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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 29 settembre alle ore 17:48
    SI BEA ALFIN DI POESIA

    Pendii, ricoperti da manti
    talvolta screziati o immacolati,
    sposandosi a valli,
    sciallate del verde di prati 
    oppur di ghiacciato candore,
    intonan profetico canto d'amore,
    al nascer del Sole 
    e al proprio calar il drappo rubicondo,
    all'avanzar della sua dama silenziosa.
    Luna altezzosa, regnante all'imbrunire.
    Lo sguardo è in attesa fremente:
    Dopo aver disceso le scoscese chine, 
    s'adagia sul piano a riposare,
    indi, s'alza e s'addentra, spaziando,
    nel color d'orizzonte vermiglio,
    finché l'ombre, oscuranti la notte,
    non incedan, col lor tetro passo assoluto.

    Sorgiva, la fonte zampilla festante
    e china il pendio taciturno;
    scrosciando, ne pregna il silenzio,
    coi gelidi fiotti, sprizzanti purezza.
    Velata di trasparenza,
    si coniuga al fiume, sornione e indolente.
    Vitale, l'abbraccio irruente lo sferza all'istante,
    dando agio a quell'inno d'amor gorgheggiato
    di rinascer costante, nel rovente fulgore solare,
    riflesso sullo specchio fluviale,
    nonché al chiaror sensuale di luna, 
    che lo rende fatato. 
    Lo sguardo, 
    attardante a seguir la sorgente,
    va a calar sull'acque del letto del fiume.
    Scivolandovi sopra, s'adorna di lapilli d'oro,
    prima d'esser dipinto di strali d'argento.

    E l'eco, all'udito, 
    riporta rumori dal dolce sapore,
    tal corali canti soavi. 
    Amante di nenie, 
    narranti le danze di Ninfe sensuali
    dei boschi o dei laghi,
    di storie abitate da leggiadre Fate, 
    ch'esprimon malia,
    di suoni armoniosi, reali o irreali,
    forgiati di vero o di fantasia...
    Quell'eco, al pari d'udito,
    si bea alfin di poesia.

  • 29 settembre alle ore 17:47
    SOGNO D'AMORE... E NULL'ALTRO

    Sogno irreale, a sua volta sognante,
    mai divenuto vecchio e stanco,
    ancor accompagnante il divenire,
    sballonzolato, nel suo limbo esistenziale,
    sul trespolo dell'indefinito,
    nell'attesa del traguardo.
    S'aggrappa sugli specchi... e non soltanto.
    Sogno d'amore... e null'altro.

    Cavalcando dentro al tempo,
    dando colpi a destra e a manca,
    si fa largo tra ricordi e tra rimpianti,
    ingabbiati nelle pieghe d'un passato
    sconfinante nel presente,
    barcollante nel deciderne il rigetto.
    In un flash, guarda il film in bianco e nero.

    Tale mano si perpetua, incoerente,
    nel cucire la sua tela d'una tinta.
    Ragnatela. 
    Come ragno, assembla i fili, dentro ai bivi, 
    incatenando mero senso di speranza,
    sovente, desiosa trama fatiscente, 
    all'ordito d'ogni scelta, sia giusta o desolante.

    In attesa, nella languida costanza,
    che incrementa di saggezza e di fermezza,
    il mio sogno non accenna un movimento,
    né all'avanti, né all'indietro,
    attendendo... e attendendo...
    Un barlume di realtà, 
    a nutrirlo e a ripararlo dall'ordito ancor errato,
    per donargli finalmente eternità.

  • 29 settembre alle ore 17:46
    COME A ESSERE ANGELI

    Azzurri veli, 
    negli abiti di tulle,
    tutu eleganti, 
    per inventare danze,
    lustrini, 
    in chignon raffinati,
    per essere più belle 
    e affascinanti.
    Snelle e flessuose, 
    movenze delicate,
    lievi passi danzati 
    in rigide punte gessate.
    Suadenti note, 
    in melodiche armonie del pianoforte,
    accompagnanti
    l'eterogenia dei movimenti.
    Soavi cigni 
    o Belle Addormentate,
    dolci Giuliette 
    o Cenerentole incantate,
    fervide amanti 
    dei vostri sogni a occhi aperti,
    estrose artefici
    dei vostri desideri più reconditi.
    Stelle, 
    fantasmagoriche e brillanti,
    nell'incantevole magia 
    d'una corale fantasia 
    di gesti celestiali
    oppure in Arabesque, 
    come a essere Angeli.

