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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 06 giugno 2013 alle ore 17:40
    Nelle mie notti

    Nelle mie notti buie e senza stelle
    sei luce.
    T’accendi quando io sto per dormire
    per ricordarmi gioie, le più belle.
    Allora il mio pensiero ti raggiunge,
    vola sicuro,
    laggiù
    dove con te felicità conobbe.
    Grida forte il mio cuore il nome tuo
    e il battito seppur senza la voce,
    risuona nella mente
    a rompere il silenzio della notte,
    portando e riprendendo come un’onda
    echi di sogni, palpiti, emozioni
    e magiche visioni, dell’anima ristoro.
    Tutto diviene quiete ed io sorrido
    con te, per te, per noi...
    Poi m’addormento.

  • 06 giugno 2013 alle ore 16:06
    Rispettarsi

    Rispettarsi, abbattendo
    indomabili muri
    nelle stanze piccoline
    di misere parole
    taciturne, che valgono
    poco, ma sagge, per essere
    contenti e non inabissarsi
    negli inferi del vuoto assoluto
    con tante sofferenze
    prigioniere di sotterranee gallerie
    che oscurano la trasparenza
    di certezze lontane
    allontanate dall'invidia
    indiavolata

  • 06 giugno 2013 alle ore 16:01
    Ali sui chakra e pensieri nani

    Volute di colore sfumato,
    dall’azzurro al verde
    e poi all’azzurro ancora
    in cerchi e spirali lunghe,
    dall’alto in basso
    e dal basso in su,
    come un’aurora
    su il corpo mio s’avvolge
    E sento dai chakra
    miei fluire
    ogn’angoscia
    e ogni pensiero nano
    nella notte va a morire.

  • 06 giugno 2013 alle ore 14:23
    Cinque Cento Sessanta

    Eccomi già in quarantena.
    Coprifuoco. La mia siccità
    da laboratorio sferruzza sottocoperta
    e sancisce con un rammendo esemplare,
    rabbocco di razza, la fine del casuale
    piovasco. Un fortunale: questo serviva.
    Irruente carica senza controllo, sboccatura
    violenta, esondazione, diluvio senza la pace
    dell'Arca. Ah, ma ci hanno provato.
    Mi avevano intessuta per bene, fissata
    agli arti perchè non andassi, quattro puntali
    rivolti all'ingiù, tipo paletti che, rimestando,
    cercavano il cuore. Ci hanno provato, eccome.
    Con grazia, con garbo, con rabbia, spazientiti
    o guerreschi. Ma sono già alla fase di
    scrematura, dalla superficie raccolgo
    l'ultimo evidente bollore perchè
    non scoppietti tradendo la fermentazione
    che due mani, e solo due, ventilati cortili
    del nord, hanno operato con grande
    perizia, infilandomi a volte.
    Eppure sono smesse tempesta ed
    irrigazione: adesso è tempo per
    l'ombelico e tutto il suo sud
    di stare ad aspettare che cada
    qualcosa, che so una stella,
    o un fiocco, a questo punto
    meglio una lama. Chè tutte
    le finestre di cui mi hanno dotata
    perchè ne rigurgitassi più vita,
    sono sempre burroni in cui
    si lanciano  solo bei desideri,
    tuffatori mortali.  Ma il tintinnio
    arriva ormai a stento.
    Aspetterò ancora le nuvole,
    e fingerò  su di me l'ombra
    della pelle che sa come vegliarti,
    ma niente sarà più di quello spessore,
    di quella trama. Resterò. Inutile.
    Asciutta. Come lo stoppino che mai si imbeve.

  • 06 giugno 2013 alle ore 10:45
    Intermittenze

    Brividi sferzanti accendono le notti

    attraversano i pensieri 

    nell'avvilita istigazione che offusca

    trascinando la mente nelle nebbie della pietà

    col pianto a rincorrere la vita col suo logorio
    e i suoi stenti penitenti

    con le cose realizzate o incompiute

    nel percuotere di ansie e desideri

    con le lacrime prosciugate

    da sollievi immaginati
    di cui nutrirsi senza saziarsi

    sorridere agli affanni

    e disperdere le pene
    .
    cesaremoceo

  • 06 giugno 2013 alle ore 9:41
    Alza la testa

    Svuotato.
    Gettato via
    come limone spremuto.

    Lasciato solo
    in un niente
    di vita
    ad abbrutirsi
    nell'asfittica
    dimensione del ricordo...
    fino a perdere la dignità

    Troppo facile commiserarsi.

    Cerca un pensiero buono
    afferralo con forza
    e brandiscilo qual arma...

    Poi alza la testa
    e torna nell'arena ...

