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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 05 novembre 2013 alle ore 20:04
    Desideri

    Dimmi cosa desideri
    quando  guardi le stelle.
    Vorresti che un angelo
    scendesse  per portarti
    via da questo mondo.
    Chiedimi cosa penso
    quando guardo ei tuoi occhi,
    capendo che sei un angelo
    sceso per portarmi via,
    verso quella stella spenta
    persa nel desiderio che ci sporca.
    Sei la mia stella morta da raggiungere,
    che  seguo su ali scabbiose
    di una passione corrotta,
    che ci spinge avanti inermi
    verso le fauci abiette del reale.
    Riesco a sentire la tua sofferenza
    a kilometri di distanza,
    vorrei volare da te
    e apparirti come un angelo corrotto,
    androgino e perfetto,
    perché so che è ciò che desideri,
    e tu sai che è u desiderio anche mio,
    il desiderio ci uccide,
    il desiderio ci rende reali!

  • 05 novembre 2013 alle ore 20:02
    Ramingo

    Siam esuli di noi stessi, fratello,
    grandi anime errabonde che
    planano discrete e martiri
    in un dolce cielo porpora.
    Siam come isole raminghe,
    portate via da forze ignote
    allontanate ed avvicinate
    dal caos che regge il tutto.
    Siamo migratori senza meta,
    perenni voli pindarici dell’essere,
    giudei senza promessa del vivere,
    persi in una corrente dal nome vita.

  • 05 novembre 2013 alle ore 15:17
    Laura è nata

    Gioia dolce ch’attende
    Felicità soave che indugia
    Delizia tenera ch’esita
    Diletto armonioso che s’attarda
    Convivio ansioso che aspetta
    Tutto s’incunea con vigoria
    Dà forza
    Conferisce slancio
    Nel vespro tenebroso
    Per dare con voglia
    albore
    Tra forzature e spinte
    Tra urla di spasimo gradito
    Tra grida bramose
    Al roseo bocciolo che si fa fiore,
    Che diventa Laura alfine
    Tenera corolla profumata
    rosea delicata aggraziata
    Che dona
    Leggiadria alla dolcezza
    Affetto alla tenerezza
    Fervore alla passione
    Armonia alla vita
    Tenera corolla profumata 
    che apre gioiosa e gaia
    varco all’amore.

  • 05 novembre 2013 alle ore 14:42
    Evanescenze

    E me ne vado brioso
    per la mia strada
    lasciandomi alle spalle
    storie appese alle pareti del cuore 
    favole infervorate
    accovacciate
    tra le ombre ammuffite
    di ore passate a concepire
    concentrati di godimento
    mandando messaggi
    dentro bottiglie nelle quali 
    sarebbe stato meglio
    guardarci dentro
    invece di scolarle
    per riempire i giorni 
    trascorsi ad annaspare
    in emozioni sempre diverse
    riscoprire il piacere del dare
    nell'avvertire il suono soave
    del tintinnìo dei sentimenti
    e in quella musica
    trasmettere le proprie armonie
    rendendole incantevoli
    come fiori appena raccolti
    che rivelano l'eccelsa bellezza
    dopo l'anonimato del loro sbocciare
    concedersi finalmente
    meritati momenti di delirio
    e inseguire attimi d'eternità
    .
    cesaremoceo

  • 05 novembre 2013 alle ore 13:08
    Sei Cento Trentacinque

    Avresti dovuto vedermi allora:
    un venerdì di parcheggi pieni a
    Monza,il barista è sud alla cintola,
    ma sopra solo  nord, nord di arancini
    chiusi come noci, nord la lingua che
    riconosce la mia dal sole. La pioggia
    sbava diagonale sul trolley delle brevi
    partenze, Rondò dei Pini è l'orbita
    buona di Polifemo, i neon dei supermercati,
    frigoriferi orizzontali. La salopette bianca,
    Napoli  un  damerino, ha i tendini contratti
    dal seno alla mia schiena. Mi guardano
    le gambe, mi danno dell'amante ma sono sana.
    Controllatemi il polso: non ho rubato, tutto regolare.
    Toccatemi: l'unione è consenziente, non ho furbizie,
    orari rimandati. Avresti dovuto  vedermi allora:
    infilata nell'estate, il gambo nella terra, una fiera
    in allestimento, tutta sorrisi e biglietti staccati
    puntuali, ferma nella fila, la carta oleata lascia
    tracce di sudario. Avresti dovuto innamorarti allora:
    allora che ero salubre più di un candeggio, più compatta
     di una candela,una bandiera ancora da impalmare,
    tutta odore di amuchina. Non adesso che sembro
    fuori di miniera, sputata da un setaccio e se negli
    occhi resta ancora azzurro, è perchè gli
    occhi sono barche ed anche  il rimessaggio
    non asciuga mai davvero il mare.

