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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 11 novembre 2013 alle ore 15:10
    L'ipocrisia della malafede

    Trappole di tormenti

    disseminate quà e là
    lungo i viali dell'indifferenza

    finti ricordi
    di traviate fanciullezze

    e di lacrime sparse
    su volti deturpati
    da malcelate armonie

    vivo io adornato di gioie

    nel giardino immenso dell'amore

    incredulo in quella luce d'aiuto

    soffusa

    a soffermarmi sulle trame della vita

    e rappresentarne le scene
    in tutto il suo fascino

    nei destini provocatori

    che si sfiorano
    sulle strade del desiderio

    nel vissuto di questo presente

    universo impermeabile
    alla verità dei fatti
    .
    cesaremoceo

  • 11 novembre 2013 alle ore 13:40
    Sei Cento Quarantaquattro

    La stazione è ancora treni, la
    ola dei palazzi in altero convegno,
    " Ok Computer" manda bagliori
    color ufficio dall'angolo con i parcheggi.
    Se un Mario arriva con la borsa tronfia,
    un altro scende sottile più di un filo
    d'acqua; io non conosco il rumore
    delle rotaie, ma so come le hai
    intese nei tuoi via vai, tu portavi
    neve in riva al mare ed il mare,
    per punirti, ti portava via me.
    La porta sta socchiusa come allora:
    il " Privato" è un cave canem a cui
    dovevo piegare il collo, ma come
    spesso accade agli indecisi, me
    compresa e bandierina, ho sfidato
    l'apertura, un'Idra abbaia,  un'Idra
    muore, ed il bocchettone lussurioso,
    la boccia che trasudava olio.
    E madida del gran peccato,
    ho cercato, una volta uscita,
    di ripulirmi la schiena, lì dove
    forse era più carne la mia
    propensione al volo.
    La stazione è ancora treni, bisce
    grigie e d'amaranto, risalgono
    dal mestruo caldo del sud e
    vanno verso la cerebralità
    dei portici, delle torri, di tutti i nord.
    Lì dove tutto è meccanismo, fabbrica
    e pedali alla domenica,  lì dove
    l'onda è la pagnotta del weekend.
    La stazione è ancora treni e le
    tue gambe impagliate a bordo
    città, hanno percorso un tratto
    della mia prima vita: laboratorio
    e geografia, statino, lode  e
    promozione. Ma adesso che resti
    al cuore della molla che ti schizzò
    da queste parti, vorrei sentissi
    la mia felicità traslocata dagli scambi,
    dal ritardo, dalle chiome separate
    o ladre o dalla stanza, alcova spia.
    Ho affittato un corpo un tempo, restio
    sigillo, un mulo, una cassa: felicità
    è che non s'apra subito per  scoprirsi
    semplice e mai abbastanza da dirsi al freddo.

  • 11 novembre 2013 alle ore 12:51
    Sei Cento Quarantatre

    Oggi ho un non so che di
    felice e di traverso nella gola,
    improvviso come il mezzo
    e pesante coricato sulla carreggiata.
    Forse perchè ho debellato il mio
    mostro, l'ho inghiottito, con l'aiuto
    di una mollica a cui si è affidato,
    il naufragato, con l'impugnatura
    dello stercoario, biglia nera e
    chiara, frac incongruente.
    Adesso sento nuovamente il vento
    di Venafro rimbombare sulle
    vetrine della Casa dello Sport,
    sette ragazzi, tutti di jeans,
    ridono le scale di un vecchio
    Agosto e la luna, setter smilzo,
    punta Isernia da lontano.
    Rivedo le ali di Sesto Campano e
    doso la borsa gonfia di spezie,
    il droghiere spunta ad oriente
    del retrobottega, l'unto sacerdote,
    con l'ostensorio del grembiule
    punge budelli impacchettati.
    E mentre i tir scavano la provinciale,
    una cotenna di freddo viene ad
    abbracciarmi. A mezzogiorno ho
    deglutito: è sceso al piano terra
    l'ultimo orco, giù in fondo,sottosuolo,
    destinazione da miniera.
    Il mio mezzogiorno sorride finalmente
    anodizzato, scintillano brocche e
    parmigiano,fucina senza furto,
    criceto contento di un altro giro,
    chiostra di denti ipnotizzata
    dal pendolo della ruota.

  • 10 novembre 2013 alle ore 22:11
    E fui lupo

    Continuai a giocare
    con i miei pensieri
    mentre s'apriva il viale
    dinanzi ai tuoi passi sordi
    e sempre più piccola
    la tua figura
    sfumava nel silenzio.

