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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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elementi per pagina
  • 31 maggio 2013 alle ore 17:25
    IL gusto pieno della vita

    Accarezzato dalla sorte
    in una vita senza indugi

    sempre in equilibrio

    a cercare di ottenere
    il lasciapassare per il Paradiso

    vagabondo nel tempo
    senza essere inglobato
    nel "non gli mancherebbe nulla
    per essere felice,
    ma non è mai contento" 

    mi ficco nelle illusioni
    a ricercare il senso della mia felicità

    a dipingere con i sogni
    le pagine che mi restano della vita 

    condirle delle più sublimi emozioni
    e affilare le lame taglienti della gioia

    nell'alito celeste di ogni radioso mattino

    viaggiare con la fantasia 
    sul treno della poesia

    e ricorrere ancora una volta
    al detto di un altro Cesare:

    "non è nelle stelle il nostro destino ma dentro di noi"
    .
    cesaremoceo(c)

  • 31 maggio 2013 alle ore 15:27
    Come limone spremuto

    Come limone
    spremuto...
    svuotato
    e gettato via
    nel cassonetto
    di turno

    Lasciato solo
    in un niente
    di vita
    ad abbrutirsi
    nell'asfittica
    dimensione del ricordo

    fino a perdere
    il senso del tempo
    e la dignità di uomo...

    Troppo facile
    commiserarsi.
    Pesca un pensiero
    nuovo e vai...
    rialza la testa

  • 31 maggio 2013 alle ore 15:07
    Cinque Cento Cinquantacinque

    Sono nata dopo di te. Buia e stretta,
    come Febbraio. Gli occhi inzuppati
    di cielo: aspettarono curiosi di vederli
    maturare in nocciole, parure perfetta
    per i capelli, eppure nulla. A venti
    mesi ancora cielo:dicevano fosse così
    perchè loro lo avevano guardato troppo
    prima di staccarmi. Puff. Cade preciso
    il pomo dal ramo. Di vita so tre cose:
    è normale, è scomoda, è alta e disinvolta.
    Su di me cucirono più stoffe, divise da cui
    spillavo come da un boccale la mia bava,
    su di me tentarono più cose che cominciavo
    per poi lasciarle lì. E nemmeno ritornavo
    sulle briciole spaesate per completare
    il giro. Sono nata dopo di te: stavo dal
    lato opposto.La culla attaccata al salubre
    matrimonio dei miei, un doveroso ascesso
    venuto fuori a zampa anni  Settanta. Il porta
    lampada contiene cassette e sull'armadio
    corre una gendarmerie di salvadanai rossi,
    riserva di sangue, ponfi di più grandezze,
    matrioske senza la guaina del sarcofago
    gemello. Un'estate mi insegnò la bicicletta,
    le rotelle rigavano il terrazzo, scia di nave
    da terra, caddi lì e caddi altrove.
    Saltavo con l'elastico e con due amiche,
    creature che si estinguevano puntuali
    alla fine di Agosto, migranti più delle
    rondini. E poi c'era il gioco solo mio:
    la penna ed il foglio.
    " Che fai, non vieni? E' pronto! Si fredda!"
    Ed io là, le gambe incrociate sotto il tavolo
    e la sinistra agile più della destra, il mio
    contrappunto senza suono compariva come
    il tuo già tempo fa.  E tutto intorno il mondo
    che ci diceva strani per quel passatempo
    senza amici e senza palla: appuntamenti
    con la carta da cui rincasavamo controvoglia.

  • 31 maggio 2013 alle ore 15:04
    Non è per voi il canto

    Non è per dolore
    ch'io canto
    né per il vociare
    di quei corvi
    un tempo
    travestiti da 
    allodole

    Non per voi 
    e per il perdono
    di tempi passati

    E' per questo
    grande amore
    che libera
    mi espande
    tra questi due mondi

    Non il ricordo
    del disinteressato
    affetto
    dato
    Che in cambio
    come boomerang
    mi reca indifferenza

    Non è per voi
    ormai fantasmi 
    del mio cuore
    ch'io canto

    L'acqua del ruscello
    è più limpida
    senza i vostri
    altalenanti passaggi
    di comodo

