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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 27 maggio 2013 alle ore 18:06
    Quando indosso le tue mani

    Adoro annuire con la colonna vertebrale,
    osservare la pentecoste impressa nei tuoi occhi,
    apoteosi per il mio sistema piramidale.
    Adoro leccarmi le ferite bagnate dal tuo sangue, 
    espormi con la lingua alle crepe create dai silenzi,
    simbolo di solitudine che ogni notte incombe.
    Adoro crogiolarmi alla mancanza di presenza,
    trasformarla in ore di ricordi
    maturati da non più di dieci sguardi.
    Adoro immaginare di aver perso l'occasione,
    eritema che mi leva da un disagio immobile,
    falco catapultato verso l'aquilone.
    Adoro la contraddittoria saggezza del Papalagi,
    perdermi a contare la prosperità dei tuoi capelli,
    confondermi tra miriadi di cani, presunti randagi.
    Ma è quando indosso le tue mani 
    che svaniscono tormento e impaccio,
    in quel calore a sciogliere ciò che ci separa;
    ragnatele di ghiaccio.

  • 27 maggio 2013 alle ore 12:48
    Cinque Cento Cinquantuno

    Disperatamente arrivo, onda terragna
    sul torace a facciavista  e osso per
    osso ti strofino, che genio: la lampada ancora in
    gabbia, poderoso mezzo fermo in
    galleria, cotone da lana sulla volta
    serrata, canario di scarsa compagnia.
    Dalla lampada genie di possibilità
    a farmi donna.  Disperatamente ti chiedo,
    labbra sigillate e pensieri alla spina,
    di dimenticare fiere e carrugi ed i vermentini
    e le sangrie di pelli sorseggiate su isole
    gonfie come divani e di cancellare
    i lidi in eresia dai costumi e le felpe
    e doghe e dogane. E scavandoti dal
    ventre alla gola, io proprio io, senza
    mestiere in queste faccende, vorrei
    pulirti da tutte le braccia che certo
    ti tennero più a bordo di me che
    devio e mi annacquo di giorni in cui
    le boe sono imbavagliate dalla marea,
    omertosa salvezza alternata.
    Ho paura di amarti perchè ti amerei
    con il mio malsano agganciarti e ti
    studio da troppo tempo per non saperti
    vergine ai cappi, ai lazi ed alle crune
    a cui infilare il mio amo e strapparti
    la carne che non mi appartiene.

  • 26 maggio 2013 alle ore 18:03
    Sarà presto

    Donna,
    diversità emozionata,
    forte, fatta di fede
    di speranza e dell’amore
    che mai solo per te hai serbato.
    Cuore e mente mai domi,
    intelligenza viva, animo fiero.
    Vedrai, sarà presto:
    tu lascerai fardelli di lacrime e dolore
    e danzando uscirai da portoni,
    per le strade del mondo
    a tutti parlando
    di dignità, di parità, lavoro
    e di maternità volute…
    E quando, nascosta da un velo
    con gli occhi luccicanti
    dei grandi cambiamenti tu
    potrai narrare
    allora,
    sarà il tempo,
    il tuo coraggio sarà riconosciuto.
    Mai più violata
    mentre accetti una rosa,
    né più dimenticata,
    allora,
    avrai quello che t’è dovuto!

  • 25 maggio 2013 alle ore 21:33
    Non spezzerai più le mie ali...

    Non spezzerai più le mie ali
    viandante
    guerriero del tuo tempo.
    Continuerò
    il mio percorso
    avrò
    il coraggio quel giorno
    aprirò
    la mia porta del presente
    chiudendo
    alle spalle
    l'uscio del passato.
    Salirò
    pian piano
    ogni gradino della mia vita
    fatti di ostacoli
    cadute
    mi rialzerò
    con la tenacia
    la forza
    l'impegno
    di cui mi ha sempre 
    contraddistinta
    andrò avanti 
    per il mio percorso
    anche senza di te.
    Non spezzerai più le mie ali...

