciambella affumicata, Polifemo
    lievitato. La casa è spurgata: complimenti.
    Clinica dallo smalto perfettissimo, i muri
    in tulle, rigidi cigni, il cemento smontato
    è  neve. Passa ancora un turno di straccio
    intriso di benedizione, ha lo sguardo
    d'ispettore e lo scarico dell'astronave:
    lì vanno le stelle, nel cestello, nella
    trave, dentro al fosso, all'armadietto.
    Ma io son l'orchestrale che dirige
    il bianco ospizio con un mostro in fondo al secchio.

  • 08 novembre 2013 alle ore 4:33
    Quell'inverno

    Avevi quell'inverno gli occhi
    di chi muore ma ha ancora coraggio. 
    Nella luce il riflesso dei sogni 
    si disperdeva su neve
    e sullo sfondo
    il non essere si faceva bisbiglio
    di cose fatte
    e credute impossibili.

  • 07 novembre 2013 alle ore 21:29
    Ventaglio

    Sciolsi i miei capelli
    sul tuo petto,
    ventaglio di note armoniose,
    per carezzare il tuo cuore
    l’anima e il corpo
    Le tue mani nel ventaglio
    suonarono musiche struggenti
    E piansero i salici,
    i girasoli chinarono il capo
    le rane nello stagno zittirono
    Cicale e grilli smisero di cantare
    Ombre di mani coprirono ogni luce
    e nel tepore del silenzio
    ci amammo.

  • 07 novembre 2013 alle ore 19:39
    Il cane che inseguiva la farfalla

    Correva veloce e la lingua di lato, 
    E il sorriso dell'erba bagnata
    Che si strusciava felice
    Sul fiorito
    Terreno.
    Planava leggera
    E il vento di ali spiegate
    E mille sbatter di leggiadre
    E Sottili come due mani
    Protese alla gioia.
    Un rincorrersi gioioso
    Un inseguirsi di festa
    Farfalla a mezz'aria
    E il cane di code felici.
    Vento di alberi mossi
    Sole di novembrine giornate
    Plana la farfalla il muretto
    Salta il cane 
    Ad inseguirla in fretta
    E Boschetti di metropolitane
    Realtà
    E rumori intorno
    Di quotidiani affannati.
    E a rincorrersi
    La farfalla
    Il cane
    Tranquilli
    Di giochi e feste
    Di libertà
    Concesse.
    - Vincent cernia-

  • 07 novembre 2013 alle ore 18:53
    Dedica per il libro NESSUN VOTO.

    A Te,
    Giorgio,
    mio Primo Amore.
    A Te,
    Uomo Giusto, Uomo Onesto, Uomo di Pace.
    A Te,
    che troppo presto al Cielo sei tornato.
    A Te,
    che dolce e amabile sei stato.
    A Te,
    questo libro
    che mai con occhi terreni leggerai ho dedicato.
    A Te,
    mio adorato papà,
    mio Primo Amore.
     

  • 07 novembre 2013 alle ore 12:26
    Sei Cento Trentasette

    Mi dicono di scrivere di me:
    nell'obliquo sanatorio ogni
    barella è orizzontale,
    qualcuna più di altre.
    Infanzia, puerizia,
    dondoli ed inezie.
    Allora comincio: pose di caffè
    ed edera sui bordi. E' femmina,
    tranquilli! Ha quell'ala sotto pancia
    che non mente, che non mente.
    Siamese e bianconero, il salotto
    con le teche, cento tazze e porcellane
    murate più dei santi: clavicole, femori
    e falangi. Tutti in fila sul divano damascato,
    vagone bordeaux, in carrozza tutto il corpo,
    esclusi i piedi. E le piume dei pavoni, cotoni
    per giganti e tre specchi, bolle argento, la scatola
    di Barbie, la bacchetta. Ma io volevo essere un
    maschio: maschio come il robot, l'autotreno
    ed il soldato. Alle sedici papà litiga, pure la zia:
    è colpa mia, dei miei occhi sempre pronti a
    non parlare. Ma la lettera a Natale sotto il
    piatto è come l'ostia. Devi schiudere le
    labbrucce, inghiottire e dirle amen mentre
    va dentro e già conficca, radar bianco,
    spina tonda, l'ago mago toglie al pus la pia catena.

  • 07 novembre 2013 alle ore 8:16
    Passanti

    Provi a immaginare le vite
    fermo a scrutare i passanti
    nel corso pieno di gente
    osservandone i volti
    a volte le voci cogliendone
    attento al tipo di abiti
    il portamento studiandone.

    Ci sono quelli coi bimbi
    altri gravati da borse
    da cani grandi o piccini
    ce n'è appoggiati al bastone
    tanti alle chiacchiere intenti
    rotte da qualche accattone
    che fiuta la pista dei soldi.

    E' varia umanità del presente
    diversa e uguale dall'ieri
    da cogliere per ricordare
    se mai muterà il domani
    i prossimi nel mondo a stare.

