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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 20 maggio 2013 alle ore 16:12
    Occhi metropolitani

    Perdersi, onirico Ulisse voluttuoso,
    negli occhi di una sconosciuta;
    naufragare, esule e perduto per un quarto
    d'ora, il tempo di un viaggio, il tempo di un sogno,
    tra le onde dell'anima e dei sospiri, non importa
    se neri, castani, celesti o verdi, sospinta marea
    od onde in tempesta, son cieli sempre nuovi e sempre tersi.
    Perdersi è dolce come un calice di mimosa,
    perdesi è semplice come giuoco di pensieri,
    lasciando per un poco questi sedili scomodi
    per le acque dello spirito di una compagna ignota.

  • 20 maggio 2013 alle ore 15:50
    Ortensie e serenelle

    Dalla strada s’apriva un cancelletto
    su quel nascosto lembo di terreno
    non so se vicoletto oppure povero
    giardino che tra le case della nonna
    e della dirimpettaia se ne stava
    solo ricco di ortensie e serenelle
    i lillà come chiamati altrove
    e nell’anno tra i segnali colorati
    delle stagioni che seguono l’inverno
    unici lì sboccianti tra primavera
    tarda e principio dell’estate.
    Da tempo da anni non più
    le zolle di allora del passato
    non più le ortensie rosa
    rosse azzurre e delle serenelle
    il tenue colore e quel profumo
    caro, tutto sepolto sotto di cemento
    blocchi ma di te nonna
    mia nonna Nina quando passo
    di te io non mi scordo e nel ricordo
    ti rivedo ancora come quando
    di quei fior con mano vecchia e
    tremolante ne facevi con cura
    e con fatica amorevol mazzi
    per portarli poi ai tuoi figli
    che oggi dormon con te
    ma allora l’uno all’altro accanto
    riposavano là nel cimitero.
    ………………………………..

  • 20 maggio 2013 alle ore 15:45
    POESIA DE AMOR

    El sólo pensar en ti me hace feliz,
    El sólo mirarte a los ojos
    curaba mis heridas,
    El sueño de tenerte me llenaba
    El corazón de felicidad.

    Todas las veces que te encontraba
    Podía sentir que el latido aumentaba
    Una dulce sensación
    envolvía mi cuerpo.

    No quería enamorarme
    No quería abrir los ojos
    Continuaba a seguir mi camino
    Ignorando las palabras del corazón.

    Gritaba alto inútilmente,
    trasmitía palabras, sonidos y emociones
    Que yo fingía obstinadamente
    no sentir.

    No queria hacerte saber lo especial que eras,
    Quizás a veces la inconsciencia,mucho más sincera que yo
    Traicionaba mis mentiras,
    y armoniosamente pintaba la verdad.

    Por suerte la vida
    No es siempre el lecho de un río,
    sino una rueda que gira,
    Un tren perdido pero cogido con retraso.

    http://www.youtube.com/watch?v=8XeqQ6Sr0WM

  • 20 maggio 2013 alle ore 15:44
    L' ELASTICO DELL'AMORE

    Il solo pensarti mi rallegrava,
    Il solo guardarti negli occhi
    Curava le mie ferite,
    Il sogno di averti mi riempiva
    Il cuore di felicità.

    Le volte che ti incontravo
    Sentivo il battito aumentare,
    Una dolce piacevole sensazione
    Avvolgeva il mio corpo.

    Non volevo innamorarmi,
    Non volevo aprire gli occhi.
    Continuavo a percorrere la mia dritta via
    Ignorando le parole del cuore.

    Urlava inutilmente a gran voce,
    Trasmetteva parole, suoni e emozioni
    Che io caparbiamente facevo finta
    Di non sentire.

    Non volevo farti capire quanto eri speciale,
    Forse a volte l’inconscio, molto più sincero di me
    Tradiva le mie bugie,
    E dipingeva armoniosamente la verità.

    Per fortuna la vita
    Non è sempre un letto di un fiume,
    Ma una ruota che gira,
    Un treno perso ma preso in ritardo.

    http://www.youtube.com/watch?v=XNObxBZkd40

  • 20 maggio 2013 alle ore 15:24
    Shanti

    Danzavano le rose
    nel roseto
    e girando sulle punte
    sprigionavano
    profumo di salsedine
    a solleticarmi il naso
    ed il sorriso.