  • 25 maggio 2013 alle ore 16:44
    Notte

    …ed io che
    della notte amica,
    amica sono,
    anche io,
    di notte,
    inseguo
    timida,
    la luce
    e, nelle  tenebre,
    alla flebile carezza
    dell’alba
    apro il varco.

    Mentre scrivo,
    nel silenzio
    conduco la mia vela
    verso l’adorato lido.

    Asilo di vita effimera
    e tramonto
    che il pensiero
    fugge e anela,
    dove fantasmi arcani
    e contumelie del tempo
    nel dolce pianto
    annego.

  • 25 maggio 2013 alle ore 14:07
    Cinque Cento Cinquanta

    Non sono furiosa:  il gioco, già più
    che perso, mi passa fra le dita
    con il guizzo della biscia e quasi sempre
    poi mi sfugge, un colabrodo ogni stagione
    che fa ressa al mio ventre ,ma  io dolcemente
    scuoto la testa e specchio i palmi per dirmi
    pulita dalla perdita, che  puntuale! 
    Che non ho messo io certo intenzione
    nella tarlatura che corre da un lato all'altro
    del mio essere in fondo così strana.
    Non sono ingegnosa: con le ossa avrei
    potuto fare molto di più: argani e saette,
    mostrine e tournament.  E dalla carne
    mia sputarne versioni  poi migliori,
    tutte pallide e ricce, perle da scuola,
    da Comunione,  da marito o da nuora.
    Invece mi accontento sovente di essere
    una, di bino e trino solo le punte alla
    fine di ogni ciocca, santini a tre facciate:
    ho tese che non danno ombra ed ombre dove la luce
    dovrebbe allargare.  Ma non sono furiosa:
    è questo l'incasso per il mio meccanismo,
    questa la cresta del mio cucù, il pendolo
    esce e rincasa senza sbalzi e di scherno
    ha solo la riga scura sui ricordi, banda
    dispettosa sui canali in trasmissione .
    E poi c'è uno scarabocchio dell'età
    in cui le pedine sono veloci ed il
    dado un'occasione. Ma nel mio schema
    non avanza mai nessuno: tutti fermi
    al mostro dell' alt, campana a muro,
    battaglio imbalsamato,  merlo nell'ogiva
    con il  cranio rotto dal rintocco, armadio di splendide
    mosse stipate per il grande giorno
    senza razza. Bastardo il senza data.

  • 25 maggio 2013 alle ore 11:13
    Nel sangue della parola

    [scritta a Capodanno 2013, a 26 mesi
    dalla morte di Alda Merini]

    nel sangue della parola il canto
    tuo del tuo amore
    per la vita
    segregata incompresa crocifissa

    nel sangue della parola
    l'azzurro
    canto della "follia" che sale
    dalle sbarre di carne dei manicomi

    nel sangue della parola il grido
    dell'innocenza violata e dei
    diseredati che tu amavi
    tanto

  • 25 maggio 2013 alle ore 8:26
    Nudo di parole

    Ti cantai poesia
    ritraendo sulla tela
    un'orgia di parole
    banchettanti.

    Distese le baccanti
    in posa
    porgevano alle bocche
    tra di loro
    grappoli di verbo.

    ...E ti cantai in silenzio
    mentre le osservavo
    oziose e tentatrici
    mordere sensualmente
    gli acini.

    Piano accarezzai
    con gli occhi
    la pelle vellutata
    delle formose lettere.

    Ti cantai poesia
    e sulle mani
    mi rimase il tuo profumo
    che non vuole andare via.