    E il sapervi lontani
    come quadri
    di cattedrali
    fa le mie ali
    tese

    Non vi devo
    che 
    una scrollata di spalle
    E la gratitudine
    di non competere
    mai più
    Con le
    maschere sciolte
    dell'ego 

  • 31 maggio 2013 alle ore 14:28
    Cinque Cento Cinquantaquattro

    So già cosa ti diranno storcendo il
    naso e portando gli occhi negli angoli
    più consoni. Ti diranno che a sud
    si pescano raggiri, ad ingegno o
    a strascico non importa, ciò che è
    certo è che la rete viene sempre su
    inverminata. Che il sud è necessaire
    di cicale ed afa, che le merlature delle
    coste bacano il cervello e che proprio
    quella tarlatura è gelida complice di
    naufragi dal netto sentire. Ti diranno
    che in fondo era prevedibile essendo
    io sporca del mio zolfo da vulcano,
    che il mio arrossire è stato lesto e
    ladruncolo nell'infilare la mano nella
    tua tenerezza. Ti diranno che  fremevo
    come un tentatore a sonagli sentendoti
    arrivare per poi morderti  col mio gusto
    scialacquatore, che di questa terra
    ho il battesimo, la coda e l'impalcatura
    tutta squame, sirena senza emergenza
    di cui è fin troppo noto il modus operandi:
    chiamo, favorisco l'abboccare fingendo
    bisogno o forse sete di asciutta libertà.
    Ti diranno che stavo aspettando proprio
    te sull'unico ginocchio del mare steso
    al sole e sentendoti veleggiare da nord,
    ho cominciato a frinire esponendo il mio
    amo scintillante.Ma quando ti prenderanno
     dopo il tuo trascorrermi dentro,
    ti apriranno piano piano cercando  il
    proiettile rimasto conficcato:
    scatola nera che registrò il maleficio,
    le date e gli  avanzamenti sull'acquisto
    della tua carne, incantevole incanto.
    Poi ti riaggiusteranno: due mani, forse
    quattro. Una colata di buon cementino
    di sutura  da un lato all'altro dello
    squarcio, falla al contrario da cui
    verranno fuori saliva e aceto, ti daranno
    una pacca sulla spalla, una frase e la
    circostanza per riutilizzarla.
    Rimontato il tuo splendido sistema,
    butteranno via l'estratto, un budellame
    tutto fatto del mio nome : tintinnerà nel
    piattino come il dente non abile a rizzare
    il capo, sobbollirà violaceo, come l'appendice
    infiammata e spenta in tempo.
    E ti diranno salvo, in corsia per la riabilitazione,
    una convalescenza che saprà più di resurrezione
    dalla mia croce intermittente, un faro che,  a capolino
    fra le onde della notte, ogni tanto emette voce,
    poi silenzio,  e così sbanda il rientro
    a chi gli si è  affidato
    come al panneggio della Vergine seduta.

  • 30 maggio 2013 alle ore 17:35
    Abitare il silenzio

    Abitare il silenzio 

    sporgersi sempre oltre
    per scorgere più mondo che mai

    considerare importante ogni piccola cosa
    in un trekking dell'anima

    estrinsecare la creatività
    senza perdersi in vuoti fatui
    passando il tempo a rimirarli
    e trovando in essi
    spazi di rustica eleganza
     
    concludere che tutto serve a tutti

    cambiare quello che si ritiene superato
    e che costituisce ostacolo all'evoluzione

    aggiungere fascino alle difficoltà della vita
    e proprio per questo renderla più affascinante

    senza farsi condizionare da falsi moralismi
    riconoscendo nell'eternità un tempo sempre troppo lungo.

  • 30 maggio 2013 alle ore 17:13
    Giro

    La prima passeggiata
    in darsena
    sino in via Magolfa
    Ci accolse
    un pub irlandese
    tutto lucente
    A giorno illuminato
    tutto rivestito
    da carta da parato
    Bevemmo
    la serata passammo
    felice ora trascorremmo
    Sereni ci salutammo
    arrivederci dicemmo
    l’uno all’altro gridammo
    Uniti fummo
    ci stringemmo
    ci legammo.