  • 29 settembre alle ore 17:46
    ERA BELLA

    Natia stella del borgo arroccato,
    era bella,
    Principessa di tutto e di niente,
    nel calcare il declivio sinuoso,
    per bagnare candore di piume.
    Agognava un incontro regale,
    come in tutte le fiabe sognate.
    Dalle membra d'un cigno aggraziato,
    in flessuose movenze,
    sbocciava l'incanto del fascino innato.
    Sprazzi d'arcobaleno, nell'iridi screziate,
    acquose pietre trasparenti,
    nel resto dei suoi occhi rilucenti.
    Lo sguardo suo, spavaldo,
    assorto negli squarci d'orizzonte,
    volava in alto,
    intanto che chinava,
    altera e fiera, qual vestale immacolata,
    abbigliata di purezza, nella veste castigata,
    allorquando,
    strappandole le vesti e il sorriso,
    rudi mani 
    le sottrassero il mondo intero,
    fomentando urla e pianti disperati,
    i cui echi
    rimbalzavano sull'acque gorgoglianti,
    prima di morir annegati.
    La sua virtù annaspava,
    intanto che implorava, 
    per non subir il demoniaco sopruso,
    di quell'immonda bestia su due piedi;
    repressi tabù, fors'erano alla fonte,
    incrementanti ossessioni
    e perpetranti infamie ossessionanti,
    in squallidi momenti depravati.
    Viscerale desio d'istantanea morte,
    il triste suo pensiero, 
    a implementar rimedio 
    allo spettro d'un futuro strazio,
    vivo, senza scampo 
    e ineluttabilmente eterno.
    Rea impenitente di pudore, 
    violato e immolato sull'altare dissacrato,
    riversa, sulla riva imbrattata di sangue,
    la mente perduta nel nulla,
    riflettendo se stessa nello specchio fluviale,
    vide il cigno
    trafitto e sporcato dal bieco peccato
    e osservò le sue piume 
    non più bianche, ma nere, 
    sotto il cielo ammantato di male.
    Al pensiero funesto, era sordo!
    L'imbrunire, che intanto era sorto,
    oscurando le acque sornione 
    del letto del fiume,
    ponderato "appropriato all'eterno riposo",
    scatenò la coscienza confusa, 
    nel suo sguardo ormai spento,
    similmente a esistenza dissolta, 
    come fiamma d'un mozzicone
    annientata dal lago di cera.
    Rizzandosi in piedi, a fatica,
    risalì il sentiero sterrato, 
    con il cuore vilmente spezzato.
    Un'ombra attendeva, dubbiosa...
    La sua falce impietosa era pronta,
    ma non ebbe ragione d'alzarsi 
    sul giovane capo reclino,
    per mieter la vittima, arresa alla sorte.
    E la morte perdente riprese il cammino.

  • 29 settembre alle ore 17:45
    MADRE... PADRE...

    Era mia madre,
    la tenebra imperversante; 
    cingendomi nel suo amoroso abbraccio,
    rapì il primo mio vagito stupefatto.
    Lievi carezze,
    accompagnanti sogni consumati assiduamente,
    nei miei sonni beati di neonata,
    dacché le ossute dita oscure 
    serravan le mie palpebre socchiuse,
    cantavan nenie, 
    narravan di Fate e di Sirene,
    carpendo il mio respiro,
    in cambio del sospiro della notte.
    Sospesa in equilibrio, tra la realtà e la fiaba,
    lasciandomi traviare da suadente beltà rivelata,
    addentrando il mio esile corpo, 
    m'accoccolavo in grembo,
    in modo di nutrirmi al suo seno offerto,
    nonché cercar protezione, in notti discinte,
    esprimenti il livore del cielo.
    A piena mano, allor elargiva il suo tepore.

    Padre assoluto, padre beneamato,
    il suo bacio d'amore,
    al primo chiarore del mattino,
    risvegliando il mio torpore persistente,
    rasserenava l'animo infante,
    spesso reso triste dalla bieca sorte.
    Con tenacia, aggrappata a una nube,
    con l'intento di sapermi, a lui, vicina,
    ero figlia adorante il proprio padre,
    seppur, talvolta, d'istante s'adombrasse;
    anzitempo, in connubio alla sua sposa,
    si copriva del suo velo,
    per qualcosa a me incompreso,
    tuonando la sua voce portentosa,
    com'eco a ravvivar il mio timore insano
    d'esser figlia bistrattata e poco ambita.
    Fin a che il dolce pianto cristallino, 
    scacciante le mie lacrime di sale,
    dal mio viso corrugato, 
    non portava il suo rimorso,
    rinnovando la certezza del suo amore.

    Or mio padre,
    s'è decretato il divampante fuoco 
    alimentante il tempo,
    a cui m'appello, assai sovente.
    Or mia madre,
    s'è palesata l'ancora pesante
    della speranza costante, 
    a cui m'immolo, ormai perennemente.
    Quando entrambi svaniranno,
    allor soltanto,
    sola, con me stessa,
    diverrò inver funambola incallita. 

