username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • La poesia contiene la parola
  • Nome autore

Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


Le poesie dei nostri autori sono tutte raccolte qui.
Se vuoi inserire le tue poesie in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 23 febbraio 2013 alle ore 12:57
    Quattro Cento sessantasei

    Tutta la mia stanza è un foglio,
    lo scrittoio campeggia nel centro,
    toro elettrico che da anni tenta
    di scalzarmi  ed io mi appiglio
    alle sue corna esclamative ,
    con gli alluci gli solletico
    la pancia imputata di troppe
    parentesi, scuole serali
    per parole ancora in placenta.
    Ogni tanto scaccio la scrofa
    del silenzio, invadente come
    l'ospite che non si preannuncia:
    le pungolo la cotenna spaziale
    sperando il fastidio le rammollisca
    l'insistenza.Tutta questa stanza
    che mi basta come rifugio antiatomico,
    sotterraneo durante gli uragani,
    dove la pioggia arrivando si dilegua
    e cerca altre vie, dove le perdite
    sono rancidume di avanzi per chi
    non mi legge secondo direzione.
    Non ho tubature fallaci, ritorni
    di fiamma da condutture in
    astinenza. Ho questo foglio
    ristrutturato da cementini
    bui ed ordinati, perenne
    il lavoro in corso, nugoli
    di  nere operaie al mio
    servizio.Ed ho il cuore
    avvampato, camino con i motori
    al massimo: dormo sul dorso
    del destriero  che giunge con
    un fagotto di verbi, metafore
    e sogni.  Chiunque li scaccerebbe
    come fantasmi, presenze senza
    dominio di pace: i miei coinquilini
    buffi e magistrali. Mangiamo insieme,
    poi ci zittiamo, gargarismo a fine pasto:
    maneggiando bene questo vano,
    abitiamo e da tempo immemore
    la più solida delle convivenze.

  • 23 febbraio 2013 alle ore 10:27
    Profumato avvenire

    In fuga dal mio stesso respiro,
    traboccante d'insidie
    di crudeli pensieri, 
    assaporo convinto
    l'evanescenza del tempo,
    piegato alla deriva
    ad annusare nell'aria
    vibranti sentimenti di festa
    di stagioni vivaci
    inesorabilmente passate
    da cui sgorgano ancora 
    cristallini fluidi di nostalgie
    divenute ormai fiochi ricordi.
    Nel perenne gorgoglìo 
    dell'esperienza fermentata,
    intingo la lingua arrotata
    ormai spenta e redenta,
    per viltà o per fierezza,
    a gustare la vita
    di chi mi corre accanto,
    proiettato nel viaggio
    da qui all'eternità,
    in un futuro
    che già mi sparla
    d'essere ogni giorno
    memoria compagna,
    sempre nell'erta nei sensi, 
    della Tua solitudine
    nell'aspettare di raggiungermi.
    .
    cesaremoceo

  • 23 febbraio 2013 alle ore 9:21
    Quattro Cento sessantacinque

    Per te sono malata. Eppure tu stessa mi
    hai sputata dalla cervice del tuo cranio
    meridionale trenta e più anni fa.
    Il collo delle bottiglie reca sempre
    l'impronta di ciò che mesce ma forse ti
    acquietava sapere che le ossa erano
    ben disposte ed in forze, che due
    erano le gambe e due le braccia ed
    il cuore incassato alla sua scrivania,
    gli occhi abili e di incredibile, imprevedibile
    colore, il respiro caldo e regolare.
    Credevi finissero lì gli inghippi,
    gli intoppi. Cosi che adesso ti chiedi
    cosa mi abbia contagiata a tal
    punto da ammalarmi da sana e
    quale mistura si è fusa al dosaggio
    perfetto dei tuoi valori e della tua
    salubre mammezza. O quale veleno
    si sia imboscato nel tuo latte,
    infilato nella mammella e
    lì abbia covato per anni, perniciosa
    incubazione, liquido travestito che
    i miei denti non filtrarono e la suzione
    avidamente assimilò.  Si, sono malata.
    Sono malata come tutti i poeti.
    Che si tagliano e medicano con
    la lama stessa,  e poi, sanguinando
    di più, ancora accostano dolore
    al dolorante. Perciò ti dico: non
    stremarti, non affannarti, nè
    dannarti per la colpa del mio
    sangue inverso, della dissolutezza
    con cui amo questo mestiere senza lavoro.
    NOn puoi impedirmi l'amore per il
    degente che, gemello nel mio stesso
    male, con me fraziona  flebo di inchiostro,
    palliativo in odore di seppia, e con cui
    condivido patologia e referto.  Non puoi
    correggermi da questo affanno che mi da gioia.
    Nè guarirmi cercando di farmi somigliare
    al mondo. Perchè io voglio zoppicare
    e farlo ancora di più nella standing
    ovation del senso comune e questo
    difetto con cui mi trascino
    è il mio saggio di volo.

