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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 03 novembre 2013 alle ore 12:18
    Sei Cento Ventotto

    Ho dato la carica a tutti gli orologi
    e la sveglia è la civetta sul tramezzo
    del ramo comò. La notte ha fatto un
    patto: portarti via da me. Disossarti,
    fionda sempre in tiro, portentoso
    scioglilingue, dal pettoruto davanzale;
    tu femore mancino, zoppicheremo entrambi.
    La notte che non passa è una febbre
    di stagione che tutto arroventa, una pazza
    e la sua smania che cammina sulle righe.
    Nella mia carne dal tuo ingresso non c'è
    più posto per altra carne: mi avranno pure
    predisposta ma ho fallito proprio all'ingaggio.
    Prima di scappare taglia bene tutta la coda,
    questo funebre nerastro inchiostro, dal gozzo
    della seppia non vengono colombe.
    Taglia ciò che riconduce a me, il bus come
    il biglietto, la traversa, soprattutto  il conducente
    con il numero sul berretto.
    Come un bambino mostruoso recidi
    con i denti  il lombrico cordone:
    oh Ercole contro i serpenti, scalcia via  tua madre.

  • 03 novembre 2013 alle ore 12:07
    Spezie

    Una vita speziata
    (perché no?)
    aromatizzata
    in diverso modo
    cangiante alla moda
    vestita da urlo.

    Una vita colorata
    (perché no?)
    il grigio via
    d'amore l'attimo
    a tenerla intera
    e mai esser morto.

  • 03 novembre 2013 alle ore 8:41
    Non te ne sei andato No te has ido

    Non te ne sei andato

    Sono venuti, mi hanno offerto
    un libro.
    Nel libro c’era tutto il segreto,
    nel libro c’era la vita recuperata.
    C’erano i volti vivi, le sembianze.
    Il libro grigio, nebbia nella notte,
    aveva i fogli piegati, secchi, bruciacchiati.
    Si poteva leggere.
    C’era scritto il nuovo, la vita, la presenza,
    il biancore fulgido della permanenza!
    Era luminoso, potevi leggerlo tutto.
    Ti potevi vedere, toccare, ti potevi vedere vivendo!
    Continuavi a vivere,
    continuavi a esserci, a starci.
    Ti rivedrai. Non sarai più nessuno.
    Non sarai più traccia leggera,
    non sarai foglia pallida, smarrita,
    pagina bianca e vuota che si confonde e annulla nel tempo diafano,
    nell’eternità delle nubi fuggenti.
    adesso so che la vita ti sarà riconsegnata.
    È ripresa.
    adesso so che non ti sei allontanato, che non te ne sei andato,
    che niente fu dimenticato, che niente si è perduto.

    Luminescenza di fiori bianchi,
    serene, nel mattino radioso.

    No te has ido

    Han venido, me han ofrecido
    Un libro.
    En el libro estaba todo el secreto.
    En el libro estaba la vida recuperada.
    Estaban los rostros vivos y las siluetas.
    El libro gris, niebla en la noche,
    tenía las hojas dobladas, secas, chamuscadas.
    Se podía leer.
    Traía escrito el nuevo, la vida, la presencia,
    ¡ el blancor de la permanencia!
    Era luminoso, podías leerlo todo.
    Te podías ver, tocar, ¡te podías ver viviendo!
    Continuabas a vivir.
    Continuabas a ser, a estar.
    Te volverás a ver. No serás más ninguno.
    No serás más trazo liviano,
    no serás hoja pálida, perdida,
    hoja blanca y vacía que se confunde y anula en el tiempo blanco,
    en la eternidad de la nube suelta.
    ahora sé que la vida te será consignada.
    Está recobrada.
    ahora sé que no te alejaste, que no te fuiste,
    que no se olvidó nada, que no se perdió nada.

    Efusión de flores blancas,
    serenas en la mañana plena.
     

