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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 06 giugno 2013 alle ore 9:26
    Verso campi fioriti

    Più non ditta la contadina musa
    lontan lontano s’è da dì nascosta
    arida la mente il calamo che verga
    fermo si riposa abbandonate forse
    l’arse ortaglie secche sue dimora
    verso campi fioriti profumati vaga
    onde doman l’usual povero verso
    mio dolce fragranza delicata dia?

  • 05 giugno 2013 alle ore 20:27
    Al golfo degli angeli

    Un abbraccio d'azzurro infinito
    ti coglie come il fiore dorato
    là sull'angelico golfo
    a Nizza dono stupendo.

    Vieni dal mercato dei fiori
    pieno di voci e colori
    contento di mille profumi
    a contornarlo coi passi.

    E ti ricordi che questo
    è luogo che a molti fu caro
    addolcente l'esilio
    con medicina d'oblio.

  • 05 giugno 2013 alle ore 19:24
    Volo nei tuoi sogni

    Chi ti trascura dovrebbe
    starsene dentro una bara
    e mai
    dico mai
    ti lascerei

    Passo da te questa notte
    l'ultima volta che vieni
    ma mai
    dico mai
    ti lascerei

    Lasciati andare
    guardare
    per l' ultima volta
    le spalle
    che adesso ti stringo
    e ti bacio
    per non scordarci mai piu'

    Rendez vouz
    La'
    all' angolo di mezzanotte
    nostri quest' ultima notte
    ma mai
    giuro mai
    ti lascerei

    Nega da adesso in poi
    nega che sia mai successo
    raccontati storie domani
    ma ammettilo adesso
    che non scorderai piu'

    Chi verra' dopo non conta
    stanotte resta tatuata

    E nei sogni lo sai
    ritornerai

    Lo sai

  • 05 giugno 2013 alle ore 15:46
    Giorni sempre uguali

    Con le sirene dell'apatia
    a fischiarmi nelle orecchie

    nutro i sentimenti con azioni
    senza inclinazioni compromissorie

    Cerco faticosamente sbocchi
    vivendo alla giornata

    inseguendo sogni
    in una gara di mani protese al Cielo

    a innaffiarmi il cuore

    cercare quello
    che non riesco mai a trovare

    a finire per trovare
    ciò che non ho cercato

    ma capace di risvegliare
    le radici lasciate seccare

    dall'impudica insolenza

    di pensare al presente
    senza mai darsi un futuro

    rischiarato dalla volontà
    di non precipitere nell'abisso
    .
    cesaremoceo(c)

  • 05 giugno 2013 alle ore 11:10
    Nella notte

    Verrà gente a cercarmi questa notte.
    Ma non mi troverà.
    Udirà solamente il mio respiro affannoso.
    Nella notte, le ombre
    si nascondono facilmente.
    Ma non han bisogno del buio per farlo!

  • 05 giugno 2013 alle ore 9:41
    E' sera

    è sera
    sazio del giorno
    solitario
    riposo
    nel silenzio del cielo
    I pensieri
    -stanchi-
    lentamente
    si staccano dai ricordi
    e giacciono inerti
    su sentieri lunari

    Una stella
    m’invita a spaziare…
    perdutamente
    - uccello impagliato-
    scivolo
    lungo il pendio dell’ombra.

  • Vorrei prendere le ali
    di quel gabbiano
    nel suo volo libero
    di emigrante
    nel suo mondo solitario.
    Fermarmi in quel molo
    in un porto qualsiasi
    sulla riva di una scogliera
    ad aspettare il nascere di un'aurora
    o il tramonto della sera.
    Poter parlar con lui
    con il fratello Sole
    o la sorella Luna.
    Spiccare il volo
    e spiegare le mie ali
    volare più in alto
    fino a toccare il cielo
    o ad esser sfiorata
    da nuvole di passaggio.
    In orizzonti inesplorati
    di vivere con te
    il mio percorso
    e il continuo 
    dell nostra vita,
    come sarebbe bello
    amico mio:
    Il volo di un gabbiano...

