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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 03 giugno 2013 alle ore 14:31
    Cinque Cento Cinquantotto

    E' stato ieri, ricordo. E ricordo bene.
    Le mie parole sarebbero un leggiadro
    artificio, un furbo incantesimo, fascinazione.
    Avrebbero direzione di dardo, volontà di ariete,
    carica di toro, coraggio di avanguardia.
    Ma davvero aprire una botola è sedurre?
    Far cigolare il proprio male così raramente
    oleato equivarrebbe a miagolare?
     Quando scrivo frequento un obitorio:
    sotto il neon blu della mia mente
    taglio l'escrescenza, scoperchio dal peso
    la parte in ombra, poi, non contenta, circoscrivo
    l'area di contagio ed individuato il guasto,
    incido. Una fioritura le due sponde divaricate,
    facili come le gambe facili, l'una di fronte
    all'altra  e nel mezzo il pistillo adunco.
    E allora, solo allora, asporto con grande
    attenzione la malconcia inserzione.
    Intorno va nauseabondo l'odore del
    già detto che rapprende, acre e violento
    alle narici, una lama. Scuro eritema.
    Quando scrivo riesumo carcasse
    che ancora dovevano macerare,
    ergastolane ipogee, virus da quarantena
    e questa nera cerimonia va avanti da
    anni con salti dannosi quanto una pestilenza.
    Quando scrivo secerno il mio veleno:
    qualcosa qui dentro si acquieta  e si
    avvita, ma poi ecco che in fretta nuovamente
    si allaga della stessa sostanza, rubinetto
    infestato. Il veleno esonda, liquido banditore,
    un proiettile travestito da gendarme, bugiardo
    come la maschera di menta che nasconde il
    fiele allo sciroppo. Disorientante. 
    Come uno schiaffo dato  sulla carne intontisce
     prima che si  riceva dall'incornata
    dell'ago il vero sopruso.
     

  • 03 giugno 2013 alle ore 12:23
    Attesa

    E c’è l’attesa
    a dipingere la pelle
    e respirare forte il mio silenzio

    il buio scende
    soffici scalini
    e sale il mio calore
    nei tuoi sguardi

    pennello ruvido
    acquaragia di pensieri
    che lavano quest’oggi dalla vita
    e nuove linee
    da farneticare
    per inventare sillabe novizie

    cala la notte
    in rapidi sussulti
    e lento tracimare di delizie

    la tela vergine
    pulsa nelle trame
    e anela lo spessore dei colori
    in questa sera
    trepida di rosso
    pelle di tutto
    ruvida di sguardi
    disciolta dal bagliore della luce

    sento il tuo sangue
    quando ti avvicini
    che infuoca schiuma contro la mia riva
     

  • 03 giugno 2013 alle ore 10:54
    La morte di Elderico

    Mi meraviglio di come mi sia ferito,
    e di  come questo squarcio nell’ addome si sia aperto,
    velocemente come il fulmine che apre il cielo,
    inutile pensarci ora che il duello è finito
    e lo pungolo avverso è cosparso del mio sangue.
    Mi meraviglio di quanto sia stato stupido,
    e di quanto la boria mi abbia lasciato scoperto,
    la fortuna mi ha voltato le spalle oggi,
    ed io ora ne pago pegno e rimpiango
    la calma che non ho mai avuto.
    Mi meraviglio della mia lentezza,
    e di come una pugnale batta una spada,
    se la mano di Dio trattiene il duellante,
    che tronfio arreca torto ad un passante,
    credendosi immortale ed invincibile.
    Mi meraviglio di come morire suoni dolce e liberatorio,
    e di come comprenda cosa ho distrutto con i duelli,
    di come i pallidi volti dei morti mi osservino e ridano,
    poiché oggi tutto per me termina all’ombra di un melo
    per ogni peccato che dalle mie labbra non sarà mai lavato.

