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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 02 giugno 2013 alle ore 14:22
    Cinque Cento Cinquantasette

    Pensarti è fare la valigia ogni ora,
    neutra cornamusa con le ruote,
    pecora passata dai Sioux a cui infilo
    nella pancia destinazioni come aghi.
    Ho tutto l'occorrente: nei pensieri
    sono ordinata, non solo puntuale di quella
    puntualità che mi ha ritardata.
    L'elenco è fitto: scarponi da trekking, qualche
    trappola per lupi, fischietti e tomaie, un lazo
    per far da mandriani alle lucertole, se possibile
    anche alle stelle e taccuini  a  cui, ne sono certa,
    affolleremo anche gli angoli come si fa
    a volte sotto le coperte puntando i piedi,
    cercando il vertice più caldo.
    Scriverò la faccia del nord ed i nomi delle valli,
    quasi tutti con il coccige sporgente, pungiglione
    in consonante, quella strana terminazione
    che lascia l'acquolina senza mai addentare
    il boccone. Un treno spezzato a metà corpo,
    un soldato con gli stivali rintuzzati.
    Pensarti è me e te stesi accanto ad uno dei
    tuoi ponti, arcobaleni di pietra sopra i fiumi,
    è aspirare il marciume dai fossati e sentirvi
    acre la colonia dei rospi mentre giocano a campana.
    Pensarti è tenerti la mano mentre mi porti,
    Ma dove mi porti? Ah, si, dove non ci sarà mai
    mare  ma solo un cavalletto di montagne
    su cui salire per scattare  il cielo.
    Pensarti è un albergo con il tetto a punta
    come il cappello di Merlino,
    una camera d'albergo e la signora  che
    gentile ci affida il letto  come un cane.
    E una volta entrati, scorgere dalla finestra,
    attaccato al davanzale come un busto,
    il femore di un tronco, nero di trombosi
    da distacco, un po' scuoiato e proprio
    lì riempito da un cerotto di gerani con te
    che in un orecchio piano mi sussurri che
    per me ne farai di più belli, tutti fuori appesi,
    come monili al collo della nostra casa,
    chissà dove, con sette stanze, con otto aiuole.
    E poi toccarti  e dire che è tutto vero mentre
    scoloriamo lentamente ed ognuno torna
    ad incassare il proprio posto
    al gong di fine della  ricreazione.

  • 02 giugno 2013 alle ore 10:38
    Deliri...da sabato sera

    Son le notti
    che ci danno
    la possibilità
    di viaggiare
    nei sogni

    a scoprire
    la potenza
    della libido

    infrangere i tabù
    con la più amabile
    dolcezza

    scatenare
    illeciti desideri 

    tessere
    con ironia
    il disegno preparato
    dalla mano
    del destino

    elucubrando
    molte personalità
    nello stesso corpo
    .
    cesaremoceo

  • 01 giugno 2013 alle ore 17:30
    Amarsi

    Non necessariamente due anime che si incontrano
    debbano amarsi col patto di farlo per tutta la vita...
    il toccarsi intimamente va oltre l'amore pattuito,
    supera l'essenza
    e ti colma di un bene prezioso.

  • 01 giugno 2013 alle ore 17:28
    Attimo

    Sorprende uno sguardo
    che parla tremando...
    stupisce l'incontro effimero
    tra due anime consapevoli
    del loro essere,
    si sfiorano appena,
    cercandosi clandestine,
    quasi a volersi, solo per quell'attimo,
    ad ogni costo.

  • 01 giugno 2013 alle ore 17:25
    Silenzio

    Un silenzio crudele mi avvolge
    in un mutuo frastuono,
    non teme lo squarcio di vita
    sospeso tra il vivere e il cuore.
    Un dolore sordo lo smuove,
    distinto tra l'essere e il volere.
    Lui è lì, pietra frantumabile,
    inevitabilmente possibile.

  • 01 giugno 2013 alle ore 17:21
    Pensiero

    Il sentimento che agita il cuore 
    sconvolge di tormenti il pensiero
    attraversando violentemente l'anima.
    Non sa di cosa vorrebbe saziarsi la vita,
    ma sa che deve tacere...rimanendo sepolta
    nell'essere intimamente infedele.

  • 01 giugno 2013 alle ore 17:17
    Risveglio

    Plachi i tormenti della notte
    con un fugace bacio,
    accarezzi il mio sguardo,
    ci siamo detti tutto.
    Mi sveglio,
    ero solo un sogno.

