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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 24 aprile 2013 alle ore 9:17
    Cartolina

    Abili mosse
    come scacchiera
    Trieste una favola
    Oggi e com’era

    Prova a guardare
    mentre cammini
    La bora ti parla
    senza confini

    Andare portati
    da un soffio di vento
    Chiudere gli occhi
    vagare contento

    Trieste una nuvola
    Mai dimenticata
    Trieste l’amore
    Una fiaba incantata

    Le vie piazza grande
    A ridosso del mare
    Audace quel molo
    Seduto a pensare

    Per Lei voglio scrivere
    Giocare sognare
    Per questa città
    Sul suo lungomare

    Ancora quel vento
    Idee spettinate
    Scompiglia i pensieri
    Di noi innamorati

    Negli anni ricordi
    Profumi ancor vivi
    Poeti ed artisti
    Ed oggi li scrivi

    A volte nascondi
    Già note bellezze
    Carso e castelli
    Del mare le brezze

    Sei timida e magica
    Emani una scia
    E chi ti respira
    Non va più via

  • 23 aprile 2013 alle ore 23:14
    Falena

    Questa stanza è vuota
    spogliata di ogni comodità,
    poiché la disperazione
    è sufficiente per arredarla,
    l'unica speranza
    è una lampadina
    sistemata alla meglio.
     
    Persino i cavi elettrici, 
    in un sterile tentativo di fuga
    scappano nel muro,
    ma il nastro isolante
    sadico vestito di nero
    le soffoca nel suo
    appiccicoso abbraccio.
     
    Suicida una falena
    gira intorno al calore
    della sfera luminosa.
    E' entrata dalla finestra
    ammaliata dal canto
    del filamento,
    nel suo rovente lamento
    più volte prova
    a toccarlo il bulbo di vetro,
    scambiato forse
    per quello di un fiore.
     
    E' questo suo
    continuo battersi 
    contro un destino,
    certo e impossibile.
    che mi dona forza
    e nel suo gioco d'ombra
    anche le mie ali 
    si fanno immense
    nella stanza vuota.

  • 23 aprile 2013 alle ore 19:54
    Dal Cielo

    Di nulla manco
    se il cuor m’accendi,
    Signore Gesù.

    Salvezza incontro
    nel distorto mondo
    se Amor concedo
    a chi con amarezza
    ricambia genuina bontà.

    Il passo arrestar non posso
    breve è la strada
    e  se il buio mi coglie
    più Speranza non ritrovo.

  • 23 aprile 2013 alle ore 18:56
    L'amore c'è...

    L'amore c'è
    oltre il confine
    del male
    oltre l'orizzonte
    sempre più in alto.
    Il mondo
    ci osserva
    ma tutto resta
    intorno e dentro
    di noi.
    Il nostro viverci
    l'amore 
    che sconfigge ogni cosa.
    I nostri pensieri
    delicati,
    sono sempre
    ogni giorno
    dei fiori
    appena nati.
    Anche la rabbia
    il rancore
    non distrugge
    l'amore
    fra noi
    è sempre
    unico ed assoluto.
    Ci penetra
    ci rende clandestini
    di una libertà
    fatta a metà.
    Ma l'amore
    vince sempre.
    L'amore c'è...

  • 23 aprile 2013 alle ore 18:33
    Linoleum

    scivolo
    i miei artigli non si piantano,
    lastra levigata come il ghiaccio
    fredda come i tuoi occhi
    riempie spazi vuoti
    dentro il silenzio della tua anima.

  • 23 aprile 2013 alle ore 16:09
    Gente di mare

    Con te ci metto
    la maturità di certe stagioni
    dove se si cade
    è dal ramo più alto

    oppure succede in dialetto
    a coccia capaball
    che ci metto l'origine
    le generazioni della mia vita

    quasi ci metto
    i capelli tirati dal vento
    tutti davanti e tutti dietro
    così spinti dall'altalena

    come nel mare la pena
    con te ci metto pure l'attesa
    e l'amo corto
    ci metto la pazienza del pescatore.