  • 05 giugno 2013 alle ore 8:46
    Poi finisce che ci ripenso

    Poi finisce che ci ripenso
    a quella rabbia santa
    che mi sconvolge il cuore.
    E piango
    come un bambino
    e senza vergogna.
    Il mio orgoglio
    è la mia fragilità,
    pulito sino all'osso
    del mondo che c'ho dentro.

    E una mattina mi alzo
    e basta un cane e il sole
    per rendere me stesso
    quel giovane di cuore
    che cerca amici...
    cerca amici
    per rendere a loro tutto se stesso.

    E poi finisce che ci ripenso...
    che poi
    è solo un momento,
    perché non mi sento mai spento.

    Il vento trascina la mia luce
    e volo
    sopra di me.

  • 04 giugno 2013 alle ore 21:43
    haiku n. 114 (congiunge l'ali)

    congiunge l'ali
    un cigno tutto solo -
    nel vespro prega

  • 04 giugno 2013 alle ore 14:54
    Sfarfallio

    La speranza 
    è uno sfarfallio
    madreperlato.
    Con dita delicate,
    ti eleva le spalle,
    allungandoti lo sguardo.

    All’unisono si dirama nelle arterie 
    come latte
    argenteo
    di rosso screziato;

    Nelle vene si mesce col sangue,
    trepida luce lunare,
    filtrata dalla notte
    come polline in polvere,
    da stami di giglio
    stellante.

  • 04 giugno 2013 alle ore 13:14
    Cinque Cento Cinquantanove

    Un po' di bene. Da sollevare con
    la pala. Punto e vango pulendo
    dal gelo l'ingresso delle mie ossa
    così che non scivolerai più su di me,
    tentando di afferrarmi. Eppure non accumulo
    fogliame, solo bene:dorato, saltuario, argenteo,
    feriale, mai festivo, scricchiolante, sordo e muto,
    alternato, raro invero. Un po' di bene da raccogliere
    e seminare come il beneficio di un concime,
    che poi è tutto ciò che serve per incollare
    la spina dorsale al mio aquilone e spedirlo,
    piccione in carta,  lassù da te, sulle colline,
    così saprai, una volta per tutte le altre,
    che da ogni costola poteva venire fuori
    una bambina, bolla alta come te, Gretel
    da cura, stelo con le gambine bianche
    da mondina e la calma piatta della
    pianura. Un po' di bene. Come razzolare
    dal fuoco estinto l'ultima scintilla, eccitata
    testa  di zolfo, il prepuzio pronto alla
    ritirata e fare il carico con quella
    pepita ancora calda,  sai una portata
    che non soddisfa, che solo gabba
    l'appetito e salta la staccionata adunca
    dell' "è finita". Un po' di bene: è questo
    il segreto di ciò che mi batte sotto
    la giugulare, che non ha più forza
    di predatore  ma il rassegnato
    esaurimento del fondo raschiato,
    utero confessato dal nero rischio
    tumescente, ed ogni tanto ravvivato
    da un bocchettone puntato verso
    l'esterno come un furbo cannocchiale.
    Avvenimento da una tantum di cui
    è impossibile il prosieguo ed è
    paradossale. Come la polluzione
    sboccata da un cadavere.

  • 04 giugno 2013 alle ore 10:59
    Autunno in Carso

    Autunno su in Carso tra mille colori

    c’è una magia che manda profumi

    chi arriva da fuori come incantato

    dal nostro mare anche lui colorato

    Vedi le foglie di rosso vestite

    provi a guardarle quasi emozionate

    Chissà se in un sogno Risponderanno:

    “non raccoglieteci non fate il danno”

    venite a guardarle qua in Carso dal vero

    non serve nel vaso qua noi viviamo

    e quadri d’autori per voi dipingiamo

    ma se ci staccate allora mistero

    la tela sbiadisce il quadro sparisce

  • 04 giugno 2013 alle ore 9:29
    Qual disperato senza meta erro

    Qual disperato senza meta erro
    forte l’afflizion oggi forte m’assale
    lontan se n’è  fuggita lontan la mia
    contadina musa secca la fonte secca
    che delle rime dava corsa cors’al rio.

