username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • La poesia contiene la parola
  • Nome autore

Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


Le poesie dei nostri autori sono tutte raccolte qui.
Se vuoi inserire le tue poesie in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 23 gennaio 2014 alle ore 17:32
    Igor

     
     
    Da un sogno sognato
    Ad una realtà vera e reale
    Veramente!
    E così l'angelo dei sogni
    Lontano da ogni realtà
    I è materializzata creatura
    In un essere nero
    Pennellata di bianco
    Dall'animo candido.
    Impaurito e subito rinfrancato
    Dall'affettuosa accoglienza.
    Il giocherellone sa agire
    E farsi fare del bene.
    È educato, rispettoso un po’ meno,
    Tuttavia promette bene.
    Si…è lui, proprio lui
    Il festeggiato battezzato Igor
    Un volpino e bastardino
    Solamente nei geni
    Perché nobile in tutto.
    Nero come il padre
    E bianco di entrambi.
    Erede dell'animo
    Storico e laborioso degli avi
    i carrettieri,  “trainieri”
    Insomma la mistura di furbizia e giocosità.
    Io lo chiamerei bontà
    Senza far torto e togliere nulla
    Alle mie figlie

  • 23 gennaio 2014 alle ore 15:59
    Haiku

    Bianco deserto
    Germoglia un ciuffo verde
    Schizzo di vita

  • 23 gennaio 2014 alle ore 13:29
    Novelli spazi

    Cosi t’accoglie la nuova strada
    sognata quando tenue era la luce
    reca seco timori inesplorati
    e sobbalza l’animo impreparato.
     
    Eppur fresco l’orizzonte posseduto
    che si snoda dal tramonto al saluto
    valido a donare l’intera condivisione
    sugellata dalla perfezione mistica
     
    Qui il percorso diviene lesto
    a svelare l’abilità d’un sorriso
    o soltanto a tramutare in estasi
    la pelle nuda dei giovani mattini.

    Raffaele di Ianni.

  • 23 gennaio 2014 alle ore 12:28
    Sei Cento Sessantanove

    Maledetti il mese maledetto
    e del mese il figlio sfasciato
    a piacimento, mostruoso e menomato,
    ventiquattro giri esatti
    sulla piastra porta -tempo
    per sorprendermi nella tua conta.
    Maledetti nel mese maledetto
    l'ora e l'abbigliata, l'istante,
    l'orologio, il disimpegno e poi
    l'impiego, la gonna bordeaux
    ed il tappeto di fard srotolato
    bene, la matita nera parabordo
    all'azzurro del mio visto,  patente
    per guardare, carta d'identità
    del mio gene quasi geniale
    a farmi opposta al corredo
    da cui provengo, che si sa,
    al cielo s'abbina bene il
    grano sulla testa. Io invece
    sono catrame e a nord
    del litorale  e sono mare
    dove mare non ci può stare.
    Maledette le palme ancora
    sane, non violentate dal bubbone
    mangia fusto e secca foglie,
    maledetti lo scirocco,il divisorio,
    di là Salerno, di qua l'imburrata
    dei centri commerciali, i fuochi
    fatui, zona industriale,  e la ferrovia
    di carrelli per la spesa, buste e
    leccornie, portabagagli pronti
    al vomito. Al bambino comprano
    gelato, poi patatine: oleose
    lingue crick e crack, ammucchiata,
    plancton nella bestia rossa col
    ventre alluminio.  Maledette
    le parole venute bene un tempo
    prima ed arrotondate per una sventura,
    ben calzate, prova d'abito,  la sposa
    puzza di rancido e sotto il bouquet
    ha marciume e piccante. Q.b.
    Non era la mia tavola quella
    abbagliata,  nemmeno mio era
    quel cane: sedermi, Dio, il grande
    errore! Dovevo svoltare, si sempre
    là,dove ritte ed extracomunitarie
    stavano le palme ancora sane
    e la dadolata dei pacchi commerciali,
    cubi Rubik monocolore, le facce
    sempre uguali, mamma e papà
    con gli scontrini, ed il via vai
    delle diciotto, al cinema,
    al marciapiede.
    Zonaccia di donnine.
    Bastava curvare ed imboccare
    il letto,quello mio, ancora non
    esploso dal bacio - puntura
    ed urticante del dispettoso
    al palloncino, pura creatura,
    non incinta, ma tronfia d'elio.

