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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 13 novembre 2013 alle ore 13:34
    Sei Cento Quarantacinque

    Se sposassi l'uomo delle cravatte
    o il metronotte, la notizia ti giungerebbe
    in un plico sordomuto mentre fai buio
    e spedisci le gambe nella nebbia.
    Ore 16,00: la bici è al guinzaglio
    mentre un dado con il mascara e
    la borsetta decide se premiarti,
    o adularti. In fondo non c'è
    storia fra maiolica ed abete,
    fra poiana e branchie.
    Io sono il giù, il sotto,
    il basso, la radice,i piedi,
    sono Positano e troppe scale,
    le case sputate fuori come i
    capezzoli col freddo.
    Sono attracchi e tammurriate,
    i restauri di Pasquale e le vinacce
    accumulate sotto costa, sono le aragoste,
    scarafaggi -sub e la tappezzeria color
    lampara.Io sto bene nel mio ghetto di
    "Dottò!" e castagni -amo, sto bene
    dietro una finestra, radiografo d'autunno.
    Per tanto non scusarti, non rammaricarti:
    questo ritardo era necessario a mettermi
    al dito il nome giusto ed a svezzarti,
    deo gratias, dall'assurdità del varo di uno scoglio.

  • 13 novembre 2013 alle ore 11:12
    DI RABBIA E D'AMORE

    Di rabbia e d'amore il mondo
    E intorno
    Di rabbia e d'amore il foglio
    E intorno
    E scrivo di rabbia e d'amore
    D'amore e di rabbia
    Di sentimenti alterni
    E come la luce e il buio
    Come il sole e la luna
    Come l'acqua e il vino.
    Di rabbia e d'amore il mondo
    E intorno
    Il pensiero e il cuore
    Di rabbia e d'amore il foglio
    E intorno
    La penna e il sogno.

  • 12 novembre 2013 alle ore 21:19
    La forza delle parole

    Nella solitudine che violenta l'anima

    gridare sottovoce parole

    che appena dette
    non  recuperi più 

    nel desiderio 
    che diventino squarci di luce

    ondate di speranze

    nella Grazia che ci fa essere amati
    anche senza meriti

    con l'amore
    a prendere il posto dell'odio 

    il perdono sostituire l'offesa

    l'unione scalzare la discordia 

    e in quell'intimità
    condensare le sensazioni

    non sentirsi prigionieri
    di immaginari nemici

    e rimanere padroni della propria vita

    con lo sguardo sempre lucido
    a fissare il confine dei propri limiti
    .
    cesaremoceo

  • 12 novembre 2013 alle ore 18:51
    Chiaroscuro

    Come calmo mare
    con dolci onde
    incontro vieni a me
    un bacio portando a me
    subito abbracci me
    soavemente parli a me
    Il tuo animo franco
    ispira il tuo dialogo
    mi sussurri il nome tuo
    azioni il mio ricordo
    del passato anno
    quando un giorno
    ci vedemmo
    Ancora mi ricordo
    insieme passeggiamo
    per il centro di Milano
    i nostri problemi dimenticando
    per un breve attimo
    ero tutto emozionato
    Di immaginare ancora cerco
    ma non più riesco
    svanito il ricordo
    questi versi a me rimangono
    ormai spenti nel timor vano
    di non poter più recuperare lo sfuggente istante.
     
     

  • 12 novembre 2013 alle ore 12:56
    Colloqui con l'anima...

    Mi abbandono alle maree del mondo interiore
    per abbracciare la vita
    con la  volontà di sapere…
    Richiamo stralci di pensieri seppelliti
    dal mio alter ego
    e  mi ritrovo con l’amara consapevolezza
    di non poter fare alcunché
    per cambiare mille vecchie lune
    dal mio passato impervio.
    Mi  fermo allora ad osservare i passi
    del tempo mio passato
    e  capisco che devo tornare
    ad essere me stesso
    per cancellare a volte a malavoglia
    l’involucro senz’anima che già m’apparteneva.
     
    Respirare aria nuova questo mi dice il cuore…
    Scavo allora dentro per comprendere il denso silenzio
    che avviluppa tante vite attorno a me
    insane e insoddisfacenti.
    Cammino districandomi tra melma putride
    e ossa di animi infranti
    che con ghigno soffocato sorridono
    della mia ingenuità.
    Non è silenzio ciò che odo in ciò che mi circonda
    ma silenzioso rumore  che è stanchezza del vivere
    per non saper ritrovare
    i propri valori perduti
    per non saper aprire la porta alle opportunità
    che la vita comunque ci dona
    per ritrovare quella gioia che ci indurrebbe a camminare… 

  • 12 novembre 2013 alle ore 12:34
    camminiamo insieme...