  • 23 febbraio 2013 alle ore 9:12
    Quattro Cento sessantaquattro

    Con te vorrei finire. Mare o cielo,
    Non importa. Cadendo annegarmi,
    e perquisita dal vento farmi
    violentare dagli anni. Con te accanto
    asciarmi scucire la giovinezza ,
    sfoderare dalle braccia il desiderio
    di  desideri che non somiglino alla tua
    testa, sentirmi disossare da tutto ciò
    per cui al passante incuriosivo lo
    sguardo. Con te vorrei finire
    dove vanno tutte le cose che
    finiscono insieme, quando gettata
    alla risacca degli smessi la giacca
    consunta, i bottoni ne seguono
    la fatale apnea e nessun messia
    ne risparmia le maniche tranciandole,
    gemelle siamesi divaricate dalla
    perizia del sarto. La morte è
    completa e comune sul capo che ha
    stancato e te ne sbarazzi senza
    operare incisioni. Così voglio
    finire se finire è essere dove
    so che, stendendo il moncone,
    troverei una tua parte a
    compiere il gesto che non posso.

  • 23 febbraio 2013 alle ore 9:06
    Quattro Cento sessantatre

    Mi fai paura.Mi fa paura la tua mostruosa
    bellezza che ieri avevo dato al rogo ed oggi
    risorge dalle gambe come un incenso
    ammaliante e termina sugli omeri e poi
    ancora sbuffa, vaporoso vagone che avvolgendoti
    il collo, sgocciola al petto e mi dice esattamente
    dove vorrei trafiggerti, spurgarti stagioni e nomi
    ed inalarti la mia carne, distillato di premure
    e guai. Mi fanno paura le tue mani che sanno
    i miei angoli e le cassettiere dove ho stipato
    meglio il sangue per non traboccare.
    Così tu puoi rubarmi quando vuoi
    il senso e la spina dorsale, accartocciarmi
    con il risucchio del palloncino curato
    dall'iniezione dello spillo.
    Vedere come rimpicciolisco e mi allontano
    dopo la penetrazione che libera il
    fiato allagandomi di te.

  • 23 febbraio 2013 alle ore 8:17
    Pensieri di carta e di te

    Passano croccanti sotto le dita,
    pensieri di carta e di te.

    Mente mia!

    Dipingi ascoltando il suono di queste parole colate dall'inchiostro,
    dipingi gli spazi e gli oceani attraversati;

    mente mia dipingi questi fogli pregni d'emozione,
    dipingi ogni sentiero scelto o sperimentato,
    poiché stasera ho voglia di viaggiare remoto.

    Passano croccanti sotto le dita,
    pensieri di carta e di te;

    che sei custode di questa mia eredità sparsa ovunque,
    un retaggio dove ognuno può senza limite attingere,
    ove generare riflussi, o la eco delle mie orme.

    Passano croccanti sotto le dita,
    pensieri di carta e di te.

  • 23 febbraio 2013 alle ore 0:35
    Foglie

    Varie come i fiori
    più durevoli le foglie
    vestono i rami
    di tutte le piante.