  • 05 novembre 2013 alle ore 13:04
    Il silenzio...

    Il silenzio
    amico
    nemico
    fatto di pensieri
    parole
    mai pronunciate,
    dietro angoli
    spigolosi
    bocconi di rabbia.
    Il silenzio
    l'alleato
    che non tradisce
    non abbandona mai.
    Il cammino
    torrido
    fatto di salite
    piccoli sassi
    che si infiltrano
    tra le fessure
    delle scarpe
    di chi
    un giorno
    aveva scelto
    la retta via,
    scansando
    gli ostacoli
    per pensare
    al futuro.
    Il silenzio...

  • 04 novembre 2013 alle ore 22:36
    Dieci inverni

    Sì, quell'estate ti volevo amare
    e già ti amavo
    allora tu scappavi
    per togliermi il dubbio
    che fossi cosa mia anche le mattine dopo il fatto.
    Saranno gli inverni,
    avevi detto, dieci
    e ne prendevo atto
    le mani ingiallite ferite dal freddo
    stringevo i denti le spalle agli inverni
    maledetti
    tutti e dieci
    contro di me
    chissà quale concerto però a primavera.

    Invece fu solo autunno
    fu autunno sempre
    quello in cui tu scappavi
    tenendo il vento in testa non so
    quale astro o cappello
    ti credevo a Parigi.
    Senza nemmeno accettarlo
    tu sei andata lontano
    e hai fatto finta di niente
    come me
    che non so nemmeno dire
    se quella musica era quasi roba tua.
    Sfiorivano le bianche campanule
    quella stagione che ti volevo amare
    che già ti amavo.
     

  • 04 novembre 2013 alle ore 21:05
    Frastuoni dell'anima

    Nell'asfissia sbocciata
    nei gorghi vorticosi 
    di usuali peripezie

    si perde il mio respiro
    nel labirinto di tenebre corrotte

    al di là di gioie immaginarie
    in assordanti silenzi

    Col fiato a sostener parole
    trasportate dal vento

    nell'eco d'insonni notti

    a mietere passioni
    franate nel turbinio
    di ambigui momenti

    saccheggiare l'anima
    colma d'incertezze
    e dubbi latenti

    e ricercare invano
    stereotipati raggi di sole
    .
    cesaremoceo

  • 04 novembre 2013 alle ore 19:22
    Ti somiglio ancora

    Il per sempre
    che si fa polvere
    sui primi tetti,
    tra le nubi
    che al primo vento si aprono
    quasi come il ritiro del mare
    o quella distanza inesorabile
    dal ricordo del sud.
    Ti somiglio ancora
    molo di pietre,
    mondo d'acqua estinta,
    distesa di sale,
    nodo allo stomaco,
    luce che affoga
    nel tramonto dietro
    il cartello sull'autostrada.

  • 04 novembre 2013 alle ore 16:57
    All'iperbole

    Tu 
    più della palma elegante
    freschezza sul cuore assetato
    Tu 
    più della fiamma bruciante
    innesco di fuoco al ghiaccio
    Tu 
    sopra tutto emozionante
    sollievo del prigioniero
    Tu 
    amica sei iperbole
    che innamorare fai il verso.

  • 04 novembre 2013 alle ore 14:08
    Quant'è distratto (Impressioni)

    Quant'è distratto
    il mondo
    quanta ironia
    di questi anni randagi
    che non vedono
    al di là del loro naso
    Non si preoccupano
    se uomini sfidano
    la morte, se muoiono
    giovani, scappando
    alla terra, prima che il vento
    li prenda e li trasporta
    sposandoli con l'amore
    di Dio, nel sole che ride
    per la gioia di un figlio
    dolcemente aspettato
     