  • 24 maggio 2013 alle ore 22:35
    Profumi di vita

    Fermare il tempo sui volti dei vivi

    senza discostarsi
    dal dar vita a maschere

    per dimostrare la pseudo-evoluzione
    della mente

    con comportamenti ridondanti

    in questi nostri giorni
    dove il tempo è di tutti e di nessuno

    sapendo che quei "nessuno"

    godono in desideri brucianti

    nella voglia di rialzarsi
    dopo rovinose cadute 

    volare nonostante tutto

    evocare i loro sentimenti
    lievi e delicati

    e comunicare messaggi di gioia

    in uno sterminio d'intelligenza umana
    a rasentare la follia

    e far fatica a rientrare nelle normalità

    auspicare un mondo migliore

    senza farsi ingannare da vane promesse
    nel nome di una pseudo- libertà goduta

    sognare sempre aurore di sole
    e non sentirsi mai abbandonati a se stessi.
    .
    cesaremoceo

  • 24 maggio 2013 alle ore 15:59
    Speranza in un domani migliore

    Occhi inumiditi
    incontrano incantevole
    poesia,
    dolcezza infinita che
    penetra il cuore
    bloccando il respiro.
    Vedo nei tuoi
    splendidi occhi rattristati
    un'anima colma d'amore,
    vogliosa d' offrire
    tenerezza
    in abbraccio di
    caloroso affetto.
    Semplice purezza sei,
    per chi scruta
    il tuo candore interiore.
    Non soffrire più,
    mio affranto onore.
    Direziona i tuoi occhi
    stupendi
    verso nuovo orizzonte che
    scaccia tuo tormento;
    rilassa tuoi tesi sensi...
    vedrai splender
    nuova luce dentro...
    Luce Divina a cui nulla sfugge.
    Alza le braccia verso il cielo,
    respira intensamente
    sapori...
    di tiepida primavera,
    lascia che il sole accarezzi
    il tuo cuore,
    vedrai brillare il volto
    di luce nuova,
    luce che abbaglia
    luce d'amore,
    luce che incanta.

  • 24 maggio 2013 alle ore 15:42
    Fatte 'sta 'nsalata

    Quanno l’afa t’abbiocca...
    uno deve pur magnà,
    ma sicuro nun te va
    né pajata né minestra...
    te va mejo ‘n insalata
    preparata la per là...
    Voi sapè come se fa?

    Sceji ‘n cetriolo fresco
    che sia giovane e gustoso
    taja er pezzo der picciolo,
    poi strofinalo cor resto
    così perde ‘n po’ l’amaro
    in più è propio delicato

    Poi lo sbucci e lo riduci
    a fettine o a “dadolini”
    come dice “Antonellina”
    che s’intenne de cucina.
    Ce poi aggiunge ‘n pommidoro
    ‘na carota a la julienne
    ‘na cipolla fina fina
    fatta co l’amandolina

    Ce va pure, te lo dico,
    ‘na  fojetta de basilico
    e der sellero più tenero
    quattro o cinque  costoline...
    e pe finì sta leccornìa
    butta olio a volontà
    spargi sale quanto basta
    e ‘na saggia dosatina
    dell’aceto de cantina.

    Je voi dà ‘n po’ de colore?
    Quarche striscia de radicchio
    due olive baresane
    tanti rossi ravanelli
    e poi... basta!
    Che artro voi?

    L’insalata pe’ esse bona
    nun ce serve tanta robba
    ma ha da esse strapazzata,
    maneggiata e ‘carezzata
    come fa ‘n omo a ‘na donna
    ner momento dell’amore
    quanno se la strigne ar core.