    In fretta
    dispersi su di te
    l'ultimo freddo sguardo
    e dietro la porta
    che richiusi alle tue spalle
    innalzai un muro di indifferenza.

    ...E fui lupo...
    fiero e solitario.

    Mi rintanai
    tra quattro pareti d'orgoglio
    e la solitudine
    fu la mia coperta.
    Non badai alle lacrime
    che bruciavano di rabbia
    sul mio viso.

    E già il giorno
    si confondeva con la notte,
    e già l'autunno
    si vestiva d'inverno.

  • 10 novembre 2013 alle ore 20:57
    Il potere dei muri parlanti

    Soggiogati dal trascorrere degli anni

    a sopportare gli spettri
    dei conflitti del passato

    avvolti in acute brezze
    a impregnare il cuore

    e ricordare ogni singolo attimo
    delle nostre frustrate esistenze

    soffi che esaltano i sussulti della vita

    nel desiderio di cambiare
    per non soccombere

    d'un tratto ti trovi davanti
    alti intimi muri
    costruiti da struggenti rimpianti 

    graffiti che raccontano
    odissee dell'anima

    arrivando fino alla sua profondità 

    in un mutare di venti impetuosi
    che soffiano forti sulla coscienza

    a scoperchiare emozioni
    che appena vissute

    cambiano padrone

    e trasformano gli uomini
    in mostri dalla mente distorta

    condannati a uccidere
    coloro ai quali donano amore

    soggiacendo spontaneamente
    a questo crudele destino
    .
    cesaremoceo

  • 10 novembre 2013 alle ore 20:56
    Haiku

    La prima goccia
    E' l'ora del brindisi
    Si è tutti poeti

  • 10 novembre 2013 alle ore 20:36
    Anime in braille

    Vaga l'amore cieco
    tra le pagine scomposte del tormento.
    Percorre di dita e spasimo ogni riga
    frugando fra le parole ed i pensieri
    (trombamici)
    alla ricerca dello stesso sentimento.
    Non parole
    ma squallide espressioni algebriche
    l'amore cieco trova,
    algide di calcoli messi tra parentesi
    che han per risultato
    l'apertura delle palpebre.

  • 10 novembre 2013 alle ore 19:45
    Getsemani

    Diseredati 
    gli angeli
    s'orientano 
    in pentagrammi
    Subendo
    l'areale crollo

    Solfeggi 
    Affilati
    ai piedi della croce

    E' l'arbitrio
    dello schiavo
    che riflette
    Nella parte altra
    di se stesso
    Getsemani
    il rifugiato

    Il male lo sfibra

    Ma 
    Libertà
    lo attende 

  • 10 novembre 2013 alle ore 19:38
    Nell'ago, io e te

    Mi senti,lento e tepido

    m'inoculo e m'allargo

    Calore soffice, entro

    Da un timido poro mi spalmo

    e del sangue tuo, m'approprio

    Ti prendo

    Ti conduco

    pei sentieri che non conosci,

    nella mente tua proietto

    colori e luci e forme

    che chimera tua non seppe

    vedere mai

    Io ho il possesso

    di quel che per te più non esiste

    E di possesso t'innamoro

    Prendi ciò che ti dono

    ché sempre mio tu sei

    Da solo ormai non sai

    di cieli lindi e d' odorose onde

    solcar la cresta

    Solo di profondo

    l'amar sapor conosci

    e di bui neri intermittenti

    s' è avvolto il mondo su di te

    Bambino mio hai perso

    l'istante che pur fu tuo

    Quel buco dentro al braccio

    - antro accogliente, di giovane giunco-

    è la mia porta per l'inferno,

    il mio passaggio

    Sogna, sogna ancora

    cieli e voli nell'immenso

    ma sol per poco tempo

    che al risveglio

    nel folle mio disegno,

    dell'anima tua l'essenza

    in disintegrate ombre

    nello spalmato buio,

    insieme a me vedrai.

     

  • 10 novembre 2013 alle ore 19:34
    -Madre Quercia-

    O tu madre mia,che pelle liscia
    e che buon odore avevi,
    le tue carezze erano sorrisi e 
    le tue parole erano felicità negli occhi,
    e sicurezza fanciulla.
    Il tuo cuore era grande d'amore
    e le tue mani impastavano farina grezza
    per trasformarla in profumi da tavola in festa.
    O tu madre mia,
    ora la tua pelle è segnata da rughe
    che sono righe di memorie,
    il passato si sente sulla tua pelle.
    Tu come una quercia,più bella.
    Le ruvide mani accarezzano uguali d'amore
    invecchiando migliori.
    Le tue mani e le tue carezze
    riportano al bambino che fui,
    le tue lacrime e i tuoi occhi,d'amore per noi
    ancora raccontano.
    O tu madre mia,
    quercia non hai bisogno di parlare
    lo fanno loro,
    al solo incrocio di sguardi.
    Sempre sarai per me
    di pelle liscia e odore d'amore
    fanciullo.