     
    Camminiamo insieme!
     
     
    Vieni, scendi qui dentro
    in fondo al cuore,
    non aver paura,
    qui c’è la musica che hai sempre cercato
    qui c’è la fine che non hai mai trovato.
     
    Serberò il tuo passo
    sulla terrazza del mio cuore
    e la dolce abitudine
    del tuo alito sulla mia fronte.
     
    Serberò la tua bella mano chiara
    alla portata della mia luce
    e le tue ginocchia audaci
    vicino al mio desiderio…
     
    Serberò l’oblio del tempo,
    delle tue assenze, e la presenza
    del sublime ricordo
    di te e di me in cammino
    verso il sole che domina
    l’ombra fitta delle ginestre.
     
    Mai privato di questo amore
    il mio amore,
    né di nessun amore del mondo
    che mi riconduca al tuo cuore,
    le mie parole si confondono
    se i tuoi occhi danzano innanzi ai miei …
     
    Il tuo bel sorriso
    che riscopro in ogni tua movenza
    io seguendoti lo incido in fondo al cuore.
    Tu m’insegni il puro mestiere
    d’essere felici,
    il cuore addossato al tuo riparo

  • 12 novembre 2013 alle ore 1:19
    Fra le rughe di un viso

    Fra le rughe di un viso
    è intessuta una vita
    col suo canto sussurrato,
    disperso nella memoria
    di chi osserva
    che ritrova un po’ di luce
    fra le ombre
    del proprio viso.
     

  • 11 novembre 2013 alle ore 16:09
    Toccata e fuga

    Toccata di sguardo
    calcola la distanza
    girando il capo
    con grazia la gatta.

    Ferma un attimo
    in basso la coda.

    E al primo passo
    rapida svolta
    protetta dal muro
    senza un saluto.

  • 11 novembre 2013 alle ore 16:06
    Compleanno

    Mi diceva il fratello
    che ad un certo punto
    non pensare è meglio
    a un altro anno passato.

    Non mi trova d'accordo.

    Ogni giro di sole
    piace a me ricordare
    e in ognuno trovare
    quel che avevo da amare.

    Piace a me festeggiare.

    E più a fondo sentire 
    il pulsare del cuore
    con le piccole gioie
    doni grati d'amore.

  • 11 novembre 2013 alle ore 15:10
    L'ipocrisia della malafede

    Trappole di tormenti

    disseminate quà e là
    lungo i viali dell'indifferenza

    finti ricordi
    di traviate fanciullezze

    e di lacrime sparse
    su volti deturpati
    da malcelate armonie

    vivo io adornato di gioie

    nel giardino immenso dell'amore

    incredulo in quella luce d'aiuto

    soffusa

    a soffermarmi sulle trame della vita

    e rappresentarne le scene
    in tutto il suo fascino

    nei destini provocatori

    che si sfiorano
    sulle strade del desiderio

    nel vissuto di questo presente

    universo impermeabile
    alla verità dei fatti
    .
    cesaremoceo

  • 11 novembre 2013 alle ore 13:40
    Sei Cento Quarantaquattro

    La stazione è ancora treni, la
    ola dei palazzi in altero convegno,
    " Ok Computer" manda bagliori
    color ufficio dall'angolo con i parcheggi.
    Se un Mario arriva con la borsa tronfia,
    un altro scende sottile più di un filo
    d'acqua; io non conosco il rumore
    delle rotaie, ma so come le hai
    intese nei tuoi via vai, tu portavi
    neve in riva al mare ed il mare,
    per punirti, ti portava via me.
    La porta sta socchiusa come allora:
    il " Privato" è un cave canem a cui
    dovevo piegare il collo, ma come
    spesso accade agli indecisi, me
    compresa e bandierina, ho sfidato
    l'apertura, un'Idra abbaia,  un'Idra
    muore, ed il bocchettone lussurioso,
    la boccia che trasudava olio.
    E madida del gran peccato,
    ho cercato, una volta uscita,
    di ripulirmi la schiena, lì dove
    forse era più carne la mia
    propensione al volo.
    La stazione è ancora treni, bisce
    grigie e d'amaranto, risalgono
    dal mestruo caldo del sud e
    vanno verso la cerebralità
    dei portici, delle torri, di tutti i nord.
    Lì dove tutto è meccanismo, fabbrica
    e pedali alla domenica,  lì dove
    l'onda è la pagnotta del weekend.
    La stazione è ancora treni e le
    tue gambe impagliate a bordo
    città, hanno percorso un tratto
    della mia prima vita: laboratorio
    e geografia, statino, lode  e
    promozione. Ma adesso che resti
    al cuore della molla che ti schizzò
    da queste parti, vorrei sentissi
    la mia felicità traslocata dagli scambi,
    dal ritardo, dalle chiome separate
    o ladre o dalla stanza, alcova spia.
    Ho affittato un corpo un tempo, restio
    sigillo, un mulo, una cassa: felicità
    è che non s'apra subito per  scoprirsi
    semplice e mai abbastanza da dirsi al freddo.

