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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 01 febbraio 2013 alle ore 10:23
    Verso L'Eterno

    Ho vagato sopra le stelle 
    Aggrappato all’immenso
    Impaurito e terrorizzato,

    Sono rotolato nel vuoto
    E sulle nuvole del cielo
    Senza rischio di cadere,

    Il richiamo dell’Eterno
    Mi ha parlato sottovoce
    Ritorna tra i volti in vita.

  • 01 febbraio 2013 alle ore 10:21
    Non Svanire

    La mente traccia
    Candide praterie
    Senza trovare lei,

    Dove sei mia piccola,
    A sognare libera e serena
    Tra la brina e la rugiada?

    Non svanire dalla mia vita
    Faresti gemere stelle e sole
    E velerebbe il mio giardino

    Di questa  primavera
    Profumata di rose rosse
    E armonie di colori.

  • 01 febbraio 2013 alle ore 9:39
    Dolci note

    O suonatrice di violino!
    Il violino dolce e carezzevole 
    suona per me!
    Il violino,
    con le sue corde tese
    vibranti di passione,
    suona per me!
    Vibrazioni armoniose,
    assieme ad aliti e sospiri
    creano
    onde veloci,
    onde lente,
    onde che migrano,
    onde che urtano,
    onde che rimbalzano,
    onde su onde,
    dolci note
    stridenti e fervide,
    vigorose,
    risonanti con il mio agognato
    tremolio armonico.

  • 31 gennaio 2013 alle ore 22:35
    Dietro a fresche finestre

    Dietro a fresche finestre
    di pioggia,
    appare piangente,
    il volto riflesso.

    E si perdono
    sguardi,
    dietro a rapide nuvole
    lividi bruni
    anelanti a orizzonti.
    Ma impetuoso e fiero,
    l'ultimo raggio scarlatto
    di un giorno infinito
    come lama crudele
    le squarcia.
    ...E, trionfa...

    Dietro a fresche finestre
    di pioggia,
    lunghe ali
    di stormo lontano
    carezzano la mente.
    liberando mesti pensieri

    E nella sera senza stelle
    che scende
    a poco a poco,
    alto s'invola
    un sogno proibito
    che dolce e beffardo
    nel buio
    Scompare.

  • 31 gennaio 2013 alle ore 17:45
    vernissage

    con i lustri che passano giusto un lustrino
    sulla giacca ingentilisce il tardo aspetto
    della cute truccata con oli oli-gominerali
    ed è tutto un fissaggio di creme e cremine
    per poi affrontare il nuovo giorno oscurato
    da scorie carboniche che distruggono il nostro
    paziente vernissage ma fa più fico
    questa cosa del cosa è o cosa non è
    come il gioco delle bambole
    o delle piccole cucine dove mia nonna
    deformava le pettinature
    o inventava quale piatto servire in tavola
    che i materiali oggi non valgono un cazzo
    come le camicie che compri
    per poi buttare il colletto
    insozzato da polveri mischiate
    a sputi e a tossici sproloqui
    così salivazioni e sperma raffermo
    sui marciapiedi delle nostre città da bere
    sono gli unici compagni di bevute.

  • 31 gennaio 2013 alle ore 15:16
    Strade di casa mia

    Che scenario sublime
    percorrer quelle vie
    in un continuo  incunearsi
    e nascondersi tra ficus
    oleandri e cipressi;
    un ginepraio
    di fantastiche visioni
    tra mare e monti gibbosi,
    a un dito dal toccare
    il bel cielo azzurro;
    l'occhio
    a spaziare sulle valli, 
    i paeselli
    arroccati tra le rocce
    a esaltare
    la loro radice plebea,
    con il loro aspetto fiero
    e il dignitoso orgoglio
    scalfito in un panorama
    di luci e di colori
    a nobilitare le loro genti.
    L'emozione non da pace,
    ogni curva un sussulto,
    una nuova suggestione
    e gioire pensando al creato.
    .
    cesaremoceo

  • 31 gennaio 2013 alle ore 13:31
    La sistola

    Ir mi' giardino è bello
    e per tenello ammodo
    aprii 'rrubinetto del lavello
    ma 'n terra 'r tubo
    s'era tutto annodo.