  • 23 gennaio 2014 alle ore 8:03
    Il Tonno...mmmm che buono

    Mare 
    ondeggia fra gli scogli, 
    mentre tu, 
    amato mio, 
    corri e nuoti nell'oblio
    per il dolce..triste addio.
    Uomo truce ti trafisse,
    ti tranciò e ti benedisse.
    Dolce Tonno, grosso e solo
    Sei più buono d'un uovo sodo..
    Io t'adoro alla follia
    con un pizzico di nostalgia.
    T'hanno ucciso per mangiarti
    tu sei buono, mi strapazzi!
    Dal tirreno tu venisti
    ed al cuore mi colpisti.
    Tonno bello, tonno buono
    sei il più dolce,sei un tuono...
    Calabrese o Giapponese,
    tu sei pieno di sorprese.
    Tanto gusto e niente più
    Tu fai parte del Menù.

  • 22 gennaio 2014 alle ore 22:29
    Spasimi

    Nel pianto intimo e silenzioso

    che irrora la sensazione
    di assistere alla sepoltura di me stesso
     
    m'opprimo a coltivare 
    la voglia passionevole
    d'inforcare Pègaso

    E mettermi a trottare

    schivo e solitario

    a cavalcare l'estro 

    e curare la tormentata infermità
    del drago ch'è in me
    di seguitare a mordersi la coda

    nella sorpresa di ricevere
    gli applausi dalla vita

    in mezzo a puri sentimenti
    nello spasimo del tempo che passa

    e celebrare ancora
    con gratitudine e speranza

    il sorgere delle prossime albe
    .
    cesaremoceo
     

  • 22 gennaio 2014 alle ore 21:24
    Di notte in città

    Come ombre che si allungano tra i palazzi,vedo le sfumature sciogliersi sui visi pallidi tra la gente di questa città.
    Tra robotici ritmi tribali e seta li vedo danzare frenetici al calar della notte.
    Fari distorti che abbagliano tetri cunicoli affollati da mille pensieri ubriachi,e tu con essi a farti largo cercando un varco per poter respirare,e poi via,lungo la strada.
    E lì,vedi un uomo chiedere due monete per poter completare il suo viaggio,impaziente lo aspetta il tassista,con i suoi remi in mano sulla sponda dello stige,anche lui ormai stanco.
    D'altronde si sa,anche qui gli dei non lavorano a maggio.

  • 22 gennaio 2014 alle ore 19:18
    Passaggi

    All’improvviso un chiacchiericcio nuovo
    colori vivi che aprono scenari
    su paesi lontani lontani...
    Passano i pappagalli sopra l’orto
    io lascio il lavoro
    mi appoggio sulla zappa
    per seguirne il volo.
     

  • 22 gennaio 2014 alle ore 17:39
    I nostri morti

    Non tristezza per i nostri morti
    non rivivono nel nostro pianto
    ma nei ricordi gioiosi da vivi.

    Escono dalle foto sul tumulo
    se tanto vogliamo a parlarci
    a raccontarci storie d'un mondo
    sgombro ovunque dei dolori.

    Dell'attesa lunga ci confortano
    d'aspettarci assicurano con le luci
    nelle case chiare d'azzurro sereno.

  • 22 gennaio 2014 alle ore 16:30
    Questa stanza

    (Avverto l'energia
    della malizia dolce
    che cela il tuo profumo
    appesa come velo 
    alle pareti).

    Era la tua bocca
    rossa accesa di passione
    che bramavo
    mentre le mani mie
    stringevano i tuoi seni
    tra le pareti mute
    di questa stanza. 
    Ed erano i tuoi occhi 
    scuri e caldi
    che bramavo
    tra la morte e la rinascita
    mentre avvolgevo
    i tuoi bei fianchi nudi
    tra le braccia. 

    (Sulle pareti hai appeso
    i nostri giochi segreti
    consumati in un sorriso 
    nello specchio).

  • 22 gennaio 2014 alle ore 16:28
    Il tempo si sfila.

     
    Si sfila il tempo nel vuoto dei giorni
    nel covo del ragno che aspetta la preda
    nei ritorni e nelle partenze
    nelle insidie delle illusioni perdute
    nelle sentenze scritte sui muri
     
    sono duri a morire i piccoli gesti
    le carezze non fatte per qualche timore
    le dita incrociate ad invocare silenzio
    l’amore troppo spesso ferito
    nel poco che resta delle cose non date.
     
    E ancora un giorno scompare
    nel rosso di un tramonto perfetto
    e scorre come sabbia nella clessidra
    quel senso di nulla che adesso mi assale.
     
