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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 27 aprile 2013 alle ore 19:02
    Piccola speranza

    Di vita, abbiam solo questa!
    …. e a volte, neanche quella!
    Le emozioni, le lasciam libere nell’aria,
    come fossero farfalle.
    I sorrisi, invece,
    ci tolgono quel sapore aspro della vita.
    E a volte, è bello pensare: se ci fosse stata quell’armonia.
    Armonia che il ciel un tempo ci donò.
    Se ci fossero state le certezze.
    Quelle certezze perdute col tempo
    e nel tempo.
    A volte, è bello pensare ai sogni.
    Quei sogni che non finiscono mai.
    O a quegli sguardi che ridono
    perché hann conosciuto la vera vita.
    O a noi, che di tanto in tanto,
    brindiamo all’amicizia ritrovata.
    A volte, è bello pensare, e basta…!
    Ora però…,
    vorrei pensare anche un pò a te.
    Che ti nascondi nel mio cuore,
    mia piccola speranza!

    Anno di stesura, 22/04/2013

  • 27 aprile 2013 alle ore 18:07
    Aspettala

    Con la coppa incastonata d’azzurro,
    aspettala
    vicino alla fontana della sera e ai fiori di caprifoglio,
    aspettala
    con la pazienza del cavallo sellato,
    aspettala
    con il buon gusto del principe raffinato e bello,
    aspettala
    con sette cuscini pieni di nuvole leggere,
    aspettala
    con il fuoco dell’incenso femminile dappertutto,
    aspettala
    col profumo maschile di sandalo sui dorsi dei cavalli,
    aspettala.
    E non spazientirti. Se arriva in ritardo
    aspettala
    se arriva in anticipo
    aspettala.
    E non spaventare gli uccelli sulle sue trecce,
    e aspettala
    che si sieda rilassata come un giardino in fiore,
    e aspettala
    che respiri un’aria estranea al suo cuore,
    e aspettala
    fino a che non sollevi il suo vestito scoprendo le gambe nuvola dopo nuvola,
    e aspettala.
    E portala su un balcone per vedere una luna annegata nel latte,
    e aspettala.
    E offrile l’acqua prima del vino e non
    guardare il paio di pernici che le dormono sul petto,
    e aspettala.
    E accarezza lentamente la sua mano
    quando poggia la coppa sul marmo
    come se sollevassi la rugiada per lei,
    e aspettala.
    E parlale come il flauto
    alla coda spaventata del violino,
    come due testimoni di ciò che il domani vi prepara,
    e aspettala.
    E leviga la sua notte anello dopo anello,
    e aspettala
    fino a che la notte non ti dica:
    Al mondo siete rimasti soltanto voi due.
    Allora portala dolcemente alla tua morte desiderata
    e aspettala.

  • 27 aprile 2013 alle ore 18:03
    Pensa agli altri

    Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
    non dimenticare il cibo delle colombe. 
    Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri, 
    non dimenticare coloro che chiedono la pace. 
    Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri, 
    coloro che mungono le nuvole. 
    Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri, 
    non dimenticare i popoli delle tende. 
    Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri, 
    coloro che non trovano un posto dove dormire. 
    Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri, 
    coloro che hanno perso il diritto di esprimersi. 
    Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso, 
    e di’ : magari fossi una candela in mezzo al buio.

  • 27 aprile 2013 alle ore 18:02
    A mia madre

    Ho nostalgia del pane di mia madre
    del caffè di mia madre
    della carezza di mia madre.
    Diventa grande in me l’infanzia
    giorno dopo giorno
    e mi attacco alla vita perché
    se dovessi morire
    sarei mortificato per il pianto di mia madre.

    Fai di me,
    dovessi un giorno ritornare,
    stola per la tua frangia.
    Coprimi le ossa di erba
    fatta pura al tuo passo.
    Legami
    con un ricciolo di capelli
    con un filo che spunta dell'orlo della veste tua
    così che io diventi un dio
    un dio divento
    se il tuo cuore sfioro.

    Mettimi, se ritorno,
    alimento nel tuo fuoco
    corda del bucato sul terrazzo di casa tua
    ché io vacillo senza
    la preghiera del tuo giorno.
    Sono invecchiato,
    riporta le stelle della fanciullezza per ritornare
    come tornano gli uccelli
    al nido della tua attesa.