  • 10 novembre 2013 alle ore 19:29
    AMICI PASSI

    Di amicizie sono anche i passi indietro, 
    di sofferenze per farlo capire,
    Di rinunce per sentirsi vicini
    E non assillare
    Di amicizie sono anche i passi indietro.

  • 10 novembre 2013 alle ore 18:36
    Ho perso un tesoro

    Ho perso un tesoro
    Un magnifico tesoro
    Che mi faceva gioire
    Gongolare
    mi trasmetteva
    Sensibile  armonia
    Pace  e tranquillità
    Ho perso un tesoro
    E ho trovato l’affanno
    Che mi rode il senno
    Ho perso un tesoro
    Che peccato!
    Come farò senza?
    Ho perso un tesoro
    Mi  è caduto in mare
    Precipitato nell’imo fondo
    Ho perso un tesoro
    M’immergo per recuperarlo
    Ma il mare è troppo profondo.

  • 10 novembre 2013 alle ore 15:05
    Sei Cento Quarantadue

    Se tu fossi un insetto, saresti l'ape.
    Certo il geco ha il tuo equilibrio,
    il ragno la tessitura, la minuziosa
    lavorazione, la mosca l'ostinazione,
    l'ineluttabilità dello sfregolio quando
    si posa, la farfalla...No, alla farfalla
    non riesco ad associarti.
    Ma l'ape, si quella lì, bruna
    siringa alata, quella si che
    ti somiglia: tutta laboriosa
    nel procacciarsi nettarume e
    compagne, chirurgo dall'asportazione
    precisa quando visita il fiore.
    In visite poi sareste pari, in
    asportazioni direi altrettanto:
    io stessa credo di averti ceduto
    tre o quattro porzioni che credevo
    inattaccabili, sigillate da tempo
    con collante di eccezionale fattura.
    Si, tu sei del partito dell'ape:
    hai medesimo incantevole potere
    incantatore, movenze circolari,
    il corpetto bicolore, un po' giorno,
    un po' notte, più primavera che
    d'autunno, con le antenne rizzate
    al succo più chiaro.
    Ma delle api si sentono sempre
    note vicende:e poi si sa, minacciate,
    che attaccano. Così anche tu, forse,
    confondendo la verità con la
    minaccia, sgusci dall'elsa la
    spada, a volte per vanto,
    a volte vuoi guerra e
     conficcato il nuovo nemico
    vi resti, paradossale,
    appiccicoso amplesso di morte.
    O almeno così accadde per me:
    sei morto al mio dentro e quando
    hai tentato di staccarti, un po' mi
    hai portato via, calamita, amo,
    uncino, risucchio, un bel po' mi hai
    lasciato, chè di te ho trattenuto
    terminali ed appendici.
    Così credo che  il tuo prossimo
    volo non duri, ahimè, più di qualche
    minuto, occhiolino, sorriso, malizioso
    giochetto, doppio senso, poi puff:
    capitoli al suolo dove stanno
    in graffette altre cento paia più uguali di te.

  • 10 novembre 2013 alle ore 14:25
    Sei Cento Quarantuno

    Ho grande coraggio a restare
    qui quando staccano la testa
    agli ombrelloni ed il tappeto
    di mozzati, busti svitati, ricorda
    la vicinanza della bruna stagione
    e del congedo. Ho grande resistenza
    nel sopportare le cerniere rabboccate
    dal cursore, compartimenti stagno,
    dinosauri sulle vie e sulla gente, valigie e ventri,
    versipelli, come a suggerire l'ora del rientro.
    E tu cosa vorresti? Forse vivermi?
    Tu che spargi il tuo nome ovunque,
    il ratto grasso untore a quattro
    zampe, tu che investi in semi la
    prima buca utile, tu non hai forse
    ancora il senso del mio durare.
    Mi vorresti come il tuo tempo
    di gonne  e camicie a favor di spettro.
    Ma io sono l'inverno quando muta
    tutto il vento e la terra è solo avara,
     utero esonerato dalla succosa
    espulsione. Mi vorresti piana, poi
    leggera, il corpo un bel vivaio.
    Ma io sono tossina e rilascio lento
    il mio morire con un allarmuccio,
    uno sforzo di sordina.
    Sono il nemico impellicciato da
    camaleonte, l'amaro diluito a
    centro bicchiera, il cercatore
    incallito  con un foro nel  cesto delle cattive spore.