  • 03 giugno 2013 alle ore 9:49
    Tra le due rive

    Io ero già posseduta
    dall'arcana sostanza del vento
    e dal suo principio invisibile
    tra gli abbracci dei rami,
    che parlavano la lingua dei morti.
    Tutto ancora
    cominciava
    con assoluta incertezza
    e anche se già qui,
    noi
    eravamo giunti
    sulla strada più lontana dal cielo,
    nella calma più dolce.
    Tu avevi un piccolo segno
    bianco
    di arresa, tra i capelli
    e l'acacia disegnava i suoi fiori
    per molti chilometri intorno.
    Tra le due rive, il fiume
    cercava lontano il suo nome.
    Noi eravamo ancora vivi
    e ci toccavamo
    con mani miracolose
    che sapevano andare nel centro
    della notte e del giorno,
    ma eravamo già distanti
    come un inverno
    ed il suo candore sospeso.

    da:' La mia dolce cenere/Moj slatki pepeo,Prosveta ed., Belgrado

  • 02 giugno 2013 alle ore 21:20
    Analgesia mnemonica

    In dormiveglia
    sorpresi la memoria
    partorire
    fotogrammi nuovi in testa
    e mangiare i vecchi in coda
    strozzandosi
    nel labirinto del suo corpo
    a non sentir più niente
    intrappolata com'era
    nella noce cerebrale.

  • 02 giugno 2013 alle ore 14:55
    Piano-forte

    Sono sospiri,
    queste note leggiadre
    di un pianoforte lontano,
    nella serale quiete.

    Sospinta dal vento
    lieve,
    fluttua nell'aria
    la melodia
    di uno struggente notturno,
    inonda
    la strada vuota
    ed il cuore
    di chi sà ascoltarla.

    Piano,
    s'affacciano malinconie
    da una nuvola che nasconde
    un grappolo di stelle,
    forte,
    torna il ricordo
    dei giorni dell'allegria.

    Aleggiano
    le soavi note
    confondendosi
    tra le fronde del ciliegio
    che, vergognose
    più non bisbigliano.

    Piano
    una lacrima scende
    inciampando in una ruga,
    forte,
    il desiderio
    del più tenero dei baci.

  • 02 giugno 2013 alle ore 14:22
    Cinque Cento Cinquantasette

    Pensarti è fare la valigia ogni ora,
    neutra cornamusa con le ruote,
    pecora passata dai Sioux a cui infilo
    nella pancia destinazioni come aghi.
    Ho tutto l'occorrente: nei pensieri
    sono ordinata, non solo puntuale di quella
    puntualità che mi ha ritardata.
    L'elenco è fitto: scarponi da trekking, qualche
    trappola per lupi, fischietti e tomaie, un lazo
    per far da mandriani alle lucertole, se possibile
    anche alle stelle e taccuini  a  cui, ne sono certa,
    affolleremo anche gli angoli come si fa
    a volte sotto le coperte puntando i piedi,
    cercando il vertice più caldo.
    Scriverò la faccia del nord ed i nomi delle valli,
    quasi tutti con il coccige sporgente, pungiglione
    in consonante, quella strana terminazione
    che lascia l'acquolina senza mai addentare
    il boccone. Un treno spezzato a metà corpo,
    un soldato con gli stivali rintuzzati.
    Pensarti è me e te stesi accanto ad uno dei
    tuoi ponti, arcobaleni di pietra sopra i fiumi,
    è aspirare il marciume dai fossati e sentirvi
    acre la colonia dei rospi mentre giocano a campana.
    Pensarti è tenerti la mano mentre mi porti,
    Ma dove mi porti? Ah, si, dove non ci sarà mai
    mare  ma solo un cavalletto di montagne
    su cui salire per scattare  il cielo.
    Pensarti è un albergo con il tetto a punta
    come il cappello di Merlino,
    una camera d'albergo e la signora  che
    gentile ci affida il letto  come un cane.
    E una volta entrati, scorgere dalla finestra,
    attaccato al davanzale come un busto,
    il femore di un tronco, nero di trombosi
    da distacco, un po' scuoiato e proprio
    lì riempito da un cerotto di gerani con te
    che in un orecchio piano mi sussurri che
    per me ne farai di più belli, tutti fuori appesi,
    come monili al collo della nostra casa,
    chissà dove, con sette stanze, con otto aiuole.
    E poi toccarti  e dire che è tutto vero mentre
    scoloriamo lentamente ed ognuno torna
    ad incassare il proprio posto
    al gong di fine della  ricreazione.

  • 02 giugno 2013 alle ore 10:38
    Deliri...da sabato sera

    Son le notti
    che ci danno
    la possibilità
    di viaggiare
    nei sogni

    a scoprire
    la potenza
    della libido

    infrangere i tabù
    con la più amabile
    dolcezza

    scatenare
    illeciti desideri 

    tessere
    con ironia
    il disegno preparato
    dalla mano
    del destino

    elucubrando
    molte personalità
    nello stesso corpo
    .
    cesaremoceo

  • 01 giugno 2013 alle ore 17:30
    Amarsi

    Non necessariamente due anime che si incontrano
    debbano amarsi col patto di farlo per tutta la vita...
    il toccarsi intimamente va oltre l'amore pattuito,
    supera l'essenza
    e ti colma di un bene prezioso.