  • 27 aprile 2013 alle ore 18:00
    Passaporto

    Non mi hanno riconosciuto nelle ombre che
    han rubato via il colore dal mio passaporto.
    La mia ferita hanno aperto
    e ne hanno fatto un museo per turisti.
    Non mi hanno riconosciuto.
    Non lasciare le mie mani senza sole,
    perché gli alberi
    mi riconoscono.
    Mi riconoscono
    tutte le canzoni di pioggia.
    Non abbandonarmi pallido come la luna.

    Tutti gli uccelli hanno seguito
    il palmo della mia mano
    fino la soglia dell’aeroporto lontano.
    Tutti i campi di grano
    tutte le prigioni
    tutte le tombe bianche
    tutte le frontiere
    tutti i fazzoletti sventolati
    e gli occhi tutti quanti
    erano con me
    ma loro
    li hanno cancellati dal passaporto.

    È una vergogna il nome, l'appartenenza?
    In una terra che ho coltivato con le mie mani!
    Giacobbe oggi ha urlato fino al cielo:
    non fare che io sia di nuovo da esempio!
    O signori! O signori profeti,
    agli alberi non domandate
    il loro nome
    non chiedete alle valli
    di chi sono figlie.

    Dalla mia fronte sgorga la spada della luce
    e dalle mie dita l’acqua del fiume.
    Tutti i cuori degli uomini
    sono la mia identità.
    Ritiratemi pure questo passaporto.

  • 27 aprile 2013 alle ore 17:58
    Promesse della tempesta

    Sia!
    Bisogna, sì, che rifiuti la morte
    che bruci le lacrime delle dolci canzoni
    che sfrondi l’ulivo dei suoi rami secchi.
    Se io canto la gioia
    che sta dietro le palpebre
    degli occhi spauriti
    è perché la tempesta
    e vino m’han promesso
    ed arcobaleni.
    È perché la tempesta
    il canto ha spazzato via
    degli uccelli oziosi e indifferenti
    e ha smascherato nell’albero colmo di rigore
    ogni infido ramo.

    Sia!
    Sarò fiero di te
    ferita della città
    dipinto in mille ombre
    nelle nostre notti tristi.

    Tu mi difendi dall’ombra
    e dagli sguardi d’odio
    quando la via mi si chiude.

    Io degli occhi spauriti
    sì, canterò la gioia
    la tempesta che già si protende
    sulla mia terra mi ha promesso vino
    m’ha promesso arcobaleni.

  • 27 aprile 2013 alle ore 17:56
    Potete legarmi mani e piedi

    Potete legarmi mani e piedi
    togliermi il taccuino e le sigarette
    riempirmi la bocca di terra:
    la poesia è sangue del mio cuore vivo
    sale del mio pane, luce dei miei occhi.
    Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,
    la canterò nella cella della mia prigione,
    nel bagno,
    nella stalla,
    sotto la sferza, tra i ceppi,
    nello spasimo delle catene.
    Ho dentro di me un milione d’usignoli
    per cantare la mia canzone di lotta.

  • 27 aprile 2013 alle ore 17:53
    Al figlio del nomade

    Calza i tuoi sandali
    e cammina sulla sabbia
    che nessuno schiavo ha mai calpestato.
    Sveglia la tua anima
    e bevi alle sorgenti
    che nessuna farfalla ha mai sfiorato.
    Dispiega i tuoi pensieri 
    verso le vie lattee
    che nessun folle ha osato sognare.
    Respira il profumo dei fiori
    che nessuna ape ha mai corteggiato.
    Allontanati dalle scuole e dai dogmi:
    i misteri del silenzio
    che il vento rileva alle tue orecchie
    ti bastano.
    Allontanati dai mercati e dalla gente
    ed immagina la fiera delle stelle
    dove Orione allunga la sua spada,
    dove sorridono le Pleiadi
    intorno alla fiamme della Luna,
    dove neppure un fenicio ha lasciato le sue tracce.
    Pianta la tua tenda negli orizzonti
    dove nessuno struzzo ha pensato di celare le sue uova.
    Se tu vuoi risvegliarti libero
    come un falco che plana nei cieli,
    l’esistenza ed il nulla sospesi
    alle sue ali,
    la vita, la morte.