  • 30 maggio 2013 alle ore 14:51
    Cinque Cento Cinquantatre

    La poesia non serve: mi dici a che serve?
    Suona forse? La senti?  Forse esplode?
    E' un pesce nero e ruggisce?
    O una cicala in calore? Che fa me lo
    spieghi? E' un moccolo adottato  dai
    lampadari, sai tipo anatroccolo, Mosè
    in mezzo ai cigni, un neon in servizio
    a mezzogiorno.  La poesia non serve
    più: questo rotolo in rewind come la
    lingua verso le tonsille, questa sgraziata
    cotenna, sorda bobina, gomitolo, spirale
    di liquirizia, papiro dagli strani sistemi,
    mi ha stancata. Ho scrollato dai capelli
    l'ultimo mare meglio di un cane, scucito
    il sole dal costume bianco, ho dimenticato
    un pizzico di sale nell'ombelico perchè
    sembrasse un'orma di neve quel posto
    infame e fosse ostruito quel  vicolo
    cieco in  cui nessun micio mi chiama
    mamma, ho fatto tutto questo e cosa
    mi resta? Ah si, certo: la poesia.
    Tavola imbandita di tante cose che
    morte una volta sembrano di nuovo
    stantie, zombie verminosi ma gelatinati.
    La poesia non mi serve. Certo, potresti
    obiettare che è stata il nostro sensale,
    Cupido di gommalacca sbrinato a novembre
    dal mio disincanto, potresti obiettare
    che è stata più valida di una festa, di un'amica in comune,
    della parente del collega dell'amico che ci
    presentò. Potresti ma in fondo, poi, non ci serve.
    Che non ti mette più carne addosso e non
    mi fa meno nuda, vigliacca e pigolante.
    Allora, dimmi, che vuole?  Perchè mi tartassa,
    mi sveglia, mi chiama, mi accompagna a letto
    e poi mi tira già che ancora non ho infilato
    la cruna del sonno? No, non ci serve!
    A noi servono casa, due figli ed un cane, un
    garage con la bocca sempre affamata
    ad accogliere ruote e nonni  e mani che
    si rincorrono perchè non sanno fare due
    passi. Tutto il resto è una giostra, il baracchino
    dei gelati, il bancone con le mandorle nei
    caschi di zucchero ed i palloncini schizzati
    di elio. Tutto il resto è farfugliare:
    un merletto di fuochi d'artificio  che mestrua
    nel cielo e poi si riassorbe, più o meno come
    succede ogni mese a chi non ha la zolla
    accogliente per il colpo che bussa e che preme.

    .

  • 30 maggio 2013 alle ore 13:06
    Cinque Cento Cinquantadue

    Copriti, non fare tardi. Ho perso le
    gambe da quando cammino senza di te.
    Le braccia sono stampelle  e portano bene
    la carne all'ordine dell'armadio a muro
    dei giorni, ghirigori ed estencil.
    Nella pancia si incassano casse, in ognuna
    muore un'idea, più avanti un nome, poi
    una faccia, respirazione artificiale  è
    quella che cola dalla scapola al polpaccio.
    Tre giorni per il rigurgito, resurrezione!
    Ola dalle venti all'alba: cosa mi è successo?
    Non si sa. Tenevo il sorriso vigile come una
    flebo, ma forse il tubicino o forse  l'ago,
    espulso come un piccolo escremento d'argento.
    Copriti, non fare tardi: è tempo di genetliaci
    e le rane mai passeggiarono così disinvolte
    per maggio, c'è pure un po' di autunno incrostato
    ai gerani, stagione di follie e folle stagionate
    ai cambiamenti improvvisi.Tu ascoltami,
    non fare tardi e se ritardi copri bene le spalle
    ed il pomo d'Adamo: sembra la luna quando
    sanguinosa spunta dal mare, tipo bersaglio
    centrato, pozza in cui il proiettile ha pagato regolare
    l'affitto. Ama, ma ama un po' meno e, se ti riesce,
    fallo con santo distacco: che poi non sopporterei
    certo di saperti seduto al riparo da me che ti
    infuocavo con il mio liquido sentimento esplosivo
    per poi disinnescarmi all'impiego, tirando i remi
    all'asciutto  se tu stavi integro, impermeabile
    e waterproof.