  • 24 maggio 2013 alle ore 14:17
    Cinque Cento Quarantanove

    A quell'ora avevo già fatto. Si, era fatto.
    Il labbricino della Piazza bordato  da
    una matita d'inverno, foglie e foglie
    a cumuli, a gazze, a secchiate, a iosa,
    per gioco. E tu: tu lo sentivi?
    Tu mi sentivi? A quell'ora ero  io nave
    in altra bottiglia,  le vele un po'
    inginocchiate dalla coscia del vetro,
    rannicchiate, come i bambini che
    nel nascondino sono ancora più
    bambini e  a cuccia sotto i lavelli,
    o dentro gli armadi, aspettano il
    bu e la faccia tonda della sorpresa.
    Ah, gambe due  e dal nord di mestieri,
    di binari, di petrolchimici e piane.
    Ah, mani d'artista e di padre mancato!
    Io, io davvero il gheriglio in quel
    palmo osannato? Una ola alle sue
    spalle  che non finivano come il
    ricordo più prossimo: piccole,
    quasi sempre riverse in direzione
    opposta alla mia. E poi, voglio dire,
    come ha pescato il mio respiro
    quel giorno: dove avevo prima
    respirato era solo un singhiozzo.
    Sono io quella? Quella distesa?
    Quella con l'ombra più alta e
    di fronte che su lei si curva e
    le cava dal ventre un grido bianco
    sempre più nuovo? A quell'ora
    avevo già fatto: avevo già scelto
    e mai scelta più folle, perfetta.
    Del mio grande aquilone soffiato
    da colli dove  le lettere da sonore
    si assordano, io tengo il filo.
    A quell'ora era la data già incisa
    e la promessa, se anche si slabbra,
    fila, si tende e a volte sembra già ceda,
    polpa bacata, ha acciaio per ossa,
    per doghe.
    Ed io sono sua ed io dormo  e non
    avrei altro sonno altrimenti, piegata
    a tutte le ore che da quella prima
    moltiplicano ancora: conigli e conigli
    dalla mia gaia, materna  e  fertile segreta.

  • 24 maggio 2013 alle ore 12:48
    Cinque Cento Quarantotto

    Mio padre, mia sveglia, mi scelse dal
    ramo su cui tre stagioni in più dovevo
    restare. Ma lui niente, il testardo!
    Manovrò abilmente la cruna fra i lattiginosi
    preliminari, neonata di mesi, proibita
    alla rete e punse con l'ago, magistrale
    il miracolo, là dove bene mi tennero
    in acqua. Ed iniettandomi da colonna
     a cattedrale, era  ormai fatto il lavoro:
    mi fabbricò casa e destino. 
    Tre stagioni, bastavano tre,
    di cumulazione, di irrobustimento:
    bisognava aspettare.
    Ma lui niente, era l'ora: mi tirò
    giù dal tetto su cui occhieggiavo,
    solo testa, un puttino, cefalo, tutto il corpo
    compresso,  i piedi e le gambe in galleria,
    motrice senza mai busto, e mi trovò
    il posto. Mi voltarono: capo in giù,
    come un siluro, piedi a nord.
    Sul rullo di Febbraio già in corsa,
    figlia di neve, lontano Febbraio,
    lucertola mozza, la coda che ancora
    tremava dell'unico nervo in corrente,
    isolato dalla mannaia del Marzo
    precoce.  E con il suo sfiato, mio
    padre,  mi mise là dentro a
    crescere tonda, prua di carne,
    io Giona? Avanzavo come la
    bugia di Pinocchio. Ma il frutto
    che non è sicuro e viene fuori
    anzitempo  non ha consistenza
    e sapore sinceri. Dovevo restare
    ancora là:  si lassù o là sotto,
    fate voi, o non fate. Forse dovevo
    restare per sempre: indurirmi,
    gonfiarmi quel tanto e poi dire,
    ad afflato completo:" Sono pronta!
    Staccatemi, avanti! Giù con la lama"

  • 24 maggio 2013 alle ore 11:33
    C'E' SEMPRE NA VIA

    in città
    c'è sempre una via
    con
    6 case vecchie
    6 case nuove
    3 palazzi in costruzione
    26 tragedie popolari
    3 famiglie felici
    12 famiglie borghesi
    9 marocchini
    3 rumeni
    24 disoccupati
    18 in cassa integrazione
    6 pensionati
    3 prostitute
    3 bislacchi
    3 gay

    in questa via c'è  sempre
    1 pezzo da 90

    (da "Numeri")

  • 24 maggio 2013 alle ore 11:29
    fragilità

    infra-ordinaria frenesia fragilità

    micro-opaco spazio, tempo ordinario

    infra-ordinaria felicità

    oggetti minimi per marginali micro felicità

    banale normalità piccoli gesti di riguardo

    infra-ordinaria frenesia fragilità

    frenesia felicità fragilità

    Marco Bo

    http://cantidallaperiferiadelmondo.blogspot.it/2012/12/fragilita.html

  • 24 maggio 2013 alle ore 10:44
    Noi, ancora e sempre...