  • 23 aprile 2013 alle ore 15:36
    Rinascita

    Giornate gelide a produrre rinunce
    e poi addormentarsi respirando arie di dolore

    ferite umilianti nelle ore d'angosce vissute

    Cercare "alchemiche creatività"
    a creare nuove emozioni

    negli sguardi smarriti
    di uomini obbligati a braccia incrociate

    con nelle mani i calli del lavoro
    e la disperazione nei volti segnati dalle rughe

    Invoco oggi le Fate del silenzio
    contro lupi che ululano

    agitando gli spettri del brivido
    e nutrendo i rumori delle paure

    nell'imporre egoismi e minacce
    rivestite d'ipocriti continui tradimenti

    Abbiate pena delle nostre anime ferite dai tormenti
    nella malinconia dei gesti

    e dalla nostalgia della ricchezza perduta

    Fate che nei nostri cuori
    ritornino a vivere orge di vita civile

    e che i nostri figli attingano il nettare dell'amore

    senza cadere nella tentazione
    d'esser cinti con una corona di foglie di carciofo.
    .
    cesaremoceo (c)

  • 23 aprile 2013 alle ore 14:38
    Cinque Cento Cinque

    Niente rime, piuttosto ricami,
    onda d'urto che spazza il contorno.
    Le terrazze agghindate di aprile
    fanno smorfie esaustive,
    l'amplesso dei gechi,
    companatici fra i muri e la
    sera, uno schizzo di luna
    venuta in anticipo, è già
    tardi da qualche parte
    fra i Lattari ed il brodo
    del mare. Io mi ero finta
    tutto un amore e ci stavo
    in quel lago due metri
    per due con i piedi puntati,
    il fondale sotto la pianta,
    radice sterile, solo pretese
    di gonfiori corretti.
    Mi ero finta tante cose:
    orpello, sedia , badia,
    lucernario, coda e cometa.
    Sentivo tutte le mie parti
    accordare appuntamenti
    col mondo, arrivare e  mancava
    mezzora, ed in fretta sloggiare,
    rincasare quasi sempre in affanno.
    Poi tu, altissimo come i fari
    in bocca alle boe, otorinolaringoiatria
    degli abissi. Sulle tue gambe
    come su un precipizio: i giorni
    allagati, invasi, crepati.
    Non so più contare, combaciare,
    rammendare e frenare.
    Tutto di questa razza con cui
    mi cucirono il cuore ha la tua
    firma accucciata sul bordo,
    marchio di fabbrica e fabbricante.
    E per montarmi e riassestarmi,
    il verso è quello dove tu resti:
    quattro bulloni con le tue mani.
    Tanto  poi basta per darmi funzione.

  • 23 aprile 2013 alle ore 12:58
    Cinque Cento Quattro

    Liquefatto:  agosto  quando sarà
    sui meccanismi del Sud.
    Aggiornati  e, se ti adegui,
    vedi che qui temperiamo il sole
    finchè non ci prescrive meridiana
    ed umore, il quadrante un'abbuffata
    di cicale spruzzate come pepe
    dentro la testa dei pini, pidocchi
    in trasloco. Salutami la tua barca
    di amici, remate piano sulle pance
    larghissime della pianura, dritte
    quanto un cadavere , invitano
    a letto il sonno, presto.
    Il tuo gruppo da araldica di paese,
    con il nomignolo per pedigree,  li
    immagino gli occhi grigi , la
    nebbia in tasca al posto del
    resto e la pacca sulla tua
    spalla quando arrivi.
    Le tue spalle: mi fossi legata
    a marzo con la mandata del
    nodo che tu dici non si scioglie,
    che non è neve, adesso ti
    starei addosso.  Cintura al collo,
    una campana nella giugulare del
    campanile, suono se è ora
    di te, il tuo cave canem,
    il morso micidiale all'ingresso
    dei desideri sul mio desiderio in catena.

  • 23 aprile 2013 alle ore 9:07
    Se c'è

    Se c'è
    AMORE
    mai muore
    supera prove
    acquista forze
    al male resiste
    vince il tradire
    bello risorge.