  • 01 giugno 2013 alle ore 17:15
    Sogno

    Dagli occhi una luce traspare, 
    triste e soffocata dai tormenti della notte.
    Nei sogni confusi di un primo mattino d'inverno
    combattono i sensi e le effimere emozioni.
    L'anima tace, stremata al risveglio.

  • 01 giugno 2013 alle ore 17:13
    Maschere

    Nel mondo ci sono persone che danno col cuore e si dimenticano...
    e persone che ricevono con la testa e non dimenticheranno mai.
    per fortuna c'è un tempo per tutto...
    anche per vedere quanto certe persone
    siano brave a recitare la loro parte.
    Ma il pubblico, dopo l'emozione del momento,
    capisce che è solo una puerile commedia.

  • 01 giugno 2013 alle ore 16:17
    Adelina

    Il tuo lavoro è una maschera
    in un mondo indifferente,
    la tua anima è reale
    di colori variopinti solari.

    Il tuo tacco è femminilità
    I tuoi orecchini semplici accessori
    sul tuo corpo elegante,
    sensuale tra profumi provocanti.

    Occhi sinceri da bambina
    immersi fra parole di ragazza
    sfiorati da mani di donna,
    raccolti nei pensieri maturi della vita.

    Tu sei speciale, normale
    nella estraneità apparente,
    il tuo fare quotidiano
    di una semplice giornata.

  • 01 giugno 2013 alle ore 13:36
    Cinque Cento Cinquantasei

    La notte i gatti fanno come vogliono
    e sulle terrazze, baldacchini solo bifore,
    trabocchi senza l'onda, la bouganville
    è riccia e callosa cresta di gallo.
    " Chicchirichì domani ti sposo!
    Ti solleverò in aria come una moneta,
    testa  o croce ogni tuo giorno, nel letto
    c'è la zecca, ma non punge, certo non
    sugge, però si gonfierà, un calzino
    con più dita, come un guanto
    per una mano che è moltiplicata.
    La notte i gatti fanno come vogliono:
    si azzuffano tra le siepi e verseggiano
    con l'inghippo  e la confusione della
    radio mal sintonizzata.  Bisognerebbe
    drizzare l'antenna ai grilli. Ah, già!
    E' già quasi tempo di grilli la sera
    e dell'erba che chiacchiera nel buio
    con se stessa: tutte quelle nere,
    minuscole, agili comari, mollette
    che schizzano da un'aiuola stesa
    bene e vanno altrove. E' già
    tempo di luna grossa in mezzo
    al mare, strategico lampione fra
    i divani verde blu degli scogli
    capitonnè.Ed io? Io sono ancora
    da qualche parte, correttamente
    seduta in inverno, le spalle sotto
    il golfino della solita paura, così
    non mi ammalo e la corrente,
    solo elettrica, sta rinchiusa nella
    presa, tipo leone nella buca
    al Colosseo. Ma quando poi
    passo sotto le terrazze ed avverto
    il frontale delicato dei bicchieri penso
    siano folli a festeggiare fuori stagione
    chè il freddo incalza e non c'è abbastanza
    tempo per tutelare quel palcoscenico
    con la cappotta dello " spostiamoci all'interno"
    e, Santo Cielo, mancano cesoie e giardiniere
    per sfrondare al tiglio la nuova  acconciatura
    ed il riso, guai a voi,  va lasciato nel piattino: Ostia in
    granuli da stipare per la prossima occasione.

  • 01 giugno 2013 alle ore 13:01
    haiku n. 113 (si ritraggono)

    si ritraggono
    boccioli infreddoliti -
    sognano il sole

  • 01 giugno 2013 alle ore 10:42
    Sorridere,fino alla fine

    Nella successione di immagini remote

    ricordi sempre stagliati nella mente

    che alimentano nel bene e nel male
    il circuito affettivo

    senza mai trascendere in animosità ossessive

    con il consumismo culturale
    che provoca claustrofobie intellettive

    vivo

    a volte

    un ritmo percussivo

    nel vuoto interiore

    condizione di purezza dell'anima

    sgombra dai vizi e dalle false passioni

    nelle fosche miserie

    che oscurano la luce della retta via

    in quel  bisogno dell'anima
    di realizzare le sue emozioni

    e aprire il sorriso al mio tramonto.
    .
    cesaremoceo

  • 31 maggio 2013 alle ore 18:11
    Eros

    Spoglia di seta rossa
    avanzi tra i papaveri
    tu fiore celeste
    incanto ai miei occhi.

    Petali danzanti...
    intrecci armoniosi,
    sento il soffio del vento
    accarezzare il mio collo.

    Respiri affannati
    su carezze tempestose...
    vortici incontrollati
    inondati dai tuoi baci.

