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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 04 novembre 2013 alle ore 19:22
    Ti somiglio ancora

    Il per sempre
    che si fa polvere
    sui primi tetti,
    tra le nubi
    che al primo vento si aprono
    quasi come il ritiro del mare
    o quella distanza inesorabile
    dal ricordo del sud.
    Ti somiglio ancora
    molo di pietre,
    mondo d'acqua estinta,
    distesa di sale,
    nodo allo stomaco,
    luce che affoga
    nel tramonto dietro
    il cartello sull'autostrada.

  • 04 novembre 2013 alle ore 16:57
    All'iperbole

    Tu 
    più della palma elegante
    freschezza sul cuore assetato
    Tu 
    più della fiamma bruciante
    innesco di fuoco al ghiaccio
    Tu 
    sopra tutto emozionante
    sollievo del prigioniero
    Tu 
    amica sei iperbole
    che innamorare fai il verso.

  • 04 novembre 2013 alle ore 14:08
    Quant'è distratto (Impressioni)

    Quant'è distratto
    il mondo
    quanta ironia
    di questi anni randagi
    che non vedono
    al di là del loro naso
    Non si preoccupano
    se uomini sfidano
    la morte, se muoiono
    giovani, scappando
    alla terra, prima che il vento
    li prenda e li trasporta
    sposandoli con l'amore
    di Dio, nel sole che ride
    per la gioia di un figlio
    dolcemente aspettato
     

  • 04 novembre 2013 alle ore 13:16
    Sei Cento Trentaquattro

    Nonna, i nostri posti sono foto di bottoni:
    tutti lì, fossa comune, nella scatola blu
    del borotalco, spurgo vintage delle asole,
    i cordoni variopinti tagliati senza cura,
    bava asciutta di orfanezza, di giovane ripudio,
    monete a quattro fori, altre storpie, veterani ad
    una gamba, tavoli miniati evocano gli spiriti.
    Nonna, Assergi è un gufo arrugginito dal tramonto e
    sulle sue spire stanno le rocche,il pennacchio argento
    della  nevicata, Montazzoli è la bugia di un bambino.
    Avezzano sta tutta in un paio di scarpe: il calzolaio fece
    un buon lavoro quell'inverno. Nonna hai fatto anche tu
    quelle scale? E svoltato a destra, fra la Chiesa ed
    il portale svenduto e detestato? Ora so perchè il
    mio ventre non vuole sale e perchè a riva la mia onda
    è solo nebbia, perchè cerco l'incornata dei temporali.
    Io sono la tua bambina, i calzettoni strozzati sotto il
    ginocchio,sono la coccarda,la prima campana di
    Agnone,le interiora massaggiate col prezzemolo, il
    ruoto ustionato dalle castagne. Sono l'uva passa
    e la candela, il rosmarino evitato dal gatto  e la
    consolazione. Nonna che dici il tuo dialetto,
    nonna che non dovevi cadere qui ma dormire nella neve.
     

  • 04 novembre 2013 alle ore 13:11
    Mi siedo e aspetto

    Mi siedo e aspetto
    che la tua anima implume
    attraversi il ponte
    tra il sembrare e l’essere.

    Mi siedo e aspetto
    con la calma delle donne
    che l’infiorescenza sbocci
    e trabocchi di colori.

    E nell’attesa vivo,
    nel desiderio di riaverti
    senza abiti o coperte
    con cui velarti i desideri.

    Tratta dalla silloge 'Dalla parte dell'Anima' di Emanuela Arlotta

  • 04 novembre 2013 alle ore 12:10
    crocicchio

    c’erano diversi poeti alla stazione dei mezzi pubblici.
    alcuni prendevano il tram, altri il passante, chi la metro,
    chi il bus, chi altro. coloro che salivano sul tram
    scendevano, uno per volta, a tutte le fermate, mai le stesse.
    così per chi raggiungeva il passante, chi la metro,
    chi il bus, chi altro. ciascun poeta aveva la propria casa
    agli antipodi dalle case degli altri poeti. la poesia cercava
    un alloggio stabile e condiviso, tipo un grand hotel
    delle parole. non lo trovò, i poeti da tempo
    abitavano in modeste dimore e spendere già quattro versi
    in più solo per un modesto albergo, con la quotidiana crisi delle idee,
    era un salasso che non si potevano permettere.
    la poesia non torno mai più, stanca di giocare ai quattro cantoni.