  • Fratello di sangue di questa guerra
    a contare solo sulle mie forze

    nell'impoverimento che genera
    le disuguaglianze sociali

    senza perdermi in sterili lamentele

    in compagnia della casualità

    che imperversa nella curiosità
    di scoprire e conoscere
    i meandri arcani
    del vivere quotidiano

    immagino continuamente
    nuovi gustosi spazi

    nei quali accettare le difficoltà
    come opportunità d'evoluzione

    non essere assunto
    alle dipendenze della fragilità

    e godere delle soddisfazioni
    improvvise di una vita estasiante
    divorata con avida dolcezza.
    .
    cesaremoceo(c)

  • 03 giugno 2013 alle ore 16:28
    Come prima dell'estate

    Lunga appar la via per il sereno 
    dal grigio cielo ironico che avvolge
    un tempo che non gli appartiene.

    Cosi la voce che in sogno desta
    musiche e di speranza rantoli
    sembra oltre l’orizzonte invisibile.

    Nascosta estate giace nell’attesa
    e la mano che disegno nella mia
    la rondine sta ad imitar dispersa
    oramai poco adatta al ritorno.

    Delle stagioni il gioco, come i colori
    che veleggiano lunghi e soffiati
    sui vestiti che animo indossa
    mentre ansioso s’aggroviglia all’attesa.

    Che non è vital bisogno ma gioia
    pronta ad invadere furiosa
    ridendo, la pelle mia di brividi
    e di balsami soffici la sua figura.

  • 03 giugno 2013 alle ore 16:18
    Quel cielo che li attende

    Devono lavorare
    per pochi spiccioli
    affaticando la schiena
    impegnandosi
    con occhi che faticano
    a scrutare la luce
    pure se è giorno
    oltre il tramonto
    di un lavoro pietoso
    Si sentono barricati
    senza fessure, per respirare
    quel cielo che li attende
    da ore, rivedendoli
    sospirando nel dubbio,
    di non rivederli più
    un giorno
    in giovanissimi ragazzini
    diventati uomini
    rapidamente

  • 03 giugno 2013 alle ore 14:31
    Cinque Cento Cinquantotto

    E' stato ieri, ricordo. E ricordo bene.
    Le mie parole sarebbero un leggiadro
    artificio, un furbo incantesimo, fascinazione.
    Avrebbero direzione di dardo, volontà di ariete,
    carica di toro, coraggio di avanguardia.
    Ma davvero aprire una botola è sedurre?
    Far cigolare il proprio male così raramente
    oleato equivarrebbe a miagolare?
     Quando scrivo frequento un obitorio:
    sotto il neon blu della mia mente
    taglio l'escrescenza, scoperchio dal peso
    la parte in ombra, poi, non contenta, circoscrivo
    l'area di contagio ed individuato il guasto,
    incido. Una fioritura le due sponde divaricate,
    facili come le gambe facili, l'una di fronte
    all'altra  e nel mezzo il pistillo adunco.
    E allora, solo allora, asporto con grande
    attenzione la malconcia inserzione.
    Intorno va nauseabondo l'odore del
    già detto che rapprende, acre e violento
    alle narici, una lama. Scuro eritema.
    Quando scrivo riesumo carcasse
    che ancora dovevano macerare,
    ergastolane ipogee, virus da quarantena
    e questa nera cerimonia va avanti da
    anni con salti dannosi quanto una pestilenza.
    Quando scrivo secerno il mio veleno:
    qualcosa qui dentro si acquieta  e si
    avvita, ma poi ecco che in fretta nuovamente
    si allaga della stessa sostanza, rubinetto
    infestato. Il veleno esonda, liquido banditore,
    un proiettile travestito da gendarme, bugiardo
    come la maschera di menta che nasconde il
    fiele allo sciroppo. Disorientante. 
    Come uno schiaffo dato  sulla carne intontisce
     prima che si  riceva dall'incornata
    dell'ago il vero sopruso.
     