    Ho appena vissuto e il resto non conta
    la notte si staglia in un brivido acceso
    divide il suo pane con un vecchio ubriaco
    e lascia in sospeso ogni vera risposta
     
    ho appena vissuto e il tempo di sfila
    mi sfiora un pensiero che non si cancella
    in sosta sotto una luna bastarda
    osservo la mia solitudine ed è sempre più bella.
     
     
     
    Italo Zingoni – L’ ANNO CHE VERRA’ – 9.1.2014 – © t.d.r.
     

  • 22 gennaio 2014 alle ore 16:26
    Ho assunto la tua forma.

     
    In un cerchio di abitudini perfette
    chiuso dalla quotidianità che spesso uccide
    ho invece assunto la tua forma
    e mi conformo ai tuoi fianchi e al tuo profilo
     
    dove tu ti fai concava io sono convesso
    e nei tuoi spazi colmi riempio i miei silenzi
    divento labbra per sfiorarti labbra
    e filo a ricucire ogni tua piccola ferita
     
    e mi faccio vita per le tue paure della morte
    fiore quando hai desiderio di profumo
    frutto per la tua fame e acqua per la tua sete
    divento rete per le tue cadute accidentali
     
    metto ali alle mie fantasie se ti senti triste
    e quando piangi sono vaso per le tue lacrime
    specchio fragile in cui ti vedi bella come sei
    e films, libri e perfino le tue riviste preferite.
     
    Ho assunto la tua forma come amore vuole
    per questo amore che di te mi avvolge
    e mi sei perfino un verso, una poesia vera
    una canzone il cui ricordo mi travolge…
     
     
    Italo Zingoni – 2013- SILLOGE EDITA -
    I CONTI NON TORNAMO MAI -  t.d.r. ©

  • 22 gennaio 2014 alle ore 15:35
    Il vecchio

    Il vecchio si sente
    come un ragno
    che dondola 
    lentamente
    nel vento,
    su un esile filo,
    tessendo e ricucendo 
    con infinita stanchezza
    la tela della vita:
    eppure tenace resiste
    e ogni giorno è una conquista.

  • 22 gennaio 2014 alle ore 13:23
    Sventura del verso

    Sventura del verso scosceso
    che l'indicibile nel rosso invoca,
    eccomi
    -catena del liquido volo-
    non ho altri amanti
    che queste trasparenze
    dalle mani di fuoco.
    Levitando, soffiando mondi,
    raccolgo il dono.
     

  • 22 gennaio 2014 alle ore 12:14
    Sei Cento Sessantotto

    Alle otto della sera, in certe case,
    tutto è già pronto. Le tomaie a riposo,
    come le spezie, i fumenti migrano
    dai cocci  in sobbollire e fuori un po'
    di nebbia a dire di quale partito è
    il cielo. La china invisibile della pioggia
    ben spennellata. Alle otto della sera
    lei ti prepara un bagno caldo: opera
    come l'infermiera, opera come l'operaia
    dalle cellette in miele, tutta concitata
    intorno alle tue ossa; il fantasma bianco-blu,
    spugnoso regalo di nozze è già impiccato
    ai manicotti e riscaldato, paltò da dopo
    tuffo, un mantellino. Aspetta, deontologia
    di chi deve aspettare, sopra una dama
    di mattonelline verdi e blu: scorza, calotta
    di lepidottero in frigidaire.
    Adesso che la lancetta  batte la testa
    sul pube del quadrante, ai bambini coprite
    gli occhi. Lei ti guarda. Vi somigliate.
    Mezzora dopo le otto della sera,
    rito antico e tiritera, dalle campagne
    sale la notte in forze. Ma se spariste
    al piano superiore, le anche in fremito
    e scongelate, le braccia indomite
    e riafferrate, il nascondino, la conta
    uguale a venti anni fa, un gioco fatto
    di tante volte, ma se spariste, io me
    ne accorgerei e dal silenzio della luce
    spenta e dal contegno delle stanze
    assorte, liturgia di un altro sacrificio,
    tampone antico e rispolverato,
    dalla cerimonia di riapertura
    del caveau ibernato
    mentre si intingono le lenzuola
    del doppio peso, io me ne
    accorgerei. E finalmente avrei
    la pace che hanno presto le
    cose finite, quelle che c'erano
    come la bugia per la candela
    ed il lapsus per la parola tronca
    o il lampo per la ventata, quelle
    che d'improvviso chiami  e stanno
    zitte. Quelle che più non ti risponderanno.