    Donna di mare
    osservavo
    il tuo tracciare
    l'orizzonte con le mani
    e il tuo ridisegnare
    le traiettorie del sole
    con l'ombra
    del tuo corpo.

    Solo la rosa di mare
    che celava il mio sorriso
    si frappose
    tra gli sguardi nostri
    quando girasti il capo
    ad incrociarmi gli occhi.

    Nuda e statuaria
    muovesti verso me,
    meravigliosa.

  • 20 maggio 2013 alle ore 15:15
    Cinque Cento Quarantatre

    Sto bene, davvero.
    Sto bene così, con i punti
    dati al mio male  tutti in riga
    e sull'attenti alla pagina,
    ore quindici solitamente,
    qualche volta anche dopo.
    Che cosa vorreste fare?
    Forse una sutura in braille?
    Un accorato rammendo a
    rilievo? Sentire il mio dolore
    sotto bianco con tutto il palmo?
    Una sposa smagrita dal tanto
    amore che trapana la vestaglia
    con un osso che alza così
    tanto la voce da sembrare di
    troppo , conto dispari,
    non più  206. No, non è da
    me. Non da me.
    Io nascosta ed orizzontale
    riesco a fare tutto ciò che riesco,
    quando poi mi dicono che è ora
    dell'alzabandiera, di mostrare
    dentro le spalle le ali infilate
    con grazia un po' di anni fa,
    mi scuoto, protesto. Ho più
    coraggio nella vigliaccheria, quasi
    mi arrotolo e sbraito e mi raggrumo,
    mi curvo e coagulo dicendomi ormai
    in forma di insetto e solo terrestre,
    che di anfibio non avrò nemmeno il
    cuore nel giorno della comune
    apnea.  Indicherei la schiena  e la
    calotta turgida da cui non spuntano
    certo prove di volo:io sto bene intessuta
    a questa trama che chiede soltanto
    di essere letta, ma nel suo letto.
    Chè da sveglia avrà sempre freddo
    ed il segreto è solo darle una cuccia.

  • 20 maggio 2013 alle ore 14:42
    Cinque Cento Quarantadue

    Ti abbraccerò e dirò che stai
    bene, che la cura, litigio e distanza,
    il dagherrotipo dei si, ma no, e basta,
    può darsi,  che importa, ti ha rimpolpato
    le ossa per reggere meglio il carico
    sempre sporgente, arti fuori sagoma,
    il pane da solo non sana. Però la
    medicina è la stessa: tre giorni di
    vento, un weekend di tapparelle
     a lutto, poi sole fino a nausearsi
    sui polpacci  a segno, dritte frecce
    di carne. Indosserai il solito
    ventaglio di odori che non conosco, senza
    farmi notare cercherò di dar  loro una casa,
    un nome, una coda  o una gonna, poi,
    spaventata, dirò che è essenza da mercati,
    da bar, da piazza con le sedie e la plastica
    abbronzata dalle intemperie, sai quel
    flaccidume seppia su cui si abbandonano
    i retri di interi pomeriggi. Percorrerò dallo
    sterno alla gola una fossa a me cara, che
    poi sia stata terrapieno di altre battaglie,
    frontiera agli sguardi che inevitabilmente
    ti hanno bagnato, quasi io me lo nego,
    le palpebre del tuo respirare hanno
    poteri occulti, dimentico anche l'ora
    della realtà stretta dove tu sai.
    Ti abbraccerò e dirò che conviene
    accostare un poco la luce, oriunda
    su certi pavimenti da poco, balzana
    l'idea di darle spazio: ho fremore ed
    istinto di falena, di talpa, di Dracula
    da fondale e con la solita antenna
    sintonizzata sui cambiamenti del
    mare, farò come fanno le formiche
    eccitate dal boccone sbriciolato.
    Possono sollevare appetiti
    grandi come grattacieli, sapevi?
    Si, tu sai tutto  del popolo che il
    caso risparmia alla jihad delle suole.
    Ti abbraccerò e dirò al crotalo che
    qui dentro con te si è intonato:
    questo è lui. Stenditi, appianati,
    scusati, perdonati, insegnati, iniettati,
    annientati, stordisciti, insultati, tieniti,
    adattati, ambientati, accettati, finisciti.
    Ma poi afferra, tratttieni, adesso non
    dopo: non esiste morte più sciocca
    di quella che si poteva obliterare
    quando, arrivata la salvezza, la si
    ignora credendo quell'occasione
    giunta in formato di gregge.