  • 06 giugno 2013 alle ore 9:26
    Verso campi fioriti

    Più non ditta la contadina musa
    lontan lontano s’è da dì nascosta
    arida la mente il calamo che verga
    fermo si riposa abbandonate forse
    l’arse ortaglie secche sue dimora
    verso campi fioriti profumati vaga
    onde doman l’usual povero verso
    mio dolce fragranza delicata dia?

  • 05 giugno 2013 alle ore 20:27
    Al golfo degli angeli

    Un abbraccio d'azzurro infinito
    ti coglie come il fiore dorato
    là sull'angelico golfo
    a Nizza dono stupendo.

    Vieni dal mercato dei fiori
    pieno di voci e colori
    contento di mille profumi
    a contornarlo coi passi.

    E ti ricordi che questo
    è luogo che a molti fu caro
    addolcente l'esilio
    con medicina d'oblio.

  • 05 giugno 2013 alle ore 19:24
    Volo nei tuoi sogni

    Chi ti trascura dovrebbe
    starsene dentro una bara
    e mai
    dico mai
    ti lascerei

    Passo da te questa notte
    l'ultima volta che vieni
    ma mai
    dico mai
    ti lascerei

    Lasciati andare
    guardare
    per l' ultima volta
    le spalle
    che adesso ti stringo
    e ti bacio
    per non scordarci mai piu'

    Rendez vouz
    La'
    all' angolo di mezzanotte
    nostri quest' ultima notte
    ma mai
    giuro mai
    ti lascerei

    Nega da adesso in poi
    nega che sia mai successo
    raccontati storie domani
    ma ammettilo adesso
    che non scorderai piu'

    Chi verra' dopo non conta
    stanotte resta tatuata

    E nei sogni lo sai
    ritornerai

    Lo sai

  • 05 giugno 2013 alle ore 15:46
    Giorni sempre uguali

    Con le sirene dell'apatia
    a fischiarmi nelle orecchie

    nutro i sentimenti con azioni
    senza inclinazioni compromissorie

    Cerco faticosamente sbocchi
    vivendo alla giornata

    inseguendo sogni
    in una gara di mani protese al Cielo

    a innaffiarmi il cuore

    cercare quello
    che non riesco mai a trovare

    a finire per trovare
    ciò che non ho cercato

    ma capace di risvegliare
    le radici lasciate seccare

    dall'impudica insolenza

    di pensare al presente
    senza mai darsi un futuro

    rischiarato dalla volontà
    di non precipitere nell'abisso
    .
    cesaremoceo(c)

  • 05 giugno 2013 alle ore 11:10
    Nella notte

    Verrà gente a cercarmi questa notte.
    Ma non mi troverà.
    Udirà solamente il mio respiro affannoso.
    Nella notte, le ombre
    si nascondono facilmente.
    Ma non han bisogno del buio per farlo!

  • 05 giugno 2013 alle ore 9:41
    E' sera

    è sera
    sazio del giorno
    solitario
    riposo
    nel silenzio del cielo
    I pensieri
    -stanchi-
    lentamente
    si staccano dai ricordi
    e giacciono inerti
    su sentieri lunari

    Una stella
    m’invita a spaziare…
    perdutamente
    - uccello impagliato-
    scivolo
    lungo il pendio dell’ombra.

  • Vorrei prendere le ali
    di quel gabbiano
    nel suo volo libero
    di emigrante
    nel suo mondo solitario.
    Fermarmi in quel molo
    in un porto qualsiasi
    sulla riva di una scogliera
    ad aspettare il nascere di un'aurora
    o il tramonto della sera.
    Poter parlar con lui
    con il fratello Sole
    o la sorella Luna.
    Spiccare il volo
    e spiegare le mie ali
    volare più in alto
    fino a toccare il cielo
    o ad esser sfiorata
    da nuvole di passaggio.
    In orizzonti inesplorati
    di vivere con te
    il mio percorso
    e il continuo 
    dell nostra vita,
    come sarebbe bello
    amico mio:
    Il volo di un gabbiano...

  • 05 giugno 2013 alle ore 8:46
    Poi finisce che ci ripenso

    Poi finisce che ci ripenso
    a quella rabbia santa
    che mi sconvolge il cuore.
    E piango
    come un bambino
    e senza vergogna.
    Il mio orgoglio
    è la mia fragilità,
    pulito sino all'osso
    del mondo che c'ho dentro.

    E una mattina mi alzo
    e basta un cane e il sole
    per rendere me stesso
    quel giovane di cuore
    che cerca amici...
    cerca amici
    per rendere a loro tutto se stesso.

    E poi finisce che ci ripenso...
    che poi
    è solo un momento,
    perché non mi sento mai spento.