  • 01 giugno 2013 alle ore 17:28
    Attimo

    Sorprende uno sguardo
    che parla tremando...
    stupisce l'incontro effimero
    tra due anime consapevoli
    del loro essere,
    si sfiorano appena,
    cercandosi clandestine,
    quasi a volersi, solo per quell'attimo,
    ad ogni costo.

  • 01 giugno 2013 alle ore 17:25
    Silenzio

    Un silenzio crudele mi avvolge
    in un mutuo frastuono,
    non teme lo squarcio di vita
    sospeso tra il vivere e il cuore.
    Un dolore sordo lo smuove,
    distinto tra l'essere e il volere.
    Lui è lì, pietra frantumabile,
    inevitabilmente possibile.

  • 01 giugno 2013 alle ore 17:21
    Pensiero

    Il sentimento che agita il cuore 
    sconvolge di tormenti il pensiero
    attraversando violentemente l'anima.
    Non sa di cosa vorrebbe saziarsi la vita,
    ma sa che deve tacere...rimanendo sepolta
    nell'essere intimamente infedele.

  • 01 giugno 2013 alle ore 17:17
    Risveglio

    Plachi i tormenti della notte
    con un fugace bacio,
    accarezzi il mio sguardo,
    ci siamo detti tutto.
    Mi sveglio,
    ero solo un sogno.

  • 01 giugno 2013 alle ore 17:15
    Sogno

    Dagli occhi una luce traspare, 
    triste e soffocata dai tormenti della notte.
    Nei sogni confusi di un primo mattino d'inverno
    combattono i sensi e le effimere emozioni.
    L'anima tace, stremata al risveglio.

  • 01 giugno 2013 alle ore 17:13
    Maschere

    Nel mondo ci sono persone che danno col cuore e si dimenticano...
    e persone che ricevono con la testa e non dimenticheranno mai.
    per fortuna c'è un tempo per tutto...
    anche per vedere quanto certe persone
    siano brave a recitare la loro parte.
    Ma il pubblico, dopo l'emozione del momento,
    capisce che è solo una puerile commedia.

  • 01 giugno 2013 alle ore 16:17
    Adelina

    Il tuo lavoro è una maschera
    in un mondo indifferente,
    la tua anima è reale
    di colori variopinti solari.

    Il tuo tacco è femminilità
    I tuoi orecchini semplici accessori
    sul tuo corpo elegante,
    sensuale tra profumi provocanti.

    Occhi sinceri da bambina
    immersi fra parole di ragazza
    sfiorati da mani di donna,
    raccolti nei pensieri maturi della vita.

    Tu sei speciale, normale
    nella estraneità apparente,
    il tuo fare quotidiano
    di una semplice giornata.

  • 01 giugno 2013 alle ore 13:36
    Cinque Cento Cinquantasei

    La notte i gatti fanno come vogliono
    e sulle terrazze, baldacchini solo bifore,
    trabocchi senza l'onda, la bouganville
    è riccia e callosa cresta di gallo.
    " Chicchirichì domani ti sposo!
    Ti solleverò in aria come una moneta,
    testa  o croce ogni tuo giorno, nel letto
    c'è la zecca, ma non punge, certo non
    sugge, però si gonfierà, un calzino
    con più dita, come un guanto
    per una mano che è moltiplicata.
    La notte i gatti fanno come vogliono:
    si azzuffano tra le siepi e verseggiano
    con l'inghippo  e la confusione della
    radio mal sintonizzata.  Bisognerebbe
    drizzare l'antenna ai grilli. Ah, già!
    E' già quasi tempo di grilli la sera
    e dell'erba che chiacchiera nel buio
    con se stessa: tutte quelle nere,
    minuscole, agili comari, mollette
    che schizzano da un'aiuola stesa
    bene e vanno altrove. E' già
    tempo di luna grossa in mezzo
    al mare, strategico lampione fra
    i divani verde blu degli scogli
    capitonnè.Ed io? Io sono ancora
    da qualche parte, correttamente
    seduta in inverno, le spalle sotto
    il golfino della solita paura, così
    non mi ammalo e la corrente,
    solo elettrica, sta rinchiusa nella
    presa, tipo leone nella buca
    al Colosseo. Ma quando poi
    passo sotto le terrazze ed avverto
    il frontale delicato dei bicchieri penso
    siano folli a festeggiare fuori stagione
    chè il freddo incalza e non c'è abbastanza
    tempo per tutelare quel palcoscenico
    con la cappotta dello " spostiamoci all'interno"
    e, Santo Cielo, mancano cesoie e giardiniere
    per sfrondare al tiglio la nuova  acconciatura
    ed il riso, guai a voi,  va lasciato nel piattino: Ostia in
    granuli da stipare per la prossima occasione.