    Un mi riuscia fermallo
    tanto si contorcea come un pitone
    che mi toccò pestallo
    e chiude ll'acqua
    che un facesse più pressione.

    Poi la riaprii
    puntando 'r tubo cor dito davanti
    sulle piante
    e quando sentii lo spisciolio
    scende sulle scarpe
    penzai: "Meno male
    che un son vestito elegante".

    Ma poi guardai 'fiori
    e 'colori belli der giardino
    e penzai "chisenefrega!
    L'acqua s'asciuga".
    E un sorriso s'allargò
    tra un rigagnolo e una ruga.

  • 30 gennaio 2013 alle ore 23:27
    Cielo e nebbia

    Pende dalle chiare distese nude
    l'amor che col suo oscuro canto allude.
    Melodia che col crudo ferro tace
    evapora in un candido "mi spiace"...

    E il grigio resta muto,
    ravvivato da linfa
    che al contatto con
    il sudicio cemento
    si disperde
    in un afono lamento.
    Il circolo si chiude sulla scia.
    È lì! Eppure fugge dai suoi occhi.
    E non vedrà
    e non dirà
    di quei pallori essangui
    e quei rintocchi,
    ma lascerà che il vento lavi via
    le macchie della sua normalità.

    Amore, possa tu erogar perdono:
    dimentica quest'infima morale,
    ignora il perpetuarsi dell'errore,
    ricorda che anche tu sei stato tale.

    [ad Antonio Minichini e tutte le vittime della camorra]

  • 30 gennaio 2013 alle ore 23:14
    Ogni giorno

    Ogni giorno
    gioco a moscaceca
    con la vita
    mi nascondo
    dietro muri di parole
    per evitare di vedere
    gli attimi sbagliati,
    ma quando  li scopro
    inevitabilmente
    " libero tutti".

  • 30 gennaio 2013 alle ore 22:56
    Un frasario del mio immaginario...

    Una mamma
    ti culla
    ti ama
    ti adora.
    Una mamma
    con tutti gli errori
    di un figlio
    perdona
    comprende
    ti avvolge
    di coccole
    ti ascolta.
    L'amore
    di una mamma
    è immenso
    non ci sono limiti
    di parole
    e né confini
    per spiegare.
    Ti circuisce
    ti imprigiona
    dei suoi sorrisi
    della sua dolcezza.
    Io non sono mamma
    e forse mai lo sarò,
    ma in un frasario
    del mio immaginario
    sogno tutto questo
    da tempo
    e mai ne godrò,
    mai pronuncerò
    la frase
    figlio mio,
    mai avrò
    le tue confidenze
    la nostra complicità.
    Vivo solo 
    di un frasario
    del mio immaginario...

  • 30 gennaio 2013 alle ore 21:45
    L'essenza della felicità

    La felicità emana
    i profumi della speranza
    che soffoca la malinconia,
    dagli anfratti assolati dell'anima
    alle ombre calde del cuore,
    a rappresentare
    la sacralità della vita
    nel recupero
    dei valori primordiali
    dell'essere umano;
    e camminare in bilico
    su quella linea sottile
    che contiene i nostri errori
    oltre la quale si supera l'oblìo;
    sognare i nostri corpi
    senza alcuna distanza
    avvinghiati in abbracci e sorrisi
    scaturiti dall'impulso 
    che vorresti non finisse mai
    nella spirale ascendente
    di sentimenti e di colori
    che stupiscono,che ammaliano
    e scolpiscono nella mente
    indelebili emozioni senza nome.
    Ti amo...
    .
    cesaremoceo
    in occasione del nostro 34° anniversario

  • 30 gennaio 2013 alle ore 17:22
    Quattro Cento Trentanove

    La pupa preme dall'incapsulato marsupio , tre colpi forse di più per divaricare in crepa il setaccio. Fuori e'scommessa sul volo, sui battiti della prima frizione . Un grido accompagna la voglia sboccata di mondo, dall'involucro colano sudore e succo di buio. I semi ormai maturi di ali, vangati in un giorno feriale: bombo, farfalla o gabbiano accorsi ad ingravidare la zolla fino ad allora impigrita.