  • 04 novembre 2013 alle ore 11:41
    vista dall'alto

    viaggiavo su un elicottero, era notte.
     
    strade deserte, piazze vuote.
    lampioni fiochi, pochi taxi.
    un pedone infreddolito
    rientrava a casa. le case,
    immensi alberi di natale
    con aggrovigliate lucine accecanti.
    tante teste chine, tanti corpi
    immobili. sguardi vitrei su
    monitor sgargianti. tastiere
    impazzite,  dita scomposte.
    escono, talvolta, dalle trincee.  
    il tempo di una sigaretta
    per poi rientrare nei bunker.
     
    tutte queste teste dall’alto,
    chine, suddite, incarcerate.
     

  • 03 novembre 2013 alle ore 21:10
    In questo tempo in cui non sto con nessuna parte

    Ancora una volta
    sento contro i miei talloni

    il costato di Ronzinante

    e ancora una volta
    mi rimetto in cammino

    con lo scudo al braccio

    e le parole
    che s'imprimono nell'anima

    come gocce di rugiada

    spalmate dentro
    profonde selve d'essenze

    pronte a risvegliare
    emozioni sopite

    sparse nell'oblìo
    delle sue stanze

    a bramare dolci amplessi

    respirando l'amabile aria
    che esse emanano

    e t'invitano
    a credere sempre nella vita

    a stare uniti
    in abbracci d'amicizie

    e gustare
    una giusta parte per tutti

    al tavolo della pace

    con nei sogni

    l'eterna speranza
    di non spegnere la memoria.

  • 03 novembre 2013 alle ore 19:03
    Cerco

    Cerco…

    Cerco le tue mani 

    il tuo cuore.

    ...no la fantasia 

    ...ne tanto meno 

    la realtà che respira 

    questo mondo.

    ...no gli inganni 

    o i tradimenti

    che ci hanno reso fragili con gli anni…

    Anno di stesura, 27/10/2013

    Stefano Centrone © 2013

  • 03 novembre 2013 alle ore 16:55
    Sei Cento Trentatrè

    Dovrebbero elevarti un monumento: altero,
    solido monolito dal piedistallo incorruttibile.
    Con i piccioni che vanno intorno ed un bambino
    che ti osserva come si fa col cielo, naso in su,
    occhi nel sereno. La sera poi sbiancarti con
    i lampioni, gonfie ciliegie cariche di ali, masturbazione
    per moscerini. Dovrebbero erigerlo  dritto al centro
    di ogni centro: colonnina  di mercurio e campanella
    della scuola, santuario, abbazia, monastero , pendolo
    e palazzo del ghiaccio, tendostruttura, adduttore,
    catalizzatore, catrame e tubatura, le cose vengono
    a te con disinvoltura, accentratore.
    Tu che di un neo hai fatto il mio pozzo,  di un nome
    la mia croce, di una vampa il cappio, meriteresti questi
    ed altri colossei, trionfi ed architetture mentre mi chino
    al tuo comando ed avvolgi il braccio intorno all'ombra.
     

  • 03 novembre 2013 alle ore 14:58
    Sei Cento Trentadue

    Il tuo porto è la mia Giudecca: le canne
    tese come falli in attesa di essere sbocconcellati.
    Non mi hanno fatto bene le  risse di Giugno,
    i gendarmi rizzati dai saraceni, il grigio doppiopetto
    del molo od il faro arrugginito dalle mareggiate,
    rossa oliva dalla testa agile. Non sono serviti
    i libri impilati secondo grandezza, il negozio che
    mutava in banca, il vimini sguaiato di nocciole e
     di limoni,la frutta esposta a buon mercato
    come i seni sulle spiagge.  Tu sei tutto il mio
    male coagulato in due strade: sei l'avaria ed
    il guasto non preventivato.  Verginità e sangue
    hanno percorso ogni tuo gradino mentre suonava
    a perdifiato  la nuova promozione.
    Resta solo il blu della bidella,
    un occhio marcio al centro del corridoio ed
    intorno al suo fischio tutte le rocce, coro magnifico,
    un concistoro: perla sputata
    come l'osso dal rigido cane sgraziato.

