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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 23 novembre 2012 alle ore 18:31
    Il gatto e la rosa

    Il vento soffiava agitando le fronde,
    una rosa offriva i suoi petali emanando un lieve profumo.
    Un gatto agitando la coda camminava sulla tettoia,
    il suo manto, nero e bianco, riluceva ai raggi del sole,
    con lo sguardo attento seguiva il volo di un uccello,
    poi sdraiandosi decise di rinunciare alla preda.
    Ora il gatto si crogiola al caldo estivo,
    mentre un petalo rosa lievemente gli cade sul muso assonnato.

  • 23 novembre 2012 alle ore 18:12
    Rallegra il cuore del dolore

    Nello spazio del mio esistere
    Il vento graffia il mio cuore
    E nella gradevole armonia
    Una preghiera scalda l’aria.

    Mia diletta ti penso sempre
    E come potrei non pensarti
    In questi miei tempi incerti
    Verso chi vive oltre l’essere.

    Ruberei le fantasie alla luna
    Tutte le luci del firmamento
    Il pianto degli angeli celesti
    Per ridarti un raggio di sole

    Ritorna indietro nei palpiti
    Sboccia una novella realtà
    Ed io ti seguirò per sempre
    Liberi e schiavi dei sorrisi.

  • 23 novembre 2012 alle ore 17:45
    Volo nel tempo

    Spunta il mattino
    Sull’alba brinata

    Incerto e smarrito
    Con tanto stupore

    E con lo spirito di pellegrino
    Cammino di prato in pascolo. 

    Tra un’odissea e una pausa
    Ormeggio tra sogni nascosti

    E nel rompere il peregrinare
    Ritrovo una calma esistenza.

  • 23 novembre 2012 alle ore 11:48
    Tre Cento settantasette

    L'odore di sposa uggiola dentro le chiese, i marmi battono le mani ed il passo e' incerto per chi non lo compie . La bianca peste non mi contagia, troppo forti le mie resistenze, le ossa anticorpi viziosi, lupi di mare sfidati da un tentacolo di brezza. Sotto le gonne un sagrato si illumina di incupite promesse. E' sfaccendato il mio siero, e fin troppo capace; mi avvicino ed aspiro, invocando già i sintomi. Ma tutto e' sano di me , la mia testa il vaccino, il sangue una fida schermatura. 

  • 23 novembre 2012 alle ore 10:24
    Estasi

    Ascoltando le sublimi
    note da Orfeo concepite,
    effuse dalle corde vibranti
    di una dolce chitarra
    raccolte con dovizia dall’aria
    e protese nell’aria con generosità,
    con gli occhi chiusi
    immerso tra i colori estremi
    di un variopinto tramonto
    di un pallido autunno
    alzai lo sguardo verso il cosmo
    dove regnavano
    serenità, limpidezza, trasparenza,
    soprattutto armonia
    generata da naturale simmetria,
    lontano dalla bassezza
    e dal grigiore umani.
    Mi incantai
    e desiderai di me
    ogni cosa
    che dottamente
    avevo innalzato.
    Scoprii di me
    mentre assaporavo,
    guidato soavemente
    dall’amico Morfeo,
    quelle dolci note
    la mia colta gradevolezza
    mista a raffinatezza
    ricercatezza direi,
    apprezzai poi
    con un pizzico di
    scaturigine ironica
    la mia polla romantica.

  • I truly long for the place
    where I once was conceived.
    One day I will go back
    and the light wind of the spring
    will brush my hair;
    The soft grass of the meadow
    will caress my feet;
    The warm sun of the day
    will bathe my skin;
    Whereas the cool moon of the night
    will wake my soul.
    There you will be waiting for me
    'cause here I could not find you.
    My hand you will take then
    and nothing will matter anymore
    for I will be home.

    TRAD.

    Desidero fortemente il posto
    nel quale fui concepita.
    Un giorno tornerò
    e il vento leggero della primavera
    spazzolerà i miei capelli;
    l'erba soffice del prato
    accarezzerà i miei piedi;
    il sole caldo del giorno
    laverà la mia pelle;
    mentre la luna fresca della notte
    sveglierà la mia anima.
    Sarai lì ad aspettarmi
    che qui non ho saputo trovarti
    prenderai la mia mano allora
    e nulla sarà più importante
    perchè sarò a casa.