  • 30 gennaio 2013 alle ore 17:19
    Quattro Cento trentotto

    Al mio rappezzo accorrono in pochi: impavide unita' rispondono al magro offertorio con scampoli di me fra le dita, residui di precedenti detrazioni, sbavature non più correggibili e prove di fogge maldestre. Accosteranno l'avanzo al moncone, sformati ritagli alla stondatura in attesa, leganti e mastici brulicheranno come formiche all'esca del pane, piastrine a sancire lo strano assemblaggio. Ma resterà persistente una nidiata di fori, tarlatura in agguato, una febbricola della mia difettosa fioritura. 

  • 30 gennaio 2013 alle ore 6:30
    L'amante francese

    Quando ti dissi
    ti amo
    tu mi guardasti incredula
    convinta che il mio cuore
    fosse già volato via.
    Allora
    lo ripetei in francese
    e,nella lingua di Montaigne,
    tu mi credesti e ti convinsi.
    Versai torrenti d'emozioni
    sopra te,
    lungo la schiena ardita
    respirai il tuo odore
    e sporcai di nero china
    il quaderno
    che giaceva intorno a noi.
    Sulle cime del mondo
    ti portai e mi portasti....
    salimmo vertiginosi picchi di piacere,
    angeli senza ali
    fummo noi in un istante.
    Poi,la quiete
    s'impossessò di noi,
    strinse le nostre mani
    con le corde dell'unione
    e tornammo a vivere....
    come sempre...
    gli umili concetti
    della quotidianità.
     

  • 29 gennaio 2013 alle ore 22:28
    Carmela

    "Qui dove l'onda sorride alla rena
    dove il mio cuore connobbe l'ebbrezza
    io vengo e ricordo, dolente, il mio sposo
    la sua voce, le mani, la dolcezza, le feste

    Ed ascolto la voce e stringo le mani
    la dolcezza mi colma i pensieri ed il cuore
    il mio sposo sorride e mi attira al suo petto
    e canta per me le canzoni del mare

    Le parole piu' dolci, piu' forti, piu' vere
    rivolgo al mio caro, all'amato mio sposo
    le incido nell'acqua , le scrivo nel cielo
    perchè dicano al mondo
    che l'amore è coraggio
    e non teme bufere! "

  • 29 gennaio 2013 alle ore 22:27
    Dolore

    "Perchè il dolore non è solo la furia del vento che squarcia i cammini del cielo,
    che gonfia le acque, tormenta le cime,
    abbatte le siepi e inonda, spietata, le strade,
    avvolgendo le case di freddo e di buio.
    Dolore è anche la pioggia insistente, minuta, sottile;
    la plumbea pioggia che cade silente da un cielo remoto
    che non ama le nuvole, che rifiuta la luce.
    E' singulto di pianto che dilata la notte,
    che ignora la luna".

  • 29 gennaio 2013 alle ore 22:21
    Tratto da " Gli Idoli del Villaggio

    Nel cuore degli uomini riposa sempre una storia. In penombra essa occupa un angolo esiguo ed il suo manto ha i colori della mestizia o della nostalgia, del rammarico, del conforto o del lutto.
    E' tiepido rifugio o insidia spinosa; vive nel torpore del letargo o conosce le veglie dell'insonnia.
    Le sue parole sono suadenti come un mattino di luce o lasciano il bruciore delle unghiate sull'anima.
    Scorrono improvvise , mosse da un ignoto motore, percorrono sentieri impervi, sotterranei, tortuosi.
    Sono gelose dell'ombra e del loro mistero. E poi fluiscono nei pensieri degli uomini, inattese e spontanee. Fluiscono e diventano emozione o immagine; volano come un soffio malinconico o mordono come un ansima rude di struggimento e affanno

  • 29 gennaio 2013 alle ore 19:28
    dedicato al mio nonnone

    Sei un bambinone quando giochi col pallone;
    sei una grande damigiana quando mangi la parmigiana e non ti sta poi tanto male la barba di Babbo Natale, ma soprattutto ricorda che quando stiamo insieme ti voglio tanto bene! 