    In primavera nuove
    ed estive abbondanti
    in autunno imbrunite
    son d'inverno cadenti.

    Delicate hanno grazie
    dan respiro ai viventi
    e bellezza all'ambiente.

    Ed accenti ben dolci
    con un lieve soffiare
    da lor traggon gli zefiri.

  • 22 febbraio 2013 alle ore 19:19
    Walz of the flowers

    Come un bambino
    dalla plastica trasparente della confezione regalo 
    scorge felice
    il suo giocattolo
    preferito,
                     così
    accolgo la tua voce.

    Quasi fosse un surrogato fatato, ne rido
    raccogliendo fili di seta nella mano.
    Interrogo l'ordito indovinandone i toni,
    ugole
    in campane di cristallo: sono un walzer
    di gigli,
                 gladioli,
                                morbide rose
    le lettere
    danzanti sulle tue labbra,
    viole e girasoli.

    Come in una clessidra
    vitrea 
    scorre 
    la tua voce,
    così 
    la sabbia dorata
    nel mio cuore.

  • 22 febbraio 2013 alle ore 17:42
    PIU' A VALLE

    E gli alberi folli che si sono fatti casa  nei miei occhi ospitando melograni,delle foglie autunnali e delle altalene ...i suoi rami sono prostitute al vento che si lasciano trasportare fino in fondo e abbattere diventando legno da ardere per mani che sanno accendere ,in cui poi la cenere sorprende nascondendo un sorriso di brace che non muore mai -Vieni a cercarti con me piu' a valle..dove attende il calore dell'anima.
     

  • 22 febbraio 2013 alle ore 17:40
    L'ETERNO MOMENTO

    Nel mio viso ci sono verdi praterie e la primavera perché ogni volta che mi hai parlato,inconsapevole mi hai riempito di margherite infinite e rose rosse per presentarmi a Dio vergine e sposa alla vita...mi guardasti come gesu' guardo' i propri figli..

  • 22 febbraio 2013 alle ore 17:09
    VITA D'OGGI (DOMANI SI VOTA)

    VITA D'OGGI
    (DOMANI SI VOTA)

    nella giungla della vita
    ci sono
    muti
    trattati come bestie da soma
    a servizio della corruzione
    coperta di menzogne bavose
    c'è
    chi strizza
    mammelle colme di latte e miele
    e chi stringe la cinghia
    ancora di un buco
    ci sono
    operai impiegati giovani
    col cuore tagliato a pezzi
    dalla lama dell'incertezza
    e col desiderio di vivere
    mangiando pane
    e – perché no – companatico
    ci sono
    tristezza paura fame lacrime
    e quelli che
    con grassa mano
    ficcono il coltello
    nel fianco carta velina dei derelitti
    ormai senza voce
    ci sono
    ci sono ora
    mani dure come pietre
    che schiantano le corna del toro
    e
    domani si vota

    c'erano...
    o ci sono ancora?!

  • 22 febbraio 2013 alle ore 16:27
    Quattro Cento Sessantadue

    Mio angelico Belzebù che a novembre avesti
    il tuo corteo, la rossa processione del mio sangue
    spillato in effervescente bollore, l'annusata caparbia
    del cuore fino ad allora assordato da deflagranti
    equivoci. Ho fatto quanto richiesto, compilato
    con ordine la lista delle cose che ho messo
    in vendita. Le ossa: tutte. La carne: pari
    peso. Pari destino. Occhi e pensieri:
    i primi impalano le tue parole, i secondi
    secondini delle tue gambe.
    Bocca  e mani: le labbra non si
    insaporiscono da mesi, le mani vanno
    via come foglie a cercare una tomba.
    Per il resto ho un cancello oltre il
    quale più non passo perchè so che
    è lì che la mia morte attende con
    l'invito suadente di una bacca succosa.
    E vorrebbe addentarmi la fede brulla
    con cui mi dedico a te e dall'anima
    spino ogni altro demone. Al punto
    che ora bussano tutti insieme e fanno
    ressa ed io mi allento un po'
    per inghiottirli e poi sputarli, passeri
    invischiati dalla saliva della tua molteplice nomenclatura.