  • 20 maggio 2013 alle ore 9:02
    Ipocrisie

    Aprire le porte sulla vita
    a scrutarne con fatiscente intensità 
    le emozioni più umane

    e far emergere voglie di cambiamenti
    capisaldi miliari dell'esistenza

    da seppellire
    tra le mille difficoltà giornaliere

    confermare la propria grinta

    recitando a soggetto

    sorretti dalla disperazione
    molte volte esagitata ad arte

    facendo tabula rasa dei sentimenti

    perdendo tutte le ricchezze interiori 

    lasciarsi andare a qualsiasi eccesso

    e riscoprire stravaganze e trasgressioni
    senza più seguire le regole della ragione

     immergendosi ancora
     in ciò che  non è chiaro alla coscienza.
    .
    cesaremoceo(@)

  • 19 maggio 2013 alle ore 19:02
    Regalo

    Davanti all’università
    ascoltavi musica
    italiana
    Cantilene vecchie
    da te riascoltate
    ancora da te risentite
    Desideravi continuare
    ma interrompesti per me
    volendo dopo riprendere
    In regalo per te
    registrai a te
    canzoni italiane
    Solo lettere scrivere
    solo parole tra di noi ascoltare
    nostre anime vicine.

  • 19 maggio 2013 alle ore 18:42
    Ci vuole il buio

    Senza il buio,
    non ci sarebbe
    la notte;

    Senza la notte,
    non vedremmo
    la luna;

    Senza la luna,
    ci mancherebbe
    ispirazione;

    Senz'ispirazione,
    non ci sarebbe
    poesia;

    Senza la poesia,
    noi poveri poeti
    moriremmo...

    prima di nascere.

  • 19 maggio 2013 alle ore 14:29
    Cinque Cento Quarantuno

    Vogliono essere come noi:
    me e te. Ma solo per gioco:
    la penna, in verticale, è
    infilata nel foglio, natica
    da diporto, gli occhi tirati
    al piattello, ago scandaglia
    braccio, il tartufo a caccia
    del padrone,  fiele a pieni
    polmoni, la fiala è su,
    nella testa, clessidra già
    guasta, il tempo va speso
    qui sopra. Noi e questa
    nostra comune malaria: ci ha
    punti una volta da bimbi,
    forse di meno, tu dieci volte
    più grande di me, con l'ampolla
    del fluido serpente che uguale
    ci attraversa le dita, vagonate
    di versi e virgole e scontri e
    deviazioni, deragliamenti.
    Vogliono essere come noi:
    e provano, provano.
    Ma sanno come si fa?
    Non esistono vacanza, sosta,
    riposo,  pausa, pic nic, colazione,
    a sacco,briefing, aperitivo, partita,
    simulazione. Non è da tutti stare
    fermi con questa tormenta fra
    i pali del cranio, da tempia a
    tempia uno sciamare continuo
    di ricordi e bollette e strade
    e nomi ed amori e morti e
    resuscitazioni  violente e poi
    pietre scostate dai sepolcri
    ed ossa sguainate come
    una Torah: dal tronco si legge
    quando ci inanellammo alla
    sventura che però ci seduce,
    incantandoci al letto.
    Non è di tutti questa stagione
    che sembra passata ma non
    si estingue  quando svegliandoci
    appena  o appena iniziata la fiumana
    che porta al mattino, siamo già
    pregni, imbevuti, ubriachi  delle
    sante parole e così, va curata
    la sbronza, assaggia, sputiamo,
    ma sempre io e te, insieme,
    a distanza, complimenti,
    contagiati senza  toccarci.