  • 29 settembre alle ore 17:44
    SALISCENDI

    All'apice di solitudini improvvise, saremo insieme?
    Similitudini e diversità, controversie e affinità,
    saran motivi posti a separarci,
    oppure a consolidare il nostro amore?
    Noi due, 
    facenti parte d'un disegno definito,
    da tempo immemore, antico,
    di cui scriveremo fine, unicamente esistendo,
    puntualmente, ogni giorno, sul comune percorso.
    Salite e discese
    potranno portarci ai vertici dell'umiltà,
    a prendere visione del confine del Paradiso,
    oppure a declinare al limbo dell'anime indecise,
    che, poste dinanzi al mero arbitrio,
    esitano ancor sulla direzione atta a lor misura,
    se impastata di virtù o, all'inverso, di vizi capitali
    o, ambiguamente, optano per la via centrale,
    scendendo a compromessi.
    E il declivio alfin s'arresterà, nel lambire le spire dell'inferno,
    per ingrate scelte, piuttosto pretenziose
    e prive d'ogni forma di rispetto e civiltà,
    del porsi al vertice del mondo,
    perdendosi in valori inesistenti, privi d'umanità
    e facendo brandelli dell'altrui carne a morsi,
    talvolta per guadagnare mosche, nel pugno serrato a sangue
    e soggiacer, di contro, alle proprie sicurezze infrante.
    Saliscendi altalenante, giustamente equipollente,
    così come la morte,
    sarà, per noi, un giusto sprone, a ricercar l'apoteosi d'un'unione,
    pregna di lealtà e sincerità e, oltremodo, d'amore?

  • 29 settembre alle ore 17:43
    RITRATTO DI SPESSORE

    Ritratto di spessore,
    il firmamento,
    tinto di vermiglio,
    fin al confine del mare. 
    S'è inabissato il sole,
    nell'acque, 
    divenute fiamme liquefatte,
    fuoco rovente,
    che sa scaldare il cuore.
    Magico rituale, all'imbrunire,
    consacra la bellezza
    e la magnificenza del creato,
    inimitabile,
    lungi dall'emulare sulla tela,
    per la grandiosità 
    della sapienza dell'autore.
    E tutto, poco a poco, si scurisce,
    nel mentre l'ombre inseguono la luce.
    Un testimone alato
    resta ritto ad osservare,
    immobile,
    nella sacralità di tal contesto.
    Le bianche ali sue paion di gesso.
    Lo sguardo suo sorvola tutt'intorno,
    beandosi d'immenso materiale
    e la preghiera di ringraziamento sale,
    all'immateriale Regno sulle nubi,
    atta ad elevarsi 
    al cospetto del suo Celeste Padre.
    La sinfonia degli Angeli,
    suoi simili,
    risponde.

  • 29 settembre alle ore 17:43
    NON TI DIRO'

    Non ti dirò di andare,
    se non sarai deciso,
    né di tornare,
    se non sarà per sempre,
    ma aspetterò il tuo sorriso,
    sulla tua bocca ardente,
    dove disseterò 
    d'amore, la mia sete.

  • 29 settembre alle ore 17:42
    L'INFINITO

    Il suo tutto,
    quel cuscino poggiato sul letto,
    circondato, 
    acciocché rimanesse,
    nell'abbraccio perenne.
    Il suo capo reclino,
    nella posa dormiente;
    sul suo viso assopito,
    un sereno riposo,
    nel cingere sogni e speranze,
    cimentandosi in eteree danze;
    dimensione irreale,
    in assiduo conflitto al reale.
    Nel tenerlo ben stretto,
    si cullava tra sogno e realtà:
    suggestiva altalena, 
    alienante la mente,
    proiettata oltre il tempo e lo spazio,
    tra timore e coraggio.
    Era il tutto, 
    quel cuscino poggiato sul letto,
    che piegava le labbra in un dolce sorriso.
    L'infinito, 
    stringea nel suo abbraccio deciso.

  • 29 settembre alle ore 17:41
    S'INNALZA UN SUONO

    Librando in alto, il baco frastornato,
    adornato dell'ali translucenti di farfalla,
    nello scordar paura del silenzio,
    provata dentr'al bozzolo sì stretto,
    di gaudio si riempie e di bellezza.

    Costretto a rimaner a terra confinato,
    scrutando l'orizzonte inver tant'agognato,
    dacché 'l desio del vol, in ciel, leggiadro
    ogni altro ardire alfine sovrastava...
    infin, s'ea spogliato d'una veste così odiata.

    Or ora 
    il vento fa vibrar le foglie dello stelo,
    che il baco avea da poco abbandonato,
    tant'è 
    che paion corde di violino o d'arpe.

    Note eccelse 
    susseguono l'un l'altra,
    plasmando l'armoniosa sinfonia,
    che mai l'udito suo avea captato,
    distolto da un pensier unico e oscuro.

    S'innalza un suono lieto e melodioso,
    un eco, quasi angelico, risponde,
    che mai e poi mai avea prim'ascoltato,
    distratto da ricerca sua affannosa 
    d'uscir da quella spoglia così grama.

    A pianger su se stesso tutto 'l tempo,
    quanta melodica armonia sa d'aver perso!