  • 02 novembre 2013 alle ore 23:08
    Universi inversi

    Universi inversi
    opachi e tersi
    uguali e diversi
    vicini e dispersi
    nello spazio e nel tempo
    mai persi.

  • 02 novembre 2013 alle ore 21:23
    Ricordi di intime lacerazioni giovanili

    Eterno ribelle

    votato a conservare
    purezza e rigore morale

    senza concedere nulla
    alla convenienza

    nell'utopia
    di restare in eterno
    un "mito" cristallino

    senza la minima ombra

    Sfoderare coraggio
    e sfrontatezze

    pur infarcite di false illazioni

    a subire la felicità
    di scrivere deliri da grafomane

    in una luce di spontaneità

    fierezza serenità

    e al tempo stesso
    col desiderio di cedere
    a intime esperienze tragiche

    dettate dal piacere
    di accorrere ovunque

    si sentissero grida
    di libertà soffocate 

    a condividere sofferenze
    e dolori di chi è
    con-dannato dalla vita

    Si nasce piromani
    si muore pompieri
    .
    cesaremoceo

  • 02 novembre 2013 alle ore 21:23
    Ricordi di intime lacerazioni giovanili

    Eterno ribelle
    votato a conservare
    purezza e rigore morale
    senza concedere nulla
    alla convenienza
    nell'utopia
    di restare in eterno
    un "mito" cristallino
    senza la minima ombra
    Sfoderare coraggio
    e sfrontatezze
    pur infarcite di false illazioni
    a subire la felicità
    di scrivere deliri da grafomane
    in una luce di spontaneità
    fierezza serenità
    e al tempo stesso
     il desiderio di cedere
    a intime esperienze tragiche
    dettate dal piacere
    di accorrere ovunque
    si sentissero grida
    di libertà soffocate 
    a condividere sofferenze
    e dolori di chi è
    con-dannato dalla vita
    Si nasce piromani
    si muore pompieri
    .
    cesaremoceo

  • 02 novembre 2013 alle ore 20:15
    Novembre

    L’animo mio
    si culla
    nel pensare a te
    quando guardo a te
    in foto vecchia
    ormai ingiallita
    Ricordo ancora
    della foto il luogo
    la stagione
    il periodo
    il tuo profilo
    rannicchiato
    ad un cane dalmata vicino
    Il mio pensiero
    si sofferma
    sulla tua nuova venuta
    in Italia
    desiata e attesa
    sperata e desiderata.
     

  • 02 novembre 2013 alle ore 20:13
    Sei Cento Ventisette

    Quando guardo i pini ti amo:
    resistenti applique, lunghi quanto
    la stampella di un gigante, in diagonale,
    dalla stanza stretta arriva il tubicino
    gutturale dei piccioni, grigi e chiazze,
    erogano gargarismi con i colli - imbuto
    verso l'ala. Quando è primavera, quando
    è sera, quando la posa del caffè scoppia
    sul lavabo, granata in pace, quando il vento
    sventaglia e le  foglie sono sventole che vengono
    via  per poco, anche allora ti amo.
    Quando la campana è insopportabile quanto
    il ragionamento del folle, la busta della spesa
    quanto il saluto del vigile, quando un cono vale una
    gonna ed il manubrio delle rondini quanto l'ultima
    mandata alla porta, ancora ti amo.
    Tutte queste cose intorno finiranno e torneranno,
    caparbie ondine: il merletto modanato, penetrato
    e rammendato, la poltrona scalciata e smacchiata,
    il telo pregno di umori, spurgato del peccato
    controsole. Ma io ti amo. Ancora. Sempre e più
    che sempre. Mentre il tempo macera le stelle,
    pesto luccicante, e nel cielo non ve n'è mai la  traccia.