     

  • 22 aprile 2013 alle ore 21:29
    Vero amore

    Finalmente allo scoperto

    fuori dall'intenso buio del passato

    tutto ricordo di quel tempo
    pieno di corse ad ostacoli

    che ancora oggi ogni pensiero
    è intriso di quegli struggimenti

    a sussurrarmi nuove speranze
    procreate da inappagati antichi desideri

    a turbarmi il cuore
    nel ricordo dell'odio trionfante

    padre di questa solitudine interiore

    Gocce di emozioni solcano l'anima

    lasciando tracce di fallaci utopie

    nei lividi e percosse incorniciati
    in lunghi silenzi

    nel ritrovato gusto
    di una libertà tutta nuova

    nel vivace e immenso godimento

    di Te unico vero amore
    .
    cesaremoceo

  • 22 aprile 2013 alle ore 20:31
    Cinque Cento Tre

    Tutto va via da me:la chioma,
    scappellandosi, soldato a giorno,
    perde appendici e annessi, taglio
    veloce in collera con la sutura,
    caduta a rilascio stagionale,
    dosi minime, talvolta in suppurazione.
    Ho malinconia delle voci alte
    sulle grucce dei mercati, dei castagni
    irrigiditi dall'eccitazione ventuno settembre,
    l'aria in piedi sui ricci esplosi sotto
    le gomme disattente dei viaggi,
    un muro senza mare dove
    tutto è mare. Ma vanno via da me
    fasi e nomi, arti, periodi, carezze,
    moncherini e protesi.
    Niente resta in posa con convinzione:
    mi provano, test da contenitore,
    scivolano dentro e poi, voilà,
    già guardano domani spiando
    l'ago chiaro, l'indovino dell'apertura,
    rabdomante di fori ed evasioni.
    Eppure dovrei essere abituata
    a certi esili : nemmeno io so tenermi
    accanto se non per un istante.
    Seduta allungo la mano  fino
    alla mia e con le gambe stesse
    in posizione a scatto già mi abbandono.

  • 22 aprile 2013 alle ore 20:18
    Ribelle

    Incendiario era il tuo sguardo:
    generava fuoco 
    alle scintille dell’incontro.
    Erano
    le pupille
    meteore di sogni,
    dirottate qui,
    nella realtà.

                                          Poi…
    senza la cura del riassetto,
    miagolando difesa,
    inoffensivo
    il fuoco
    si è spento,
                          f  r  e  d  d  o .

    Ma la cenere non l’ha insabbiato.
    Superstite
    ancora esiste
    come fiamma imprigionata nel prisma vetrato.

    Dalla polvere della soffitta
    l’osservo,
    come se fosse a me estraneo,
    mentre le lingue
    fiammanti
    si diramano
    rabbiose
    verso l’alto.

  • 22 aprile 2013 alle ore 18:09
    Terra Madre

    Terra sorella,
    Terra respiro
    del tempo che cola
    fra interstizi di rocce
    impenetrabili,
    eterne.
    Terra soffio di drago
    che abbatte e riscalda.
    Terra madre,
    che dal putrefatto torpore
    delle nostre rovine
    ritrae alla vita
    plastiche forme,
    docili e imbelli,
    e rigenera  il canto
    dell’anima nuova.

    (22 aprile 2013 Giornata della Terra)

  • 22 aprile 2013 alle ore 16:49
    Bar Socrate

    Fra piante in vasi
    tavolini all’aperto sparsi
    camerieri movesi
    al bar Socrate
    con te quanti minuti

    a lato università
    in tua attesa
    contavo ora
    arrivavi or ora
    ordinavi allora

    quanti mezzodì
    o pomeriggi
    in tua compagnia passati
    chiacchiere dolci
    parole dolci

    quanti ricordi
    quanti frammenti
    particolari momenti
    mitici momenti
    memorabili momenti

    attimi ora ricordati
    ora spariti
    riaffiorano alle nostri menti
    sorridenti vaganti
    di noi giovani amanti.

  • 22 aprile 2013 alle ore 14:19
    Re Leone

    Lontana la leonessa
    a procurare il cibo
    i leoncini sbrana
    un vigoroso maschio.

    E' legge di natura
    durissima da pianto
    per la gentile anima
    così prender dominio.

    L'istinto però muove
    non la ragion di stato
    nè un malvagio cuore.

    Meglio è un felino capo
    coerente all'io animale
    d'un prepotente umano.