  • 29 settembre alle ore 17:38
    AMMANTATA DI CANDOR

    Ammantata di candor com'ingenua sposa,
    ritta, nella sua staticità quas'imperiosa,
    parea attender chissà chi o che cosa,
    guardinga, sopr'al muro di cinta dell'antica Chiesa.
    Qual fosse il suo pensier nessun sapea,
    essa aspettava e assai sete avea,
    la fontanella chiusa non permettea di bere.
    Tuttavia s'innalzò in volo,
    fluttuando nel ceruleo di quel ciel per qualche istante,
    all'accostarsi d'un uomo e d'un piccino,
    sparendo alla lor vista, fin quando non fu sola,
    tornando ritta ancor sul muro della Pieve. Allorquando lui arrivò, arrestandosi di colpo,
    nel percepir due occhi sibillini,
    che lo scrutavan nell'animo e nel corpo,
    lasciò la sua promessa ad aspettarlo,
    nel mentre, dentro un secchio,
    il getto d'acqua fresca fece scorrer sol per poco.
    Gli sguardi s'incrociaron per un momento solo,
    ma ch'era parso eterno in assoluto;
    parea intendesser esprimere parole,
    in un connubio sì strano e silenzioso.
    Indi essa scese a dissetar la sete che pativa,
    intanto ch'ei immobile,
    rasente l'inconsueta colomba bianca,
    indugiava stranamente lì a guardarla,
    cercando d'intuir l'ermetico messaggio,
    testé convinto che sol lui avea aspettato.
    Reciproco, 'l suo sguardo fissò l'altrui umano,
    di chi, quell'indomani, varcando quella soglia,
    sarebbe stato, per la vita, sposo,
    dopodiché ascese in alto, onde librars'in volo,
    scrutandolo per poco, finché non fu lontana.

  • 29 settembre alle ore 17:37
    VENEZIA E I SUOI MISTERI

    Venezia e i suoi misteri, 
    negli echi d’un’epoca fiabesca, 
    di pizzi, ricami e merletti, 
    un’arte raffinata, recante carisma fascinoso 
    a dame e cavalieri d’altro tempo. 
    Maschere carnevalesche, di tinte variopinte, 
    oppur cosparse d’or, nonché d’argento, 
    celanti estranei volti sorridenti 
    di corpi fasciati in vesti sontuose, sgargianti, 
    con fogge realizzate sia in sete preziose, 
    che in stoffe assai pregiate. 
    Sembianze d’altri, sebben talvolta tristi, 
    specchianti visi occultati in pene solitarie, 
    cercanti oblio per vite inappaganti, 
    fra piogge di coriandoli e pur stelle filanti. 
    Poi storici Caffè di letterati e artisti, scultori, pittori, 
    di nobili e arguti dongiovanni, 
    illudenti vergini fanciulle, benché sovente donne maritate. 
    Memorie sussurrate dall’antiche piazze, 
    da strette, pur variegate calli, 
    canali, da gondole solcati, 
    romantiche avventure, tra effusioni e baci. 
    Eventi alternativi, sospiri, quasi ultimi respiri, 
    racchiusi in pietra d’Istria del ponte desolato, 
    passaggio sì forzato dei condannati a morte, 
    che più avrebber visto la laguna amata tanto. 
    E tra ‘l rumor di gente, sommessi bisbiglii 
    che paion provenir da vari poggioletti 
    d'antiche facciate, seppur non fatiscenti. 
    E scruta, lo sguardo, cercando visi andati, 
    sporgenti sulla piazza che li vide vivi, 
    nel tempo che un intenso, enigmatico brivido, 
    tacitamente, m’assale d’improvviso. 

  • 29 settembre alle ore 17:36
    COL CUORE IN MANO

    Come fenice, 
    che dalle proprie ceneri risorge,
    riprendo il volo, 
    annientata dal rogo d'inclemenza,
    la nuda spoglia protesa al cielo.
    Vile la vita, braccata dalla morte 
    le s'è arresa senz'alcuna lotta.
    E al momento depongo pietre di speranza,
    già sottratta dalla sorte
    che m'ha voluta vittima innocente.
    Riesumo tal castello, 
    crollato sotto venti di burrasca
    prim'ancora d'esser ultimato.
    Avevo inteso d'esserne regina,
    nel regno ch'ambivo a costruire,
    regnar sul trono dell'amore,
    sul piedistallo, più vicina a Dio,
    per quant'era prescritto in questo tempo,
    mai dell'odio e del rancore.
    Credevo d'esser prediletto fiore 
    non foglia inaridita dal dolore;
    mutevole il colore...
    s'affanna per non essere strappata, 
    con veemenza, sbattuta sul selciato a far tappeto.
    Pensavo... pensavo, ma erravo atrocemente...
    Col cuore in mano, 
    strappato crudelmente dal mio petto,
    ancor pulsante e intatto,
    sono a pregare il Padre,
    ch'é eretto tra le nubi il mio castello,
    or abbisogna d'un re e la sua regina.
    Sospira l'alma, desiando ancor la vita,
    un'altra chance, per conclamare essa,
    deridere la morte e riscattar se stessa.