  • 31 maggio 2013 alle ore 17:25
    IL gusto pieno della vita

    Accarezzato dalla sorte
    in una vita senza indugi

    sempre in equilibrio

    a cercare di ottenere
    il lasciapassare per il Paradiso

    vagabondo nel tempo
    senza essere inglobato
    nel "non gli mancherebbe nulla
    per essere felice,
    ma non è mai contento" 

    mi ficco nelle illusioni
    a ricercare il senso della mia felicità

    a dipingere con i sogni
    le pagine che mi restano della vita 

    condirle delle più sublimi emozioni
    e affilare le lame taglienti della gioia

    nell'alito celeste di ogni radioso mattino

    viaggiare con la fantasia 
    sul treno della poesia

    e ricorrere ancora una volta
    al detto di un altro Cesare:

    "non è nelle stelle il nostro destino ma dentro di noi"
    .
    cesaremoceo(c)

  • 31 maggio 2013 alle ore 15:27
    Come limone spremuto

    Come limone
    spremuto...
    svuotato
    e gettato via
    nel cassonetto
    di turno

    Lasciato solo
    in un niente
    di vita
    ad abbrutirsi
    nell'asfittica
    dimensione del ricordo

    fino a perdere
    il senso del tempo
    e la dignità di uomo...

    Troppo facile
    commiserarsi.
    Pesca un pensiero
    nuovo e vai...
    rialza la testa

  • 31 maggio 2013 alle ore 15:07
    Cinque Cento Cinquantacinque

    Sono nata dopo di te. Buia e stretta,
    come Febbraio. Gli occhi inzuppati
    di cielo: aspettarono curiosi di vederli
    maturare in nocciole, parure perfetta
    per i capelli, eppure nulla. A venti
    mesi ancora cielo:dicevano fosse così
    perchè loro lo avevano guardato troppo
    prima di staccarmi. Puff. Cade preciso
    il pomo dal ramo. Di vita so tre cose:
    è normale, è scomoda, è alta e disinvolta.
    Su di me cucirono più stoffe, divise da cui
    spillavo come da un boccale la mia bava,
    su di me tentarono più cose che cominciavo
    per poi lasciarle lì. E nemmeno ritornavo
    sulle briciole spaesate per completare
    il giro. Sono nata dopo di te: stavo dal
    lato opposto.La culla attaccata al salubre
    matrimonio dei miei, un doveroso ascesso
    venuto fuori a zampa anni  Settanta. Il porta
    lampada contiene cassette e sull'armadio
    corre una gendarmerie di salvadanai rossi,
    riserva di sangue, ponfi di più grandezze,
    matrioske senza la guaina del sarcofago
    gemello. Un'estate mi insegnò la bicicletta,
    le rotelle rigavano il terrazzo, scia di nave
    da terra, caddi lì e caddi altrove.
    Saltavo con l'elastico e con due amiche,
    creature che si estinguevano puntuali
    alla fine di Agosto, migranti più delle
    rondini. E poi c'era il gioco solo mio:
    la penna ed il foglio.
    " Che fai, non vieni? E' pronto! Si fredda!"
    Ed io là, le gambe incrociate sotto il tavolo
    e la sinistra agile più della destra, il mio
    contrappunto senza suono compariva come
    il tuo già tempo fa.  E tutto intorno il mondo
    che ci diceva strani per quel passatempo
    senza amici e senza palla: appuntamenti
    con la carta da cui rincasavamo controvoglia.

  • 31 maggio 2013 alle ore 15:04
    Non è per voi il canto

    Non è per dolore
    ch'io canto
    né per il vociare
    di quei corvi
    un tempo
    travestiti da 
    allodole

    Non per voi 
    e per il perdono
    di tempi passati

    E' per questo
    grande amore
    che libera
    mi espande
    tra questi due mondi

    Non il ricordo
    del disinteressato
    affetto
    dato
    Che in cambio
    come boomerang
    mi reca indifferenza

    Non è per voi
    ormai fantasmi 
    del mio cuore
    ch'io canto

    L'acqua del ruscello
    è più limpida
    senza i vostri
    altalenanti passaggi
    di comodo

    E il sapervi lontani
    come quadri
    di cattedrali
    fa le mie ali
    tese

    Non vi devo
    che 
    una scrollata di spalle
    E la gratitudine
    di non competere
    mai più
    Con le
    maschere sciolte
    dell'ego 