  • 29 gennaio 2013 alle ore 17:08
    Il ricordo di te

    Un sottile fracasso dentro il mio cuore e' il tuo ricordo
    privazione , tormento , non so
    cerco l'ombra della tua immagine sul letto ma trovo solo l'ombra del tuo cuscino
    un sorriso triste pensando a noi  che oggi non siamo più noi,
    malinconia
    come foglie dello stesso ramo un vento improvviso ci ha diviso,
    un vento maledetto
    feroce è sapere che queste lacrime gridano nel silenzio della mia solitudine
    senza che tu possa ascoltarle
    so di essere in un angolo sperduto del tuo cuore e ciò mi affligge 
    mi sento come se filo spinato trafiggesse il mio debole cuore ma l'unico mio conforto
    e' saperti felice lontano da me
    pensarti mi tiene legato al passato , non pensarti inquieta il mio presente
    e' ora di alzarmi da questa sedia e camminare verso il futuro
    saldo rimane il ricordo di te ma non quello di noi

  • 29 gennaio 2013 alle ore 12:57
    Non aspettate...fate presto

    Anfiteatro naturale
    tra i monti 
    e il rincorrersi delle onde,
    terra feconda che germogli
    raffinati intenditori
    di qualsivoglia cultura,
    capaci di rivelarsi
    anche in assenze
    sempre presenti,
    intelligenze moderne
    con l'inimitabile destrezza
    d'impiegare al "MEGLIO"
    tutte le risorse delle menti,
    non aspettare 
    che non ci siano più lacrime
    nei nostri sguardi mortificati;
    noi tramortiti di paura
    e con l'anima vagabonda 
    a dire :non ci resta che morire!
    .
    cesaremoceo

  • 29 gennaio 2013 alle ore 12:39
    Con te

    I pochi momenti
    insieme passati
    allegri o tristi
    belli o brutti

    il sentirti era  emozione
    il desiderarti era soddisfazione
    il parlarti era  conforto
    il pensarti era allegria

    il vederti era vita
    l’aspettarti era contentezza
    il salutarti era  ricchezza
    il baciarti era  dolcezza

    l’esister tuo era tranquillità
    il viver tuo era speranza
    il gioir tuo era esaltazione
    il rider tuo era consolazione

    ricordo sovviene
    memoria permane
    sempre viene
    sempre fugge.

  • 29 gennaio 2013 alle ore 9:57
    Un mattino ingrigito

    Un mattino ingrigito
    mi nasconde il cielo
    e vela l'infinito...

    Mi tiene prigioniera
    ristretta in un trito
    insignificante
    quotidiano
    vivere.

  • 29 gennaio 2013 alle ore 8:22
    E' l'inizio della fine...

    Un altro giorno è cominciato,
    con gli occhi essiccati
    da lacrime inaridite,
    lo sguardo al cielo vuoto,
    cupo sopra
    riesumati vecchi orpelli
    triti e ritriti,tradizione
    di questo  mondo incoerente; 
    farsi largo a sgomitare
    fra attori nella
    quotidiana finzione
    di recitare quiete preghiere
    di speranza e libertà
    nel falso ruolo di angeli
    che donano amore.
    E' l'inizio della fine...
    ...indispensabile per la memoria.
    .
    cesaremoceo

  • 29 gennaio 2013 alle ore 2:47
    Le mezze vite - Poemetto

    1

    De Pretore Vincenzo si arrangiava.
    Viveva la sua vita alla giornata.
    Figlio di padre ignoto e senza guida,
    faceva il borsaiolo per campare.

    Gli andava bene: vestiva anche alla moda:
    il mocassino al piede, su misura,
    e le camice, poi, una pittura ...
    la cravatta abbinata a “petit pois”.

    Viveva solo, ho detto, senza amici
    senza parenti e senza compagnie,
    di poca scuola, tranne che la strada.
    Però era scaltro e la Legge la sapeva.