  • 10 novembre 2013 alle ore 12:50
    Sei Cento Quaranta

    Ricordo quando chiamasti la nera
    signora per sverminarmi la paura
    dal ventre e lei, sotto i tre nodi,
    trovò le tre urla ed i bordi esplosi
    della culla che non sarebbe arrivata.
    Ricordo il bastone e la spola - cantilena
    del fruttivendolo, Don Paolo dimenticato
    al sonno, ciliegio da marciapiede e la testa
    ottanta spaiata dalla smemoratezza:
    anestesia da morte, gatte sorelle.
    E la Messa pomeridiana nel forno
    di Via Magenta e l' incontinente
    colata appiccicosa dei passeri
    sui marmi del bar e Pippo,
    silenzioso come un nano.
    Ricordo la bionda signora della
    farmacia e le gambe bambù
    sotto il camice bianco, lische
    senza più peli, pali spenti.
    Ma da notizie sicure so che
    la sera è arrivata pure là,
    strattonando il sole, rovesciando
    il secchio, pittura buia.
    Mentre un geco risale la catena
    dei muri , scalatore upside down,
    tutti credono di vedermi ancora
    chiaramente semplice nei miei
    ritmi blu. Forse anche tu mi
    credi così, collezionabile fra
    la caldaia ed il terrazzo, la margherita
    stizzosa e lo strofinaccio: ma
    proprio io sono cento volte più spaventosa.

  • 10 novembre 2013 alle ore 10:51
    Amen

    Aspettando
    che il tempo si palesi,
    l'abluzione della luce
    investe di stupore,
    il nesso eloquente del caos
    cade dal cielo come
    una divinazione.
    Non mi voglio svegliare.
    Non mi voglio.
    Lascia che io non riaffiori,
    lascia che io non.
    Emetti la scena.
    Mi spoglio delle vertebre,
    mi attengo alla visione.
    Congiungimi alla mia lingua,
    plein air
    oppure
    all'ombelico della terra.
    Amen.

  • 09 novembre 2013 alle ore 21:47
    Esistenze al guinzaglio

    Tenere in equilibrio le speranze

    nei venti turbinosi 
    scatenati da pianti dirotti

    mescolarle con i dubbi

    pene che illuminano la strada
    e fanno a pezzi l'anima

    entrare in spazi vuoti

    e fantasticare come viverci dentro
    senza perdere nulla di sè

    spogliarsi da qualsiasi orpello
    che nasconda il carattere

    senza vergognarsi
    di guardarsi allo specchio

    al mattino

    prima d'essersi scrollato
    il sonno dagli occhi

    in questa vita

    dove nessuno agisce

    se non spinto
    da assolute carnalità

    e folli desideri
    .
    cesaremoceo

  • 09 novembre 2013 alle ore 17:58
    Non Era Dio

    Ricordo ancora quella strana notte
    quel ronzio vibrare nel mio petto forte
    c'era il silenzio a regnar sovrano
    poi discese il nulla...mi afferro' la mano.

    Ricordo ancora quel suo gran bagliore
    si poso' per terra senza alcun rumore
    tutt'intorno il tempo prese a rallentare
    mi trovai in un mondo senza piu' parole.

    Ricordo ancora i suoi occhi neri
    mi sbircio' nell'anima...mi rubo' i pensieri
    io rimasi immobile senza respirare
    non ci son parole per poter spiegare.

    Ricordo ancora disse di cercare
    tra la secca erba iniziai a vagare
    con lo sguardo basso quasi fosse un gioco
    alla fine "Niente" e ci misi fuoco.

    Ricordo ancora e vorrei tornare
    in quel posto e tempo per poterti dare
    la risposta a quello che ho vissuto io
    c'era qualcun'altro...ma non era Dio.