  • 04 novembre 2013 alle ore 13:16
    Sei Cento Trentaquattro

    Nonna, i nostri posti sono foto di bottoni:
    tutti lì, fossa comune, nella scatola blu
    del borotalco, spurgo vintage delle asole,
    i cordoni variopinti tagliati senza cura,
    bava asciutta di orfanezza, di giovane ripudio,
    monete a quattro fori, altre storpie, veterani ad
    una gamba, tavoli miniati evocano gli spiriti.
    Nonna, Assergi è un gufo arrugginito dal tramonto e
    sulle sue spire stanno le rocche,il pennacchio argento
    della  nevicata, Montazzoli è la bugia di un bambino.
    Avezzano sta tutta in un paio di scarpe: il calzolaio fece
    un buon lavoro quell'inverno. Nonna hai fatto anche tu
    quelle scale? E svoltato a destra, fra la Chiesa ed
    il portale svenduto e detestato? Ora so perchè il
    mio ventre non vuole sale e perchè a riva la mia onda
    è solo nebbia, perchè cerco l'incornata dei temporali.
    Io sono la tua bambina, i calzettoni strozzati sotto il
    ginocchio,sono la coccarda,la prima campana di
    Agnone,le interiora massaggiate col prezzemolo, il
    ruoto ustionato dalle castagne. Sono l'uva passa
    e la candela, il rosmarino evitato dal gatto  e la
    consolazione. Nonna che dici il tuo dialetto,
    nonna che non dovevi cadere qui ma dormire nella neve.
     

  • 04 novembre 2013 alle ore 13:11
    Mi siedo e aspetto

    Mi siedo e aspetto
    che la tua anima implume
    attraversi il ponte
    tra il sembrare e l’essere.

    Mi siedo e aspetto
    con la calma delle donne
    che l’infiorescenza sbocci
    e trabocchi di colori.

    E nell’attesa vivo,
    nel desiderio di riaverti
    senza abiti o coperte
    con cui velarti i desideri.

    Tratta dalla silloge 'Dalla parte dell'Anima' di Emanuela Arlotta

  • 04 novembre 2013 alle ore 12:10
    crocicchio

    c’erano diversi poeti alla stazione dei mezzi pubblici.
    alcuni prendevano il tram, altri il passante, chi la metro,
    chi il bus, chi altro. coloro che salivano sul tram
    scendevano, uno per volta, a tutte le fermate, mai le stesse.
    così per chi raggiungeva il passante, chi la metro,
    chi il bus, chi altro. ciascun poeta aveva la propria casa
    agli antipodi dalle case degli altri poeti. la poesia cercava
    un alloggio stabile e condiviso, tipo un grand hotel
    delle parole. non lo trovò, i poeti da tempo
    abitavano in modeste dimore e spendere già quattro versi
    in più solo per un modesto albergo, con la quotidiana crisi delle idee,
    era un salasso che non si potevano permettere.
    la poesia non torno mai più, stanca di giocare ai quattro cantoni.

  • 04 novembre 2013 alle ore 11:41
    vista dall'alto

    viaggiavo su un elicottero, era notte.
     
    strade deserte, piazze vuote.
    lampioni fiochi, pochi taxi.
    un pedone infreddolito
    rientrava a casa. le case,
    immensi alberi di natale
    con aggrovigliate lucine accecanti.
    tante teste chine, tanti corpi
    immobili. sguardi vitrei su
    monitor sgargianti. tastiere
    impazzite,  dita scomposte.
    escono, talvolta, dalle trincee.  
    il tempo di una sigaretta
    per poi rientrare nei bunker.
     
    tutte queste teste dall’alto,
    chine, suddite, incarcerate.
     

  • 03 novembre 2013 alle ore 21:10
    In questo tempo in cui non sto con nessuna parte

    Ancora una volta
    sento contro i miei talloni

    il costato di Ronzinante

    e ancora una volta
    mi rimetto in cammino

    con lo scudo al braccio

    e le parole
    che s'imprimono nell'anima

    come gocce di rugiada

    spalmate dentro
    profonde selve d'essenze

    pronte a risvegliare
    emozioni sopite

    sparse nell'oblìo
    delle sue stanze

    a bramare dolci amplessi

    respirando l'amabile aria
    che esse emanano

    e t'invitano
    a credere sempre nella vita

    a stare uniti
    in abbracci d'amicizie

    e gustare
    una giusta parte per tutti

    al tavolo della pace

    con nei sogni

    l'eterna speranza
    di non spegnere la memoria.

  • 03 novembre 2013 alle ore 19:03
    Cerco

    Cerco…

    Cerco le tue mani 

    il tuo cuore.

    ...no la fantasia 

    ...ne tanto meno 

    la realtà che respira 

    questo mondo.