     

  • 22 aprile 2013 alle ore 14:04
    Cinque Cento Due

    Venere e ciechi, stelle a
    perdifiato lungo la gobba blu,
    rodeo di luci e notti per
    mandriani e pescatori sospesi
    al mento della donna che li
    attende  arenata
    sotto le coperte, capodoglio
    e capelli.  Di spalle.
    Come ci si saluta sulla Costa
    è diseguale al buongiorno di
    tutta la terra: noi tratteniamo
    i fiori fra le labbra, zingari
    e zagare appesi ai muri,
    se vendono bene.
    E tu che vuoi studiarmi nell'habitat
    a me congeniale, fra il battaglio
    espulso dei sandali e la sventagliata
    di plissè abbronzati, non sorprenderti
    di quanto mi ha invasa ogni
    tuo tendine, di come mi sfilasti
    la casa che portavo: numero di magia
    o destrezza da esperto.
    Adesso nuda, le ossa
    con il tuo specchio, mi vedi meglio
    e più ferma di tutti gli scogli
    imburrati dal mare.

  • 22 aprile 2013 alle ore 13:38
    Cinque Cento Uno

    Mi preferisco. Anche se ho
    paura: la paura mi fa simpatica
    come la plastica quando ci imbusta
    la vita. Mi preferisco anche tremando
    fra i tuoi monti e le spalle amore
    mio su cui sento sbattere il tempo
    dei navigli che  raccontarono mio
    padre ed i suoi giorni di fama,
    acquerelli e sottigliezze.
    Risacca nebbiosa, granulosa
    ed ecrù. Mai stata lì, ne altrove:
    i rosoni restano incolti sulle
    Chiese del nord e la terra è
    piana e ancora forte, livella
    di semi e radici, architravi ed
    assi, teatri, pose, mestieri.
    Mi preferisco anche così:
     la pelle ha sapore perenne
    di fusa e di reti, di scogli,
    tovaglie e presse.
    E per quanto tu l'abbia
    mescolata, mantecata alle risaie,
    alle risse di fine pazienza,
    alle mattine cicatrizzate in
    testa, alla filigrana in grandine
    sulle passatoie dei campi,
    lei è fiera e con la faccia di
    sole e poche medaglie,
    si tiene stretta la bugia
    di poterti somigliare solo perchè ti ama.

  • 21 aprile 2013 alle ore 21:42
    Amori scordati

    Vagabondo
    perso in romantiche illusioni

    accarezzato dal vento
    che sussurra musiche già note

    tra i meandri assopiti
    di ricordi d'amori scordati

    briciole di passato
    a dar voce a ciò ch'è nascosto nel profondo

    e sciogliere i gelidi ghiacciai dell'indifferenza

    aggrovigliata tra le spire dell'anima in travaglio
    nelle vertigini di inganni e delusioni

    e in questa pioggia di emozioni

    ammutoliti smarrimenti
    echeggiano tra i cunicoli stretti del cuore

    a risvegliare la voglia di nuovi sogni

    Riparto a piccoli passi
    rinfrescati dal desiderio dell'oblio 

    in ritrovate brame e serenità
    a eccitare il mio imminente crepuscolo
    .
    cesaremoceo

  • 21 aprile 2013 alle ore 17:49
    M

    Sono un mare in tempesta
    sotto un cielo sereno

  • 21 aprile 2013 alle ore 16:11
    Che ne sarà di me?

    Sfortuna, scelte errate,
    destino o chissa che
    mi hanno portato qui.
    Metà della strada percorsa
    non so quanta ancora da fare,
    sogni sfuggiti man mano
    come molliche di pane
    disperse a segnare il cammino.
    Cammino che non ha ritorno.
    Non puoi far rivivere i sogni.
    La strada davanti è in salita,
    più avanzi e più l’erta cresce
    e più la stanchezza ti assale
    Ma il cuore, la mente, le idee
    mi sembra rimangano indietro,
    là, giù, all’inizio dell’erta,
    mi seguono ad ogni mio passo,
    ma distanti rimangon da me.
    Raccolgono i sogni lasciati
    e prendono ricordi perduti,
    li portano correndo da me,
    e di colpo la strada davanti
    si appiana e poi va in discesa,
    stanchezza lascia le membra,
    il passo s’allunga veloce.
    Non so quanta strada ho da fare
    ma so che avrò sogni da vivere
    e cuore per farli parlare.