    Volteggiare intorno al cuore e alla memoria
    e "sentire" che il più bel pensiero sei sempre Tu

    tra tutti quelli che cullano quei meandri

    dar voce alle emozioni
    che viaggiano libere qua e là

    lasciando orme
    il cui riflesso illumina un'età ormai vissuta

    nella nostra realtà racchiusa nell'anima
    a godere di sè 

    amarci e torturarci ancora
    nel cammino verso nuove felicità

    con il futuro che ci corre incontro
    invisibile nei cambiamenti continui

    e sempre con un finale inatteso

    credere ancora e poi ancora

    nel più piccolo raggio di sole

    che penetri possibili ombre grigie
    e accettare la speranza

    senza sentirci mai delle anime sperdute
    e... inondarci d'amore e di pace.
    .
    cesaremoceo

  • 24 maggio 2013 alle ore 4:08
    Indigena

    Siamo acqua corrente,
    come fiumi nella mente.

    Siamo goccia di pioggia
    che per vivere dura lotta ingaggia.

    Siamo mangrovia e vediamo nella selva in profondità.
    Siamo aria densa, di essa abbiamo la libertà.

    Voliamo tra fiumi cacciando,
    la preda al grande spirito immolando.

    Amiamo del giaguaro il suo occhio,
    preghiamo lo spirito della foresta in ginocchio.

    Chiediamo solo che viva ancora la foresta,
    che il “mondo civilizzato” non distrugga quel che resta.

    Siamo acqua corrente, che bagna e rende feconda la terra.
    Terra che il Tepui sorveglia e lo straniero rincorre ed afferra.
    Siamo lo spirito della selva vergine,
    siamo spirito della scimmia, non proviamo vertigine.

    Siamo acqua torrenziale,
    siamo noi l’anima della foresta pluviale

  • heart fitness center
    canzone bizzarra e stramba per tonificare  muscoli cardiaci ignoranti e innamorati

    il cuore è un analfabeta
    eppur non vuole insegnamenti o indicazioni
    segue la pista della compassione
    e cura ogni dolore
    e cura ogni dolore

    il cuore è un muscolo ignorante
    non specula e non dubita mai
    non lo sa e non lo vuole fare
    segue il sacro canto della terra
    semina con pazienza e senza esitazione
    e raccoglie sempre messi buone
    e raccoglie sempre messi buone

    il cuore è un muscolo ignorante,
    canzone bislacca e stramba per tonificare muscoli cardiaci ignoranti e innamorati

    il cuore è uno smemorato
    dimentica  divergenze e contrasti
    e prova a creare sempre e comunque
    una casa di pace e di conciliazione
    con le porte aperte in ogni direzione
    anche per chi è diffidente e indifferente
    diffidente risentito e indifferente
    ad ogni richiesta d'aiuto, ad ogni invocazione

    il cuore è paziente e forte
    e segue il ciclo delle stagioni
    impara a conoscere il vento e gli uomini
    così come fanno gli aquiloni in volo
    che si alzano liberi leggeri senza paura
    che non temono tormenta o pioggia
    e se si staccano dal filo che li lega a terra
    volano con fiducia verso l’infinito
    volano con speranza verso l’infinito
    verso l’infinito

    il cuore è un muscolo ignorante,
    canzone bislacca e stramba per tonificare muscoli cardiaci ignoranti e innamorati

    il cuore è un analfabeta
    eppur non vuole lezioni o indicazioni
    segue la pista della compassione
    e cura ogni dolore
    e cura ogni dolore

    il cuore non bada all’apparenza
    non si fissa su ciò che brilla in superficie
    scava nel profondo come un minatore
    perché sa che nel profondo della terra
    albergano i sentimenti veri preziosi e buoni
    i sentimenti veri preziosi e buoni