  • 23 novembre 2012 alle ore 7:54
    Inghiottito dalla società

    Chiuso nella sacca
    del mio creato,
    riesco a malapena a respirare,
    non so se più conviene
    che io viva o se,
    in agonia mi lasci andare.
    Sotto le mie palpebre calate,
    le mie stagioni
    si sono archiviate.
    Non servono parole
    al mio stallo,
    non le ascolta,
    se ne sta lì,
    placido e tranquillo
    Si apre uno spiraglio
    in quel sacchetto,
    forse mi salvo
    mi son detto,
    ma l'illusione poco dura,
    il tempo che passa,
    fa paura !
    Lentamente sto morendo
    e con piacere
    il paradiso
    già mi mostra
    il suo sorriso. 

    cesaremoceo

  • 22 novembre 2012 alle ore 21:15
    Discorsi oltre

    Il silenzio è scomparso
    onnipresente è il rumore
    come fiumi scorrono
    i discorsi
    e oltre poco rimane.

  • 22 novembre 2012 alle ore 20:14
    Tre Cento settantasei

    Nella casa dei gesti rimandati, ogni cosa e' malata: il divano eroso dagli assenti, la tavola condannata all'artrite. Solo una pila di valigie sta appollaiata sull'armadio con altezzosità di nido. Se le aprissi non troverei pigolii, non una muta di destinazioni ma solo ricorrenze di cui non faccio più parte, di cui taccio le candele ed il numero da impagliare. Un fagiano sviscerato dalla taglia giusta per la vecchiaia.'

  • 22 novembre 2012 alle ore 19:52
    Da qui al 21 dicembre 2012

    Facciamola finita,
    sono stanco di trascinare
    il mio cadavere per il mondo
    e di aggiungere menzogne
    al mio dolore !
    In questi giorni
    dove il vivere gronda
    di vacue parole,
    una finta morte
    può salvarci dal trovare
    sulla via quella vera.
    Per questo il mio canto,
    quando il resto del mondo
    si confonde,
    diventa il raggio di sole
    che attraversa
    le nebbie della paura
    alimentando profonde pulsioni
    e scatenando
    intense e tempestose emozioni.
    Andiamo a prender sonno
    mentre la luna splende
    chiara e lucente !

    cesaremoceo

  • 22 novembre 2012 alle ore 17:03
    Twitter haiku

    Piazza desolata-
    il silenzio rimprovera
    la notte.

    Mano malleabile
    tocco invisibile
    nella mente permeabile.

    A volte ritorna
    il sincopato respiro
    di tormentose asperità .

  • 22 novembre 2012 alle ore 16:40
    TRe Cento settantacinque

    Adesso che ho ripreso il mio flusso, che la tua rete si sfiamma del mio peso, avrai occasione di battute leggere, di lauti bottini senza controindicazioni, il bugiardino in bella vista sulla fronte della preda più vogliosa che incauta. Assicurati pero' che la cacciagione sorpresa abbia zampe più larghe e rodate di queste ventose senza aggancio con cui cado sprovveduta da qualsiasi altezza, abboccando ovunque ci siano un becco di cura, un'esca di bene. E tu la tua l'agitavi con rara, usata maestria . E perfino adesso che mi dimeno appena, segnata dall'apnea del tuo abbraccio, perfino adesso non senti addosso la macchia dell'aver avuto fame della bianca, ingenua neonata. La poltiglia ignara dei tarli del mare , bisognosa di accelerare le branchie e a cui anche l'uncino di un amo dal fondo pare la punta di una stella in caduta. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 16:11
    Che tempo fa

    La lentezza, della nebbia,
    è insopportabile.

    Distanze corrotte, dai pensieri,
    puoi vedermi, galleggiare,
    in quell’alito di fumo
    evaporato da un tea.

    Come parole invernali,
    non scritte.

    Attendiamo la piogga,
    che cada improvvisa
    in questo lento autunno,
    condizionato
    dal solstizio d'inverno.

    Come sono lente le nuvole
    quando hai fretta,
    ti muovi in penombra,
    sguardo di luna,
    c’è il sole che aspetta.
    Ma pioverà.