    Un giorno, un suo “servizio” finì male,
    (lo scippo ad una vecchia) e andò in galera;
    nonostante si fosse camuffato,
    la donna lo conobbe e fu “beccato”!

    Era già conosciuto alla Questura,
    era già avvezzo alla condizionale.
    Così si fece Pasqua e anche Natale
    a meditare dentro alla prigione.

    Quando tutto passò, era deciso e certo:
    “Più non mi nomo Vincenzo De Pretore
    se anch’io non trovo un santo protettore
    e dev’essere un santo assai potente,

    che mi protegge qui e nell’al di là!”
    Così, chi cerca trova, e pensa pensa,
    si scelse un santo di grande importanza:
    uno “tosto": perfetto, all’incombenza.

    Padre del buon Gesù, marito alla Madonna,
    parente di Sant’Anna e San Gioacchino:
    “Chi meglio può proteggermi a puntino?
    chi più di San Giuseppe mi può offrire?”

    Rubava, sì, ma dopo, ne comprava immaginette!
    Accendeva candele a ogni reato:
    si sentiva protetto, felice e fortunato ...
    tanto, si sa: “Giuseppe” ci pensava!

    E come si agitava il 19, giorno di San Giuseppe,
    protettore ... era tutta una festa nel quartiere
    Nessuno lo fermava, nemmeno il Brigadiere,
    non c’era forza che lo tratteneva.

    Vivendo in questo modo, si capisce,
    anche se ti protegge il Padreterno,
    qualcuno esisterà, pure all’inferno,
    qualcosa storto pur dovrà avvenire...

    A piazza Municipio, una mattina,
    sfilava il portafoglio ad un signore,
    ma l’altro, lesto, ferma a De Pretore
    e gliele suona con abilità.

    Lo blocca tra le macchine, non molla,
    e dopo avergli rotto la mascella
    non reprime la rabbia, s’arma e spara...
    ed è finita per il malfattore,

    s’affloscia a terra, Vincenzo De Pretore!
    “E’ morto... e’ morto!”; “No, respira ancora!”
    Chi grida e chi l’aiuta ... confusione!
    Lo portano di corsa all’ospedale.

    Stordito, senza forze, De Pretore,
    la mano nella mano a un infermiera,
    il viso d’un dottor ... cattivo odore ...
    perdendo i sensi, passa all’al di là.

    2

    A piedi nudi, solo una vestaglia,
    se ne sta De Pretore, bianco bianco,
    in effetti sembrava un poco strano:
    è la prassi e le anime, si vestono così!

    Per niente spaventato, allegramente,
    si ferma sul portone di un Palazzo,
    sposta decisamente il maniglione
    poi sbatte con la forza, per chiamare.

    Da uno sportello posto sul portone
    un faccione simpatico s’affaccia,
    lo squadra e poi, solenne, gli domanda:
    nome, cognome, patria e qualità!

    “E a chi volete?” “Voglio a San Giuseppe!”
    “Ma siete atteso ... siete conosciuto?”
    “Ma certamente ... io sono benvoluto,
    ed è per Lui, che son salito quà!”

    “Allora avete già un appuntamento?”
    “Penso di si! Voi ditegli soltanto: c’è De Pretore,
    quello che vi ha incaricato protettore:
    ora che è morto, come deve agire?”

    Si chiuse lo sportello. De Pretore
    sentì lo scalpiccio che s’allontana,
    ma, poco dopo, più svelto e risoluto,
    il suono del cammino, torna la.

    Di nuovo lo sportello venne aperto
    ma l’omone, stavolta, era più mesto:
    “Mi spiace, De Pretore, sei in errore,
    San Giuseppe ha risposto: “E allora?

    Se è morto se ne stesse al cimitero!
    Chi lo conosce a questo De Pretore?”
    San Giuseppe parlava col Signore,
    che pure ha detto: “Non ci disturbare!”

    Vincenzo a sentir questo fu turbato,
    poi si riprese e disse: “E’ malafede!
    Se lo racconto la gente non ci crede:
    ma le candele ed i fiori li ha graditi!