  • 29 settembre alle ore 17:36
    UNICAMENTE ANGELI

    Aborti avvenuti, tristi eventi compiuti,
    bimbi mai destinati a nascere, a crescere,
    han messo l'ali, son divenuti Angeli,
    chiamati dal Divin Padre Celeste
    a risalir su per i Cieli candidi.

    Silenzi fragorosi di madri, non madri
    che piangon dolore sconquassante,
    che lacera le viscere pregnanti,
    allorché gli amati cuori smetton di pulsare
    e assurdamente taccion gli echi placentari.

    Tal bimbi minuti, incompiuti, cullati dentr'al buio, 
    restan fardelli d'anime, per poco,
    Iddio avea soffiato quel suo immortale dono,
    ma poi, immediato, inteso avea 'l rimpianto
    di non averli accanto.

    Desii irrealizzati in sordidi momenti,
    speranze frantumate nel giro di secondi.
    E restan solamente dei genitori infranti.
    Ricordi di sembianze, nei grembi or or delusi
    di chi avea generato unicamente Angeli.

  • 29 settembre alle ore 17:34
    DUE COME NOI

    Due come noi, 
    senz'argini alla mente,
    piroettiamo in un'eterea danza,
    su musica che giunge da lontano,
    pregna di sussurrata melodia.
    Libriamo lievi con ali variopinte di farfalle,
    sulla magia di tal concerto; 
    ci scorta il vento,
    nel regno astratto della fantasia,
    irreale fascino d'un singolare incanto.
    Bimbi giocherelloni,
    giochiamo a nascondino,
    rincorrendoci tra sprazzi di nubi dispettose
    che stan scherzando, nascondendoci il sole.
    Ma il vento le disperde all'improvviso
    e ci lasciam cullare sull'onda del calore.
    Tenendoci per mano, 
    guardiamo il mondo da lontano,
    sporgendo oltre il balcone della notte.
    Tremolii fluenti nei cuori solitari,
    allorquando ci perdiamo in uno sguardo.
    Dormiamo in un letto d'armonia,
    assoluta sintonia di due anime in simbiosi.
    Le gocce di rugiada sui calici di fiori,
    dell'iride i colori strabilianti,
    non ne copron i profumi,
    viceversa li rendon gradevoli alla vista,
    mutandoli in gioielli assai preziosi,
    nel giardino degli Elfi, Folletti e beneamate Fate.
    Esploriamo l'irreale bosco misterioso,
    dove nascono mattacchioni Gnomi,
    per spiarli e scoprirne segreti ed i misteri,
    carpir dov'han celato le lor pentole d'oro,
    sotterrate al termine della scia d'arcobaleno.
    E giungerà il momento che lo cavalcheremo.

  • 29 settembre alle ore 17:33
    AMORE E PSICHE

    Bellezza d’una dea, mortale Psiche, 
    d’Amore amante; 
    in notti appassionate, 
    carpivan reciproci misteri 
    dei lor corpi appen’adolescenti. 

    Di tenebra occultati, 
    i volti sconosciuti, 
    ma i cuor battean unanimi, 
    all’apice d’ardor d’istinti innamorati; 
    memorabili amplessi infuocati di passione. 

    Galeotta fu la goccia dal lume traboccante, 
    d’olio bollente, che risvegliò Amore; 
    quell’attimo di luce lo sorprese, 
    svelando il viso suo ancor dormiente 
    alla sua amata, sublime ispiratrice. 

    E se ne andò indignato, lasciandola alla sorte, 
    che la vide prostrata, smarrita, infelice. 
    Amor l’avea subitamente abbandonata, 
    lasciandola sconfitta, 
    raminga, a supplicar la morte. 

    Discese in quel degl’inferi, soltanto per Amore, 
    final cruciale prova, in cerca di bellezza; 
    Proserpina tramava e propinò l’ampolla, 
    priva della stessa, 
    bensì fosse riempita dell’infernale sonno. 

    Così la trovò Amore, supina nell’oblio, 
    libravan le sue ali, mentr’egli s’inarcava 
    ed ella s’allungava, 
    m’ancor nel sonno er’addentrata, 
    verso quel bacio ambito che li univa. 

    Le labbra si cercavan ad oltranza, 
    purtuttavia senza toccarsi, 
    nel suggestivo mero contemplar di sguardi, 
    dolcezza straripante di attimi esclusivi, 
    nello sfiorar d’un seno ignudo e teso. 

    Desio innegabile, sebbene sottinteso 
    d’Amore per la sua diletta Psiche. 