  • 30 maggio 2013 alle ore 11:33
    Un maggio antico

    Maggio spento piovoso oggi
    ad un maggio antico colorato
    corre la mente tristemente
    a quel verde prato serra
    di fiori dai colori vivi accesi
    per il nascente al giorno sole
    al man mia che la tua cercava
    tra il rosso papavero  l’azzurro
    fior d’aliso margherite gialle
    a mani poi congiunte principio
    d’un amore man oggi in questo
    maggio  stanca l’una l’altra a vita
    spenta in questo maggio spento
    vivo intenso acceso sol il  dolor mio.

  • 30 maggio 2013 alle ore 11:02
    In ricordo di Frida

    Lemmi del tempo,
    che radici selvatiche sono mai queste
    appena uscite dalle albicocche,
    e che stritolano il cuore.
    Mi avrete, per tempo
    tra i relitti
    che ridiscendono il fiume
    senza l'imbroglio delle ore,
    oltre le grandi mura.
    Adesso chiedo un abbraccio
    che abbia la voce del sangue
    e la cura distratta della primavera,
    materna e veloce.
    Mi avrete senza tempo,
    sarò un fiore di belladonna
    non più fatta dalle vocali.
    Appena nata.

  • 30 maggio 2013 alle ore 10:16
    Non è che non puoi capire

    Non è che non puoi capire...

    Tu non puoi sentire
    il rantolo di ruggine
    del crederti
    mentre muore.

    Tu non puoi sentire
    la nebbiosa rassegnazione
    urlare nera
    immobile.

    Tu non puoi sentire
    i chissà, i se, i forse
    sciogliersi,
    scivolare via...

    "Te l'avevo detto..."
    ...mi dico sempre tutto,
    ma non capisco.

  • 30 maggio 2013 alle ore 5:50
    Sogno liquido

    Ti sento passeggiare nella mia testa.
    Odo il rumore dei tuoi tacchi a spillo
    mentre percorri in lungo e in largo
    ogni corridoio del mio cervello
    andando a scoprire ogni angolo
    anche il più recondito del mio desiderio di te.
    Tu, oh nutrice delle mie fantasie
    acqua che disseta il mio alibi di non resisterti
    colori l'aria che mi circonda del tuo profumo
    mentre tra le lenzuola
    fotogrammi d'amore e di frammenti d'amplesso
    si fermano sul fondo dei nostri occhi
    sulla mia bocca che morde il tuo seno
    ad immortalare il sublime possesso
    mentre la notte ordisce
    tra le sue pieghe
    trame di passione esondante.

  • 29 maggio 2013 alle ore 20:11
    Corolle d'ambra

    Per la mia gioia basta un sussulto d’attesa
    risorta, quando cedendo, speranze
    e bisogni, tornano in onda, trascinano piano.
    Ma le tue dita correggono mira, forza, equilibrio, le tue dita
    disciolte in canali da bere, tue perle d’argento, al
    collo, alle reti, che porti ai capelli, che alzi dal mare.

    E corolle d’ambra, mio traguardo,
    per incendiarmi il cuore.

    Alle mie ossa basta una piccola casa lontana
    da tutto ciò che mi abita: tristezza, malinconia,
    nostalgia sottile. Scavano tunnel
    di rara ampiezza, svuotano terra, fendono
    roccia, fanno braci all’aperto sotto un cielo
    viola, è una gara al disfacimento, è
    un’opera d’arte che tira via il sangue.

    Ma le tue dita sapranno innalzare
    colonne e recinti per questo dolore,
    il mio aguzzino già curvo, ma in piedi, impietrito,
    ormai secco, discinto, disfatto e coperto di terra
    fino alla bocca.

    Le tue dita roventi di fiamma
    spengono incendi di
    pelle e parole.
    E tu berrai al sole la
    freschezza mite di un
    nuovo cielo trasparente.

