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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 19 maggio 2013 alle ore 19:02
    Regalo

    Davanti all’università
    ascoltavi musica
    italiana
    Cantilene vecchie
    da te riascoltate
    ancora da te risentite
    Desideravi continuare
    ma interrompesti per me
    volendo dopo riprendere
    In regalo per te
    registrai a te
    canzoni italiane
    Solo lettere scrivere
    solo parole tra di noi ascoltare
    nostre anime vicine.

  • 19 maggio 2013 alle ore 18:42
    Ci vuole il buio

    Senza il buio,
    non ci sarebbe
    la notte;

    Senza la notte,
    non vedremmo
    la luna;

    Senza la luna,
    ci mancherebbe
    ispirazione;

    Senz'ispirazione,
    non ci sarebbe
    poesia;

    Senza la poesia,
    noi poveri poeti
    moriremmo...

    prima di nascere.

  • 19 maggio 2013 alle ore 14:29
    Cinque Cento Quarantuno

    Vogliono essere come noi:
    me e te. Ma solo per gioco:
    la penna, in verticale, è
    infilata nel foglio, natica
    da diporto, gli occhi tirati
    al piattello, ago scandaglia
    braccio, il tartufo a caccia
    del padrone,  fiele a pieni
    polmoni, la fiala è su,
    nella testa, clessidra già
    guasta, il tempo va speso
    qui sopra. Noi e questa
    nostra comune malaria: ci ha
    punti una volta da bimbi,
    forse di meno, tu dieci volte
    più grande di me, con l'ampolla
    del fluido serpente che uguale
    ci attraversa le dita, vagonate
    di versi e virgole e scontri e
    deviazioni, deragliamenti.
    Vogliono essere come noi:
    e provano, provano.
    Ma sanno come si fa?
    Non esistono vacanza, sosta,
    riposo,  pausa, pic nic, colazione,
    a sacco,briefing, aperitivo, partita,
    simulazione. Non è da tutti stare
    fermi con questa tormenta fra
    i pali del cranio, da tempia a
    tempia uno sciamare continuo
    di ricordi e bollette e strade
    e nomi ed amori e morti e
    resuscitazioni  violente e poi
    pietre scostate dai sepolcri
    ed ossa sguainate come
    una Torah: dal tronco si legge
    quando ci inanellammo alla
    sventura che però ci seduce,
    incantandoci al letto.
    Non è di tutti questa stagione
    che sembra passata ma non
    si estingue  quando svegliandoci
    appena  o appena iniziata la fiumana
    che porta al mattino, siamo già
    pregni, imbevuti, ubriachi  delle
    sante parole e così, va curata
    la sbronza, assaggia, sputiamo,
    ma sempre io e te, insieme,
    a distanza, complimenti,
    contagiati senza  toccarci.

  • 19 maggio 2013 alle ore 13:13
    Cinque Cento Quaranta

    Le farfalle hanno più diritto di noi:
    sternini fibrillanti impiegati nel turno
    di un giorno, a due danno forfait,
    veloce la loro resistenza come
    il lancio di un elastico,
    batacchi in servizio  al don delle
    primavere formicolanti di vene alate
    e lepidotteri lanciati  in alto, e sbadati
    frontali, sputi di scura saliva.
    Persino le falene, nella buia arrampicata
    sociale alle tende, toppe a trapezio,
    od ai muri che va colorando la sera,
    persino loro hanno più diritto e di noi.
    E che dire dei ragni?
    Pasciuti dalla caccia del mago a
    retino, morsa perfetta, squali fra i rami,
    imboscata di un'ostia.
    Ogni cosa sembra avere più diritto di noi:
    i volantinaggi di umidità dei lombrichi
    a pascolo nel terriccio  e più sotto
    ancora le radici e le verminature molli,
    e forse ancora più giù, fra i resti dei
    resti e le ossa.  Ogni cosa è più
    forte, sana, equilibrata e sorride.
    Noi siamo stati incisi nel baco
    da un demone antico, venuti
    fuori da una sbavatura imprevista,
    come il geyser del pus, credevamo
    la cura a metà strada fra due niente
    travestiti da tutto.  Siamo l'incollare
    ghiaccio sul vetro: uno scioglie,
    l'altro gracchia, merletto, frattura,
    poi cede. Strana, inconsueta commistione
    la nostra,  tentativo da folli l'ammaraggio di tuberi
    ai fondali, la miccia del  fuoco sui fiumi.
    Appiccare il vento alle braccia
    e chiedersi perchè non si vola.