  • 29 settembre alle ore 17:32
    NELL'ORO DI COROLLA

    Osserva assorto,
    nell'apogeo di cotanta meraviglia,
    nell'oro di corolla
    che, fulgente, s'apre al sole,
    l'ardore del pittore per la Ninfa
    e ascolta, nell'impatto del silenzio,
    avvolto di ceruleo, sottratto al cielo,
    come a immaginar tinta del Paradiso,
    il vento, 
    ch'accarezza soavemente le ninfee,
    ancor piangendo, nel ricordo d'un rimpianto
    per quel ch'ea stato, un tempo mai scordato.

    Racchiude, lo stagno, il suo mistero immortalato,
    nel supplicar perdono da se stesso;
    nell'anelar conforto sconosciuto; 
    rivela la trama bisbigliata della storia 
    immers'ancora nell'ordito del ricordo,
    tra l'armonico inceder del dipinto
    e il geniale fluir di tal pennello.
    Pel suo sapiente tocco,
    la tela sibillina sconfina in un sussulto,
    assuefatta alla voglia di bellezza,
    nell'incanto d'ammirar se stessa,
    come suadente Ninfa testé abbagliata.

    Tra l'acque ristagnanti, ch'odorano di vita,
    tra tinte ch'allietan lo sguardo infervorato,
    e olezzi ch'inebrian 'l pretenzioso olfatto,
    rammenta, lo stagno desolato:
    sommersa come perla, di perle sì adornata, 
    a farsi ancor più ambita s'accingea la Ninfa,
    del raggio di Sole, perdutamente innamorata.
    Tesoro desiato le fu greve,
    per splender come stella tra le stelle,
    affiorante su quei petali di fiore,
    quali mani tramutate in corolle di ninfee,
    dacché 'l fango le fu veste, per l'eterno.

    E s'ode un mormorio celato, 
    tra l'espressione di ritocchi d'emozione
    e sfumature di smeraldo e lapislazzulo,
    nell'estasi sublime d'un tal capolavoro:
    un suggestivo canto librarsi dallo stagno,
    tremulo, com'a palesar screziate ali di farfalla; 
    intona un melodioso inno, sinfonico spartito,
    in sintonia col vento, 
    a richiamar l'amore della Ninfa per il Sole,
    alfin che non s'annienti un mero sentimento,
    trascendentale, 
    pur scritto sulla soglia d'infinito.

  • 29 settembre alle ore 17:31
    AL DI LA' DELLA TUA VITA

    Grovigli di pensieri persistenti,
    compagini d'assidui nodi scorsoi,
    soffocavan la gola
    e sopraffavan la mente sì erosa,
    emblematico scoglio 
    d'un mare in tempesta;
    violenti marosi, accanendosi,
    seppur lentamente, avean teso a disintegrarlo.
    Non più riserve, a implementar risorse,
    succubi di perenni sferzate d'inclementi onde,
    percepite da un inconcepibile sconforto,
    comunque insormontabile,
    volto a violar lo spirito, 
    oltre la mente inerme
    e non indenne
    da antiche cicatrici mai scomparse,
    tatuate con l'ago intinto nel sangue delle vene.
    Un gioco amaro e imperituro,
    senza regole,
    a tu per tu col tuo destino,
    che t'appariva truce;
    credevi traesse piacere dal tuo soccombere, 
    in quanto, nemico di te stesso,
    privo di volontà d'esistere,
    annaspavi nel buio del conscio e dell'inconscio.
    Funambolo incallito,
    sul limitar di dimensioni opposte,
    di certo ponderavi la ragione d'essere presente,
    nel mentre le radici inaridivano,
    fino a scindersi totalmente, 
    per darti modo di passare oltre,
    al di là della tua vita, talvolta odiata,
    seppure a tua insaputa.
    Il velo sull'ancestrale incognita infinita,
    squarciandosi, 
    ha dissolto, al tuo scrutare, la tenebra celante,
    a sguardi inaspettati e ancor profani,
    di ciò che t'aspettava, con pazienza.
    La luce eterna, 
    dell'anima, divina fonte naturale,
    al fin di consacrar l'immortalità preesistente,
    t'ha ricondotto al Padre,
    che tutto sa e vede.
    Forse adesso t'ha reso felice.

  • 29 settembre alle ore 17:30
    TERRENO INCOLTO

    Terreno incolto, 
    dove coltivavo sogni, come fiori,
    che, assiduamente, inacidivano assai presto,
    bensì li bagnassi con l'acqua d'un corso,
    ch'avevo nominato speranza,
    giacché fresca, al tatto
    e cristallina, alla vista.
    Giorno dopo giorno,
    ora dopo ora,
    minuto su minuto,
    desiavo lo spuntare d'un germoglio,
    peraltro invano,
    quantunque all'assolate pietre,
    s'abbarbicasse flora profumata e disattesa,
    dalle radici nate tra zolle desolate,
    presunte inappropriate ad ogni genere di vita.
    Nulla di ciò ha valor d'impedimento, al mio desio,
    dacché la speme è ancor nutrita
    da coscienza del pensiero positivo,
    che resiste all'inclemenza negativa,
    che ben sa rinnegar il compimento.