    E’ meglio che ci torni, glielo dici:
    io di qua non mi muovo, son deciso!
    Se non entro e rimango in Paradiso
    mi sentiranno fino all’al di là!”

    Passò del tempo, poi, dopo mezz’ora,
    grave e solenne, la porta venne aperta
    e dal rumore forte che faceva,
    il cor si strinse in petto al poveretto.

    Quando fu totalmente spalancato
    lui vide San Giuseppe, che scendeva
    una scala dorata, e poi diceva:
    “Ma, questo De Pretore, chi sarà?”

    E De Pretore, fattosi coraggio,
    gli si parò d’innanzi a mano tesa:
    “Son De Pretore, figlio di Teresa!
    M’hanno sparato poco tempo fa”.

    “T’hanno sparato? Povero ragazzo!
    Chi cuore così duro ha dimostrato?”
    “Ma come, non sapete proprio niente?
    Ma in Paradiso che ci state a far?

    Eppure vi riguarda pure a voi,
    è pure colpa vostra se son morto!
    Io rubavo tranquillo, senza tema,
    fidando sulla vostra protezione...”

    “Ma allora tu sei morto: ma da ladro?”
    “Ma no, adesso che son morto sono onesto:
    quando uno è vivo e ruba, lesto lesto,
    non lo fa per morire: vuol campare!”

    “Giusto!” rispose allora San Giuseppe
    “però, vedi, quassù, il ragionamento
    non fila e non ti cambia, immantinente,
    la Legge, ormai vigente, che ci sta!

    Chi in vita ruba è ladro certamente
    e dopo morto ancora si sospetta;
    se ad ogni ladro fosse perdonato
    poi nell’Inferno chi ci vien cacciato?”

    De Pretore, confuso: “ E che ne so?
    Io non posso capir tutte le Leggi:
    se a uno San Giuseppe lo protegge,
    è San Giuseppe che deve provveder!”

    “Innanzitutto” precisava il Santo
    “se tu la protezione m’hai cercato,
    hai fatto tutto solo; hai improvvisato:
    io non posso saperlo e nulla devo!”

    “Veramente? E le mille immaginette
    con la fotografia, tutta a colori?
    A volte, lo sapete, ho chiesto aiuto
    per quanto vi spendevo di candele?

    Adesso, voi mi dite: “C’è la Legge...
    il ladro è ladro e sempre lo rimane!”
    A me, se non mi avessero sparato,
    sarei morto di fame, mio signore!

    Adesso, per favore, niente storie:
    parlate in confidenza col Signore
    ditegli: Vincenzo De Pretore
    è mio protetto e qua deve restare!”

    “E se mi dice no?” “Peggio per voi,
    perché vuol dir che non contate niente.
    Per tutto ciò che ho speso, stringo i denti,
    ma siete voi che ci perdete in dignità!”

    San Giuseppe, confuso e titubante,
    s’incamminò verso la lunga scala,
    poi si trovò, dinanzi al suo Signore,
    tenendo gli occhi bassi, vergognoso.

    “Giuseppe, cosa c’è?” “Caro Maestro,
    non so come si è svolto un certo fatto.
    Ora, però, mi sento sconcertato,
    non so nemmeno come cominciare...

    Qui fuori ci sta un ladro, appena morto,
    ha nome di Vincenzo De Pretore,
    in vita lui mi elesse a protettore
    e adesso, giustamente, vuole entrare...”

    “Senti, Giuseppe, hai perso il senno forse?
    Non solo è un ladro, e tu lo scusi pure,
    poi dici: “giustamente”... ma sei folle?
    T’ha preso la vecchiaia, amico mio...”

    “Che c’entra adesso l’età veneranda
    non siete vecchio e canuto pure Voi?
    Anzi, se proprio volessimo parlare ...
    Comunque, è una questione di prestigio!

    De Pretore rubava, questo è certo
    ed è morto ammazzato pel suo vizio.
    Era fissato lui e la “protezione”,
    m’accendeva candele ... ora che faccio?