  • Arabeschi di follie
    e d'amori alienati

    segnano le strade
    infernali dell'aldiquà

    dove immersi
    tra sogni e realtà

    si affollano

    malinconie disperate
    e feroci assassini

    istigati da voci 
    di false spiritualità
     
    che invitano a percorrere
    itinerari di morte

    tutti a vedere il proprio futuro
    col suo carico di orrori 

    inseguire istinti bestiali
    lungo il sentiero del loro destino

    con l'inconscio
    a suggerire e soddisfare
    violenti bisogni di novità
    .
    cesaremoceo

  • 09 novembre 2013 alle ore 13:52
    Sei Cento Trentanove

    Mi consumo e non vedi:
    ho meno fiato del moccolo
    raso al suolo dalla fiamma.
    E tutti questi oscuri che
    ridono nella stanza accanto, tutti
    questi corpi che fanno rumore
    di forchette e le impattano,
    asce di cacciatori primordiali,
    tutti questi che vivono e sono
    contenti del pollo ben cotto o
    disossato, della polvere debellata
    con un push e della pasta in
    ebollizione quanto del dito
    impertinente nello schiocco,
    per tutti questi, che fortuna, 
    non sapere il mio finire.
    Mi consumo e come loro
    anche tu non sai la mia
    notte dura quanto l'inferno,
    mentre vado a spasso
    fra le scintille nel latte della notte.
    La notte ferma, mucca veggente
    con le mammelle fuori gabbia:
    grassi, trofici, bui, gaudenti
    bocchettoni, maschere ossigeno
    per soffocarmi con l'ombra- giugno
    della tua bocca, il sonno.

  • 08 novembre 2013 alle ore 23:40
    Inno alla donna

    Donna ,
    fiore coronato di spine
    sbocci e sfiorisci
    pur sempre diva rimani
    Donna,
    fulcro della vita
    offri generosa
    scopo al mondo
    con gioia e nel dolore
    Donna,
    sorgente immensa d’amore
    ami pur non amata
    Donna,
    denudata
    nella tua nudità
    esprimi  sempre dignità
    Donna,
    vilipesa
    nel tuo tormento
    metti da parte ogni risentimento.
     

  • 08 novembre 2013 alle ore 17:16
    Diffidente (Impressioni)

    Incredulo, nella tua veste
    scura appari, ti aggiri a sbirciare
    sotterfugi col binocolo dell'occhio
    diffidente, che t'allontana
    dal tuo mirino sospetto
    disorientando la tua strada
    dell'arrivo richiesto
    intrappolandoti nelle paure
    dei tuoi pensieri, spaventati

  • 08 novembre 2013 alle ore 16:59
    Elogio della luna

     
    Sei come la luna
    luce regina
    della notte stellata
    prima piccolina
    poi bambina
    poi adulta
    Nella rarefatta realtà
    astro nascente
    innocente
    ogni notte differente
    luminescente
    incandescente
    Sì tu anima mia
    compagna mia
    della mattina mia
    della sera mia
    specchio della mente mia
    immagine mia.
     

  • 08 novembre 2013 alle ore 15:34
    Amarti senza un perchè

    Vagabondo nei miei viaggi interiori

    a guardare tramonti
    in cui Ti vorrei ogni volta accanto

    arrivare ai sogni

    e toccare il cielo con le mani
    per poterli abbracciare

    credere che l'impossibile
    possa diventare verità

    e risvegliarsi nel presente

    tra realtà e finzione a fondersi
    in tutto ciò che ci circonda

    immettere nuove idee
    a quei sogni sempre diversi

    e restare ancòra noi

    uno accanto all'altro

    amarti senza un perchè

    e rifugiarmi nelle nostre certezze
    vestito solo del nostro amore
    .
    cesaremoceo

  • 08 novembre 2013 alle ore 12:36
    Sei Cento Trentotto

    La casa è mondata: chicchirichi!
    Osanna! La novellina sguscia
    dalla pula molesta, più pulita,
    la piccina, di un budello ben
    sgasato. Comignolo sturato.
    Tutta vergine ed ignara dall'anta
    alla cucina: le finestre tese imeni,
    ombrelli intatti,tube tunnel, asciutti
    sai ave -nodo, la porta un geco,
    un prepuzio, innocente, pia lumaca
    con la testa imbavagliata.
    La casa è battezzata: via il maligno!
    Alle tende irrorate  con suffumigi
    ed esorcismi, vanno appese ostie
    non liquirizie. Sui comò dicono Messa,
    tra i divani il confessore: tutto splendido
    e leggiadro più del pranzo, della Domenica,
    della ciambella affumicata, Polifemo
    lievitato. La casa è spurgata: complimenti.
    Clinica dallo smalto perfettissimo, i muri
    in tulle, rigidi cigni, il cemento smontato
    è  neve. Passa ancora un turno di straccio
    intriso di benedizione, ha lo sguardo
    d'ispettore e lo scarico dell'astronave:
    lì vanno le stelle, nel cestello, nella
    trave, dentro al fosso, all'armadietto.
    Ma io son l'orchestrale che dirige
    il bianco ospizio con un mostro in fondo al secchio.