  • 03 novembre 2013 alle ore 14:34
    Sei Cento Trentuno

    Tu sei come un vecchio amico venuto
    a trovarmi dal nuovo mondo con la ginnastica
    nei piedi ed il chewingum per deodorante.
    Con la testolina argilla  e corrosiva mi punti
    alla gola dalla O di di un portone e sgusci con
    talento sapienze e grande inventario.
    Somigli a certi gatti rossi tutti pelo ed
    evoluzioni: tenaci, ritte ballerine alla sbarra,
    in piedi sopra i nervi, contratti spaghetti
    previa cottura. Somigli al gioco ed al circo,
    al tendone od alla donna razzo quando fingi
    sia adatto a me lo spettacolo delle ventuno
    e nella fila delle più o meno paganti, io mi accordo
    col disagio e con l' intralcio.
    Struggente quanto  un pesce conficcato in una duna.

  • 03 novembre 2013 alle ore 14:05
    Sei Cento Trenta

    Il signore mi guarda con sospetto:
    "Con quella stiva proprio là sotto lo sterno -dice -
    non si va da nessuna parte, certe lacune
    fanno i laghi, il ribellarsi è solo un mortaretto
    nella parata".Eh, no, mia cara! Con quella falla
    non si ragiona. Cos'è un foro? Una botola o  una fossa?
    Torni un'altra volta, la cuciranno per benino: un nodo
    qui, una sutura là e poi saliva a volontà, collante e miste soluzioni".
    Ma io, signore, il mio mostro devo portarlo in giro: chè
    se non fossi quel che sono, l'avrei di certo già eruttato,
    spurgando ogni suo indizio.
    Questo orcio ben fornito, panciuto commerciante nel giorno
    del tutto esaurito, con le spezie ed i puntali, tre coccarde
    ed un bel nastro, si è intrufolato, talpa gigante, scavando
    di lena più di un tempio, di un megaron, di una Babele.
    Piuttosto mi chieda  perchè sono venuta.
    Da tempo  seduta e spettinata,  osservo da  una teca
     delle gonne, sconosciute  come  scimmie, ammaestrate perline
    lungo il  filo, la prima è scura, segue una chiara.
    E  poi mi dico: quanto somiglio a quella?
    E quanto poco all'altra? Mentre sotto banco  continuo a pizzicarmi
    la destra con la sinistra e a sussurrarmi:
    " Torna in piedi, non c'è più posto".

  • 03 novembre 2013 alle ore 12:36
    Sei Cento Ventinove

    Sono tre le fate, aerodinamici siluri:
    intorno al capezzale con un abaco di dosi
    e le firme in casseruola, orride mongolfiere,
    meduse in volo. La prima si presenta, la seconda
    canta in coro, la terza mi addormenta.
    Non sento più il tuo tocco: bum bum, alla tempia
    hanno smosso l'architrave, se le orecchie son
    vestali, la bocca è  il sacerdote.
    Lei aveva forse gambe sode, il ventre
    era  arredato, le veci di un gabbiano, bottoni
    di gran  mira, proiettili dagli arsenali dei
    mirteti. Io starnazzo ed incanto i gufi,
    col mio passo tessono nervi, il budellino
    ritorto e breve, la mano grotta e morto.
    Lei sta tutta dentro ad un boccone,
    il mio succo scende lento, liquame
    da prima spremitura.
    Ma le tre fate vogliono aiutarmi, ognuna
    un patch ad ogni falla: dicono galleggerò,
    un sugherino, sarò azzurra, poi finalmente più piccina.

  • 03 novembre 2013 alle ore 12:18
    Sei Cento Ventotto

    Ho dato la carica a tutti gli orologi
    e la sveglia è la civetta sul tramezzo
    del ramo comò. La notte ha fatto un
    patto: portarti via da me. Disossarti,
    fionda sempre in tiro, portentoso
    scioglilingue, dal pettoruto davanzale;
    tu femore mancino, zoppicheremo entrambi.
    La notte che non passa è una febbre
    di stagione che tutto arroventa, una pazza
    e la sua smania che cammina sulle righe.
    Nella mia carne dal tuo ingresso non c'è
    più posto per altra carne: mi avranno pure
    predisposta ma ho fallito proprio all'ingaggio.
    Prima di scappare taglia bene tutta la coda,
    questo funebre nerastro inchiostro, dal gozzo
    della seppia non vengono colombe.
    Taglia ciò che riconduce a me, il bus come
    il biglietto, la traversa, soprattutto  il conducente
    con il numero sul berretto.
    Come un bambino mostruoso recidi
    con i denti  il lombrico cordone:
    oh Ercole contro i serpenti, scalcia via  tua madre.