  • 02 novembre 2013 alle ore 20:07
    Nebbia

    Guardavo

    sfilacciarsi i cirri nell'aria

    poi, divenir coltre

    e ogni cosa avvolgere

    Coda

    di particelle eterne ritrovate,

    divenir manto

    e ogni cosa avvolgere

    Sorrisi senza denti

    e braccia uguali ad ali

    e ogni cosa avvolgere

    Ed io

    piccola cosa fra le cose

    piccolo granello della montagna

    con e nella montagna

    lievemente stesi

    e in ogni cosa avvolte.

     

  • 02 novembre 2013 alle ore 19:44
    Sei Cento Ventisei

    Tante cose non vanno.
    O non vanno più.
    Il cucù guaisce dalla scatola ed al suo
    polletto, pomo d'Adamo non irrorato,
    sbarrato e di traverso, il cattivo boccone,
    hanno messo la museruola anni addietro.
    Un bagagliaio è morto, l'altro sciancato.
    Della panca si narrano leggende: altare
    senza unzione, binario su cui correvano
    le fortune dei parenti  e nella pancia
    stipati come alici i corredi
    per le spose mai arrivate.
    Tante cose liquefatte: il manico
    del bricco, la maniglia del primo
    tema: apritelo per trovarmi, giù,
    in fondo, l'ultimo rigo; la scatola di
    latta, cervella al burro decorate da
    damine, il foraggio per i passeri
    in picchiata. Di tutto mi restano
    solo le mani, intinte e stinte,
    deflagrate e forsennate, un po'
    orfane, un po' maitresses.
    E quando come oggi cominciano
    la tarantella orizzontale dimenandosi,
    mi chiedo se siano davvero figlie dei
    polsi a cui spesso non combaciano.
    Placenta grezza quanto un miscuglio.
    Le mie dita sono muli che scalciano
    da ferme e tori in incornata
    quando impenna il rosso della voglia.

  • 02 novembre 2013 alle ore 19:07
    LEGGO E RESPIRO

    Lavoro, son l’operaio di me stesso
    scrivo,
    sono il poeta di storie sbagliate.
    Respiro,
    respiro aria mista a ingordigia,
    mista a merda e respiro,
    ma respirando spero.
    Leggo,
    leggo di voi, leggo di noi
    operai
    e silenziosamente scrivo.

    -Vincent cernia-

  • 02 novembre 2013 alle ore 19:06
    POCO O NIENTE

    Un'altra vita
    È poco o niente,
    È ferro caldo,
    È acciaio fuso.
    Un'altra vita
    È poco o niente,
    È fatturato,
    È soldi sporchi, color di sangue.
    Cassaintegrato
    O chiuso in cassa,
    Colore rosso, tu sei un ingrato.
    È la paura
    È poco o niente
    O si lavora o si lavora.
    La nostra vita
    È acciaio fuso,
    È poco o niente,
    È fatturato,
    È poco o niente
    È un'altra vita.
    Era operaio
    E se ne andato.
    -Vincent cernia-

  • 02 novembre 2013 alle ore 19:04
    D'ACCIAIO

    La casa è d'acciaio,
    La casa è buia e fumosa,
    La casa è cosa assai rischiosa.
    La casa è d'acciaio
    E dentro si muore.
    La casa è d'acciaio
    E fuori si muore.
    - Vincent cernia-

  • 02 novembre 2013 alle ore 19:03
    IL MOSTRO

    Per voi aldilà della strada
    Lui è muto, silenzioso.
    Parla con fumi, polveri e odori
    Luci e bagliori.
    È maestoso, è spaventoso
    In egual misura, minaccia
    È onnipotente, costante,
    È presente.
    Per noi al di qua delle mura
    Lui è assordante, chiassoso
    Gassoso e arrogante.
    Lui parla, erutta
    Con tutto di se, minaccia.
    È odioso, veleno
    Sudore, sacrificio, è lavoro.
    È lavoro al mattino,
    Veleno al vicino
    Veleno nel pane, veleno nel vino
    Orrore moderno
    Orrore continuo.
    - Vincent cernia-