  • 19 maggio 2013 alle ore 13:13
    Cinque Cento Quaranta

    Le farfalle hanno più diritto di noi:
    sternini fibrillanti impiegati nel turno
    di un giorno, a due danno forfait,
    veloce la loro resistenza come
    il lancio di un elastico,
    batacchi in servizio  al don delle
    primavere formicolanti di vene alate
    e lepidotteri lanciati  in alto, e sbadati
    frontali, sputi di scura saliva.
    Persino le falene, nella buia arrampicata
    sociale alle tende, toppe a trapezio,
    od ai muri che va colorando la sera,
    persino loro hanno più diritto e di noi.
    E che dire dei ragni?
    Pasciuti dalla caccia del mago a
    retino, morsa perfetta, squali fra i rami,
    imboscata di un'ostia.
    Ogni cosa sembra avere più diritto di noi:
    i volantinaggi di umidità dei lombrichi
    a pascolo nel terriccio  e più sotto
    ancora le radici e le verminature molli,
    e forse ancora più giù, fra i resti dei
    resti e le ossa.  Ogni cosa è più
    forte, sana, equilibrata e sorride.
    Noi siamo stati incisi nel baco
    da un demone antico, venuti
    fuori da una sbavatura imprevista,
    come il geyser del pus, credevamo
    la cura a metà strada fra due niente
    travestiti da tutto.  Siamo l'incollare
    ghiaccio sul vetro: uno scioglie,
    l'altro gracchia, merletto, frattura,
    poi cede. Strana, inconsueta commistione
    la nostra,  tentativo da folli l'ammaraggio di tuberi
    ai fondali, la miccia del  fuoco sui fiumi.
    Appiccare il vento alle braccia
    e chiedersi perchè non si vola.

  • 19 maggio 2013 alle ore 12:58
    Il dubbio

    Si insinua improvviso,
    come viscida serpe.
    Sordo
    il suo sibilo,
    lento striscia
    albergando mentali loculi.

    Con forza combatto
    contro il perfido
    che tra le spire
    attanaglia il cuore,
    per ricacciarlo
    nel grembo
    della notte che lo generò.

    Corro nella tormenta
    delle mie incertezze
    attraversando
    gli impervi sentieri
    del dolore,
    perdendo per strada
    congetture e convinzioni.
    Stremata
    arrivo
    fino ai confini della ragione
    dove
    mi aspettano
    stillate verità
    per lavarla
    di ogni sua ossessione. 

  • In un giorno qualsiasi
    sei andata via
    volando leggiadra
    come una rondine
    portando con te
    il peso di un'anima spezzata
    frantumata nel vento.
    Momenti prima
    eri piena dei tuoi impegni
    parlavi dei tuoi studi
    la lezione
    che in classe 
    dovevi affrontare,
    dei tuoi sogni
    progetti per il futuro
    la spesieratezza di una fanciulla
    per i tuoi anni da ragazzina
    le tue mete da realizzare.
    Camminavi con piccoli passi
    verso la tua gioia infinita,
    ma in un solo attimo
    un boato assoluto
    fumo nero
    lamiere e stracci
    grida e dolore
    il cielo di colpo
    si è colorato di rosso.
    Per mano di chi
    non aveva nulla
    da perderci.
    In un giorno qualsiasi
    sei andata via 
    volando leggiadra
    come una rondine
    portando con te
    il peso di un'anima spezzata
    frantumata nel vento.
    19 maggio...Brindisi

  • 18 maggio 2013 alle ore 23:55
    Spleen

    Muto è il mattino
    steso su un cuscino di nuvolette
    come te che a letto ritorni 
    dopo la doccia.
    E la città è nella pioggia,
    fantasma che scivola dal tuo volto umile
    per annegare tra i vetri delle tue pose inerti:
    pesciolini rossi fra i tuoi capelli crespi
    gli album fotografici dei tuoi ricordi umidi

    E così fino a farsi sicuro
    pomeriggio inservibile
    nessuna colomba nel cilindro gentile
    fra le tue mani lì dove hai perduto la testa
    o dove cercando hai smarrito un aspetto
    di te
    in tasca alla giacca
    o nei polsi della camicia
    o sotto un ombrello che gira e rigira
    in fondo ai tuoi occhi
    fende un sorriso ipnotico…

    Bianco come un quarto di luna obliquo
    Bianco come sale sul rosso delle labbra
    Bianco come sale al tramonto in alto la montagna…

    Ma non più bianco della tua innocenza
    e della notte che incede
    ed ogni tuo silenzio
    ed ogni tuo timore assurdamente
    amplifica.

  • 18 maggio 2013 alle ore 23:51
    Alice, nel Paese delle stoviglie

    (liberamente tratto da "Alice, nel Paese delle meraviglie" di Lewis Carrol)

    Vieni più vicino a me!
    Ancora più vicino.
    Bene! Ora vai via!
    Questo è il grande ballo
    della malinconia.

    È stata certamente
    la quadriglia delle aragoste
    a ridurci così
    con le ossa rotte.

    Poi è stata la volta
    del nascondino:
    io sotto un triste sasso
    tu dietro il tuo destino.