  • 19 maggio 2013 alle ore 12:58
    Il dubbio

    Si insinua improvviso,
    come viscida serpe.
    Sordo
    il suo sibilo,
    lento striscia
    albergando mentali loculi.

    Con forza combatto
    contro il perfido
    che tra le spire
    attanaglia il cuore,
    per ricacciarlo
    nel grembo
    della notte che lo generò.

    Corro nella tormenta
    delle mie incertezze
    attraversando
    gli impervi sentieri
    del dolore,
    perdendo per strada
    congetture e convinzioni.
    Stremata
    arrivo
    fino ai confini della ragione
    dove
    mi aspettano
    stillate verità
    per lavarla
    di ogni sua ossessione. 

  • In un giorno qualsiasi
    sei andata via
    volando leggiadra
    come una rondine
    portando con te
    il peso di un'anima spezzata
    frantumata nel vento.
    Momenti prima
    eri piena dei tuoi impegni
    parlavi dei tuoi studi
    la lezione
    che in classe 
    dovevi affrontare,
    dei tuoi sogni
    progetti per il futuro
    la spesieratezza di una fanciulla
    per i tuoi anni da ragazzina
    le tue mete da realizzare.
    Camminavi con piccoli passi
    verso la tua gioia infinita,
    ma in un solo attimo
    un boato assoluto
    fumo nero
    lamiere e stracci
    grida e dolore
    il cielo di colpo
    si è colorato di rosso.
    Per mano di chi
    non aveva nulla
    da perderci.
    In un giorno qualsiasi
    sei andata via 
    volando leggiadra
    come una rondine
    portando con te
    il peso di un'anima spezzata
    frantumata nel vento.
    19 maggio...Brindisi

  • 18 maggio 2013 alle ore 23:55
    Spleen

    Muto è il mattino
    steso su un cuscino di nuvolette
    come te che a letto ritorni 
    dopo la doccia.
    E la città è nella pioggia,
    fantasma che scivola dal tuo volto umile
    per annegare tra i vetri delle tue pose inerti:
    pesciolini rossi fra i tuoi capelli crespi
    gli album fotografici dei tuoi ricordi umidi

    E così fino a farsi sicuro
    pomeriggio inservibile
    nessuna colomba nel cilindro gentile
    fra le tue mani lì dove hai perduto la testa
    o dove cercando hai smarrito un aspetto
    di te
    in tasca alla giacca
    o nei polsi della camicia
    o sotto un ombrello che gira e rigira
    in fondo ai tuoi occhi
    fende un sorriso ipnotico…

    Bianco come un quarto di luna obliquo
    Bianco come sale sul rosso delle labbra
    Bianco come sale al tramonto in alto la montagna…

    Ma non più bianco della tua innocenza
    e della notte che incede
    ed ogni tuo silenzio
    ed ogni tuo timore assurdamente
    amplifica.

  • 18 maggio 2013 alle ore 23:51
    Alice, nel Paese delle stoviglie

    (liberamente tratto da "Alice, nel Paese delle meraviglie" di Lewis Carrol)

    Vieni più vicino a me!
    Ancora più vicino.
    Bene! Ora vai via!
    Questo è il grande ballo
    della malinconia.

    È stata certamente
    la quadriglia delle aragoste
    a ridurci così
    con le ossa rotte.

    Poi è stata la volta
    del nascondino:
    io sotto un triste sasso
    tu dietro il tuo destino.

    E poi è arrivato il Tempo
    il Tempo che non sa
    che anche solo un attimo
    scagliato come un piatto
    ancora dopo un secolo
    può far male…

    Alice guarda i sogni
    passandoli in rassegna
    su di una rosea
    lavagna crepuscolare

    Ed io sono
    come un cinema
    muto
    sospeso
    senza colori
    timidamente assolto
    tra la dama di picche
    ed il bel fante
    di cuori.

  • 18 maggio 2013 alle ore 23:46
    Bari – Igoumenitsa. Ritorno

    La caffettiera come nave a vapore
    borbotta e sbuffa i ricordi lontano
    o come gonfie saranno le vele
    di spruzzi e vento a quest’ora nel mare
    sotto la grotta severa di minacciose
    nubi di carbone 

    echi si addensano nell’aria
    stizziti di monotonia.