  • 02 novembre 2013 alle ore 19:01
    DIREZIONE LAVORO

    Nell'autobus buio
    E una canzone di cui il titolo ignoro,
    Tutto è amplificato
    E i pensieri scorron veloci
    Come le strisce bianche
    Sull'asfalto scuro,
    E poi luci e bagliori d'acciaio
    All'orizzonte vedo
    E li
    Saranno otto folli ore.
    - Vincent cernia-

  • 02 novembre 2013 alle ore 19:00
    L'OPERAIO MARRONE

    L'operaio è prima di tutto un figlio, 
    È un fratello, un padre.
    L'operaio è prima di tutto un amico,
    Un compagno, un marito.
    È colui che ride al mondo e che piange solo,
    Chiuso a Riccio, marrone.
    L'operaio è colui che respira veleno
    E che sputa amore.
    È quello che ha le mani ruvide
    Ma il cuore liscio.
    Quello che ama e quello odia,
    Quello che vive e quello che muore.
    L'operaio è un numero, una matricola,
    Una pedina.
    È colui che soffre vedendo soffrire,
    È colui che lavorando cammina,
    È colui che si ostina.
    L'operaio sente gli odori,
    Ama i suoi figli e piange nel cuore.
    L'operaio è felice, è triste,
    È un essere umano,
    Sbaglia, fa bene,
    Grida, sussurra,
    Vive.
    È felice.
    L'operaio si guarda morire
    E lacrime rosse
    Color minerale, sgorgan sole.
    L'operaio sogna un futuro migliore,
    È altruista,Bastardo, è cafone.
    È buono
    È cattivo
    Spera in un mondo migliore.
    È quello che respira veleno
    E che sputa
    Amore.
    - Vincent cernia-

  • 02 novembre 2013 alle ore 18:58
    IL MONTE

    Che la tua libertà di occhi socchiusi
    Ti accompagni per il sentiero,
    E che sempre dritto arrivi al Monte.
    E lassù si allarghi lo sguardo
    E l'orizzonte.
    Vedendo il mondo come vuoi
    Guardando il movimento
    Osservando anche l'andamento.
    E sul monte il vento
    E sul monte il fresco
    E sul monte tu.
    Io.
    Ragionando con l'esistenza
    E i litigi inutili
    Nella testa.
    Ragionando con l'esistenza
    Sul monte
    Ti accompagni un sogno
    E ti accarezzi il mondo
    E sul monte
    Le tua dita uniscono i punti
    All'orizzonte
    E il disegno è chiaro
    E chiaro il volto.
    Felice e sereno 
    Il giorno.
    - Vincent cernia-

  • 02 novembre 2013 alle ore 18:14
    Sarà chiesto

     
    Quando l’appello si farà
    richiesti non saranno denari accumulati
    auto possedute viaggi intorno al mondo
    cultura appresa figli generati.
    E neanche quanto felice sia stato
    libri divorati coraggio dimostrato
    tempo sprecato malinconia ricercata.
    Semplicemente verrai interrogato
    sull’ Amore donato.
     

  • 02 novembre 2013 alle ore 15:18
    Assurdità

    Mi piace pensare
    mi diletta criticare
    amo giudicare
    biasimare e anche censurare
    ma poi nell’agire smentisco il mio dire.
    Prego genuflesso all’altare il signore
    che perdoni i miei peccati
    espio con supplica le mie colpe
    osanno la vita
    anelo la libertà garante d’equità
    celebro l’amore
    glorifico la bontà
    stringo la mano a chi mi sta a fianco
    come segno di pace e fraternità
    mi riempio di grazia
    ma poi, incurante di tutto ciò,
    pugnalo il mondo intero
    osannando le armi, strumenti di morte
    adulando il tiranno
    che mi rende inconsapevole schiavo
    disdegnando il diverso
    che ha la mia stessa umanità
    disprezzando il nero ridotto a servo
    arricchendomi, alfine, spudoratamente
    alle spalle della povera gente.