  • 06 novembre 2013 alle ore 20:59
    Moìne da povertà

    Con una parte dello spirito lacerata
    e la convinzione che la vita

    ognuno decide di viverla
    come egli stesso crede

    viaggiando su percorsi d'anima propri
     
    a godere della rara bellezza
    degli spettacoli naturali che essa offre
     
    vivo in retoriche che attecchiscono
    nelle crepe di terreni concimati dalle paure

    pur senza sopprimere la fantasia

    per il piacere di non inaridire il cuore

    felice così di confortare
    e lenire ogni sorta di lacerazione
    .
    cesaremoceo

  • 06 novembre 2013 alle ore 17:25
    L'amore perduto

    Pensieri che
    fuggono ribelli
    come criniere
    di cavalli
    al vento...
    Dove sei?
    Di cosa
    ti nutri?
    Di quale
    battito vivi?
    Quale strada
    calpesti
    senza me?
    Eppure
    un tempo
    ti ho conosciuto!
    Ti ho vissuto
    ti ho respirato
    ti ho avuto!
    DIMMI:
    Quale mano
    ha impugnato
    l'ascia del
    destino
    dividendoci
    per sempre.
    Dimmi
    per chi vivi e
    perchè vivi,
    dimmi
    cosa sei
    esanime corpo
    prosciugato
    della linfa
    della vita...
    Sordo eco
    di un battito
    il mio cuore
    non mi appartiene.
    Ricordo
    quante volte
    siamo partiti 
    e ritornati
    sempre
    tenendoci
    per mano
    seppure
    senza sfiorarci..
    diviso
    il nettare
    prezioso che
    generosamente
    sgorgava dalle
    nostre labbra
    senza bagnarci
    Quante volte...
    Ricordo
    i nostri respiri che
    si rincorrevano
    per raggiungere
    insieme
    l'estasi
    della passione
    Quante volte...
    Quante volte
    le tue mani
    hanno percorso
    il mio corpo
    rovistando
    nella mia anima
    senza mai
    impadronirsene.
    Ricordo 
    quante volte
    la mia calda
    natura ha
    offerto asilo
    alle tue folli
    corse e
    quante volte
    il mio corpo
    si è rifugiato
    nel tuo
    consapevole
    dell'incerta
    dimora.
    Dovrò
    trovare 
    una valida
    ragione per
    spiegare
    al mio
    nostalgico
    cuore che
    tutto questo
    non c'è più.
    Tutto
    è perduto
    ogni cosa..
    siamo
    rimasti soli
    tu ed io.
    Tu che 
    ogni tanto
    bussi alla
    mia porta
    senza
    l'intento di
    restare..
    tu
    perfetto
    estraneo che
    mi dormi
    accanto
    senza conoscere
    i miei sogni e
    i miei desideri..
    Io eterna
    vagabonda
    nell'estanuante
    ricerca del
    posto che
    cercavo..

     

  • 06 novembre 2013 alle ore 17:16
    Attese all'imbrunire

    Il respiro della notte
    avvolse gli orizzonti stanchi
    in una timida carezza
    quasi nascosta.
     
    Bisbigli di ninfe
    nel respiro delle ore rubate al buio.
     
    Suoni e voci
    nel tremito
    preludio di passioni.
     
    Lungo le vie
    solo lo stormir del vento
     
    a chiamar la notte
    come amante
    ferito e corrucciato
    che dal desiderio
    è vinto.
    C.aurora
     
    Da “Nel migrar dei giorni” 2000
     

  • 06 novembre 2013 alle ore 16:28
    Parole s'addormentano

    Parole

    rincorrono il pensiero

    ne afferrano i colori

    stupite lo spandono

    Ma esso fugge

    potentemente fugge

    E parole restano appese

    a filamento di tenue colore

    Fra ali d' ombra evanescente

    il pensiero

    che ora c'era ed or non c'è più

    s'addormentano parole.

     

  • 06 novembre 2013 alle ore 13:52
    Haiku

    Ulula il vento
    Alzo gli occhi dal libro
    E corro da te!

  • 06 novembre 2013 alle ore 12:26
    Sei Cento Trentasei

    Torna pure alle tue Grete:
    sono fonde, pozzi oscuri
    come ai sogni dei bambini.
    Rosse fosse accomodanti,
    caramelle multi gusto, scorza
    opale e polpa blu, zucche isteriche
    esplose contro i semi.
    Torna quindi alle tue api con la
    chiave sempre in bocca ed il miele
    in punta d'ali: majorette appiccicose
    come il bacio alla francese.
    Io non ho trascorsi dentro il ventre:
    se vuoi entrare porta al seguito una
    torcia, da qualche parte giuro, credo,
    stia il pulsante che potrebbe duplicarmi.
    No, va bene, lascia stare: torna pure alle
    tue Veneri, alle sere bionde e brune,
    ai crani in ebollizione,
    misto carne a taglio vario.
    Io non ho culle da svezzare, faccio un
    letto ed un letto è altare, le carezze
    son candele comprate dalla  foga
    e dalla moneta, lingua - robot che
    già scava la fessura.
    Il mio sapore non fa rima,
    non ho il turgore nè la ghianda
    da cui cola il gran secreto con
    cui ti tengono all'inganno:
    passeretto nella morsa del malefico collante.