  • 27 aprile 2013 alle ore 15:27
    Il vuoto!

    Fredda la luce
    Ho perso il sorriso
    Mi manchi tu!

  • 27 aprile 2013 alle ore 13:39
    Cinque Cento Dodici

     Con la pioggia  le donne del nord vengono
    fuori: lucertole da nube, lombrichi verticali,
    snodabili appendini color savana, canne
    longilinee nei sandali annacquati, il passo
    diluito, la schiena, schermo ossuto ed
    intirizzito,  poggia irta, cereo palo,
    su gambe fredde di giornata.
    A quest'ora che ti svegli, la piana
    per cuscino, a quest'ora lontana dalle
    venti e dalla luna più di un miglio,
    mi rassetto il cuore sperando di
    lavare dagli angoli anche l'ultimo ammaraggio.
    Ma intorno piove e la nebbia veste
    Aprile per dispetto, visiera grigia,
    magra perfidia, guizzo d'alice argento,
    testa d'acciaio, azzurra dote  alle braccia
    prese d'assalto dall'afa settimina
    e dalla primavera in fuoco.
    Con la pioggia sfocano i fumi
    in una bianca esalazione e le gorgiere
    verdi rabbuiano il pomo d'Adamo
    ai monti, lenzuola non strizzate,
    affettuoso offertorio  di  lumache.
    Forse mi manca l'attrezzatura
    per sfuggire alla tua assenza
    che più di un collare mappa
    il morbo a cui mi immolo
    e questo nodo al petto
    regge meglio di ogni cucitura:
    lo dico inghippo, coagulazione,
    ma fa il tuo nome da quando è sciolto.

  • 27 aprile 2013 alle ore 12:51
    Femmina

    Femmina ,
    dolce femmina,
    femmina verace
    di piacere vorace.
    Travolgi l’uomo che ti desidera
    con la tua incontenibile
    brama d’amare
    sconvolgi l’uomo che t’ama
    con la tua focosa passione
    rassereni l’uomo che t'anela
    con la tua dolcezza  infinita.
    Precipiti in un attimo
    nell’imo burrone
    del desiderio inquieto
    risali con altrettanto fervore
    tuffandoti nel mare profondo
    dell’amore che è in te.

  • 27 aprile 2013 alle ore 11:51
    haiku n. 110 (rose sul prato)

    rose sul prato -
    rubini incastonati
    nello smeraldo

  • 27 aprile 2013 alle ore 11:12
    Senza titolo

    al di fuori di me –
    io stesso luogo-non-luogo –
    mi espando

    di cerchi concentrici è il lago
    del mio spirito: sasso gettato
    dal capriccio della musa

    fremito d’acque e stelle

  • 27 aprile 2013 alle ore 7:47
    La ricerca dell'essere

    Con i piedi per terra e la testa tra le nuvole
    rimango avviluppato nel Nulla

    con l'anima sospesa

    a vagare nelle praterie del Vuoto

    ad assaporare l'Infinito

    con l'agitazione dentro

    a manifestare l' inesorabilità del tempo
    e la cruda realtà svanita

    Sussurrare rime e mormorare versi
    a ripescare rimpianti

    baci di Giuda persi nell'Immenso

    riprendere immagini
    già vissute in quegli efferati sogni

    e ritrovare stantie emozioni

    E starci dentro tutto

    con la voce che geme fragile

    nell'inquieta costante ricerca dell'Essere
    .
    cesaremoceo

  • 26 aprile 2013 alle ore 20:49
    Amaro

    Sorrideva. 
    Sorrideva perchè doveva. 
    Sorrideva con la bocca tutta.

    Si alzavano simmetriche e veloci
    le guance carnose
    all'apertura delle labbra 
    rosse.  

    Ma gli occhi non sooridevano affatto. 
    Erano lì: fissi come stelle,
    tristi 
    come il silenzio austero delle feste. 