  • 02 novembre 2013 alle ore 11:53
    Sono restata

    Sono restata,
    accanto alle ceneri dei drappi
    che hanno volato
    sui mari disabitati.
    Ho guardato bene nei dintorni
    e ho visto
    che anche i merli hanno una casa
    nel giardino e aspettano
    un piccolo segno, sempre lo stesso,
    molto preciso.
    Sono restata
    ad aspettare
    il tuo pane silenzioso.

  • 01 novembre 2013 alle ore 21:06
    Ambigui equilibri

    Percepire giorni
    di strane atmosfere

    verso mucchi d'idee

    accatastate
    su fantasmagorici
    e misteriosi atteggiamenti

    stranamente ammiccanti

    come se fossero avvolti
    in segreti fin troppo stravaganti
     
    ingialliti dal tempo

    confidati da chi sente
    di non aver più tempo

    Con lo sguardo dei sessant'anni
    e la coscienza sempre in ebollizione

    resto pervaso
    da eccessi di sensibilità

    a condurmi verso piaceri immorali

    senza esser caro agli dei

    con la voglia di risvegliarmi

    nei cuori di chi
    mi resta amico senza tempo

    e con cui dividere ancòra
    passioni e tristezze

    rabbie e tenerezze
    .
    cesaremoceo

  • 01 novembre 2013 alle ore 20:19
    Gocce

    Gocce di rugiada
    lambiscono
    il volto del bimbo
    che nel prato piange
    Gocce di sangue
    inondano
    il viso del fanciullo
    che lotta nell’umano deserto
    Gocce d’amore
    uniscono
    il mondo se al pensiero
    si sostituisce il cuore.
     

  • 01 novembre 2013 alle ore 16:42
    spray art

    la vita appare come una spray art che a caso designa i sopravvissuti
    su una maleodorante tavolozza chiazzata da memorie imbrattate,
    murales ornamentali di un unico piscio metropolitano.

  • 01 novembre 2013 alle ore 14:43
    Senza titolo III

    Adoro la dolce curva
    del tuo fianco tenero!
    Non posso dire di più
    non posso dire meno.
    La tua carne mi
    ottunde la mente,
    mi confonde, come fa
    il fulmine con il corvo.
    La tua carne mi 
    ammalia lo spirito,
    mi tenta, come fa
    la ciliegia con il corvo.
    Resto perciò così,
    fermo, la testa poggiata
    sulle tue cosce, la bocca 
    rivolta al tuo grembo,
    silente ti carezzo come
    silente mi carezzi tu.
    Mi nutro del tuo amore.

  • 01 novembre 2013 alle ore 9:58
    Sei Cento Venticinque

    Dove dovrò aspettarti?
    Ah si, certo: sul pontile a vista roccia,
    ormeggio dieci, lo riconoscerò dalla neve.
    L'orario  scritto nel sussurrato: sotto
    le stelle a mezzogiorno, in fondo tutti e due
    amiamo il buio quando è di fuoco.
    Si mi coprirò, stai tranquillo,  ma
    con l'ombelico al vento.
    Le suole nuove ed i lacci del nonno,
    la brillantina per lucidare il cuoio.
    Io col bianco scintillante del lutto e tu
    sorridente nella divisa da sub con la piuma
    sul cappello; tu con il bernoccolo della
    mia prima carezza ancora intatto, io con
    la pancia carica del tuo aborto.
    Mi prenderai la mano e sull'anulare
    già occupato da una corona, sostituirai
    il tuo pegno: intorno pochi invitati e tutti
    malvoluti che parleranno solo al momento
    del taccia per sempre. Ma all'uscita
    della Chiesa le colombe saranno
    colombe ed il riso sarà riso, i confetti
    cilindri per le mandorle - coniglio.
    E per bacio ci daremo un bacio, ma
    forse tu sulla mia bara,
    od io sulla tua foto.