    Ancor coltivo sogni, 
    in aggiunta a desideri,
    avendo asperso i semi nel cuor dell'infinito,
    in terreno riscaldato, 
    per grazia dell'amore perfetto ed assoluto,
    bagnato da rivoli allegorici,
    del fluido sempiterno, 
    emanato da purezza e candore di vesti, 
    confacenti ad anime illibate.
    Pertanto, attendo, 
    disdegnando la chimera
    del risveglio d'un'aurora sibillina;
    che sia invero volitiva realtà,
    il sagace albore da cui nasce la rugiada adamantina,
    destinato a dissolver l'ignorante oscurità,
    rivelando misteri, inasprenti tormentosi eventi
    e palesando desii appagati, dapprima proibiti,
    nonché sogni arretrati, ch'avran sapor di miele,
    nel dolce retrogusto.
    L'amaro s'è dissolto, 
    alfine, al mio palato.

  • 29 settembre alle ore 17:29
    SENTIMENTO

    Desolate eran le vie, 
    per le spore delle spine
    ch'affliggevano i miei piedi,
    nell'intento d'arrancar simil cammino,
    seppur unico e indiscusso.
    Poi, cedendo all'oceano tempestoso,
    naufragando, in balia del suo volere,
    tra quei flutti che portavano a morire...
    mi son chiesta s'era giusto tal tormento...
    qual peccato aveo commesso...

    Eo in alterco anche col vento sibilante,
    per accoglier, 
    nelle braccia tese al cielo,
    prima d'essere alla fine,
    Sentimento, 
    nato all'ombra del dolore,
    quale pargolo anelato,
    mentre i rovi d'esistenza
    mi strappavano la veste d'apatia,
    per redimersi ai miei occhi vilipesi.

    Ei voleva ognor la luce,
    della speme, buona madre,
    figliol sacro,
    del futuro, conscio padre...
    ... e viceversa...

    Quando poi...
    La sua pelle d'alabastro,
    sì sorgiva all'imbrunire
    e dormiente nel fulgore delle stelle,
    nel chiarore adamantino della luna...
    all'inceder delle tenebre,
    si nutriva dell'abbraccio protettivo
    della notte accattivante
    e della nenia sua ancestrale,
    intonata tra il rumore del silenzio...

    Sol allor, s'è palesata la mia vera identità,
    ch'ea occultata e aveo smarrito...
    Barattando ciò ch'ea stato,
    con premessa d'altro tipo,
    ho donato quel che ero, a Sentimento, 
    nel concetto d'un'astratta nuova vita,
    che bramava la concreta affermazione,
    archetipo di perfetta sintonia.
    nell'eclettica realtà,
    ch'assumeva il color di fantasia.

  • 29 settembre alle ore 17:29
    ACERBO FIORE

    Testimone il suo dolore,
    rigettava la sua colpa d'esser sposa,
    tra spasmi trafiggenti il basso ventre; 
    il carnefice usurpava il suo respiro,
    sulla lingua il sapor acre del sangue,
    dissoluti i morsi sull'innocenti labbra.
    L'immacolata pelle tremava di terrore,
    la carne sussultava, mentr'egli la scuoteva,
    seppure fosse amorfa.
    Cogliendo il virginale, acerbo fiore,
    carpiva la sua essenza,
    mietendo il suo candore.
    Tra zuccherine labbra,
    suggeva il succo immondo
    di ciò ch'era tutt'altro che piacere;
    tra le sue gambe insanguinate,
    aborriva l'apogeo della lussuria.
    Nei suoi desii, tra i limiti d'infanzia e adolescenza,
    incauta speranza 
    esser circondata da braccia respiranti vita.
    Sogni perduti e infranti di bambina,
    in cui s'ergeva un Principe,
    dal viso implume e bello,
    che le donasse un bacio a labbra chiuse,
    pur scatenando il fuoco dentro
    d'amore sconosciuto,
    platonico virgulto appena nato,
    sottratto a tal destino infausto
    e barattato con gretto sesso
    d'un infame ch'ha ripudiato il diritto
    al suo innato libero arbitrio.

  • 29 settembre alle ore 17:28
    EDEN SI' PERDUTO

    Dall’alito sorgivo, 
    nasceva Adamo, su terra consacrata, 
    dalla sua costola predetta s’innalzò Eva, 
    appariscente, immacolata bellezza. 
    Tra i lillà, soggiacevan alla vita, 
    prorompenti e innocenti le lor caste nudità. 
    Compagni d’avventura... o di sventura, 
    per l’arbitrio di chi non avea pari alcuno. 

    Silenzio in scaglie, 
    negli anfratti del seno prescelto, 
    fra costante rumor di fauna sibillina 
    e flora abbarbicata, 
    ch’odorava persino nei colori... 
    Acqua adamantina, di purezza straripante. 
    Quasi giardin del cielo, 
    nell’Eden acquisito e primordiale; 
    singolare riflesso d’eccelso Paradiso. 