    E come la pioggia scivola sui vetri
    io mi arrampico
    sulla base degli specchi:

    Piatti infranti come sogni interrotti
    Isteriche grida di lavandaie
    Martelli inchiodati su pensieri inutili

    Stump Crack Tratatam

    Dov’è la poesia in tutto questo?

    Splick Spam Bimbumbam

    Io sono sempre l’ultimo arrivato

    Maria! C’è da governare la casa!
    Teresa! In tavola la rivoluzione, sta!
    Adele! Sciogli le trecce ai cavalli, ti ho detto!

    Le vecchie e giovani matrone
    si lanciano richiami attraverso il cortile
    come marinai con gli occhi a babordo
    in prossimità del vicino pontile

    Con l’accendersi delle prime luci elettriche
    si annodano i malumori

    Poi finalmente il tintinnio delle tazze
    risolve la quiete

    Al nulla
    approdo.

  • 18 maggio 2013 alle ore 23:37
    Un pomeriggio di un giorno da fauni

    Oggi
    primo giorno del mese di mai
    dell’anno che verrà…

    Io e il mio bianco amico Bruno
    ci siamo innamorati del cervello
    che affiorava dal cielo
    montagne a cataste di nuvole grigie
    rovesciate come si rovescia il cielo
    su noi

      E noi
    dall’altra parte
    sull’alto del prato verde
    dove sonnecchiando a fari davvero spenti
    su di una qualche filastrocca sull’infinito
    due adolescenti con l’erba tra le dita
    sulla sommità del capo del mondo capovolto
    ci siamo ritrovati

    Abbiamo posseduto il cielo
    ma senza ragione
    gentili come angeli gentili
    abbiamo lasciato che tutto
    passasse indenne
    vigili sulle nostre anime se pure assenti
    abbiamo lasciato che la pioggia cadesse
    senza alcun male

    E pure eravamo in città
    e la nostra tranquilla saggezza
    andava fumando pensieri
    rollati senza fatica
    nonostante i batteri dell’aria
    e le troppe misericordie dell’uomo.

  • 18 maggio 2013 alle ore 23:12
    Un lumicino nella nebbia

    Accendi un lumicino
    oh mio Signore
    così che nella nebbia, da lontano
    io ti possa vedere
    e della tua figura che lentamente incede io,
    possa godere,
    e possa avvicinarmi per tenderti una mano.
    Più credere non so, son disperato,
    ho visto il buio da quando il tuo sentiero
    per altre e nuove strade ho abbandonato
    e prima che io possa proferir parola,
    la confusione di me s’è impadronita.
    Quasi ho vergogna a chiederti da uomo
    ciò che mia madre da bimbo m’ha insegnato
    di cui conservo sprazzi di memoria.
    Ora son triste, solo e alla deriva nella mia stessa vita.
    Oh mio Signore, ti prego abbi pietà,
    accendilo per me quel lumicino
    aiutami a trovar la giusta via
    guida i miei passi lungo il tuo cammino!

  • 18 maggio 2013 alle ore 23:05
    Cercando

    Ora lo so cosa voglio
    seduta  rannicchiata
    sul grigio e freddo pavimento
    del mio angolo buio di mondo:
    -desidero amore-
    E quando qualcun s'avvicina
    il mio cuore io sento
    che batte più forte,
    violento,
    di sordo rumore,
    appena mi tende una mano
    ritraggo impaurita la mia
    e me ne torno tristemente
    nella mia rassicurante solitudine.

  • 18 maggio 2013 alle ore 14:37
    Cinque Cento Trentanove

    Ti basta sia oro, che spalanchi
    le labbra alla corda  con cui pizzichi
    il mestiere, Osanna al tuo verseggiare!
    Ti basta una vanga, con petali e
    terra fai quasi meglio che con carne
    e capelli. La notte mi porta conigli,
    giganti squittii e malvagi  mi mordono
    i piedi cercando la via in cui tu hai
    parola d'ordine e chiave. 
    Ti basta sia lattea e  bronzea
    di quel poco che il sole ormai sa
    di me, praticamente la lozione  sul cassino
    a fine anno . Sfinita, sgattaiolata dalle maniche
    e dalla lana ho già tremori per la stagione
    che avanza, i treni che adoro hanno
    binari sistemati come costole a bordo
    torace. Spezzarne una, incrinarla,
    vedere come regge l'affitto ciò
    che rimane, non basta, ora non più.
    Sono il mio testimone, sono il celebrante,
    la sposa, lo sposo, l'altare, l'addobbo,
    la damigella, lo scambio, la promessa,
    l'alzata del velo e poi il bacio.
    Io sono di me tutta la mia cerimonia
    e faccio fatica a spalancare le porte
    convenendo sia numero e circo
    questo bastarmi quando, depennandoti,
    non ho nulla più che sia abbastanza.