  • 22 febbraio 2013 alle ore 15:55
    Quattro Cento Sessantuno

    Avevo una sola amica, alta come
    un pensiero, con aspirazioni da
    giunco e storpia d'animo. 
    Si piaceva quanto ci piacciono
    i chiodi della Croce, i palmi
    frantumati dalle saette del
    volgo. Lei mi parlava ma non
    diceva i segreti di cui le cose segrete
    sono di solito incinte.
    Trascorrevamo il tempo a raccontarci
    merlature e conquiste, i castelli
    biondi o bruni di cui avremmo arreso
    patte e patti ,  burrosi ponti levatoi.
    Ma poi eravamo inermi e sciocche,
    stolte e della stoltezza che hanno certe
    tazzine da corredo tutte impettite
    nelle vetrine delle credenze.
    Tronfi ghirigori  che aspettano
    di essere scaldati dal liquido
    a cui si offriranno  nel giorno
    degli ospiti, nell'istante della bella figura.

  • 22 febbraio 2013 alle ore 15:12
    Quattro Cento sessanta

    Mercoledì che non è stato grasso e non è stato santo, solo
    dispari e sfortunato. Tondo furfantello imbucato nella settimana
    insonne a prendere le misure del mio lato buono, lugubre
    dimestichezza al destino orizzontale che è di tutte le
    creature già svezzate. Mi sono morte tante cose, stessa
    data: a volte di mercoledì, a volte di domenica.
    Candele più che candeline, il mio genetliaco è
    l'esequie meglio eseguita. Fiori e cenere sui
    binari di Pompei, fiori e cenere nei corridoi
    al neon della grigia torre degli ecografi e dei
    tracciati. Ho messo gli anni come spilli, io sono
    la bambolina della maledizione su cui scocca
    il dardo con l'acutezza d'acciaio di una  fiocina
    nel viscido dorso del pescato. E non mi paro
    il fianco, aspetto con la posa inerme
    del bersaglio che tutto torni a ricompormi
    in questa scena: fra i riccioli cerco l'indizio
    del dolore che il nuovo inserto dovrebbe darmi.
    Ma è tutto buio, del bianco non vi è mai
    odore: avrò sempre capelli d'ebano  e schiena canuta.

  • 22 febbraio 2013 alle ore 15:04
    haiku n.105 (un banjo suona)