    il cuore è una barca senza timone
    che prende il largo verso terre nuove
    e impara a navigare libero
    sereno libero e senza timore
    sereno libero e senza timore

    il cuore è un analfabeta
    ma sa imparare le lingue nuove delle periferie
    e quando arriva al termine del suo cammino terreno
    ad ogni altro cuore sa parlare
    e quanto più ha amato tanto più continuerà a vivere
    nel ricordo di chi rimane
    nel ricordo di chi rimane

    il cuore è un analfabeta
    eppur non vuole insegnamenti o indicazioni
    segue la pista della compassione
    e cura ogni dolore
    e cura ogni dolore

    il cuore è un muscolo ignorante
    eppure non si smarrisce
    nel labirinto delle apparenze
    dei falsi miti delle sovrastrutture
    effimere e appariscenti
    il cuore rimane attaccato alla terra
    vive a pieno la propria natura
    e interpreta il suo santo canto sino alla fine
    l’antico e sacro canto che scaturisce come lava dalle viscere della terra
    che sboccia dalla terra come un fiore e dice

    non v’è altra forma né altra spiegazione
    basata sulla metafisica sulla scienza o sulla ragione
    non serve imbrigliare e possedere tutto il sapere
    per spiegare il moto che muove gli elementi,
    il mondo gli esseri umani e civiltà intere

    ci si salva soltanto mano nella mano
    e si ama solo da cuore a cuore
    ci si salva soltanto mano nella mano
    e si ama solo da cuore a cuore
    si ama solo da cuore a cuore
    da cuore a cuore….

    il cuore è un muscolo ignorante
    canzone bislacca e stramba per rinvigorire muscoli cardiaci ignoranti e innamorati

    Marco Bo
    http://cantidallaperiferiadelmondo.blogspot.it/2013/04/heart-fitness-center-canzone-bizzarra-e.html
     

  • 23 maggio 2013 alle ore 21:13
    La ricerca della felicità

    la felicità so che esiste e che non cammina mai da sola,
    so che non è un punto fermo nel tempo e nello spazio

    la felicità è un groviglio
    un groviglio, un nodo che si scioglie si chiarisce
    e si rivela soltanto se noi percorriamo a ritroso il nostro cammino, la nostra storia

    la felicità è un insieme di frammenti/momenti dai contorni irregolari
    momenti minimi marginali e imperfetti
    è un groviglio la felicità di pensieri e di colori
    è un arcobaleno che inizia continua e si perde lontano
    oltre il nostro piccolo e limitato orizzonte
    oltre il nostro limitato orizzonte lontano
    lontano

    e noi siamo, esistiamo solo per un frammento minimo di quella felicità
    felicità che inizia e continua dopo di noi
    noi siamo solo un versetto di quel poema
    siamo soltanto un passo di quella danza
    solo una strofa di quella canzone
    noi un unico accordo di quella melodia

    a noi la scelta,
    interpretare o no quella parte a noi assegnata
    quel frammento di felicità
    la felicità, la canzone, la danza andrà avanti comunque
    con o senza di noi
    quindi a noi la scelta
    vivere o non vivere quel frammento di felicità
    e così partecipare alla felicità dei nostri compagni di viaggio
    a noi la scelta
    pro-memoria per la ricerca della felicità

    Marco Bo

    http://cantidallaperiferiadelmondo.blogspot.it/2012/11/la-ricerca-della-felicita.html