  • 26 aprile 2013 alle ore 19:55
    La strada dei ricordi

    Risalgo
    La strada dei ricordi e delle emozioni
    Risento:
    l'odore dolciastro della terra
    che arsa attende l'acqua;
    l'asfalto che esala il tanfo
    di pneumatici bruciati sul bitume,
    la fontanella che canta argentina
    alla cantoniera del crocevia,
    la stazione d'attesa
    la rivista sfogliata distrattamente
    la mente che si perde nei pensieri,
    il marciapiede gremito di gente sconosciuta
    il saluto semplice della mano di un bimbo.
    Monotono e triste paesaggio
    il viale costeggiato di alberi frondosi
    bisognosi perché malati di malinconia
    in un pomeriggio deserto di afa.
    Stanca raccolgo pinoli d'energia
    e attraverso il cielo senza voli,
    tendo l'orecchio al canto della natura
    che geme e vuole pretende amore.

    © Eleonora Ruffo Giordani

  • 26 aprile 2013 alle ore 15:50
    Lo spegnimento dell'anima

    Anche i sentimenti
    a furia di spenderli finiscono

    restano soltanto
    piccoli scampoli d'emozioni

    scremati legami fatti di piccole
    spontanee attenzioni e nulla più

    nel ventaglio variegato dei contatti umani

    con la delusione a spegnere i sogni
    far scelte di solitudine

    mentre la tempesta
    trascina in acque sconosciute

    Come un fiore annegato in un bicchiere
    riprende il suo fiato

    colmo quei vuoti d'inerzia

    accettando sacrifici e vincoli
    che essa m'impone

    senza cercare altre scorciatoie 

    guardando al futuro
    e al nostro sole senza tramonto

    In questo splendore

    con i corpi svaniti nel nulla

    resterà ciò che abbiamo creato
    e il piacere di manifestare amore

    superando i drammi
    della dignità dispersa al vento 

    a raccontare l'eterno spegnimento dell'anima.

    cesaremoceo

  • 26 aprile 2013 alle ore 14:58
    Cinque Cento Undici

    La signora domenica rideva:
    a tavola fra i cuccioli sorseggiò caffè,
    un mezzo volentieri ed un pettegolezzo
    intero. La domenica batteva  in azzurro
    fra il corridoio e le finestre e fino al letto
    il bacio del sole era alla francese.
    La signora è giovedì: non fuma.
    Il cervello spento tiene ostinato
    il soppalco della cotonatura
    delle sette e trenta, parrucchiere e
    piaga, tintura a volte; l'angoliere con
    l'ultima ricetta, mesto leggio,
    esibisce tre dosi di accompagnamento,
    due di pazienza. Dalla porta vola acre
    la corrispondenza fra la trapunta da
    cambiare e la fronte cera, o
    c'era un segno per intervenire.
    Salotto di mestiere l'imprevisto
    per la morte che rispettò il festivo.
    Intorno circola commosso il sangue
    ancora in forze spiando
    il collega ormai fuori dal turno.
    La signora incanalata fra le coperte,
    funebre cialda, ha indetto un ultimo
    raduno, Svizzera e Costa, con gli
    occhi affusolati,  discorso fra
    parentesi già chiuse.
    Un'altra nonna le sfiora il piede,
    l'onda sotto il marmo piano raffredda.
    E verso sera sarà già tutto ghiaccio
    da quella pozza di capelli e vene.