    ...no gli inganni 

    o i tradimenti

    che ci hanno reso fragili con gli anni…

    Anno di stesura, 27/10/2013

    Stefano Centrone © 2013

  • 03 novembre 2013 alle ore 16:55
    Sei Cento Trentatrè

    Dovrebbero elevarti un monumento: altero,
    solido monolito dal piedistallo incorruttibile.
    Con i piccioni che vanno intorno ed un bambino
    che ti osserva come si fa col cielo, naso in su,
    occhi nel sereno. La sera poi sbiancarti con
    i lampioni, gonfie ciliegie cariche di ali, masturbazione
    per moscerini. Dovrebbero erigerlo  dritto al centro
    di ogni centro: colonnina  di mercurio e campanella
    della scuola, santuario, abbazia, monastero , pendolo
    e palazzo del ghiaccio, tendostruttura, adduttore,
    catalizzatore, catrame e tubatura, le cose vengono
    a te con disinvoltura, accentratore.
    Tu che di un neo hai fatto il mio pozzo,  di un nome
    la mia croce, di una vampa il cappio, meriteresti questi
    ed altri colossei, trionfi ed architetture mentre mi chino
    al tuo comando ed avvolgi il braccio intorno all'ombra.
     

  • 03 novembre 2013 alle ore 14:58
    Sei Cento Trentadue

    Il tuo porto è la mia Giudecca: le canne
    tese come falli in attesa di essere sbocconcellati.
    Non mi hanno fatto bene le  risse di Giugno,
    i gendarmi rizzati dai saraceni, il grigio doppiopetto
    del molo od il faro arrugginito dalle mareggiate,
    rossa oliva dalla testa agile. Non sono serviti
    i libri impilati secondo grandezza, il negozio che
    mutava in banca, il vimini sguaiato di nocciole e
     di limoni,la frutta esposta a buon mercato
    come i seni sulle spiagge.  Tu sei tutto il mio
    male coagulato in due strade: sei l'avaria ed
    il guasto non preventivato.  Verginità e sangue
    hanno percorso ogni tuo gradino mentre suonava
    a perdifiato  la nuova promozione.
    Resta solo il blu della bidella,
    un occhio marcio al centro del corridoio ed
    intorno al suo fischio tutte le rocce, coro magnifico,
    un concistoro: perla sputata
    come l'osso dal rigido cane sgraziato.

  • 03 novembre 2013 alle ore 14:34
    Sei Cento Trentuno

    Tu sei come un vecchio amico venuto
    a trovarmi dal nuovo mondo con la ginnastica
    nei piedi ed il chewingum per deodorante.
    Con la testolina argilla  e corrosiva mi punti
    alla gola dalla O di di un portone e sgusci con
    talento sapienze e grande inventario.
    Somigli a certi gatti rossi tutti pelo ed
    evoluzioni: tenaci, ritte ballerine alla sbarra,
    in piedi sopra i nervi, contratti spaghetti
    previa cottura. Somigli al gioco ed al circo,
    al tendone od alla donna razzo quando fingi
    sia adatto a me lo spettacolo delle ventuno
    e nella fila delle più o meno paganti, io mi accordo
    col disagio e con l' intralcio.
    Struggente quanto  un pesce conficcato in una duna.

  • 03 novembre 2013 alle ore 14:05
    Sei Cento Trenta

    Il signore mi guarda con sospetto:
    "Con quella stiva proprio là sotto lo sterno -dice -
    non si va da nessuna parte, certe lacune
    fanno i laghi, il ribellarsi è solo un mortaretto
    nella parata".Eh, no, mia cara! Con quella falla
    non si ragiona. Cos'è un foro? Una botola o  una fossa?
    Torni un'altra volta, la cuciranno per benino: un nodo
    qui, una sutura là e poi saliva a volontà, collante e miste soluzioni".
    Ma io, signore, il mio mostro devo portarlo in giro: chè
    se non fossi quel che sono, l'avrei di certo già eruttato,
    spurgando ogni suo indizio.
    Questo orcio ben fornito, panciuto commerciante nel giorno
    del tutto esaurito, con le spezie ed i puntali, tre coccarde
    ed un bel nastro, si è intrufolato, talpa gigante, scavando
    di lena più di un tempio, di un megaron, di una Babele.
    Piuttosto mi chieda  perchè sono venuta.
    Da tempo  seduta e spettinata,  osservo da  una teca
     delle gonne, sconosciute  come  scimmie, ammaestrate perline
    lungo il  filo, la prima è scura, segue una chiara.
    E  poi mi dico: quanto somiglio a quella?
    E quanto poco all'altra? Mentre sotto banco  continuo a pizzicarmi
    la destra con la sinistra e a sussurrarmi:
    " Torna in piedi, non c'è più posto".