  • 18 maggio 2013 alle ore 14:07
    Cinque Cento Trentotto

    Forse è nelle tinture, diserbanti
    al cuoio che disbosca l'anno
    venuto dopo l'anno che pareva
    più giusto. O forse è nelle schiene,
    tra i nodi ed i nervi delle dorsali, o giù
    verso il coccige, lanterna che rischiara
    l'origine dell'antico, indimenticato carponare.
    Magari è nelle mascelle,  nei ritmi
    della mandibola, salse, digrignare:
    io osservo la gente e mi chiedo dove
    stia allegata la sacca di coraggio fino
    all'orlo che a me sempre sfugge o
    quale passaggio mi abbia sfornita
    dell'inchiostro per latitare dai
    fallimenti. Come sempre il grande
    tiglio mi dirà cosa fare: lì sedeva
    mio nonno, a tre anni dalla mia
    prima parola, nelle estati di
    bottega in primina, con la sedia,
    stuzzicadenti nell'unico boccone
    di ombra, guard rail sulla
    lisca delle formiche, assicurata al suo  muro,
    osso sacro del Duomo.
    Nonno di poche parole e
    grigia flanella, e grigi capelli
    e grigi cotoni lì a riparo fino
    a quando non urgeva il taglio,
    la chierica austera della creatura
    verticale contro la pepata della
    verde processionaria.
    Si, il tiglio mi dirà come
    sempre l'inizio o la fine di questa,
    di quella stagione col suo starnazzare
    pruriti innocenti e qualche  starnuto dopo,
    con l'irrigidirsi spettrale in cento rughe di rami.

  • 18 maggio 2013 alle ore 12:05
    Caffè

    Caffè.

    Scusa per un appuntamento
    te ne stai lì immobile, per un momento.
    Ascolti mille parole, mille sogni,
    assecondi tanti amori, tanti bisogni.
    Scuro e pure trasparente
    trasformi in reale l'apparente.

    Caffè.

    Rispecchi due volti
    che si affaccian capovolti.
    Svanisci in fretta,
    qualcun altro ti aspetta.

    Caffè.

    Compagno di solitudine
    dolce o amaro ossequio all'abitudine.

  • 18 maggio 2013 alle ore 11:59
    Haiku

    Stille di luce
    fecondano l'anima
    germoglia amore!

  • 18 maggio 2013 alle ore 10:57
    Prigionieri delle necessità(ingiustificate)

    La mente assente
    con l'azzurro del mare
    a far da sfondo
    all'odio per le verità non dette

    e per questo
    essere senza la pace nel cuore
    a vivere
    in bilico tra l'ingiustizia e lo smarrimento

     
    e donare qua e là mortificazioni
    con il sorriso più smagliante

    Vivere nel moralismo più indignato

    che impone di essere prigionieri
    di questo girone infernale

    senza riferimento
    ai ritmi naturali
    della migliore evoluzione

    e nascondere i momenti bui

    truccandosi ancor di più

    nell'insopprimibile
    e spontanea necessità
    di domarci e dominarci l'un l'altro.
    .
    cesaremoceo(c)