  • 26 aprile 2013 alle ore 12:57
    Cinque Cento Dieci

    Nell'anno di mia zia immobile, busto issato
    a metà, bianca bugia di resistenza, marciume
    di vertebre, la lisca franata, nell'anno degli
    acquitrini nei letti, di bocche nuove sotto
    la Chiesa, chirurgia del guadagno, sventratura
    di bastioni color moneta. Nell'anno dei fuori
    programma, delle divergenze, dei fuchi audaci,
    delle liti alla luna, licantropia di cuori avventati,
    nell'anno dei manifesti non ancora grattati,
    vincono i muli, dei cantieri accigliati,
    delle gatte facili, matrioske di semi
    bastardi, soufflè di miagolii patchwork.
    Nell'anno dei tavoli tirati all'ombra,
    quadrupedi in naufragio  di sole, nell'anno
    del tuo spettacolo, la prima a poche ore,
    io non sarò in sala, ma conosco la folla.
    Tutta la vita mi dice  come sei fatto
    e l'inguine tace, ma gli occhi hanno
    le impronte dell'odore più simile al tuo,
    la posa sottintende il bouquet.
    Nell'anno senza più esami, dell'amica
    da una visita al mese, nell'anno delle
    scorciatoie e dei riassunti, io ho
    finalmente capito a chi vanno costole
    e fianchi.  Chè una terra arata una
    sola volta con il vomere giusto
    non smette la voglia di quell'affondo:
    la distanza è impotente, la resa
    pronosticata. Nell'anno in cui tutto si appiana.

  • 26 aprile 2013 alle ore 8:38
    Regalo

    Hai infranto
    le nuvole,
    spalancato il
    cielo
    che non tornerà
    mai corto.

  • 25 aprile 2013 alle ore 22:54
    S. M.

    Quando di te rimane solo una foto
    Nel libro che mai avrei creduto riaprire

  • 25 aprile 2013 alle ore 19:39
    Tuono di primavera

    Raccontami la primavera,
    del suo segreto pulsare
    tra zolla e zolla,
    del suo umido odore
    di foglie di viole.

    Parlami,
    di nubi danzanti,
    di leggiadri fruscii
    tra fatui giochi di luce
    Raccontami
    di pittoresche livree
    di vanitose farfalle,
    di un azzurrato ordito
    che al confine
    si salda
    all'altro azzurro
    dell'eterna movenza.

    Narrami la primavera
    e del suo tuono improvviso
    che non ci spaventa,
    che solo per poco
    guasta il chiarore.
    Il suo rombo
    adombra lo sguardo
    ma non il cuore.

    Nella breve tempesta
    non farà rumore
    il fiore di pesco
    che cadrà
    dal suo ramo.

  • 25 aprile 2013 alle ore 13:14
    Cinque Cento Nove

    I polsi planano sui banconi dei bar, autopsia
    di orologi, obitorio di pose. Sul marmo sudato
    interviene un canarino quadrato  di stoffa a
    cancellare il sangue dei caffè, incidenti
    da folla, divinazione  nei fondi.
    I polsi oggi parlano il tuo dialetto:
    si muovono  in fretta sotto i pullover
    inutili all'afa, trecce color salmone
    risalgono spalle dove  poco prima
    aggrappavano bambini.
    L'ultima volta era così: etichetta
    in  azzurro e ventilata, portavi una
    riga di grigio sotto le tempie,
    incolpavi lo scambio di stagione e
    lo starnuto delle palme sul lungomare.
    L'ultima volta delle tue labbra  è
    finita con la tramontana: adesso
    tutto è fiato di sole, le maniche sono
    eserciti in ritirata verso nord, agli omeri
     e le gambe audaci, i piedi evasi.
    C'è voglia di barche fino ai monti,
    un desiderio di vele che non smette
    la sera, anzi s'infiamma  e porta
    con se la luna per mozzo.
    A volte sospetto perfino le vigne,
    che il loro passo si sleghi e
    provi le onde,  come il mio sguardo.
    Nei bicchieri e  negli occhi
    ordinato ancora un quarto di mare.

  • 25 aprile 2013 alle ore 12:47
    Eutanasia

    Prendimi nel sonno,
    accarezzami docile,
    come madre che ama,
    baciami le guance.
    Lasciati osservare,
    mentre splendida te ne vai,
    lasciando inermi
    le mie spoglie nelle coltri.
    Rossi capelli e fiamme
    avvolgono il mio cuore,
    sottili nodi che si riproducono
    come un tumore  nell'anima.
    Affrancami
    da questa vita mortale,
    lascia che la crisalide muti
    e voli libera l’anima
    splendente di nera bellezza
    di ali di farfalla!

  • 25 aprile 2013 alle ore 12:25
    Siesta

    Un gatto mordeva l’aria
    mentre tu giocavi
    a zittire i lamenti
    E i tuoi denti
    non tagliavano ancora
    Erano perle nell’acqua,
    al sole.