  • 03 giugno 2013 alle ore 12:23
    Attesa

    E c’è l’attesa
    a dipingere la pelle
    e respirare forte il mio silenzio

    il buio scende
    soffici scalini
    e sale il mio calore
    nei tuoi sguardi

    pennello ruvido
    acquaragia di pensieri
    che lavano quest’oggi dalla vita
    e nuove linee
    da farneticare
    per inventare sillabe novizie

    cala la notte
    in rapidi sussulti
    e lento tracimare di delizie

    la tela vergine
    pulsa nelle trame
    e anela lo spessore dei colori
    in questa sera
    trepida di rosso
    pelle di tutto
    ruvida di sguardi
    disciolta dal bagliore della luce

    sento il tuo sangue
    quando ti avvicini
    che infuoca schiuma contro la mia riva
     

  • 03 giugno 2013 alle ore 10:54
    La morte di Elderico

    Mi meraviglio di come mi sia ferito,
    e di  come questo squarcio nell’ addome si sia aperto,
    velocemente come il fulmine che apre il cielo,
    inutile pensarci ora che il duello è finito
    e lo pungolo avverso è cosparso del mio sangue.
    Mi meraviglio di quanto sia stato stupido,
    e di quanto la boria mi abbia lasciato scoperto,
    la fortuna mi ha voltato le spalle oggi,
    ed io ora ne pago pegno e rimpiango
    la calma che non ho mai avuto.
    Mi meraviglio della mia lentezza,
    e di come una pugnale batta una spada,
    se la mano di Dio trattiene il duellante,
    che tronfio arreca torto ad un passante,
    credendosi immortale ed invincibile.
    Mi meraviglio di come morire suoni dolce e liberatorio,
    e di come comprenda cosa ho distrutto con i duelli,
    di come i pallidi volti dei morti mi osservino e ridano,
    poiché oggi tutto per me termina all’ombra di un melo
    per ogni peccato che dalle mie labbra non sarà mai lavato.

  • 03 giugno 2013 alle ore 9:49
    Tra le due rive

    Io ero già posseduta
    dall'arcana sostanza del vento
    e dal suo principio invisibile
    tra gli abbracci dei rami,
    che parlavano la lingua dei morti.
    Tutto ancora
    cominciava
    con assoluta incertezza
    e anche se già qui,
    noi
    eravamo giunti
    sulla strada più lontana dal cielo,
    nella calma più dolce.
    Tu avevi un piccolo segno
    bianco
    di arresa, tra i capelli
    e l'acacia disegnava i suoi fiori
    per molti chilometri intorno.
    Tra le due rive, il fiume
    cercava lontano il suo nome.
    Noi eravamo ancora vivi
    e ci toccavamo
    con mani miracolose
    che sapevano andare nel centro
    della notte e del giorno,
    ma eravamo già distanti
    come un inverno
    ed il suo candore sospeso.

    da:' La mia dolce cenere/Moj slatki pepeo,Prosveta ed., Belgrado

  • 02 giugno 2013 alle ore 21:20
    Analgesia mnemonica

    In dormiveglia
    sorpresi la memoria
    partorire
    fotogrammi nuovi in testa
    e mangiare i vecchi in coda
    strozzandosi
    nel labirinto del suo corpo
    a non sentir più niente
    intrappolata com'era
    nella noce cerebrale.