  • 18 maggio 2013 alle ore 1:15
    Precetti per il figlio

    Figlio mio adorato
    scrivo queste righe affinchè tu possa avere coscienza.
    Cerca il significato di ogni singola parola.
    Lo troverai nel greco e nel latino.
    Non v'è lettera,in ciò che leggi,
    che non corrisponda ad un numero.
    Ad ogni lettera corrisponde un numero che dovrai imparare a decifrare.
    La prima regola:poni sempre davanti ai tuoi interessi,l'interesse del prossimo.
    Non sarai mai felice fino a quando uno solo dei tuoi fratelli vivrà nella tristezza.
    Abbi compassione e sii caritatevole con i più deboli.
    Ricorda,figlio mio,che un giorno,l'ultimo stolto del villaggio,potrrebbe essere il viandante che ti salva la vita.
    Non esprimere mai giudizi su qualcuno che non è presente.
    Non argomentare teorie sulle vicende altrui
    Non gioire sulle sventure di chi ti ha fatto del male
    Perchè,figlio mio adorato,se hai permesso a qualcuno di ferirti,allora sei tu nell'errore.
    Non mettere nessuno in condizione di ferirti.
    Sfida il prepotente
    Rispondi a chi ti ingiuria
    Essi si nutrono della tua paura.
    Mantieni fisso lo sguardo.
    Lo stolto ti sfiderà
    Il saggio ti apprezzerà.
    Non combattere lo stolto,asseconda la sua follia
    Non temere lo stolto,ma non lasciarlo entrare.
    Temi piuttosto il saggio.
    Temi chi usa modi gentili,temi chi ti ringrazia,temi chi ti chiede sempre "per favore".
    Allontana la follia e l'imprevedibilità.
    Guardati dal disperato.
    Sorridi a chi ti sfida con lo sguardo

  • 17 maggio 2013 alle ore 18:12
    Scrivere

    Scrivere  è un grido
    Un modo sottile di uscire allo scoperto
    irrompendo
    E' un mondo nuovo
    che risospinge il male
    Una danza infuocata
    nell'oro
    della vita

    E' grattar via la ruggine
    ritornare bambini
    sentendo tutte le vertigini
    di prime scoperte

    Spalancare gli occhi
    alle case aperte
    e tirar via gli sconosciuti
    dagli angoli oscuri
    dando loro fiato
    e magia

    Un potere alchemico
    di pianto e riso
    La forza della mano
    connessa al cuore
    che combatte
    l'invisibile nemico
    dell'indifferenza 

  • Navigo sempre nell'alta marea
    di stupidi moralismi

    a disprezzare il sogno delle falsità

    a vivere la verità nella bugia di me stesso 

    ad abbracciare immagini sfocate

    figlie d'un tempo trascorso
    vissuto nelle paure della solitudine più buia

    a spalmarmi sulle labbra
    parole di provocazione
    sfuggite alle tenebre più fredde

    nel vento impetuoso
    che intreccia i ricordi inorriditi

    nell'unica coscienza rimasta

    che avvolge la strada
    di chi sperduto se ne va

    ansimando nel suo cammino

    ed entrare nel panico
    non appena si scoprono
    i riflessi bianchi degli anni

    e sfiancarsi d'allegria
    per tenere il passo della gioventù

    mentre nella mente
    s'accavallano realtà angosciate

    scompensi emotivi
    di momenti tormentati
    da felicità rubata.
    .
    cesaremoceo(@)

  • 17 maggio 2013 alle ore 14:21
    Cinque Cento Trentasette

    Lettera agli approcci dal mare,
    ai viandanti  delle stagioni
    generose di umori, rumori:
    la Costa è un cranio in preghiera,
    chino sulla camicia sbottonata
    da Golfo a Golfo, dopo l'amore.
    Nessuna intenzione di rabbocco
    alle asole. Mette in circolo sangue
    col sale, poi le vene hanno ingorghi
    di lombrichi a due piani, di lumache
    corredate di servizi, cucina e
    tre biciclette,  luccichio di pendagli alle
    gonne e alle zingare.
    La Costa vende brodaglie a prezzo di linfa:
    è esplosa dal torace di Dio, obliterata
    e perfetta, osso per cani che l'azzannano,
    consigliabile Marzo concluso, scrollati
    via coriandoli e sedie sbattute dal vento.
    Di qui passano bene gli scirocchi,
    monsoni parenti e le tramontane
    sono amazzoni svelte sui
    miraggi di asciutto.
    Lettera agli approcci fugaci:
    La Costa mi tiene nel suo
    ombelico da sempre, io scendo
     i gironi che vanno alle viscere
    ma sanno sempre di fiori,
    di lucertole e strisce, di venerande
    sospensioni dal male. Una volta
    imbevuti del suo ticchettio, asprume
    di alici e limoni, sfusato, colato,
    garum, inchiostro, natura,
    difficile non insaporirsi.
    Chiunque, annusandomi, sa
    come arrivo e da dove: vana
    la detersione dal paradiso con
    il crasso di inferno. Qui senza
    un Orfeo (con il tuo nome) che
    mi torca il collo  mentre mi volto e rintano.