  • 01 giugno 2013 alle ore 13:01
    haiku n. 113 (si ritraggono)

    si ritraggono
    boccioli infreddoliti -
    sognano il sole

  • 01 giugno 2013 alle ore 10:42
    Sorridere,fino alla fine

    Nella successione di immagini remote

    ricordi sempre stagliati nella mente

    che alimentano nel bene e nel male
    il circuito affettivo

    senza mai trascendere in animosità ossessive

    con il consumismo culturale
    che provoca claustrofobie intellettive

    vivo

    a volte

    un ritmo percussivo

    nel vuoto interiore

    condizione di purezza dell'anima

    sgombra dai vizi e dalle false passioni

    nelle fosche miserie

    che oscurano la luce della retta via

    in quel  bisogno dell'anima
    di realizzare le sue emozioni

    e aprire il sorriso al mio tramonto.
    .
    cesaremoceo

  • 31 maggio 2013 alle ore 18:11
    Eros

    Spoglia di seta rossa
    avanzi tra i papaveri
    tu fiore celeste
    incanto ai miei occhi.

    Petali danzanti...
    intrecci armoniosi,
    sento il soffio del vento
    accarezzare il mio collo.

    Respiri affannati
    su carezze tempestose...
    vortici incontrollati
    inondati dai tuoi baci.

  • 31 maggio 2013 alle ore 17:25
    IL gusto pieno della vita

    Accarezzato dalla sorte
    in una vita senza indugi

    sempre in equilibrio

    a cercare di ottenere
    il lasciapassare per il Paradiso

    vagabondo nel tempo
    senza essere inglobato
    nel "non gli mancherebbe nulla
    per essere felice,
    ma non è mai contento" 

    mi ficco nelle illusioni
    a ricercare il senso della mia felicità

    a dipingere con i sogni
    le pagine che mi restano della vita 

    condirle delle più sublimi emozioni
    e affilare le lame taglienti della gioia

    nell'alito celeste di ogni radioso mattino

    viaggiare con la fantasia 
    sul treno della poesia

    e ricorrere ancora una volta
    al detto di un altro Cesare:

    "non è nelle stelle il nostro destino ma dentro di noi"
    .
    cesaremoceo(c)

  • 31 maggio 2013 alle ore 15:27
    Come limone spremuto

    Come limone
    spremuto...
    svuotato
    e gettato via
    nel cassonetto
    di turno

    Lasciato solo
    in un niente
    di vita
    ad abbrutirsi
    nell'asfittica
    dimensione del ricordo

    fino a perdere
    il senso del tempo
    e la dignità di uomo...

    Troppo facile
    commiserarsi.
    Pesca un pensiero
    nuovo e vai...
    rialza la testa

  • 31 maggio 2013 alle ore 15:07
    Cinque Cento Cinquantacinque

    Sono nata dopo di te. Buia e stretta,
    come Febbraio. Gli occhi inzuppati
    di cielo: aspettarono curiosi di vederli
    maturare in nocciole, parure perfetta
    per i capelli, eppure nulla. A venti
    mesi ancora cielo:dicevano fosse così
    perchè loro lo avevano guardato troppo
    prima di staccarmi. Puff. Cade preciso
    il pomo dal ramo. Di vita so tre cose:
    è normale, è scomoda, è alta e disinvolta.
    Su di me cucirono più stoffe, divise da cui
    spillavo come da un boccale la mia bava,
    su di me tentarono più cose che cominciavo
    per poi lasciarle lì. E nemmeno ritornavo
    sulle briciole spaesate per completare
    il giro. Sono nata dopo di te: stavo dal
    lato opposto.La culla attaccata al salubre
    matrimonio dei miei, un doveroso ascesso
    venuto fuori a zampa anni  Settanta. Il porta
    lampada contiene cassette e sull'armadio
    corre una gendarmerie di salvadanai rossi,
    riserva di sangue, ponfi di più grandezze,
    matrioske senza la guaina del sarcofago
    gemello. Un'estate mi insegnò la bicicletta,
    le rotelle rigavano il terrazzo, scia di nave
    da terra, caddi lì e caddi altrove.
    Saltavo con l'elastico e con due amiche,
    creature che si estinguevano puntuali
    alla fine di Agosto, migranti più delle
    rondini. E poi c'era il gioco solo mio:
    la penna ed il foglio.
    " Che fai, non vieni? E' pronto! Si fredda!"
    Ed io là, le gambe incrociate sotto il tavolo
    e la sinistra agile più della destra, il mio
    contrappunto senza suono compariva come
    il tuo già tempo fa.  E tutto intorno il mondo
    che ci diceva strani per quel passatempo
    senza amici e senza palla: appuntamenti
    con la carta da cui rincasavamo controvoglia.