    E poi è arrivato il Tempo
    il Tempo che non sa
    che anche solo un attimo
    scagliato come un piatto
    ancora dopo un secolo
    può far male…

    Alice guarda i sogni
    passandoli in rassegna
    su di una rosea
    lavagna crepuscolare

    Ed io sono
    come un cinema
    muto
    sospeso
    senza colori
    timidamente assolto
    tra la dama di picche
    ed il bel fante
    di cuori.

  • 18 maggio 2013 alle ore 23:46
    Bari – Igoumenitsa. Ritorno

    La caffettiera come nave a vapore
    borbotta e sbuffa i ricordi lontano
    o come gonfie saranno le vele
    di spruzzi e vento a quest’ora nel mare
    sotto la grotta severa di minacciose
    nubi di carbone 

    echi si addensano nell’aria
    stizziti di monotonia.

    E come la pioggia scivola sui vetri
    io mi arrampico
    sulla base degli specchi:

    Piatti infranti come sogni interrotti
    Isteriche grida di lavandaie
    Martelli inchiodati su pensieri inutili

    Stump Crack Tratatam

    Dov’è la poesia in tutto questo?

    Splick Spam Bimbumbam

    Io sono sempre l’ultimo arrivato

    Maria! C’è da governare la casa!
    Teresa! In tavola la rivoluzione, sta!
    Adele! Sciogli le trecce ai cavalli, ti ho detto!

    Le vecchie e giovani matrone
    si lanciano richiami attraverso il cortile
    come marinai con gli occhi a babordo
    in prossimità del vicino pontile

    Con l’accendersi delle prime luci elettriche
    si annodano i malumori

    Poi finalmente il tintinnio delle tazze
    risolve la quiete

    Al nulla
    approdo.

  • 18 maggio 2013 alle ore 23:37
    Un pomeriggio di un giorno da fauni

    Oggi
    primo giorno del mese di mai
    dell’anno che verrà…

    Io e il mio bianco amico Bruno
    ci siamo innamorati del cervello
    che affiorava dal cielo
    montagne a cataste di nuvole grigie
    rovesciate come si rovescia il cielo
    su noi

      E noi
    dall’altra parte
    sull’alto del prato verde
    dove sonnecchiando a fari davvero spenti
    su di una qualche filastrocca sull’infinito
    due adolescenti con l’erba tra le dita
    sulla sommità del capo del mondo capovolto
    ci siamo ritrovati

    Abbiamo posseduto il cielo
    ma senza ragione
    gentili come angeli gentili
    abbiamo lasciato che tutto
    passasse indenne
    vigili sulle nostre anime se pure assenti
    abbiamo lasciato che la pioggia cadesse
    senza alcun male

    E pure eravamo in città
    e la nostra tranquilla saggezza
    andava fumando pensieri
    rollati senza fatica
    nonostante i batteri dell’aria
    e le troppe misericordie dell’uomo.

  • 18 maggio 2013 alle ore 23:12
    Un lumicino nella nebbia

    Accendi un lumicino
    oh mio Signore
    così che nella nebbia, da lontano
    io ti possa vedere
    e della tua figura che lentamente incede io,
    possa godere,
    e possa avvicinarmi per tenderti una mano.
    Più credere non so, son disperato,
    ho visto il buio da quando il tuo sentiero
    per altre e nuove strade ho abbandonato
    e prima che io possa proferir parola,
    la confusione di me s’è impadronita.
    Quasi ho vergogna a chiederti da uomo
    ciò che mia madre da bimbo m’ha insegnato
    di cui conservo sprazzi di memoria.
    Ora son triste, solo e alla deriva nella mia stessa vita.
    Oh mio Signore, ti prego abbi pietà,
    accendilo per me quel lumicino
    aiutami a trovar la giusta via
    guida i miei passi lungo il tuo cammino!

  • 18 maggio 2013 alle ore 23:05
    Cercando

    Ora lo so cosa voglio
    seduta  rannicchiata
    sul grigio e freddo pavimento
    del mio angolo buio di mondo:
    -desidero amore-
    E quando qualcun s'avvicina
    il mio cuore io sento
    che batte più forte,
    violento,
    di sordo rumore,
    appena mi tende una mano
    ritraggo impaurita la mia
    e me ne torno tristemente
    nella mia rassicurante solitudine.