  • 17 maggio 2013 alle ore 12:40
    Cinque Cento Trentasei

    Lui è la coda, o io sono
    il cane. Razza discutibile.
    Ci provo e dannatamente
    riprovo a venire via dalla bruma,
    a scollarmi l'appendice, scrollatina
    di me: si fa così col prurito molesto,
    con la pioggia quando è zavorra.
    Ma poi è giovedì o è sabato e
    devo voltarmi, controllare da
    dove sono venuta e quanta
    strada non ho battuto, ma poi
    basta una sera che dice
    il mio nome senza attenzione
    ed eccolo lì. Lui. Ancora.
    Il per sempre, il posticcio,
    l'applique, l'addendo, la
    scusa, l'addetto. 
    Dovunque mi trascini,
    trascino il suo resto, il
    mio continuo, continuo
    giovane, di un pò di mesi,
    ma corposo come se mi
    fosse stato costruito
    addosso nella culla
    dove sverminavo l'infanzia.
    Dunque, mi dite, che senso
    ha ormai la fuga?
    Non si va lontano, il lontano
    è una posa, un atto, un trafiletto
    nel sangue di tutte le mietiture
    e delle parole.  Alla carne non
    è concesso gemmare con la
    miracolosa faccenda delle meduse:
    la carne va incisa,  molestata
    dalla lama e separata. La doglia,
    il calvario del ventre sminato,
    divaricazione: benedetto rigetto
    di ciò che era entrato.
    L'attesa, lotteria dei dettagli,
    la spinta, poi urla.
    E' da ciò che viene che si
    riconosce la forma di chi ha dato.
    Ed  il suo inizio.

  • 17 maggio 2013 alle ore 8:24
    Rimpianti

    Tutti i sorrisi smorzati
    Tutti i sogni irrealizzati
    Tutte le cattiverie non evitate
    Tutti i gesti scansati
    Tutti i viaggi procrastinati
    Tutte le domande insabbiate
    Tutti i moccoli esalati
    Tutti i rifiuti immotivati
    Tutte le intimità abolite
    Tutti gli ausili declinati
    Tutti i progetti ritardati
    Tutte le risposte glissate
    Tutti i malumori accumulati
    Tutti i dissapori dissepolti
    Tutte le affettuosità differite
    Tutti gli attimi non colti
    Tutti i silenzi amplificati
    Tutte le felicità sottaciute

    N.B.= Inizialmente, avrei voluto intitolarla “Manchevolezze” ma mi sono subito accorto che non esprimeva il pensiero che volevo segnalare tutti quei momenti che in positivo o in negativo tonificano o sfibrano un rapporto amoroso se solo venissero valorizzati o evitati. Quando vieni separato per  qualche motivo di forza maggiore dalla persona a cui sei legato, tutti questi momenti  ti tornano in mente e non possono che sembrarti che dei dolorosi rimpianti.

  • 17 maggio 2013 alle ore 6:38
    Ai tempi del liceo

    Da teenager ero confuso,
    un po' perso e ogni tanto
    persino timido e goffo.
    Mi ero sposato con Dio
    ma facevo sesso col diavolo,
    quindi ero solito dormire
    sugli ardenti e focosi lettoni
    o divanetti dell'inferno
    e mi svegliavo in paradiso,
    tra alcuni dei miei affascinanti
    e innocenti coetanei traditori.
    Eppure, tra sfrenati piaceri,
    falsi sogni e crude realtà,
    sono diventato un giovane
    perdutamente innamorato
    di uno dei suoi simili, o quasi.
    Uno strano e impuro modo
    per trovare la tanto sognata
    altra metà della stessa mela?
    Forse sì, forse no, forse forse!
    Ma che cazzo d'importanza ha?

  • 16 maggio 2013 alle ore 23:21
    Stregati dall'amore

    Sei meraviglia incastonata nella roccia,
    questa dolce presenza che non è semplicemente stare
    ma quel mal di pancia che ti avverte che la centrifuga delle emozioni è oramai azionata, nessuno la può arrestare.
    Sensazioni sublimi, vita vera e sogni che viaggiano paralleli.
    Sogni che illudono l'anima. Forse sognare è roba per poveri illusi, ma sognare è magia.
    Un bacio che ti rapisce, occhi stupiti che ti osservano come se fossi un ufo, gocce di rugiada su fili d'erba che danzano voluttuosamente, una mano che ti sfiora come se fossi un raro fiore di montagna, semplicemente stregati dall'amore.