    Per trovare ricchezza
    dovrai dismettere l’oro,
    troppo complicate sono le stelle.
    Il loro estinguersi è lento,
    bruciando non bruciano
    tramandando luce
    per millenni di secondi, ancora.

    Luce emessa
    dalla propria origine,
    quanto un'idea
    così lontana, così presente,
    inimmaginabile
    la distanza che separa.

    Si avverte il sole
    oltre questa coltre di nebbia,
    ma pioverà.
    Siano scrosci violenti,
    adatti
    a sollevare un alito di fumo
    dall’asfalto, simbiosi
    di polvere e speranza.

    Odore di umido,
    erba che cresce,
    profumo di ozono,
    sapresti dirmi chi sono?

    Risposte date a parole non scritte
    aroma di solitudine,
    piedi freddi.

    La nebbia si arriccia.

    Assolo di sax.

  • 22 novembre 2012 alle ore 15:25
    Bivio

    Un giorno trastullandomi
    all’ombra delle fronde spoglie
    dei robusti e folti alberi
    di una selva a sprazzi illuminata
    dai deboli raggi solari
    con la mente tra pensieri fissi
    improvvisamente
    innanzi ad un insolito bivio capitai.
    Due targhe vi segnalavano
    da una parte “vizio”
    dall’altra “virtù”.
    Come un novello Eracle
    allora mi considerai
    e del problema alla soluzione aspirai.
    Preferenza subito  da fare non capii.
    Allora dei tempi di scuola mi ricordai
    di queste parole il senso:
    “vizio” dalla retta via devia!
    “virtù” l’uomo nobilita
    e forza e valore gli dà!
    Al  “vizio” ricorrono  i sensi
    mentre la “virtù” al soffio vitale vigore dà.
    A pensare mi misi
    e come Eracle
    sulla strada della virtù m’avviai.

  • 22 novembre 2012 alle ore 14:53
    Tre Cento settantaquattro

    La disintossicazione e' venduta in flaconi, all'incanto e non fa magie. Sullo scanno più in alto si prega a soggetto che la pustola grassa sgrassi il suo effetto. Ho trascorso giorni agghindata ad un solo bavaglio nel tentativo di ricucire un collare e dargli senso o verso di cuccia. Ma dove hanno bagnato la soglia con un impiastro biondo, non può entrare più nulla e tutto si inficia di un brutto odore se non porta nel pelo almeno un grammo d'oro. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 14:27
    Tre Cento Settantatré

    Un alveo avvizzito, forse meglio il trapasso di questo passaggio di pelle a tesa larga ma senza attraversamenti, di pedoni , o piedini. Meglio di questa cotenna repellente alla semina, all'irrigazione che in genere tocca in sorte più o meno a quest'ora. Lui non e' più qui a piantare le mie croci, ad ipotizzare feraci raccolti, buone sassaiole di bulbi. Che faccio, mi stendo? Mi irroro. Chissà se avrò anche io un corso stipato fra gli argini avari. Una liquida lingua che mi faccia turgido tunnel, tumido di popolazione, madido di un nome, magari due. Non era forse questa la nostra promessa? Darci le cose che guardavano mai nostre? 

  • 22 novembre 2012 alle ore 13:40
    Tre Cento settantadue

    La mia coda sono le dita: li' sta incrostato il veleno, larva sugosa d'inchiostro con il tuo nome ancora molle nel bozzolo. Tagliarmi le unghie non spurgherà l'ampolla, pugnalare i polpastrelli non scemerà la nera affezione . Di quanti salassi abbia ancora bisogno difficile a dirsi: comunque ti sputerei via per riassorbirti in buon augurio come un fiotto di vino dalla tovaglia. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 13:13
    TRe Cento Settantuno

    Sulla piaga di fresca fattura semino la dose cicatrizzante. A taglio dell'ulcera viva, le parole sfrigolano, uggiolano ed il sangue ne e'come irretito. A volte mi fingo fachiro e sollevo dalla ferita la superficie irrimediabilmente scomposta. A volte sono piuttosto addormentata la' sotto, tra il guaio e la causa, come l'inguine che lega il passo alla sacca del buio piacere. Resto in contatto con ciò che mi sfianca, che calcifica piano , un'oscura, corposa lentiggine su cui nessuno poserà gli occhi se non a scanso dell'ombra. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 13:07
    IL pianto della paura

    Nel tempo che non è tempo
    Nella luce che non è luce
    Nel buio che non è buio

    Il cielo del tramonto
    Apre l’uscio alla calma
    Per donarci la serenità.