    Vado fuori è gli dico: Non c’è niente!
    Qua dentro conta solo il Padreterno
    c’è la Legge antica e vattene all’Inferno,
    perché la protezione non ci sta?

    Se Voi ve la sentite, fatela ‘sta figura
    io proprio non ci tengo, anzi, mo ve lo dico:
    vi resto devotissimo, rimango pure amico,
    però io vi saluto e cerco dove andare.”

    Allora il Padre disse: “Quella è la porta!
    Però pensaci bene, attentamente,
    perché se poi ti penti, irriverente,
    la porta è chiusa e tale rimarrà!”

    Col bastone fiorito, lemme lemme,
    San Giuseppe, non fece neanche un cenno,
    lasciava il posto suo, nel Paradiso,
    a testa china e senza tentennare.

    Allora la Madonna, che nulla aveva detto,
    lenta, dal seggio suo, anch’ella s’alza
    e poi, con riverenza, all’uscita s’avvia:
    “Cos’altro potrei fare? Giuseppe è mio marito

    come lo lascio solo proprio adesso?
    E’ mio dover seguirlo ovunque vada,
    sono sua moglie e seguo la sua strada.
    Una moglie fedele, questo fa.”

    Allora disse Cristo: “E io cosa faccio?
    Io sono il figlio, li lascio andar via?
    Specialmente mia madre se ne muore...
    Io me ne vado con mammà e papà!”

    Allora anche Sant’Anna fe’ cenno a San Gioacchino,
    poi San Giovanni, compare del Signore,
    infine Gabriele, l’angelo annunciatore...
    anche lui, come gli altri, se ne andò.

    Allora Dio s’alzò dal grosso scanno
    e gridò: “Fermi tutti! Dove andate?
    Se veramente tutti ve ne uscite,
    il Paradiso che diventerà?”

    Restò sospesa tutta la Famiglia
    tese l’orecchio al motto del Signore:
    “Va bene, fate entrare a De Pretore,
    almeno per capir cosa pretende.”

    Lo fecero passare: “Vieni avanti,
    tu ti chiami Vincenzo?” “Sissignore!”
    “E di cognome?” “Faccio De Pretore”
    “Tuo padre?” “No, De pretore fu mammà!”

    “E questo che vuol dir?” “Di padre ignoto.”
    “Non capisco: ma ignoto di che cosa?”
    “Vedete, quando sulla Terra non ci si sposa
    i figli han solo il nome di mammà!”

    “Ma i figli sono figli!” “Niente affatto,
    Voi vi credete che son tutti uguali
    ma i figli, senza padre, so’ illegali
    e da grandi s’arrangiano a campare.”

    Iddio, che tutto vede e che conosce,
    aveva inteso bene il suo racconto:
    “Ecco perché sei stato poco onesto?”
    “Era per fame, che potevo fare?

    Non c’era un padre che ti manda a scuola;
    vivendo abbandonato per la via
    facevo tutto e sol di testa mia
    e, alla fine, si sbaglia: già si sa.

    E, sapete, son milioni quelli
    che, pure di non perdere la faccia,
    quando il bambino ancora non è nato,
    gli spengono la vita nella pancia.

    Se li uccidono in grembo, gli innocenti,
    senza pietà, tra chiacchiere e battute.
    Parenti e amici ... sanno e non sanno niente:
    così si fa sparir la verità!

    Ma, veramente, Dio, che fine fanno
    i bimbi uccisi prima d’esser nati?
    Vengono in Paradiso? Ma non sanno ...
    e Voi non gli spiegate come va?”

    Calò, pietoso, un brevissimo silenzio,
    poi Iddio s’alzò, con tutta la pazienza,
    con voce ferma disse all’assemblea:
    “Questo napoletano ... può restare!”

    Poi chiamò a se il medico, San Ciro:
    “Hai sentito il fatto dei bambini?”
    “Ebbene sì, l’ho inteso, mio Signore,
    non c’è più posto neppure in Paradiso.