  • 02 giugno 2013 alle ore 14:55
    Piano-forte

    Sono sospiri,
    queste note leggiadre
    di un pianoforte lontano,
    nella serale quiete.

    Sospinta dal vento
    lieve,
    fluttua nell'aria
    la melodia
    di uno struggente notturno,
    inonda
    la strada vuota
    ed il cuore
    di chi sà ascoltarla.

    Piano,
    s'affacciano malinconie
    da una nuvola che nasconde
    un grappolo di stelle,
    forte,
    torna il ricordo
    dei giorni dell'allegria.

    Aleggiano
    le soavi note
    confondendosi
    tra le fronde del ciliegio
    che, vergognose
    più non bisbigliano.

    Piano
    una lacrima scende
    inciampando in una ruga,
    forte,
    il desiderio
    del più tenero dei baci.

  • 02 giugno 2013 alle ore 14:22
    Cinque Cento Cinquantasette

    Pensarti è fare la valigia ogni ora,
    neutra cornamusa con le ruote,
    pecora passata dai Sioux a cui infilo
    nella pancia destinazioni come aghi.
    Ho tutto l'occorrente: nei pensieri
    sono ordinata, non solo puntuale di quella
    puntualità che mi ha ritardata.
    L'elenco è fitto: scarponi da trekking, qualche
    trappola per lupi, fischietti e tomaie, un lazo
    per far da mandriani alle lucertole, se possibile
    anche alle stelle e taccuini  a  cui, ne sono certa,
    affolleremo anche gli angoli come si fa
    a volte sotto le coperte puntando i piedi,
    cercando il vertice più caldo.
    Scriverò la faccia del nord ed i nomi delle valli,
    quasi tutti con il coccige sporgente, pungiglione
    in consonante, quella strana terminazione
    che lascia l'acquolina senza mai addentare
    il boccone. Un treno spezzato a metà corpo,
    un soldato con gli stivali rintuzzati.
    Pensarti è me e te stesi accanto ad uno dei
    tuoi ponti, arcobaleni di pietra sopra i fiumi,
    è aspirare il marciume dai fossati e sentirvi
    acre la colonia dei rospi mentre giocano a campana.
    Pensarti è tenerti la mano mentre mi porti,
    Ma dove mi porti? Ah, si, dove non ci sarà mai
    mare  ma solo un cavalletto di montagne
    su cui salire per scattare  il cielo.
    Pensarti è un albergo con il tetto a punta
    come il cappello di Merlino,
    una camera d'albergo e la signora  che
    gentile ci affida il letto  come un cane.
    E una volta entrati, scorgere dalla finestra,
    attaccato al davanzale come un busto,
    il femore di un tronco, nero di trombosi
    da distacco, un po' scuoiato e proprio
    lì riempito da un cerotto di gerani con te
    che in un orecchio piano mi sussurri che
    per me ne farai di più belli, tutti fuori appesi,
    come monili al collo della nostra casa,
    chissà dove, con sette stanze, con otto aiuole.
    E poi toccarti  e dire che è tutto vero mentre
    scoloriamo lentamente ed ognuno torna
    ad incassare il proprio posto
    al gong di fine della  ricreazione.

  • 02 giugno 2013 alle ore 10:38
    Deliri...da sabato sera

    Son le notti
    che ci danno
    la possibilità
    di viaggiare
    nei sogni

    a scoprire
    la potenza
    della libido

    infrangere i tabù
    con la più amabile
    dolcezza

    scatenare
    illeciti desideri 

    tessere
    con ironia
    il disegno preparato
    dalla mano
    del destino

    elucubrando
    molte personalità
    nello stesso corpo
    .
    cesaremoceo

  • 01 giugno 2013 alle ore 17:30
    Amarsi

    Non necessariamente due anime che si incontrano
    debbano amarsi col patto di farlo per tutta la vita...
    il toccarsi intimamente va oltre l'amore pattuito,
    supera l'essenza
    e ti colma di un bene prezioso.