  • 31 maggio 2013 alle ore 14:28
    Cinque Cento Cinquantaquattro

    So già cosa ti diranno storcendo il
    naso e portando gli occhi negli angoli
    più consoni. Ti diranno che a sud
    si pescano raggiri, ad ingegno o
    a strascico non importa, ciò che è
    certo è che la rete viene sempre su
    inverminata. Che il sud è necessaire
    di cicale ed afa, che le merlature delle
    coste bacano il cervello e che proprio
    quella tarlatura è gelida complice di
    naufragi dal netto sentire. Ti diranno
    che in fondo era prevedibile essendo
    io sporca del mio zolfo da vulcano,
    che il mio arrossire è stato lesto e
    ladruncolo nell'infilare la mano nella
    tua tenerezza. Ti diranno che  fremevo
    come un tentatore a sonagli sentendoti
    arrivare per poi morderti  col mio gusto
    scialacquatore, che di questa terra
    ho il battesimo, la coda e l'impalcatura
    tutta squame, sirena senza emergenza
    di cui è fin troppo noto il modus operandi:
    chiamo, favorisco l'abboccare fingendo
    bisogno o forse sete di asciutta libertà.
    Ti diranno che stavo aspettando proprio
    te sull'unico ginocchio del mare steso
    al sole e sentendoti veleggiare da nord,
    ho cominciato a frinire esponendo il mio
    amo scintillante.Ma quando ti prenderanno
     dopo il tuo trascorrermi dentro,
    ti apriranno piano piano cercando  il
    proiettile rimasto conficcato:
    scatola nera che registrò il maleficio,
    le date e gli  avanzamenti sull'acquisto
    della tua carne, incantevole incanto.
    Poi ti riaggiusteranno: due mani, forse
    quattro. Una colata di buon cementino
    di sutura  da un lato all'altro dello
    squarcio, falla al contrario da cui
    verranno fuori saliva e aceto, ti daranno
    una pacca sulla spalla, una frase e la
    circostanza per riutilizzarla.
    Rimontato il tuo splendido sistema,
    butteranno via l'estratto, un budellame
    tutto fatto del mio nome : tintinnerà nel
    piattino come il dente non abile a rizzare
    il capo, sobbollirà violaceo, come l'appendice
    infiammata e spenta in tempo.
    E ti diranno salvo, in corsia per la riabilitazione,
    una convalescenza che saprà più di resurrezione
    dalla mia croce intermittente, un faro che,  a capolino
    fra le onde della notte, ogni tanto emette voce,
    poi silenzio,  e così sbanda il rientro
    a chi gli si è  affidato
    come al panneggio della Vergine seduta.

  • 30 maggio 2013 alle ore 17:35
    Abitare il silenzio

    Abitare il silenzio 

    sporgersi sempre oltre
    per scorgere più mondo che mai

    considerare importante ogni piccola cosa
    in un trekking dell'anima

    estrinsecare la creatività
    senza perdersi in vuoti fatui
    passando il tempo a rimirarli
    e trovando in essi
    spazi di rustica eleganza
     
    concludere che tutto serve a tutti

    cambiare quello che si ritiene superato
    e che costituisce ostacolo all'evoluzione

    aggiungere fascino alle difficoltà della vita
    e proprio per questo renderla più affascinante

    senza farsi condizionare da falsi moralismi
    riconoscendo nell'eternità un tempo sempre troppo lungo.

  • 30 maggio 2013 alle ore 17:13
    Giro

    La prima passeggiata
    in darsena
    sino in via Magolfa
    Ci accolse
    un pub irlandese
    tutto lucente
    A giorno illuminato
    tutto rivestito
    da carta da parato
    Bevemmo
    la serata passammo
    felice ora trascorremmo
    Sereni ci salutammo
    arrivederci dicemmo
    l’uno all’altro gridammo
    Uniti fummo
    ci stringemmo
    ci legammo.