    un banjo suona
    melanconico e solo -
    canta alla luna

  • 22 febbraio 2013 alle ore 14:36
    Temp(i)o

    Segue 
    la sua visione
    di potenza

    Accordando 
    tigri e angeli 

    Perle di
    cristallo
    Occhi 
    di vari mondi

    Il silenzio
    cala 
    Serafico
    velo 

    Calda 
    l'immagine
    nel centro

    Radice
    sfilante  l'ego
    dalla prigione
    invisibile

    Preghiere
    salmodiate
    dai venti
    fissano 
    punti di infinito
     
    Nel tempio
    dell'anima
    l'inautentico
    resta fuori
    a guardare

  • 22 febbraio 2013 alle ore 14:29
    Quattro Cento Cinquantanove

    Vi ringrazio, e di tutto. Delle serate in vostra
    compagnia ed in mia mancanza su tavoli
    di poker mai sfiorati, tra le luci basse ed
    il fumo in fuga dalle ciminiere innalzate
    sulle vostre bocche. Di avermi accolta
    invisibile e meridionale nel vostro parterre
    orientato sulla neve, cavallette in previsione
    di gelo, oracoli dell'erezione delle piogge.
    Di avermi insegnato la curva dei campanili
    colati a picco, le ricette della vostra fama,
    i colori delle case e degli addii. Ringrazio
    tre donne sedute intorno ad un tavolo,
    intessute con gli stessi lineamenti,
    trafilatura al nord, le ringrazio per come
    hanno svasato il mio cuore dalla
    solitudine e lubrificato di speranza il
    suo innesto sulla morbida coperta
    della pianura, in attesa di frutto.
    Ringrazio te per il tempo in cui
    mi hai scelta, lavata dal passato,
    asciugata con un roseo elenco di
    prole, ricoperta di culle e nastrini,
    vegliata nel travaglio, assistita
    al parto. Grazie per aver gioito con me
    che fosse femmina e maschio,
    simile a te e simile a me, con le tue
    spalle ed i miei occhi , la tua voce
    e la mia resa. Quando mi addormenterò,
    dopo la madida fatica che ci fa piovere
    al mondo, quando questo ventre rabboccherà
    il suo dato, obiettivo smesso, retrattile messa
     a fuoco, socchiudi la porta e, andando via,
    conserva insieme al mio grazie, fazzoletto ripiegato
    tra i guardrail della lavanda, il corredo ancora
    intonso, il velo di imprecisata lunghezza, i doni
    di nozze in attesa di ritiro e la pira di felicitazioni
    che non rispondono più ai nostri nomi.

  • 22 febbraio 2013 alle ore 14:18
    QUEL SORSO D'ACQUA DATO ALLA SIRENA

    .Mio pensiero,mio spirito inquieto chi sei?che a volte diventi lacrima e a  volte spina e a volte luce.
    Salice piangente di sogni ,audace quercia accogliente,cipresso impreziosito di farfalle dure a morire.
    Dove hai le tue radici?nel mio folle petto o nei miei capelli che tu dicesti piume di corvo pronte a farti volare anche all'inferno dove io e te vedemmo la luce.

    Dimmi,dove hai le tue radici? nei miei occhi che tu dicesti scoprire la tua anima o nelle mie mani pronte  a coprirti dal freddo.
    fiore a volte smarrito,afferrati forte a questa chioma che come un filo di un aquilone ci fara' perdere negli abissi della follia del nostro petto e lo scrigno del nostro cuore

    ricorda che fosti per me quel sorso di acqua data a una sirena trovata aggrappata alla riva del mare con la voce rotta e malata dai troppi canti non ascoltati  e da anime che stupravano le onde .
    Anima mia crocifissa dal mio canto folle e dolce  che quel giorno ha gridato in silenzio e tu lo hai sentito , vieni da me con quella barca di carta anche a chiedermi della liberta' ,o a ricercare il grande mistero attento a cio' che mi dici perchè il mio cuore è una porta immensa che accoglie e imprigiona.

    Mio pensiero spirito inquieto vieni ogni notte da me se vuoi a sperimentare la presenza del grande mistero,ma ricorda che lui verra' a salutarci solo se all'alba ci trovera' ancora abbracciati.ma intanto voglio dirti che quel sorso d'acqua dato alla sirena ha fatto rinascere campi di girasoli non piu' piegati ma assenti di luce e lui da lassu' che applaudiva sorridendo e commosso alla tua meravigliosa follia.

    Buon giorno mio spirito inquieto,indomabile al cuore,cosa fai qui accanto al mio letto?

    Luna che nasce

  • 22 febbraio 2013 alle ore 14:08
    MIO SPIRITO IMMORTALE

    Cosi' io  ti amo  nel freddo e nella solitudine  nostra  compagna  e sicurezza,nel fuoco  e nella protezione  dei  tuoi occhi
    i tuoi passi lupo frettolosi nella notte  senza mancare  mai all'appuntamento

    il vento mi parla  di te e mi fa da coperta
    il silenzio e l'istinto  compagni da sempre
    le tue impronte nella foresta fanno eco alla mia schiena
    segni  di un amore con il sudore  negli occhi  e la pesantezza  di un cuore
    eterni canti d'amore in quell'istante  tutto  si ferma
    lunghe corse inseguendo  tracce  e profumo di luna.