    Tra fronde verdeggianti e frutti sconosciuti, 
    avean casa viscide serpi velenose; 
    fra cosce candide di donna, 
    divenute esasperate, 
    strisciava il vile ingannatore, 
    scatenando qualcosa d’inconsueto, 
    oltre alla percezione del pudore. 
    E sangue infradiciaron le sue gambe. 

    D’istinti d’altra specie, esagitò Eva, 
    ch’ignuda si sentì, 
    fin a coprirsi con la foglia d’un tenero virgulto. 
    Negata quella mela, che porse al prediletto Adamo, 
    che la seguì, privo d’obiezione. 
    Ma s’oscuraron cirri, su di loro, 
    forgiando nubi di carbone, 
    si coprì il cielo, delle tinte della rabbia e d’impotenza,
    scatenatesi all’indegno tradimento. 

    D’uno sguardo dissonante, 
    si vestirono i lor occhi, 
    già cacciati e maledetti; 
    artefatte, la bellezza e la purezza, 
    ai compagni di condanna e di dolore... 
    Nel sospiro, che dal petto s’immolava, 
    s’arrancava il pentimento, 
    valicando il confine di tal Eden, sì perduto
    e benedetto. 

  • 29 settembre alle ore 17:27
    NEL SUSSULTO DEL TEMPO, RESUSCITA OGNORA

    E s'ode un respiro, di tenebra chiuso,
    nel guado del tetro sepolcro,
    sospiro di sguardo profondo scintilla nel buio,
    risale alle labbra un gemito fioco,
    l'apogeo del triste calvario rigetta il sudario...
    Proviene dal lungo percorso d'abisso infinito,
    il Figlio dell'Uomo... Rampollo di Dio.

    Riprende il possesso del corpo smarrito... 

    La morte s'inchina alla vita,
    getta scettro e corona,
    bistrattata sovrana del nulla.
    Rinnegata la veste sua oscura,
    pel desio d'esser Figlio ch'onora
    il Suo Padre, in ciò ch'era scritto già allora,
    pel desio d'incarnare l'amore... ancora... e ancora.

    Nel sussulto del tempo, resuscita ognora.

  • 29 settembre alle ore 17:27
    D'ESSER CROCE

    Piange il cielo,
    forgiando in perle trasparenti
    amare lacrime che scendono;
    sofferenza ineluttabile
    per l'onta dell'umana alienazione.
    Acquitrini misti a fiori,
    per mondar ferite antiche,
    ma tutt'ora sanguinanti,
    sulla carne trascendente
    di Colui che fu tradito e martoriato,
    poi reietto e crocifisso.
    Chiodi fomentati da peccati
    ne brandiscono l'aspetto,
    come inquietante arma;
    ribattuti di perpetuo da disparate mani,
    trafiggono altresì quel legno infradiciato, 
    d'amore e d'altrui macchie d'innocenza,
    ch'urla ancora, inascoltato da chiunque,
    tra il fragore silente della morte,
    rigettando, d'esser croce, la sua colpa.

  • 29 settembre alle ore 17:26
    IL BACIO DI RUGIADA

    Nel divenir d’aurora fantasiosa, 
    gocce trasparenti e iridescenti 
    si posano sul ciglio dei petali dischiusi, 
    cristalli che s’attardano a svanire, 
    nell’attesa ch’entri in scena il sole. 
    Regna ancor la pace, 
    tra le rampe scoscese ai bordi d’orizzonte. 

    I rumori, 
    addentratisi nella notturna quiete, 
    ancor sognan pace e silenzio, 
    udendo lor coscienza antica, 
    ancestrale letizia mai più rinnovata. 

    Uno stormo di stelle 
    pulsa in ritmo corale, 
    prima d’esser svanito allo sguardo 
    che or s’alza assonnato 
    e pretende le palpebre chiuse, 
    ch’agonizzano all’apice 
    dell’adamantina luce. 

    I bagliori rifletton su specchi 
    del pendio dell’altere montagne, 
    rilasciando immacolati scialli scintillanti, 
    mentre gli echi si risveglian, espandendosi per valli verdeggianti. 

    Sussurrando il lor bell’orchestrale canto, 
    in simbiosi con il vento di libeccio, 
    che sospiri, tra fior d’acque fiumane e lacustri, 
    ch’or s’alzino, dai rispettivi letti, a rinnovar gorgheggi, 
    dopodiché, festante, lo propaghi al suol marino, 
    al fin di ridestar l’arenile sonnolento, 
    con sussurri spumosi dell’onde sì frangenti. 

    L’agonia della notte morente, ch’è madre, 
    nell’aurora nascente, ch’è figlia splendente, 
    ha voluto lasciar, prim’ancora d’andare, 
    il bacio di rugiada, la sua linfa vitale, 
    ond’esser additata generatrice di chiarore.