  • 11 novembre 2013 alle ore 12:51
    Sei Cento Quarantatre

    Oggi ho un non so che di
    felice e di traverso nella gola,
    improvviso come il mezzo
    e pesante coricato sulla carreggiata.
    Forse perchè ho debellato il mio
    mostro, l'ho inghiottito, con l'aiuto
    di una mollica a cui si è affidato,
    il naufragato, con l'impugnatura
    dello stercoario, biglia nera e
    chiara, frac incongruente.
    Adesso sento nuovamente il vento
    di Venafro rimbombare sulle
    vetrine della Casa dello Sport,
    sette ragazzi, tutti di jeans,
    ridono le scale di un vecchio
    Agosto e la luna, setter smilzo,
    punta Isernia da lontano.
    Rivedo le ali di Sesto Campano e
    doso la borsa gonfia di spezie,
    il droghiere spunta ad oriente
    del retrobottega, l'unto sacerdote,
    con l'ostensorio del grembiule
    punge budelli impacchettati.
    E mentre i tir scavano la provinciale,
    una cotenna di freddo viene ad
    abbracciarmi. A mezzogiorno ho
    deglutito: è sceso al piano terra
    l'ultimo orco, giù in fondo,sottosuolo,
    destinazione da miniera.
    Il mio mezzogiorno sorride finalmente
    anodizzato, scintillano brocche e
    parmigiano,fucina senza furto,
    criceto contento di un altro giro,
    chiostra di denti ipnotizzata
    dal pendolo della ruota.

  • 10 novembre 2013 alle ore 22:11
    E fui lupo

    Continuai a giocare
    con i miei pensieri
    mentre s'apriva il viale
    dinanzi ai tuoi passi sordi
    e sempre più piccola
    la tua figura
    sfumava nel silenzio.

    In fretta
    dispersi su di te
    l'ultimo freddo sguardo
    e dietro la porta
    che richiusi alle tue spalle
    innalzai un muro di indifferenza.

    ...E fui lupo...
    fiero e solitario.

    Mi rintanai
    tra quattro pareti d'orgoglio
    e la solitudine
    fu la mia coperta.
    Non badai alle lacrime
    che bruciavano di rabbia
    sul mio viso.

    E già il giorno
    si confondeva con la notte,
    e già l'autunno
    si vestiva d'inverno.

  • 10 novembre 2013 alle ore 20:57
    Il potere dei muri parlanti

    Soggiogati dal trascorrere degli anni

    a sopportare gli spettri
    dei conflitti del passato

    avvolti in acute brezze
    a impregnare il cuore

    e ricordare ogni singolo attimo
    delle nostre frustrate esistenze

    soffi che esaltano i sussulti della vita

    nel desiderio di cambiare
    per non soccombere

    d'un tratto ti trovi davanti
    alti intimi muri
    costruiti da struggenti rimpianti 

    graffiti che raccontano
    odissee dell'anima

    arrivando fino alla sua profondità 

    in un mutare di venti impetuosi
    che soffiano forti sulla coscienza

    a scoperchiare emozioni
    che appena vissute

    cambiano padrone

    e trasformano gli uomini
    in mostri dalla mente distorta

    condannati a uccidere
    coloro ai quali donano amore

    soggiacendo spontaneamente
    a questo crudele destino
    .
    cesaremoceo

  • 10 novembre 2013 alle ore 20:56
    Haiku

    La prima goccia
    E' l'ora del brindisi
    Si è tutti poeti

  • 10 novembre 2013 alle ore 20:36
    Anime in braille

    Vaga l'amore cieco
    tra le pagine scomposte del tormento.
    Percorre di dita e spasimo ogni riga
    frugando fra le parole ed i pensieri
    (trombamici)
    alla ricerca dello stesso sentimento.
    Non parole
    ma squallide espressioni algebriche
    l'amore cieco trova,
    algide di calcoli messi tra parentesi
    che han per risultato
    l'apertura delle palpebre.