  • 30 maggio 2013 alle ore 14:51
    Cinque Cento Cinquantatre

    La poesia non serve: mi dici a che serve?
    Suona forse? La senti?  Forse esplode?
    E' un pesce nero e ruggisce?
    O una cicala in calore? Che fa me lo
    spieghi? E' un moccolo adottato  dai
    lampadari, sai tipo anatroccolo, Mosè
    in mezzo ai cigni, un neon in servizio
    a mezzogiorno.  La poesia non serve
    più: questo rotolo in rewind come la
    lingua verso le tonsille, questa sgraziata
    cotenna, sorda bobina, gomitolo, spirale
    di liquirizia, papiro dagli strani sistemi,
    mi ha stancata. Ho scrollato dai capelli
    l'ultimo mare meglio di un cane, scucito
    il sole dal costume bianco, ho dimenticato
    un pizzico di sale nell'ombelico perchè
    sembrasse un'orma di neve quel posto
    infame e fosse ostruito quel  vicolo
    cieco in  cui nessun micio mi chiama
    mamma, ho fatto tutto questo e cosa
    mi resta? Ah si, certo: la poesia.
    Tavola imbandita di tante cose che
    morte una volta sembrano di nuovo
    stantie, zombie verminosi ma gelatinati.
    La poesia non mi serve. Certo, potresti
    obiettare che è stata il nostro sensale,
    Cupido di gommalacca sbrinato a novembre
    dal mio disincanto, potresti obiettare
    che è stata più valida di una festa, di un'amica in comune,
    della parente del collega dell'amico che ci
    presentò. Potresti ma in fondo, poi, non ci serve.
    Che non ti mette più carne addosso e non
    mi fa meno nuda, vigliacca e pigolante.
    Allora, dimmi, che vuole?  Perchè mi tartassa,
    mi sveglia, mi chiama, mi accompagna a letto
    e poi mi tira già che ancora non ho infilato
    la cruna del sonno? No, non ci serve!
    A noi servono casa, due figli ed un cane, un
    garage con la bocca sempre affamata
    ad accogliere ruote e nonni  e mani che
    si rincorrono perchè non sanno fare due
    passi. Tutto il resto è una giostra, il baracchino
    dei gelati, il bancone con le mandorle nei
    caschi di zucchero ed i palloncini schizzati
    di elio. Tutto il resto è farfugliare:
    un merletto di fuochi d'artificio  che mestrua
    nel cielo e poi si riassorbe, più o meno come
    succede ogni mese a chi non ha la zolla
    accogliente per il colpo che bussa e che preme.

    .

  • 30 maggio 2013 alle ore 13:06
    Cinque Cento Cinquantadue

    Copriti, non fare tardi. Ho perso le
    gambe da quando cammino senza di te.
    Le braccia sono stampelle  e portano bene
    la carne all'ordine dell'armadio a muro
    dei giorni, ghirigori ed estencil.
    Nella pancia si incassano casse, in ognuna
    muore un'idea, più avanti un nome, poi
    una faccia, respirazione artificiale  è
    quella che cola dalla scapola al polpaccio.
    Tre giorni per il rigurgito, resurrezione!
    Ola dalle venti all'alba: cosa mi è successo?
    Non si sa. Tenevo il sorriso vigile come una
    flebo, ma forse il tubicino o forse  l'ago,
    espulso come un piccolo escremento d'argento.
    Copriti, non fare tardi: è tempo di genetliaci
    e le rane mai passeggiarono così disinvolte
    per maggio, c'è pure un po' di autunno incrostato
    ai gerani, stagione di follie e folle stagionate
    ai cambiamenti improvvisi.Tu ascoltami,
    non fare tardi e se ritardi copri bene le spalle
    ed il pomo d'Adamo: sembra la luna quando
    sanguinosa spunta dal mare, tipo bersaglio
    centrato, pozza in cui il proiettile ha pagato regolare
    l'affitto. Ama, ma ama un po' meno e, se ti riesce,
    fallo con santo distacco: che poi non sopporterei
    certo di saperti seduto al riparo da me che ti
    infuocavo con il mio liquido sentimento esplosivo
    per poi disinnescarmi all'impiego, tirando i remi
    all'asciutto  se tu stavi integro, impermeabile
    e waterproof.

  • 30 maggio 2013 alle ore 11:33
    Un maggio antico

    Maggio spento piovoso oggi
    ad un maggio antico colorato
    corre la mente tristemente
    a quel verde prato serra
    di fiori dai colori vivi accesi
    per il nascente al giorno sole
    al man mia che la tua cercava
    tra il rosso papavero  l’azzurro
    fior d’aliso margherite gialle
    a mani poi congiunte principio
    d’un amore man oggi in questo
    maggio  stanca l’una l’altra a vita
    spenta in questo maggio spento
    vivo intenso acceso sol il  dolor mio.

  • 30 maggio 2013 alle ore 11:02
    In ricordo di Frida

    Lemmi del tempo,
    che radici selvatiche sono mai queste
    appena uscite dalle albicocche,
    e che stritolano il cuore.
    Mi avrete, per tempo
    tra i relitti
    che ridiscendono il fiume
    senza l'imbroglio delle ore,
    oltre le grandi mura.
    Adesso chiedo un abbraccio
    che abbia la voce del sangue
    e la cura distratta della primavera,
    materna e veloce.
    Mi avrete senza tempo,
    sarò un fiore di belladonna
    non più fatta dalle vocali.
    Appena nata.