    Il vento trascina la mia luce
    e volo
    sopra di me.

  • 04 giugno 2013 alle ore 21:43
    haiku n. 114 (congiunge l'ali)

    congiunge l'ali
    un cigno tutto solo -
    nel vespro prega

  • 04 giugno 2013 alle ore 14:54
    Sfarfallio

    La speranza 
    è uno sfarfallio
    madreperlato.
    Con dita delicate,
    ti eleva le spalle,
    allungandoti lo sguardo.

    All’unisono si dirama nelle arterie 
    come latte
    argenteo
    di rosso screziato;

    Nelle vene si mesce col sangue,
    trepida luce lunare,
    filtrata dalla notte
    come polline in polvere,
    da stami di giglio
    stellante.

  • 04 giugno 2013 alle ore 13:14
    Cinque Cento Cinquantanove

    Un po' di bene. Da sollevare con
    la pala. Punto e vango pulendo
    dal gelo l'ingresso delle mie ossa
    così che non scivolerai più su di me,
    tentando di afferrarmi. Eppure non accumulo
    fogliame, solo bene:dorato, saltuario, argenteo,
    feriale, mai festivo, scricchiolante, sordo e muto,
    alternato, raro invero. Un po' di bene da raccogliere
    e seminare come il beneficio di un concime,
    che poi è tutto ciò che serve per incollare
    la spina dorsale al mio aquilone e spedirlo,
    piccione in carta,  lassù da te, sulle colline,
    così saprai, una volta per tutte le altre,
    che da ogni costola poteva venire fuori
    una bambina, bolla alta come te, Gretel
    da cura, stelo con le gambine bianche
    da mondina e la calma piatta della
    pianura. Un po' di bene. Come razzolare
    dal fuoco estinto l'ultima scintilla, eccitata
    testa  di zolfo, il prepuzio pronto alla
    ritirata e fare il carico con quella
    pepita ancora calda,  sai una portata
    che non soddisfa, che solo gabba
    l'appetito e salta la staccionata adunca
    dell' "è finita". Un po' di bene: è questo
    il segreto di ciò che mi batte sotto
    la giugulare, che non ha più forza
    di predatore  ma il rassegnato
    esaurimento del fondo raschiato,
    utero confessato dal nero rischio
    tumescente, ed ogni tanto ravvivato
    da un bocchettone puntato verso
    l'esterno come un furbo cannocchiale.
    Avvenimento da una tantum di cui
    è impossibile il prosieguo ed è
    paradossale. Come la polluzione
    sboccata da un cadavere.

  • 04 giugno 2013 alle ore 10:59
    Autunno in Carso

    Autunno su in Carso tra mille colori

    c’è una magia che manda profumi

    chi arriva da fuori come incantato

    dal nostro mare anche lui colorato

    Vedi le foglie di rosso vestite

    provi a guardarle quasi emozionate

    Chissà se in un sogno Risponderanno:

    “non raccoglieteci non fate il danno”

    venite a guardarle qua in Carso dal vero

    non serve nel vaso qua noi viviamo

    e quadri d’autori per voi dipingiamo

    ma se ci staccate allora mistero

    la tela sbiadisce il quadro sparisce

  • 04 giugno 2013 alle ore 9:29
    Qual disperato senza meta erro

    Qual disperato senza meta erro
    forte l’afflizion oggi forte m’assale
    lontan se n’è  fuggita lontan la mia
    contadina musa secca la fonte secca
    che delle rime dava corsa cors’al rio.

  • Fratello di sangue di questa guerra
    a contare solo sulle mie forze

    nell'impoverimento che genera
    le disuguaglianze sociali

    senza perdermi in sterili lamentele

    in compagnia della casualità

    che imperversa nella curiosità
    di scoprire e conoscere
    i meandri arcani
    del vivere quotidiano

    immagino continuamente
    nuovi gustosi spazi

    nei quali accettare le difficoltà
    come opportunità d'evoluzione

    non essere assunto
    alle dipendenze della fragilità

    e godere delle soddisfazioni
    improvvise di una vita estasiante
    divorata con avida dolcezza.
    .
    cesaremoceo(c)

  • 03 giugno 2013 alle ore 16:28
    Come prima dell'estate

    Lunga appar la via per il sereno 
    dal grigio cielo ironico che avvolge
    un tempo che non gli appartiene.

    Cosi la voce che in sogno desta
    musiche e di speranza rantoli
    sembra oltre l’orizzonte invisibile.

    Nascosta estate giace nell’attesa
    e la mano che disegno nella mia
    la rondine sta ad imitar dispersa
    oramai poco adatta al ritorno.