  • 10 novembre 2013 alle ore 19:45
    Getsemani

    Diseredati 
    gli angeli
    s'orientano 
    in pentagrammi
    Subendo
    l'areale crollo

    Solfeggi 
    Affilati
    ai piedi della croce

    E' l'arbitrio
    dello schiavo
    che riflette
    Nella parte altra
    di se stesso
    Getsemani
    il rifugiato

    Il male lo sfibra

    Ma 
    Libertà
    lo attende 

  • 10 novembre 2013 alle ore 19:38
    Nell'ago, io e te

    Mi senti,lento e tepido

    m'inoculo e m'allargo

    Calore soffice, entro

    Da un timido poro mi spalmo

    e del sangue tuo, m'approprio

    Ti prendo

    Ti conduco

    pei sentieri che non conosci,

    nella mente tua proietto

    colori e luci e forme

    che chimera tua non seppe

    vedere mai

    Io ho il possesso

    di quel che per te più non esiste

    E di possesso t'innamoro

    Prendi ciò che ti dono

    ché sempre mio tu sei

    Da solo ormai non sai

    di cieli lindi e d' odorose onde

    solcar la cresta

    Solo di profondo

    l'amar sapor conosci

    e di bui neri intermittenti

    s' è avvolto il mondo su di te

    Bambino mio hai perso

    l'istante che pur fu tuo

    Quel buco dentro al braccio

    - antro accogliente, di giovane giunco-

    è la mia porta per l'inferno,

    il mio passaggio

    Sogna, sogna ancora

    cieli e voli nell'immenso

    ma sol per poco tempo

    che al risveglio

    nel folle mio disegno,

    dell'anima tua l'essenza

    in disintegrate ombre

    nello spalmato buio,

    insieme a me vedrai.

     

  • 10 novembre 2013 alle ore 19:34
    -Madre Quercia-

    O tu madre mia,che pelle liscia
    e che buon odore avevi,
    le tue carezze erano sorrisi e 
    le tue parole erano felicità negli occhi,
    e sicurezza fanciulla.
    Il tuo cuore era grande d'amore
    e le tue mani impastavano farina grezza
    per trasformarla in profumi da tavola in festa.
    O tu madre mia,
    ora la tua pelle è segnata da rughe
    che sono righe di memorie,
    il passato si sente sulla tua pelle.
    Tu come una quercia,più bella.
    Le ruvide mani accarezzano uguali d'amore
    invecchiando migliori.
    Le tue mani e le tue carezze
    riportano al bambino che fui,
    le tue lacrime e i tuoi occhi,d'amore per noi
    ancora raccontano.
    O tu madre mia,
    quercia non hai bisogno di parlare
    lo fanno loro,
    al solo incrocio di sguardi.
    Sempre sarai per me
    di pelle liscia e odore d'amore
    fanciullo.

  • 10 novembre 2013 alle ore 19:29
    AMICI PASSI

    Di amicizie sono anche i passi indietro, 
    di sofferenze per farlo capire,
    Di rinunce per sentirsi vicini
    E non assillare
    Di amicizie sono anche i passi indietro.

  • 10 novembre 2013 alle ore 18:36
    Ho perso un tesoro

    Ho perso un tesoro
    Un magnifico tesoro
    Che mi faceva gioire
    Gongolare
    mi trasmetteva
    Sensibile  armonia
    Pace  e tranquillità
    Ho perso un tesoro
    E ho trovato l’affanno
    Che mi rode il senno
    Ho perso un tesoro
    Che peccato!
    Come farò senza?
    Ho perso un tesoro
    Mi  è caduto in mare
    Precipitato nell’imo fondo
    Ho perso un tesoro
    M’immergo per recuperarlo
    Ma il mare è troppo profondo.