  • 22 gennaio 2014 alle ore 11:27
    Gennaio

    E siamo già a gennaio 
    Non ce la posso fare
    Le ombre mi si allungano 
    Mi manca solo il mare

    I contorni sono fragili
    Ed i nervi ancora tesi
    I ricordi nati al buio
    Non saranno mai sorpresi

    Quel profumo sta tornando
    Ed io mi sento oppresso
    Una mela blu sull'albero 
    Dovrei uscir più spesso

    Lo sguardo fissa il vuoto
    Nelle mani un bel cappello
    Suono lieve all'orizzonte
    Vesto falce e martello 

    Il vento chiama deluso
    Ora sono un po' più stanco
    La mia t-shirt è un dramma
    Sarà forse che mi manco?

    Nelle rime sfuggo veloce
    Siamo soli e contundenti
    Al freddo io corro accanto
    Alla luce mi spaventi

    E siamo già a gennaio
    Nella pasta, malinconia
    La luna urla sempre
    Questa 
    vita 
    è 
    una 
    bugia...

  • 22 gennaio 2014 alle ore 3:04
    Signora esotica

    Signora esotica
    meravigliosa sirena
    che dipingi di note
    la mia anima
    colorandola
    con la china del tuo sguardo
    tanto sublime e indelebile
    nella tua fatalità ammaliatrice
    sei inconsapevole
    che il tuo silenzio
    canta dentro di me
    al ritmo serrato del mio desiderio
    di sentire la tua pelle fremere
    a contatto con la mia
    richiamando al coro i miei sensi
    che appartengono a te
    direttrice di orchestra
    della mia estasi.

  • 21 gennaio 2014 alle ore 21:47
    Quante volte sono arrivato in ritardo...

    Orgasmizzarsi

    soffermandosi ad ammirare
    il mare agitato

    con le sue onde
    che crescono e diminuiscono
    infrangendosi a riva

    E indugiare con i pensieri

    ad ammirare situazioni
    alle quali a volte non diamo peso

    Mostrare al mondo
    l'anima smarrita

    camminare nudi
    per le vie del cuore

    con la volontà di rafforzare
    i legami con il Cielo

    nelle illusioni dei dolori

    nel rimorso degli amori perduti

    nella certezza di essere amati
    .
    cesaremoceo

  • 21 gennaio 2014 alle ore 21:30
    Frutto proibito

    Anche se ti scrivessi ogni giorno
    una lettera al giorno non basterebbe
    troppo desidero
    vederti nuovamente
    Ad aspettare non riesco
    il tuo ritornare
    non  sono sereno
    non  sono paziente
    Chissà quanti mesi passare dovranno
    per il tuo incontrare
    ancora meco
    non posso più attendere
    Spero che questi mesi veloci trascorrano
    sono in subbuglio le nostre anime
    i nostri cuori in gemito
    dobbiamo arrenderci al nostro fato
    di restare uniti per sempre.
     

  • 21 gennaio 2014 alle ore 15:29
    La vita ci tiene in pugno

    Gaiezza mite indugia
    felicità soave esita
    delizia tenera tituba
    diletto eufonico tarda
    convito bramoso attende
    Tutto s’incunea
    con vigoria
    nelle umane fantasie
    Tutto sfarfalla
    nei miraggi più genuini
    tanto attesi
    ma più volte disattesi
    Questa è la vita
    che non dà respiro
    Questa è la vita
    che non conferisce slancio
    Questa è la vita
    che non dà transito all’amore
    Questa è la vita
    che ci tiene in pugno.

  • 21 gennaio 2014 alle ore 12:29
    Sei Cento Sessantasette

    Le ultime case stanno nella nebbia.
    A guardare. Spettacolo vietato
    la linea scosciata dei monti che
    precipitano al mare, cieche gatte
    dalla testa di coppi e terrazze,
    spianate di budellini bianco-ecrù.
    Che storia questa vessazione di
    agnelli con le zampine di cemento
    e  pietra, di limoni e falle!
    Due spalle salgono gli scalini
    tramortiti; anche io, come loro,
    mi sono spenta, una cassa nella mente,
    ben imburrata dal morto sorridente,
    grigio nera  poggia la pioggia sui
    ciottoli, seppie investite, acciambellatura
    dei vermetti padroni dell'umido, liquirizie
    piediformi, rotelle in congedo dallo svitato
    che gestisce oggi il cielo.
    E se urlo il nome, il nome mi si ritorce
    contro: ciò che si recide è reciso,
    al cordone non si riattacca la santa
    camicina imboccatrice, la pancia
    esplosa non riprende mai indietro
    il benedetto innesco. Conto pagato.
    E tutto ciò che mi manca è quasi
    sempre fra due tronchi ed un precipizio:
    altalena - carota all'asino -baratro.
    Gioco micidiale del malato.
     