  • 03 novembre 2013 alle ore 12:36
    Sei Cento Ventinove

    Sono tre le fate, aerodinamici siluri:
    intorno al capezzale con un abaco di dosi
    e le firme in casseruola, orride mongolfiere,
    meduse in volo. La prima si presenta, la seconda
    canta in coro, la terza mi addormenta.
    Non sento più il tuo tocco: bum bum, alla tempia
    hanno smosso l'architrave, se le orecchie son
    vestali, la bocca è  il sacerdote.
    Lei aveva forse gambe sode, il ventre
    era  arredato, le veci di un gabbiano, bottoni
    di gran  mira, proiettili dagli arsenali dei
    mirteti. Io starnazzo ed incanto i gufi,
    col mio passo tessono nervi, il budellino
    ritorto e breve, la mano grotta e morto.
    Lei sta tutta dentro ad un boccone,
    il mio succo scende lento, liquame
    da prima spremitura.
    Ma le tre fate vogliono aiutarmi, ognuna
    un patch ad ogni falla: dicono galleggerò,
    un sugherino, sarò azzurra, poi finalmente più piccina.

  • 03 novembre 2013 alle ore 12:18
    Sei Cento Ventotto

    Ho dato la carica a tutti gli orologi
    e la sveglia è la civetta sul tramezzo
    del ramo comò. La notte ha fatto un
    patto: portarti via da me. Disossarti,
    fionda sempre in tiro, portentoso
    scioglilingue, dal pettoruto davanzale;
    tu femore mancino, zoppicheremo entrambi.
    La notte che non passa è una febbre
    di stagione che tutto arroventa, una pazza
    e la sua smania che cammina sulle righe.
    Nella mia carne dal tuo ingresso non c'è
    più posto per altra carne: mi avranno pure
    predisposta ma ho fallito proprio all'ingaggio.
    Prima di scappare taglia bene tutta la coda,
    questo funebre nerastro inchiostro, dal gozzo
    della seppia non vengono colombe.
    Taglia ciò che riconduce a me, il bus come
    il biglietto, la traversa, soprattutto  il conducente
    con il numero sul berretto.
    Come un bambino mostruoso recidi
    con i denti  il lombrico cordone:
    oh Ercole contro i serpenti, scalcia via  tua madre.

  • 03 novembre 2013 alle ore 12:07
    Spezie

    Una vita speziata
    (perché no?)
    aromatizzata
    in diverso modo
    cangiante alla moda
    vestita da urlo.

    Una vita colorata
    (perché no?)
    il grigio via
    d'amore l'attimo
    a tenerla intera
    e mai esser morto.

  • 03 novembre 2013 alle ore 8:41
    Non te ne sei andato No te has ido

    Non te ne sei andato

    Sono venuti, mi hanno offerto
    un libro.
    Nel libro c’era tutto il segreto,
    nel libro c’era la vita recuperata.
    C’erano i volti vivi, le sembianze.
    Il libro grigio, nebbia nella notte,
    aveva i fogli piegati, secchi, bruciacchiati.
    Si poteva leggere.
    C’era scritto il nuovo, la vita, la presenza,
    il biancore fulgido della permanenza!
    Era luminoso, potevi leggerlo tutto.
    Ti potevi vedere, toccare, ti potevi vedere vivendo!
    Continuavi a vivere,
    continuavi a esserci, a starci.
    Ti rivedrai. Non sarai più nessuno.
    Non sarai più traccia leggera,
    non sarai foglia pallida, smarrita,
    pagina bianca e vuota che si confonde e annulla nel tempo diafano,
    nell’eternità delle nubi fuggenti.
    adesso so che la vita ti sarà riconsegnata.
    È ripresa.
    adesso so che non ti sei allontanato, che non te ne sei andato,
    che niente fu dimenticato, che niente si è perduto.

    Luminescenza di fiori bianchi,
    serene, nel mattino radioso.

    No te has ido

    Han venido, me han ofrecido
    Un libro.
    En el libro estaba todo el secreto.
    En el libro estaba la vida recuperada.
    Estaban los rostros vivos y las siluetas.
    El libro gris, niebla en la noche,
    tenía las hojas dobladas, secas, chamuscadas.
    Se podía leer.
    Traía escrito el nuevo, la vida, la presencia,
    ¡ el blancor de la permanencia!
    Era luminoso, podías leerlo todo.
    Te podías ver, tocar, ¡te podías ver viviendo!
    Continuabas a vivir.
    Continuabas a ser, a estar.
    Te volverás a ver. No serás más ninguno.
    No serás más trazo liviano,
    no serás hoja pálida, perdida,
    hoja blanca y vacía que se confunde y anula en el tiempo blanco,
    en la eternidad de la nube suelta.
    ahora sé que la vida te será consignada.
    Está recobrada.
    ahora sé que no te alejaste, que no te fuiste,
    que no se olvidó nada, que no se perdió nada.

    Efusión de flores blancas,
    serenas en la mañana plena.