    Arrivano a decine, i piccoletti,
    son tanti che io pure ero perplesso:
    “Ma il mio Signore che progetto segue?
    Di questi mezzi bimbi ... che ne fa?

    Le testoline grosse, un poco a pera,
    i ditini attaccati e gli occhi chiusi:
    sembrano dei vecchietti, pensierosi,
    che meditano sul mondo e sull’umanità.

    C’ho passato le notti appresso a loro,
    per medicar le spalle piccoline...
    Ne ho spalmato di unguento e di pomata,
    niente: le ali non gli possono spuntar.”

    Allora disse Dio: “ E non fa niente!
    Non voleranno mai questi angioletti,
    che fa? Sono talmente piccolini,
    me li porto con me a passeggiare.

    Adesso tutti a letto e poi domani
    vi sveglierete presto, alla buon’ora,
    insegnate a Vincenzo De Pretore,
    in Paradiso come ci si sta!”

    I Santi un po’ tra il serio ed il faceto
    si ritirarono, masticando amaro,
    e un po’ perplessi poi si coricarono:
    “E pur sempre un ladruncolo” pensarono.

    3

    Nostro Signore, a sera, è abituato
    a sentire cantati i più bei Salmi
    ma quella notte tutti lì tacevano,
    nemmeno una parola si sentì.

    E, con il fiuto attento, il Padreterno
    intuì fin troppo bene il malcontento,
    non chiuse l’occhio tutta la nottata
    pensando a cosa dire ai suoi compagni.

    Infatti, il giorno dopo, chiamò tutti
    e disse lor: “Capisco il malumore,
    a voi vi fa paura il De Pretore...
    perché fu ladro e potrebbe rubare!

    Suvvia, tranquilli, ne rispondo Io.
    Quassù perciò si chiama: Paradiso!
    Letto sicuro e pane ben diviso...
    perché rubare, se ti spetta già?”

    I Santi, si guardarono tra loro,
    sereni, cominciarono a cantare,
    sembrava l’atmosfera del Natale...
    per De Pretore: che felicità!

    Poi, lentamente, tutto questo coro
    e il canto celestiale inver si spense,
    Vincenzo De Pretore allora intese
    di nuovo la stanchezza ed il dolore.

    4

    Ed ecco delle voci più normali,
    che dicevano: “Fatelo dormire.”
    “Ripiglia il polso, ma non può capire!”
    “Complimenti dottore ... se ne va?”

    E, schiusi gli occhi, gli parve di vedere
    una figura adulta con un foglio,
    si informava, stringendosi una penna,
    se il poveretto poteva interrogare.

    Una voce rispose: “Con prudenza!”
    “Tu ti chiami Vincenzo?” “Sissignore!”
    “E di cognome?” “Faccio De Pretore!”
    “Tuo padre?” “Ma come... ve l’ho detto poco fa... “

    Qualcuno disse: “Su fatevi coraggio,
    cercate di rispondere al signore.”
    “Ma sì... mi ha già concesso l’alto onore,
    lui solo mi poteva perdonare.

    Gli ho detto tutto, il vizio di rubare,
    e che proprio per questo m’hanno ucciso.
    Fatemi rimanere in Paradiso,
    me l’ha promesso ... fatemi restar.”

    Credendo di parlare col Signore,
    chiuse gli occhi per sempre De Pretore.

    FINE

    Liberamente tratto da: De Pretore V. di E. de Filippo.

  • 28 gennaio 2013 alle ore 22:11
    L’ora del silenzio

    Triste e sola
    nell’ora del silenzio
    quando la mente cerca
    un canale da seguire
    e l’anima, invece
    è rimasta nube intrappolata.
    Triste e sola
    con negli occhi la mia immagine
    di donna ridente e forte
    e nel corpo le sagome
    di ferite aperte e doloranti.
    Triste e sola
    l’anima mia sanguina
    le lacrime che non cede
    agli occhi asciutti e addolorati
    della vita che mi punisce
    e impotente mi lascia
    a guardare
    il mio tempo
    che crudele e bastardo
    m’impone il suo ritmo
    sordo e accecante.
    E mi lascia
    stremata e delusa.