  • 31 maggio 2013 alle ore 15:04
    Non è per voi il canto

    Non è per dolore
    ch'io canto
    né per il vociare
    di quei corvi
    un tempo
    travestiti da 
    allodole

    Non per voi 
    e per il perdono
    di tempi passati

    E' per questo
    grande amore
    che libera
    mi espande
    tra questi due mondi

    Non il ricordo
    del disinteressato
    affetto
    dato
    Che in cambio
    come boomerang
    mi reca indifferenza

    Non è per voi
    ormai fantasmi 
    del mio cuore
    ch'io canto

    L'acqua del ruscello
    è più limpida
    senza i vostri
    altalenanti passaggi
    di comodo

    E il sapervi lontani
    come quadri
    di cattedrali
    fa le mie ali
    tese

    Non vi devo
    che 
    una scrollata di spalle
    E la gratitudine
    di non competere
    mai più
    Con le
    maschere sciolte
    dell'ego 

  • 31 maggio 2013 alle ore 14:28
    Cinque Cento Cinquantaquattro

    So già cosa ti diranno storcendo il
    naso e portando gli occhi negli angoli
    più consoni. Ti diranno che a sud
    si pescano raggiri, ad ingegno o
    a strascico non importa, ciò che è
    certo è che la rete viene sempre su
    inverminata. Che il sud è necessaire
    di cicale ed afa, che le merlature delle
    coste bacano il cervello e che proprio
    quella tarlatura è gelida complice di
    naufragi dal netto sentire. Ti diranno
    che in fondo era prevedibile essendo
    io sporca del mio zolfo da vulcano,
    che il mio arrossire è stato lesto e
    ladruncolo nell'infilare la mano nella
    tua tenerezza. Ti diranno che  fremevo
    come un tentatore a sonagli sentendoti
    arrivare per poi morderti  col mio gusto
    scialacquatore, che di questa terra
    ho il battesimo, la coda e l'impalcatura
    tutta squame, sirena senza emergenza
    di cui è fin troppo noto il modus operandi:
    chiamo, favorisco l'abboccare fingendo
    bisogno o forse sete di asciutta libertà.
    Ti diranno che stavo aspettando proprio
    te sull'unico ginocchio del mare steso
    al sole e sentendoti veleggiare da nord,
    ho cominciato a frinire esponendo il mio
    amo scintillante.Ma quando ti prenderanno
     dopo il tuo trascorrermi dentro,
    ti apriranno piano piano cercando  il
    proiettile rimasto conficcato:
    scatola nera che registrò il maleficio,
    le date e gli  avanzamenti sull'acquisto
    della tua carne, incantevole incanto.
    Poi ti riaggiusteranno: due mani, forse
    quattro. Una colata di buon cementino
    di sutura  da un lato all'altro dello
    squarcio, falla al contrario da cui
    verranno fuori saliva e aceto, ti daranno
    una pacca sulla spalla, una frase e la
    circostanza per riutilizzarla.
    Rimontato il tuo splendido sistema,
    butteranno via l'estratto, un budellame
    tutto fatto del mio nome : tintinnerà nel
    piattino come il dente non abile a rizzare
    il capo, sobbollirà violaceo, come l'appendice
    infiammata e spenta in tempo.
    E ti diranno salvo, in corsia per la riabilitazione,
    una convalescenza che saprà più di resurrezione
    dalla mia croce intermittente, un faro che,  a capolino
    fra le onde della notte, ogni tanto emette voce,
    poi silenzio,  e così sbanda il rientro
    a chi gli si è  affidato
    come al panneggio della Vergine seduta.