    Sei il mio sogno e  la liberta' che violenta  i miei occhi senza  tempo
    sei la realta',una continua presenza  che si fa sentire
    tu sei il mio anello chiuso
    ti uccideranno tante  volte ma rinasci sempre  nel bosco  dove io ti ho conosciuto
    tu....lupo....sei il mio amore immortale.
    Ti vorrei  qui  per farti vedere  quante volte  il  tuo  nome abita  nei  miei  fogli 
    ma in questa tempesta frettolosa  che è la vita
    a noi è riservato il  momento in cui il vento  si ferma  e tutto sa  di eternita'

    Luna  che nasce

  • 22 febbraio 2013 alle ore 13:23
    Nel giardino d'inverno

    Sbocciano le viole mammole in serra
    candida fuori tutto copre la neve
    e tu vuoi colori per luce all'anima.

    Stanno i fiori a offrire sereno
    innamorando il tuo cuore
    nel loro discorrere teco.

    Dicono che c'è la bellezza
    che disperare finisce
    e rifiorisce la vita.

    Sì, ha giardino l'inverno:
    riparo da cruda tormenta
    appuntamento a te lieto.

  • 22 febbraio 2013 alle ore 12:31
    Non so Amata cara

    Non so se quando sarò freddo e muto
    farai come Didone che un dì ruppe fede
    al cener spento di Sicheo, non so amata cara.
    Questo pensier che per anni mi turbò la mente
    risposta trova  e giusta, lo dice del Sacramento
    il rito che muore con la morte di un dei due Ministri,
    quindi libero io della vita dagli affanni libera tu,
    da me non più amata,  di amar poi  felice chi tu credi.

  • 22 febbraio 2013 alle ore 11:35
    i miei pensieri

    I miei pensieri
    volano via col vento
    come le foglie di glicine
    soffici e delicati sul tuo cuore
    si sono posati come addormentati
    ma tu col tuo volto caloroso
    li hai risvegliati…
    Non erano mai sopiti
    erano come bozzoli arrotolati
    di farfalla
    ma il tuo amore li ha fatti
    uscire fuori e sono diventati
    crisalide e poi farfalla
    e poi sono volati
    su nel cielo…

  • 22 febbraio 2013 alle ore 7:41
    La luce della speranza

    Contrapporre pudiche
    volontà illibate
    a questa natura
    esuberante e vivace
    corrotta da sgraziate 
    ragioni materiali
    che han preso il posto
    d'ogni valore morale;
    Specchiarsi sempre
    nel mare dell'onestà,
    pulito e limpido,
    senza andare mai
    al fondo e curarsi
    delle dignità offese
    vivendo avventure
    senza l'ironica pietà
    d'ipocrisie continue,
    nell'altrui solenne malinconia, 
    e morire e rinascere,
    fermarsi e riflettere,
    per ridare un senso alla vita
    nella luce di una speranza
    sempre accesa.
    .
    cesaremoceo

  • 21 febbraio 2013 alle ore 21:05
    Festa

    D’inverno una sera
    stanza piena
    di persone folla
    in discoteca

    tra tavoli
    di gente assiepati
    compari
    avanzi

    i tuoi passi
    d’amor guidati
    cuori innamorati
    cuori infranti

    ti arresti
    ti avvicini
    baci reciproci
    baci scambiati

    mi saluti
    mi abbracci
    corpi vicini
    sempre più vicini

    ora senza parole
    sorridente
    gaiamente
    gioia traspare.

  • 21 febbraio 2013 alle ore 20:00
    Varchi di coraggio

    Trasfusioni d'amore
    fiumi inarrestabili
    d'umore dinamico,
    importante e profondo
    nelle scarne illuminazioni
    nel buio della crudeltà umana,
    verità che abortisce i sogni
    e porta l'amaro sapore
    di sentirsi tagliati fuori
    in adulteri sensi di rimorso
    nella dura cosciente
    povertà dell'anima
    altalenante tra indugi e silenzi
    nell'impero dei sentimenti
    ad aprire varchi di coraggio
    in quella corazza
    che rende schiavi
    del dolore narcotizzato
    dall'attesa di una speranza.
    .
    cesaremoceo