    Corolle d’ambra, vero inizio,
    verranno a baciarmi il cuore.

  • 29 maggio 2013 alle ore 17:19
    Il più bel silenzio

    Lasciare vagabondare lo sguardo
    tra le variazioni dei colori dell'arcobaleno

    con la mente incontaminata
    in assoluto eremitaggio

    che approda nel più assolato silenzio 

    ad ammirarne la bellezza 
    e ascoltarne la quiete

    interrompere in quell'angolo sperduto
    il ritmo frenetico della vita

    librarsi nei sogni e riannodare

    in una pratica spirituale

    i fili del discorso con l'umanità

    ricominciare a vivere
    e respirare a pieni polmoni

    coltivando i sentimenti

    in quell'intrinseco scenario
    che tocca la profondità dell'anima

    ed esplorare i propri limiti
    senza soccombere
    a nessuna raffigurazione.
    .
    cesaremoceo

  • 29 maggio 2013 alle ore 15:30
    Poetandomi

    Scrivo di me per me
    perché rileggendo
    come mi accarezzassi
    come fossi tu
    o chi per te
    a dedicarmi versi
    ad essere pensiero dentro.
    Amandomi come fossi
    altri occhi che mi desiderano.
    Poetandomi come fossi
    lingue e parole
    che scivolano sulla schiena
    mentre quasi dormo
    girata di spalle
    in attesa abbracciandomi.
    E di essere un solo cuore
    non mi accorgo
    perché ne ho pezzi
    che sono versi
    che sono racconti.
    Ogni angolo pulsante
    concesso o avuto
    è storia tenue,
    nostalgico andare
    di notti strette
    quando un altro corpo
    c'era caldo a scaldarmi
    e poi fu freddo allontanandomi
    e ora come fossi stato
    sempre tu soltanto
    e per sempre potresti essere
    mentre immagino che domani
    o più in la negli anni
    sarò ancora nei miei versi
    a innamorarmi di me
    e a ricordarci di noi. 

  • 29 maggio 2013 alle ore 11:20
    C'è un canto

    Questo confuso assalto
    delle cose vuote
    scende dai muri,
    come stoffe color zafferano
    tra le mosche.
    C'è, lo sento,
    un canto
    su un albero che stenta,
    che vuole entrare nella casa.
    Se il labirinto ti aggrada uccello,
    entra.
    Mi troverai appesa
    e canterò con te
    rivolta alle architravi infinite,
    voce silenziosa delle muraglie,
    sulla collina sopra la città.

  • 29 maggio 2013 alle ore 6:46
    Il nido nei tuoi capelli

    Se non avessi avuto per me
    parole di fuoco, avanzerei
    la mia richiesta. Farei il nido
    nei tuoi capelli, nel folto
    riccioluto groviglio che il vento
    invano scuote. E ti seguirei
    nei tuoi quotidiani andirivieni
    di quartiere in quartiere,
    di dolore in dolore.

  • 28 maggio 2013 alle ore 23:20
    Tracce

    Eccomi,
    uscita dalla mia bocca
    o dalla finestra che trapassa il muro.
    Un corpo minore.
    Pulviscolo scarso, qualcun'altro,
    tracce chimiche.
    Logore parole,
    inconsistenza abile nel suo nulla
    che scala le tende.

  • 28 maggio 2013 alle ore 22:29
    Il bacio del sole

    il Sole è lì per noi
    il suo bacio è la speranza
    si ringrazia per tutto
    anche per niente
    quel niente vorresti 
    che fosse infinito
    perché c’è di peggio e si vede
    perché c’è di meglio e si sente
    ogni giorno è bellissimo
    soffrendo si ama la vita
    per  un Cristo che  subisce
    con le braccia allargate
    ce n’è un altro che sanguina Amore
    Le parole sono rughe sulla fronte
    pungono come spine
    se non parli si nascondono
    vivono dentro di te
    un Eco bisbiglia ignoralo
    il suo nome è paura
    ed indossa un  abito nero
    lentamente si spegne
    tra lenzuola di bianco cotone
    una mano accarezza la fronte
    come a cancellare il brutto
    per sempre
    non siamo soli
    il riposo  diventa coscienza
    che nel risveglio accoglie
    il bacio del Sole.