  • 10 novembre 2013 alle ore 15:05
    Sei Cento Quarantadue

    Se tu fossi un insetto, saresti l'ape.
    Certo il geco ha il tuo equilibrio,
    il ragno la tessitura, la minuziosa
    lavorazione, la mosca l'ostinazione,
    l'ineluttabilità dello sfregolio quando
    si posa, la farfalla...No, alla farfalla
    non riesco ad associarti.
    Ma l'ape, si quella lì, bruna
    siringa alata, quella si che
    ti somiglia: tutta laboriosa
    nel procacciarsi nettarume e
    compagne, chirurgo dall'asportazione
    precisa quando visita il fiore.
    In visite poi sareste pari, in
    asportazioni direi altrettanto:
    io stessa credo di averti ceduto
    tre o quattro porzioni che credevo
    inattaccabili, sigillate da tempo
    con collante di eccezionale fattura.
    Si, tu sei del partito dell'ape:
    hai medesimo incantevole potere
    incantatore, movenze circolari,
    il corpetto bicolore, un po' giorno,
    un po' notte, più primavera che
    d'autunno, con le antenne rizzate
    al succo più chiaro.
    Ma delle api si sentono sempre
    note vicende:e poi si sa, minacciate,
    che attaccano. Così anche tu, forse,
    confondendo la verità con la
    minaccia, sgusci dall'elsa la
    spada, a volte per vanto,
    a volte vuoi guerra e
     conficcato il nuovo nemico
    vi resti, paradossale,
    appiccicoso amplesso di morte.
    O almeno così accadde per me:
    sei morto al mio dentro e quando
    hai tentato di staccarti, un po' mi
    hai portato via, calamita, amo,
    uncino, risucchio, un bel po' mi hai
    lasciato, chè di te ho trattenuto
    terminali ed appendici.
    Così credo che  il tuo prossimo
    volo non duri, ahimè, più di qualche
    minuto, occhiolino, sorriso, malizioso
    giochetto, doppio senso, poi puff:
    capitoli al suolo dove stanno
    in graffette altre cento paia più uguali di te.

  • 10 novembre 2013 alle ore 14:25
    Sei Cento Quarantuno

    Ho grande coraggio a restare
    qui quando staccano la testa
    agli ombrelloni ed il tappeto
    di mozzati, busti svitati, ricorda
    la vicinanza della bruna stagione
    e del congedo. Ho grande resistenza
    nel sopportare le cerniere rabboccate
    dal cursore, compartimenti stagno,
    dinosauri sulle vie e sulla gente, valigie e ventri,
    versipelli, come a suggerire l'ora del rientro.
    E tu cosa vorresti? Forse vivermi?
    Tu che spargi il tuo nome ovunque,
    il ratto grasso untore a quattro
    zampe, tu che investi in semi la
    prima buca utile, tu non hai forse
    ancora il senso del mio durare.
    Mi vorresti come il tuo tempo
    di gonne  e camicie a favor di spettro.
    Ma io sono l'inverno quando muta
    tutto il vento e la terra è solo avara,
     utero esonerato dalla succosa
    espulsione. Mi vorresti piana, poi
    leggera, il corpo un bel vivaio.
    Ma io sono tossina e rilascio lento
    il mio morire con un allarmuccio,
    uno sforzo di sordina.
    Sono il nemico impellicciato da
    camaleonte, l'amaro diluito a
    centro bicchiera, il cercatore
    incallito  con un foro nel  cesto delle cattive spore.

  • 10 novembre 2013 alle ore 12:50
    Sei Cento Quaranta

    Ricordo quando chiamasti la nera
    signora per sverminarmi la paura
    dal ventre e lei, sotto i tre nodi,
    trovò le tre urla ed i bordi esplosi
    della culla che non sarebbe arrivata.
    Ricordo il bastone e la spola - cantilena
    del fruttivendolo, Don Paolo dimenticato
    al sonno, ciliegio da marciapiede e la testa
    ottanta spaiata dalla smemoratezza:
    anestesia da morte, gatte sorelle.
    E la Messa pomeridiana nel forno
    di Via Magenta e l' incontinente
    colata appiccicosa dei passeri
    sui marmi del bar e Pippo,
    silenzioso come un nano.
    Ricordo la bionda signora della
    farmacia e le gambe bambù
    sotto il camice bianco, lische
    senza più peli, pali spenti.
    Ma da notizie sicure so che
    la sera è arrivata pure là,
    strattonando il sole, rovesciando
    il secchio, pittura buia.
    Mentre un geco risale la catena
    dei muri , scalatore upside down,
    tutti credono di vedermi ancora
    chiaramente semplice nei miei
    ritmi blu. Forse anche tu mi
    credi così, collezionabile fra
    la caldaia ed il terrazzo, la margherita
    stizzosa e lo strofinaccio: ma
    proprio io sono cento volte più spaventosa.

  • 10 novembre 2013 alle ore 10:51
    Amen

    Aspettando
    che il tempo si palesi,
    l'abluzione della luce
    investe di stupore,
    il nesso eloquente del caos
    cade dal cielo come
    una divinazione.
    Non mi voglio svegliare.
    Non mi voglio.
    Lascia che io non riaffiori,
    lascia che io non.
    Emetti la scena.
    Mi spoglio delle vertebre,
    mi attengo alla visione.
    Congiungimi alla mia lingua,
    plein air
    oppure
    all'ombelico della terra.
    Amen.