  • 21 gennaio 2014 alle ore 12:23
    Sei Cento Sessantasei

    La poesia è questione di sangue.
    Una bazzecola imbrattare, scorazzare
    con il verso sotto il braccio a mo'
    di baguette, o di giornale.
    Ma la poesia, quella che io
    e te sappiamo, è come il parto,
    l'ustione, la frattura. Scrunch fa
    l'osso ed il tendine saluta, vaporetto
    in partenza all'ora di punta.
    La poesia è il primo dente cavato
    dalla tenaglia con insolenza,
    il primo ingresso di uomo in donna,
    la macchia di femmina nella
    teglia immacolata della fu - bambina
    in un giorno di scuola. E poi è
    lutto, tac, finito, rotto,irrimediabile,
    inguaribile, letale. Quindi a tutti
    gli impostori, agli sfaccendati,
    ai presuntuosi va detta questa
    cosa: poesia è fame più dolore.
    Quando vedo tanto sorriso,
    quando fiore e gioia rimano
    sale e pepe, inorridisco.
    Noi siamo ingessati o contusi
    dopo ogni cosa che ci esplode
    dentro e si aggrava.
    Guai ad alzarsi sani  dalla diagnosi
    di questo malanno. Non si cura
    al moncherino il pezzo mai formato.

  • 21 gennaio 2014 alle ore 11:39
    IMPLORAZIONE

    La vita fa paura,
    l'amore vi fa paura.
    La libertà vi terrorizza.
    Quale dio vi ha amato
    incondizionatamente
    da donarvi tanto terrore,
    cosi tanta privazione?
    E se un dio non c'è
    e ognuno è per se tale:
    Chi siamo allora?
    Cosa cerchiamo?
    E perchè cerchiamo altrove?

    Siddharta-Asia Lomartire 

  • 21 gennaio 2014 alle ore 11:31
    Malato religioso (Impressioni)

    Quando il sole arriva
    la vita ti sorride
    ti da quel senso di pace
    che cerchi ogni mattina
    al tuo risveglio preoccupato
    Sorridi timidamente, per non
    apparire stanco, in quegli occhi
    segnati dalla sventura
    che ha fermato i tuoi percorsi
    costruiti con fatica, in assenza
    di paure e fragilità, nell'ottimismo
    senza cedere un momento
    in tanta sicurezza, nella grazia
    di Dio, con il cuore fortemente sentito

  • 21 gennaio 2014 alle ore 11:22
    L'Istrione

     
     

     
     
    Con sintonia cosmica
    Il sornione istrione
    Detta i tempi della gara
    Al piccolo branco allo sbando
    Che si adegua
    Come quella bianca giumenta
    Addormentata nella stalla
    "Del non lavorare".
     
    Il Mio maestro dice che:
     
    "Non conviene al padrone svegliarla,
    Tanto meno che lei si svegli,
    Per il bene comune…"
    E così il gruppo
    O meglio il branco
    Delle gallinelle in metamorfosi
    Vestono le piume del gallo
    Con la cresta dei magnifici quattro
     
    E precisamente in:
     
    Vecchia" padovana"
    Che più non cova
    Ma rumina insidie
    E sorrisi lenti e cadenzati;

    Ruspante pollastrella trita pensieri
    E non solo quelli,
    Ma anche emozioni
    Non di certo trascorse
    E tuttavia sanguigne
    E con gli occhi di un cuore fanciullo
    Proiettati verso il futuro;
     
    Dolce colombella
    Missionaria di pace,
    Ma essendo una donna,
    non è una santa;
     
     
    L’Arpione Istrione!
    Vero gallo del pollaio!
    Uomo Lupo mancato
    Nelle notti di plenilunio
    Del mese di agosto.
     
    Morale della favola:
     
    "Il branco si erge a padrone
    Burbero e cattivo
    Sino all'alba dello sparpagliamento
    Poi ci pensa e ripensa
    Si anima nel corpo
    Pur rimanendo branco
    Che ha rubato e frodato
    Sentimenti, stipendio e futuro!