    Delle stagioni il gioco, come i colori
    che veleggiano lunghi e soffiati
    sui vestiti che animo indossa
    mentre ansioso s’aggroviglia all’attesa.

    Che non è vital bisogno ma gioia
    pronta ad invadere furiosa
    ridendo, la pelle mia di brividi
    e di balsami soffici la sua figura.

  • 03 giugno 2013 alle ore 16:18
    Quel cielo che li attende

    Devono lavorare
    per pochi spiccioli
    affaticando la schiena
    impegnandosi
    con occhi che faticano
    a scrutare la luce
    pure se è giorno
    oltre il tramonto
    di un lavoro pietoso
    Si sentono barricati
    senza fessure, per respirare
    quel cielo che li attende
    da ore, rivedendoli
    sospirando nel dubbio,
    di non rivederli più
    un giorno
    in giovanissimi ragazzini
    diventati uomini
    rapidamente

  • 03 giugno 2013 alle ore 14:31
    Cinque Cento Cinquantotto

    E' stato ieri, ricordo. E ricordo bene.
    Le mie parole sarebbero un leggiadro
    artificio, un furbo incantesimo, fascinazione.
    Avrebbero direzione di dardo, volontà di ariete,
    carica di toro, coraggio di avanguardia.
    Ma davvero aprire una botola è sedurre?
    Far cigolare il proprio male così raramente
    oleato equivarrebbe a miagolare?
     Quando scrivo frequento un obitorio:
    sotto il neon blu della mia mente
    taglio l'escrescenza, scoperchio dal peso
    la parte in ombra, poi, non contenta, circoscrivo
    l'area di contagio ed individuato il guasto,
    incido. Una fioritura le due sponde divaricate,
    facili come le gambe facili, l'una di fronte
    all'altra  e nel mezzo il pistillo adunco.
    E allora, solo allora, asporto con grande
    attenzione la malconcia inserzione.
    Intorno va nauseabondo l'odore del
    già detto che rapprende, acre e violento
    alle narici, una lama. Scuro eritema.
    Quando scrivo riesumo carcasse
    che ancora dovevano macerare,
    ergastolane ipogee, virus da quarantena
    e questa nera cerimonia va avanti da
    anni con salti dannosi quanto una pestilenza.
    Quando scrivo secerno il mio veleno:
    qualcosa qui dentro si acquieta  e si
    avvita, ma poi ecco che in fretta nuovamente
    si allaga della stessa sostanza, rubinetto
    infestato. Il veleno esonda, liquido banditore,
    un proiettile travestito da gendarme, bugiardo
    come la maschera di menta che nasconde il
    fiele allo sciroppo. Disorientante. 
    Come uno schiaffo dato  sulla carne intontisce
     prima che si  riceva dall'incornata
    dell'ago il vero sopruso.
     

  • 03 giugno 2013 alle ore 12:23
    Attesa

    E c’è l’attesa
    a dipingere la pelle
    e respirare forte il mio silenzio

    il buio scende
    soffici scalini
    e sale il mio calore
    nei tuoi sguardi

    pennello ruvido
    acquaragia di pensieri
    che lavano quest’oggi dalla vita
    e nuove linee
    da farneticare
    per inventare sillabe novizie

    cala la notte
    in rapidi sussulti
    e lento tracimare di delizie

    la tela vergine
    pulsa nelle trame
    e anela lo spessore dei colori
    in questa sera
    trepida di rosso
    pelle di tutto
    ruvida di sguardi
    disciolta dal bagliore della luce

    sento il tuo sangue
    quando ti avvicini
    che infuoca schiuma contro la mia riva
     

  • 03 giugno 2013 alle ore 10:54
    La morte di Elderico

    Mi meraviglio di come mi sia ferito,
    e di  come questo squarcio nell’ addome si sia aperto,
    velocemente come il fulmine che apre il cielo,
    inutile pensarci ora che il duello è finito
    e lo pungolo avverso è cosparso del mio sangue.
    Mi meraviglio di quanto sia stato stupido,
    e di quanto la boria mi abbia lasciato scoperto,
    la fortuna mi ha voltato le spalle oggi,
    ed io ora ne pago pegno e rimpiango
    la calma che non ho mai avuto.
    Mi meraviglio della mia lentezza,
    e di come una pugnale batta una spada,
    se la mano di Dio trattiene il duellante,
    che tronfio arreca torto ad un passante,
    credendosi immortale ed invincibile.
    Mi meraviglio di come morire suoni dolce e liberatorio,
    e di come comprenda cosa ho distrutto con i duelli,
    di come i pallidi volti dei morti mi osservino e ridano,
    poiché oggi tutto per me termina all’ombra di un melo
    per ogni peccato che dalle mie labbra non sarà mai lavato.