    Cavolo che tristezza
    L’uomo ha perduto il senno
    Pare l’ultima notte di quiete!

    L’attimo pare si sia fermato
    Il vento ha smesso di soffiare
    Eppure tutta la vita si muove

    L’universo oltraggiato
    Ha perduto la pazienza
    E si è fatto minaccioso.

    Meno male che:
    Il mare chino prega per noi
    E il Divino freme e ci grazia.

  • 22 novembre 2012 alle ore 13:04
    Il mondo appartiene a Dio

    Il mondo è di Dio
    Viviamo come spettri
    Soli e carenti d’amore

    Siamo pezzi di memoria
    Sotto un mare di stelle
    Spente nelle notti gelide

    Siamo come delle farfalle
    Che si adagiano leggere
    Sopra un fiore sbocciato

    Siamo cenere che arde
    Sopra l’uomo che sfiorisce
    Fragili come foglie smorte.

    I’universo è di Dio
    Per l’uomo è già notte
    All’orizzonte degli albori

    Perché prima o poi
    Tutto dona
    Tutto toglie.

  • 22 novembre 2012 alle ore 13:01
    Io formica e voglio rimanere formica

    Il giorno perde la sua luce
    Le lucciole animano la sera 

    La mia luna insonne
    Domina dall’alto sovrana

    Un gatto randagio
    Rimedia la sua cena

    Rari gabbiani
    Giocano con il vento

    Angeli e madonne in preghiera
    La speranza delle mie giornate

    Ed io indistruttibile formica
    Voglio rimanere sempre tale

    Le altre formiche fameliche
    Non vogliono rimanere formiche

    Appaiono e si credono Padre Eterno
    E possono giudicarmi come credono.

  • 22 novembre 2012 alle ore 12:26
    Tre Cento Settanta

    QUello di cui ti compiaci non sa della tua carne e del tuo sangue non reca nemmeno un'insegna. Ti piacciono forse i fiori già gravidi a cui non contribuirai con la tua peregrina impollinazione. Ma io sono in ansia di madida spillatura, di vagito, di cruna fermentata dall'ago. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 11:12
    Tre Cento sessantanove

    Il verricello e' d'annata, argano senza vello, un feto implume di cui si scommettono la gonna od il gozzo. Per il mio varo si dispensa dai fiori, dai colli e dalle bottiglie . Basterà una parola , lanciata in acqua e che faccia tonfo di sepoltura. Basterò io a prendere il largo, a pendere bianca. Scalzata la luna, rimbocco le redini fin sulle ginocchia di questo scafo che all'orizzonte già annega. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 10:10
    Tre Cento sessantotto

    Il gas e' libero di espandersi in questa nave di muri col timone in caldo . Allora giro in basso la chiave che ci tiene al sicuro, chiudo l'arteria da cui zampilla eccitato il sangue che non sporca. Eppure di queste cose ne ho pieni i ricordi, rame ammucchiato sulla parete anfibia: meta' gialla, meta' verde. Piatto ramarro , la finestra i suoi occhi da cui più non scatarra l'odore dei dolci, ma ogni tanto una voce. Sempre più nera. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 10:07
    Tre Cento sessantasette

    Sono castana, e fredda. Un riccio con una sola spina, mai dritta ma di vedetta, puntura maestra. Ogni tanto mi stendono, cercano i miei bordi crucciati, aggrottati, e che fatica che fanno , puntati ai lati, come paletti. Ma io torno indietro, come la lingua che prova la fiamma, mi ritraggo , testuggine indegna di tanto coraggio. Sull'asfalto arrivo cadendo da un precipizio oscuro, qualcuno si chiede se venga da un albero, ma saprei di frutto. Invece sono solo la bacca ripudiata e randagia che mai andrebbe assaggiata.