  • 03 novembre 2013 alle ore 12:07
    Spezie

    Una vita speziata
    (perché no?)
    aromatizzata
    in diverso modo
    cangiante alla moda
    vestita da urlo.

    Una vita colorata
    (perché no?)
    il grigio via
    d'amore l'attimo
    a tenerla intera
    e mai esser morto.

  • 03 novembre 2013 alle ore 8:41
    Non te ne sei andato No te has ido

    Non te ne sei andato

    Sono venuti, mi hanno offerto
    un libro.
    Nel libro c’era tutto il segreto,
    nel libro c’era la vita recuperata.
    C’erano i volti vivi, le sembianze.
    Il libro grigio, nebbia nella notte,
    aveva i fogli piegati, secchi, bruciacchiati.
    Si poteva leggere.
    C’era scritto il nuovo, la vita, la presenza,
    il biancore fulgido della permanenza!
    Era luminoso, potevi leggerlo tutto.
    Ti potevi vedere, toccare, ti potevi vedere vivendo!
    Continuavi a vivere,
    continuavi a esserci, a starci.
    Ti rivedrai. Non sarai più nessuno.
    Non sarai più traccia leggera,
    non sarai foglia pallida, smarrita,
    pagina bianca e vuota che si confonde e annulla nel tempo diafano,
    nell’eternità delle nubi fuggenti.
    adesso so che la vita ti sarà riconsegnata.
    È ripresa.
    adesso so che non ti sei allontanato, che non te ne sei andato,
    che niente fu dimenticato, che niente si è perduto.

    Luminescenza di fiori bianchi,
    serene, nel mattino radioso.

    No te has ido

    Han venido, me han ofrecido
    Un libro.
    En el libro estaba todo el secreto.
    En el libro estaba la vida recuperada.
    Estaban los rostros vivos y las siluetas.
    El libro gris, niebla en la noche,
    tenía las hojas dobladas, secas, chamuscadas.
    Se podía leer.
    Traía escrito el nuevo, la vida, la presencia,
    ¡ el blancor de la permanencia!
    Era luminoso, podías leerlo todo.
    Te podías ver, tocar, ¡te podías ver viviendo!
    Continuabas a vivir.
    Continuabas a ser, a estar.
    Te volverás a ver. No serás más ninguno.
    No serás más trazo liviano,
    no serás hoja pálida, perdida,
    hoja blanca y vacía que se confunde y anula en el tiempo blanco,
    en la eternidad de la nube suelta.
    ahora sé que la vida te será consignada.
    Está recobrada.
    ahora sé que no te alejaste, que no te fuiste,
    que no se olvidó nada, que no se perdió nada.

    Efusión de flores blancas,
    serenas en la mañana plena.
     

  • 02 novembre 2013 alle ore 23:08
    Universi inversi

    Universi inversi
    opachi e tersi
    uguali e diversi
    vicini e dispersi
    nello spazio e nel tempo
    mai persi.

  • 02 novembre 2013 alle ore 21:23
    Ricordi di intime lacerazioni giovanili

    Eterno ribelle

    votato a conservare
    purezza e rigore morale

    senza concedere nulla
    alla convenienza

    nell'utopia
    di restare in eterno
    un "mito" cristallino

    senza la minima ombra

    Sfoderare coraggio
    e sfrontatezze

    pur infarcite di false illazioni

    a subire la felicità
    di scrivere deliri da grafomane

    in una luce di spontaneità

    fierezza serenità

    e al tempo stesso
    col desiderio di cedere
    a intime esperienze tragiche

    dettate dal piacere
    di accorrere ovunque

    si sentissero grida
    di libertà soffocate 

    a condividere sofferenze
    e dolori di chi è
    con-dannato dalla vita

    Si nasce piromani
    si muore pompieri
    .
    cesaremoceo

  • 02 novembre 2013 alle ore 21:23
    Ricordi di intime lacerazioni giovanili

    Eterno ribelle
    votato a conservare
    purezza e rigore morale
    senza concedere nulla
    alla convenienza
    nell'utopia
    di restare in eterno
    un "mito" cristallino
    senza la minima ombra
    Sfoderare coraggio
    e sfrontatezze
    pur infarcite di false illazioni
    a subire la felicità
    di scrivere deliri da grafomane
    in una luce di spontaneità
    fierezza serenità
    e al tempo stesso
     il desiderio di cedere
    a intime esperienze tragiche
    dettate dal piacere
    di accorrere ovunque
    si sentissero grida
    di libertà soffocate 
    a condividere sofferenze
    e dolori di chi è
    con-dannato dalla vita
    Si nasce piromani
    si muore pompieri
    .
    cesaremoceo