  • 18 maggio 2013 alle ore 14:37
    Cinque Cento Trentanove

    Ti basta sia oro, che spalanchi
    le labbra alla corda  con cui pizzichi
    il mestiere, Osanna al tuo verseggiare!
    Ti basta una vanga, con petali e
    terra fai quasi meglio che con carne
    e capelli. La notte mi porta conigli,
    giganti squittii e malvagi  mi mordono
    i piedi cercando la via in cui tu hai
    parola d'ordine e chiave. 
    Ti basta sia lattea e  bronzea
    di quel poco che il sole ormai sa
    di me, praticamente la lozione  sul cassino
    a fine anno . Sfinita, sgattaiolata dalle maniche
    e dalla lana ho già tremori per la stagione
    che avanza, i treni che adoro hanno
    binari sistemati come costole a bordo
    torace. Spezzarne una, incrinarla,
    vedere come regge l'affitto ciò
    che rimane, non basta, ora non più.
    Sono il mio testimone, sono il celebrante,
    la sposa, lo sposo, l'altare, l'addobbo,
    la damigella, lo scambio, la promessa,
    l'alzata del velo e poi il bacio.
    Io sono di me tutta la mia cerimonia
    e faccio fatica a spalancare le porte
    convenendo sia numero e circo
    questo bastarmi quando, depennandoti,
    non ho nulla più che sia abbastanza.

  • 18 maggio 2013 alle ore 14:07
    Cinque Cento Trentotto

    Forse è nelle tinture, diserbanti
    al cuoio che disbosca l'anno
    venuto dopo l'anno che pareva
    più giusto. O forse è nelle schiene,
    tra i nodi ed i nervi delle dorsali, o giù
    verso il coccige, lanterna che rischiara
    l'origine dell'antico, indimenticato carponare.
    Magari è nelle mascelle,  nei ritmi
    della mandibola, salse, digrignare:
    io osservo la gente e mi chiedo dove
    stia allegata la sacca di coraggio fino
    all'orlo che a me sempre sfugge o
    quale passaggio mi abbia sfornita
    dell'inchiostro per latitare dai
    fallimenti. Come sempre il grande
    tiglio mi dirà cosa fare: lì sedeva
    mio nonno, a tre anni dalla mia
    prima parola, nelle estati di
    bottega in primina, con la sedia,
    stuzzicadenti nell'unico boccone
    di ombra, guard rail sulla
    lisca delle formiche, assicurata al suo  muro,
    osso sacro del Duomo.
    Nonno di poche parole e
    grigia flanella, e grigi capelli
    e grigi cotoni lì a riparo fino
    a quando non urgeva il taglio,
    la chierica austera della creatura
    verticale contro la pepata della
    verde processionaria.
    Si, il tiglio mi dirà come
    sempre l'inizio o la fine di questa,
    di quella stagione col suo starnazzare
    pruriti innocenti e qualche  starnuto dopo,
    con l'irrigidirsi spettrale in cento rughe di rami.

  • 18 maggio 2013 alle ore 12:05
    Caffè

    Caffè.

    Scusa per un appuntamento
    te ne stai lì immobile, per un momento.
    Ascolti mille parole, mille sogni,
    assecondi tanti amori, tanti bisogni.
    Scuro e pure trasparente
    trasformi in reale l'apparente.

    Caffè.

    Rispecchi due volti
    che si affaccian capovolti.
    Svanisci in fretta,
    qualcun altro ti aspetta.

    Caffè.

    Compagno di solitudine
    dolce o amaro ossequio all'abitudine.

  • 18 maggio 2013 alle ore 11:59
    Haiku

    Stille di luce
    fecondano l'anima
    germoglia amore!

  • 18 maggio 2013 alle ore 10:57
    Prigionieri delle necessità(ingiustificate)

    La mente assente
    con l'azzurro del mare
    a far da sfondo
    all'odio per le verità non dette

    e per questo
    essere senza la pace nel cuore
    a vivere
    in bilico tra l'ingiustizia e lo smarrimento

     
    e donare qua e là mortificazioni
    con il sorriso più smagliante

    Vivere nel moralismo più indignato

    che impone di essere prigionieri
    di questo girone infernale

    senza riferimento
    ai ritmi naturali
    della migliore evoluzione

    e nascondere i momenti bui

    truccandosi ancor di più

    nell'insopprimibile
    e spontanea necessità
    di domarci e dominarci l'un l'altro.
    .
    cesaremoceo(c)