  • 21 aprile 2013 alle ore 14:48
    Cinque Cento

    Vuoi sapere l'odore che fa il mio
    odore: ti aiuto mentre mi informo.
    Odore di intonso, di mai sgualcito,
    mai usato, consunto, finito, sfruttato,
    vissuto, saziato, piegato, assaggiato,
    divorato. Odore di cosa non toccata,
    di muro a facciavista meno gli occhi,
    di ingresso senza calpestio.
    Di un giorno di mare e mezzo
    lungo la sera, orrendo copriletto
    a schizzi gialli,di catena, di   ciondolo
    e pena. Odore di cane e guinzaglio,
    di macchia, di mano che corre
    a prendere il desiderio lanciato
    giù, dove tremo. Ti fermo.
    Il mio odore è fare piano:
    ma siamo già piano.
    Orizzontali e nascosti,
    somiglia alla morte
    il nostro " in piedi".
    Stese le teste non solleticano
    il cecchino che sa del mio
    nome quando viene col tuo.
    E la paura,  buio mirino,
    mi tiene la gola in cui versi
    e versi la vita una dose
    alla volta perchè un poco
    si posi ad avvamparmi le
    vene e le ossa, perchè
    non pulisca le labbra esibendo
    fiera a fine pasto
    la traccia di tutta la sete.

  • 21 aprile 2013 alle ore 13:55
    Quattro Cento Novantanove

    Venti minuti, rimpiccioliti:
    sotto la lente passano i pini
    con gli aghi, il sole è un ditale,
    la cucitura dai tronchi alle teste
    è ferma  e  quasi sfrontata. 
    Ai tigli hanno inaugurato la
    barba, tenera polluzione allergica
    ed eccitata che macchia già
    i rami. E sui tetti, tra tegole
    e grondaie, ali di scorta e
    ricicli, mansarde, schiuse le fughe
    all'inverno, le biglie e i tornei
    corrompono pomeriggi infiniti
    di bouganville ricamata sui muri,
    e una gualdrappa di edera ,
    tenta, tentacolare bordura sui
    dorsi a secco delle mie vie.
    Ma  a venti minuti dall'ultimo
    goccio di voce, tu hai già
    indossato una giacca color
    del ricino e porti bene il
    mio ricordo sotto il braccio.
    E quando alle diciannove dovrai
    reggere chiavi ed ombrello,
    copione, busta , una mano
    e forse un regalo, lo lascerai
    andare: un numero in caduta
    ma senza frattura, show di passato.
    Giù, verso il c'è stato.

  • 21 aprile 2013 alle ore 13:39
    Canto di rabbia e d'amore

    Siamo qui sotto i pulpiti austeri
     assoggettati alle domande che picchiano forte
    Abbiamo  stipulato il contratto di silenzio
    con l'inconoscibile e siamo come questi alberi
    sempre più alti e sempre più nel vento infuriante
    Il canto degli uccelli rinfresca i volti dalle lacrime
    e di rabbia
    lo spirito urlerebbe
    Ma la forza di questa vita ci trattiene
    come i più bei frutti
    partoriti dal cuore di pachamama
    così arcigna e  meravigliosa
    Andiamo correndo alla fine di questa strada
    girando le spalle al dolore
    E questo è tesoro prezioso
    un amaro  nutrimento che trasformiamo in oro
    Aguzziamo la vista  come animali notturni
    Che preferiscono alla notte
    L'urlo del sole
    levato alto

  • 21 aprile 2013 alle ore 13:00
    Quattro Cento Novantotto

    La domenica guantiere e nastri
    svestono le creme dalle pastefrolle
    incinte. Le Messe, seminate ogni
    due ore, sbocciano cortei in ansia
    per il forno e la cottura oro sui
    bordi alluminio delle portate
    in prova il sabato.
    Il sabato  che tenta.
    La domenica la prima.
    Nei giardini ammattiti
    dalla pioggia assente,
    compaiono tovaglie,
    dalle campane il fiotto
    di una frazione ricorrente.
    Il vino aspetta il tuffo della
    pesca e della voglia,
    il contorno acciambellato,
     gatto verde nel piatto
    più piccino. La domenica
    io mi vorrei fra le tue braccia,
    incastrata senza fame
    a nord di questo sud che
    calza male. Ed è già l'anno.
    Io mi vorrei slegata dalla settimana,
    e perdonata. Per volerti  ancora
    più nel sangue e, fra un
    istante, più di adesso.