  • 02 novembre 2013 alle ore 20:15
    Novembre

    L’animo mio
    si culla
    nel pensare a te
    quando guardo a te
    in foto vecchia
    ormai ingiallita
    Ricordo ancora
    della foto il luogo
    la stagione
    il periodo
    il tuo profilo
    rannicchiato
    ad un cane dalmata vicino
    Il mio pensiero
    si sofferma
    sulla tua nuova venuta
    in Italia
    desiata e attesa
    sperata e desiderata.
     

  • 02 novembre 2013 alle ore 20:13
    Sei Cento Ventisette

    Quando guardo i pini ti amo:
    resistenti applique, lunghi quanto
    la stampella di un gigante, in diagonale,
    dalla stanza stretta arriva il tubicino
    gutturale dei piccioni, grigi e chiazze,
    erogano gargarismi con i colli - imbuto
    verso l'ala. Quando è primavera, quando
    è sera, quando la posa del caffè scoppia
    sul lavabo, granata in pace, quando il vento
    sventaglia e le  foglie sono sventole che vengono
    via  per poco, anche allora ti amo.
    Quando la campana è insopportabile quanto
    il ragionamento del folle, la busta della spesa
    quanto il saluto del vigile, quando un cono vale una
    gonna ed il manubrio delle rondini quanto l'ultima
    mandata alla porta, ancora ti amo.
    Tutte queste cose intorno finiranno e torneranno,
    caparbie ondine: il merletto modanato, penetrato
    e rammendato, la poltrona scalciata e smacchiata,
    il telo pregno di umori, spurgato del peccato
    controsole. Ma io ti amo. Ancora. Sempre e più
    che sempre. Mentre il tempo macera le stelle,
    pesto luccicante, e nel cielo non ve n'è mai la  traccia.

  • 02 novembre 2013 alle ore 20:07
    Nebbia

    Guardavo

    sfilacciarsi i cirri nell'aria

    poi, divenir coltre

    e ogni cosa avvolgere

    Coda

    di particelle eterne ritrovate,

    divenir manto

    e ogni cosa avvolgere

    Sorrisi senza denti

    e braccia uguali ad ali

    e ogni cosa avvolgere

    Ed io

    piccola cosa fra le cose

    piccolo granello della montagna

    con e nella montagna

    lievemente stesi

    e in ogni cosa avvolte.

     

  • 02 novembre 2013 alle ore 19:44
    Sei Cento Ventisei

    Tante cose non vanno.
    O non vanno più.
    Il cucù guaisce dalla scatola ed al suo
    polletto, pomo d'Adamo non irrorato,
    sbarrato e di traverso, il cattivo boccone,
    hanno messo la museruola anni addietro.
    Un bagagliaio è morto, l'altro sciancato.
    Della panca si narrano leggende: altare
    senza unzione, binario su cui correvano
    le fortune dei parenti  e nella pancia
    stipati come alici i corredi
    per le spose mai arrivate.
    Tante cose liquefatte: il manico
    del bricco, la maniglia del primo
    tema: apritelo per trovarmi, giù,
    in fondo, l'ultimo rigo; la scatola di
    latta, cervella al burro decorate da
    damine, il foraggio per i passeri
    in picchiata. Di tutto mi restano
    solo le mani, intinte e stinte,
    deflagrate e forsennate, un po'
    orfane, un po' maitresses.
    E quando come oggi cominciano
    la tarantella orizzontale dimenandosi,
    mi chiedo se siano davvero figlie dei
    polsi a cui spesso non combaciano.
    Placenta grezza quanto un miscuglio.
    Le mie dita sono muli che scalciano
    da ferme e tori in incornata
    quando impenna il rosso della voglia.

  • 02 novembre 2013 alle ore 19:07
    LEGGO E RESPIRO

    Lavoro, son l’operaio di me stesso
    scrivo,
    sono il poeta di storie sbagliate.
    Respiro,
    respiro aria mista a ingordigia,
    mista a merda e respiro,
    ma respirando spero.
    Leggo,
    leggo di voi, leggo di noi
    operai
    e silenziosamente scrivo.

    -Vincent cernia-