  • 23 maggio 2013 alle ore 19:21
    Cinque Cento Quarantasette

    La ragazza porta a cuccia le capre,
    il recinto si infiamma, tonsilla
    ingrossata che frigge alla fiumana
    della saliva: sembravano otto,
    da otto gemmano in venti, poi
    sono trenta, meduse con il cappello
    lattiginoso. Quattro cani ai lati
    come gendarmi, come i piedi
    nel letto, gli angoli nel ring, stecche
    da biliardo e lanugine, lanterne alla
    buca del pascolo; per una è
    già pronta la fossa, la vecchia.
    La ragazza è vestita alla moda
    ma ha lingua da bestie: indossa
    scarponcini chiodati, suole in guerra
    sui declivi minacciosi, fisarmonica
    di ripidi ramarri. Già vanno intorno
    i turisti, yo yo nei coni delle monovolume
    affittate, infilate fra i tornanti come sali
    nell'uretra, calcolabili disagi. E con le
    facce da bandiera salgono e scendono,
    staffetta sempiterna di limoni e panorami.
    La ragazza tira su il cappuccio, la pioggia
    in calzamaglia, saio da governante di
    greggi, timoniere all'asciutto: io mi domando
    quanto ti piacerebbe la stoffa con cui mi
    hanno cucito i monti e le vie, bella l'impuntura
    dei tetti, rondini senza collo, colombaie
    abusive. Bella l'impanatura blu sugli
    scogli quando le onde sollevano il gomito
    e sono così folli da ubriacare perfino
    le file dei primi bagnanti.  Mi domando
    e ti perdo, con la stessa lucida certezza
    con cui le stelle tornano ad affiggersi al
    Cielo, cento Cristucci nell'eterna tredicesima
    stazione, candele fuori fuoco.
    Ma tu amore, amore che stai dall'altra parte,
    che mi rimproveri ed ami in egual misura,
    ma tu  e solo tu possiedi l'innesco per farmi
    brillare. So già che se anche questa volta
    non mi prenderai alle viscere, premendomi
    a fondo, pigiando, so già, si lo so, che arriveranno
    in dose rinforzata le valigette, deus ex machina
    degli artificieri con cui smorzare anche questa
    leggenda del moccolo, questa primizia che
    sembrava pronta ad esplodere e a fare
    finalmente per se i disastri più belli.

  • 23 maggio 2013 alle ore 18:10
    Il buio della mente

    Lei è
    la somma di tanti noi confusi di parole
    che in lei
    è vita distante
    ma sazia di ricordi pieni.

  • 23 maggio 2013 alle ore 13:46
    Depressione ( Impressioni )

    Vestendosi si deprime
    e nel buio opprimente
    con coraggio avverte
    ricevendolo
    premurosamente,
    in quel malinconico vestito
    a uno sprazzo di antichissimo
    passato
    che a guardarsi rimane
    comunicando al cuore
    il suo male interiore

  • 23 maggio 2013 alle ore 13:38
    Alice nel paese sperduto delle meraviglie...

    Alice 
    ha lasciato il suo paese
    il "Paese delle meraviglie",
    si è scontrata
    con un faccia a faccia
    con la cruda e vera
    realtà
    scoprire
    disincanti
    disillusioni
    ottiche
    visive
    sentimentali.
    Un immaginario diverso
    dove i sogni
    vanno risposti in un cassetto.
    Prima viveva
    in un mondo
    d'amore
    felicità
    circondata da fiabesche immagini
    dolcissimi folletti e maghi del bosco,
    tutti animati dal bisogno di esprimersi,
    animali
    piante
    alberi e frutta.
    Dopo ha trovato
    la verità
    il Paradiso
    l'Inferno
    il Purgatorio
    una guerra continua.
    Alice adesso cammina
    con passi timorosi
    verso un mondo differente
    un mondo di ingiustizie
    cose nuove per lei.
    Alice nel paese sperduto delle meraviglie...

  • 22 maggio 2013 alle ore 20:46
    La natura

    E la luce disse:
    torno nell'ombra
    perché è lì che sono nata

  • 22 maggio 2013 alle ore 17:48
    Hai chiuso la porta

    Hai chiuso la porta
    e io mi perdo nel ricordo
    delle parole ancora da dire
    Hai troncato di colpo
    la magia di un amore 
    che forse non ti apparteneva
    Usurpatrice di sogni
    amante del nulla
    sei tornata impetuosa
    all'antico tuo nido
    Ora coltivi
    con mani tremanti
    il futile orgoglio
    che adorna la tua natura!