  • 28 maggio 2013 alle ore 21:15
    Sentirsi sempreverde,senza più esserlo...

    E mi ritrovo così
    ad essere un uomo forse snaturato

    che dice parole strampalate e contorte

    nella volontà di non appassire

    consequenza di un'infanzia piena di solitudine
    dalle tante troppe assenze genitoriali

    e da una formazione imposta da proiettili e bombe

    Reduce da quell'educazione
    e sopravvissuto alle sconfitte

    oggi vivo la soddisfazione della libertà conquistata

    dell'amore dato e ricevuto

    dei miei sorrisi elargiti con la purezza dell'anima

    del mio "sentire col cuore" che sorride all'amore

    della mia democrazia a scegliere
    prima le idee e poi l'apparire degli uomini

    del mio "pensare positivo"
    nel silenzio che aleggia tra me e il Cielo.
    .
    cesaremoceo

  • 28 maggio 2013 alle ore 19:51
    UTOPIA

    Avrei voluto essere di cielo
    navigare nella luce
    essere più leggera

    Avrei voluto
    una voce dorata
    capigliatura al vento
    che ti prendesse al volo

    Avrei voluto
    essere nell'oro del filo di Teseo
    diventare preziosa
    apparire nel nulla
    come in un vuoto pieno
    Avrei voluto
    essere di sole
    di mare tempestoso
    nell'alta marea

    Avrei voluto
    essere perfetta
    trattenermi nel tuo sguardo
    come una dea

  • 28 maggio 2013 alle ore 19:46
    MISTERO

    Luce che cerca
    l' avventura di un nome
    origine nascosto
    tra le rune

  • 28 maggio 2013 alle ore 17:45
    Del dolore non necessario.

    Non è necessario il dolore
    e si elimina con l’oppio o la morfina
    lasciando alla mente solo il buio
    di un incubo che di nuovo ti ferisce.

    -Sono entrate dalla finestra le cattive streghe
    e hanno gridato in nome della morte
    dure condanne alle pene nel fuoco dell’inferno
    e poi volavano animali strani nella stanza-

    Lasciami andare oltre ogni mia assenza
    nella quiete di un bosco con le foglie verdi
    nei silenzi di un silenzioso stallo del vento
    in un momento che mi accarezzano le stelle.

    Non è necessario il dolore
    e in esso non deve perdersi il pensiero
    quando ogni percorso è ormai concluso
    e altro non resta che -muta- un’ illusione

    Lasciami almeno una flebile speranza
    che il tempo mi conceda un ultimo sorriso
    e il cielo l’ultima luna e del mattino
    il primo sole a frangersi nei vetri della casa.

    Sospendi questa mio vagare nella notte
    questa immutabile non esistenza
    che mi trascina in un profondo niente
    e ritarda soltanto l’ultima mia partenza.

    Riscrivi le mie sensazioni sul diario
    per chi ancora crede fermamente
    che si elimina con l’oppio o la morfina
    il dolore non necessario.

    Italo Zingoni – Nuove Poesie – 2013 – Inedito –
    ©Tutti i diritti riservati

  • 28 maggio 2013 alle ore 17:35
    Parole biscottate

    Profumate cialde
    croccanti e calde
    le parole.
    Volano,
    hanno ali che nessuno vede
    portano messaggi e sogni di biscotto.
    Hanno un’anima,
    le parole,
    biscottata anch’essa
    e piena di pensieri,
    gravida d’ emozioni
    Parole da ascoltare,
    da cantare, da aprire e gustare
    per coglierne il sapore.
    E poi riempirsi il cuore
    di musica e poesia,
    biscottate parole
    in lieto divenire
    con la fantasia.
    E del mare il colore,
    del cielo, del sole
    e della notte,
    unite al dolce miele, al vino e al pianto,
    al tempo e al vento
    danzano parole.
    Dentro di noi, con noi
    d’intorno,
    parole biscottate
    compagne di ogni giorno.