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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 30 settembre 2017 alle ore 21:07
    La mia gioventù

    Tormentato dall'insonnia

    mi paventa nella mente
    il passato e Il suo presente

    strane visioni d'antiche sere
    concertate d'intense voci

    a stagliarsi nei ricordi
    involtati di voluto ozio

    voci rauche e felici

    dall'alito avvinazzato

    in giorni passati
    a giocare e gozzovigliare

    E in quel vivere senza futuro
    trascinavo le mie ore
    .
    Cesare Moceo @
    Tutti i diritti riservati

  • 30 settembre 2017 alle ore 21:05
    Forse dobbiamo recitare il mea culpa

    Forse dobbiamo recitare solo il "mea culpa"
    (ci vorrebbe un altro '68...solo un po' diverso)

    Nel sarcasmo
    che deve farci tutti vergognare

    raccontiamo unzioni di gloria
    di presunte innocenze

    pestate duro dalla società

    ma che abbiamo lasciato sempre
    a un passo dal cappio e dalla forca

    Compagni di vita

    con cui abbiamo passato il tempo

    e gioito nella pervasivita' di criteri
    e pensieri di breve durata

    diffusi repentinamente

    a stimolare emulazioni dileggianti
    e inneggianti alla condivisione
    .
    Cesare Moceo @
    Tutti i diritti riservati
     

  • 30 settembre 2017 alle ore 21:02
    Lo scorrere del tempo

    Raccolgo e custodisco il nostro tempo

    accettando le ore
    che ci vengono strappate al vivere

    e che fuggono via

    E non ti trascuro né ci trascuriamo

    riempiendoci gli attimi di prepotenza del Nulla
    e nutrendoci della consapevolezza

    che i giorni muoiono l'un dietro l'altro
    e noi con loro

    E così rimaniamo ancora abbracciati

    assieme

    Io Tu e le ore

    pregando il nostro Dio

    che il loro scorrere
    non uccida le nostre passioni
    .
    Cesare Moceo @
    Tutti i diritti riservati

  • 30 settembre 2017 alle ore 20:59
    Notte di pioggia incessante

    Notte

    colma d'amore e poesia
    infiorata di tuoni e di fulmini

    di silenzi e gemiti
    nel turbine della passione

    tra flutti d'inchiostro
    e versi di pietà

    che si rincorrono innamorati della vita

    nella sensualità malinconica
    d'emozioni e sussulti

    E vivo
    in questo risuonar dell'anima

    tra le note del mio presente
    a misurar me stesso

    con la sopita speranza che i miei paradisi

    il cielo e la terra

    nel passaggio di consegne che si daranno

    si scambino i complimenti per avermi ospitato

    mentre nella mente

    s'accavallano scompensi di voluttà
    e momenti tormentati di felicità sognata
    .
    Cesare Moceo @
    Tutti i diritti riservati

  • 30 settembre 2017 alle ore 20:57
    Nella buona sorte,non dimentico mai le mie origini

    E ti ringrazio mondo

    che accogli con grazia
    i miei non più teneri anni

    e con auguri e lusinghe impregni
    l'anima mia nata nella povertà

    che sente ormai il peso della ragione
    acuito dall'innato desiderio d'amare

    e che nel suo vivere d'amore e vanità

    resta ritta sulle sue punte d'onore
    a discernere tra le apparenze e le verità

    senza andar per cuori
    a elemosinare applausi o riconoscenze

    e godere ancora della sua immensa dignità
    .
    Cesare Moceo @
    Tutti i diritti riservati

  • 29 settembre 2017 alle ore 18:56
    Vagolante più di un segno

    Socchiusi gli occhi 
    la luce vagola
    in cupole lontane.
    Un trittico d’ignoto
    -spiriti che ci abitano-
    è al centro
    che ci ignora, svanendo
    in un indugio d’avvenire.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:51
    Laudato sii, o mio signore

    Laudato sii o mio Signore,
    nel Cantico di Francesco,
    rivolto al sommo artefice di tutte le creature,
    per le chiare stelle donate, 
    la luna, il sole...

    Laudato per l'Amore generato,
    fattosi martire,
    umiliato e agonizzante,
    poi trucidato,
    barattato col misfatto del peccato.

    Eterogenia d'incalzanti sentimenti,
    emananti emozioni ridondanti,
    discioltesi in lacrimali stille sulle guance,
    fin da epoca remota,
    a suffragar sublime perfezione,
    palesemente trasudante la fede sottintesa,
    latente, dell'artista,
    espressa nel consacrar il volto della Madre, 
    nonché del divin Figlio,
    scolpiti nel marmoreo blocco inanimato,
    arresosi alla ferrea volontà del Buonarroti,
    ai suoi sapienti tocchi di scalpello,
    atti a raffigurar l'apoteosi dell'amor materno,
    conclamante Pietà e Misericordia,
    che s'animò di vita, 
    sancendo avverato l'infausto presagio,
    avvallante sospirata speme di rinascita. 

    Coniugazione di sembianze immacolate, 
    intrise di strazio e d'afflizione, 
    sul giovin viso di Maria;
    di sonno eterno, su quello di suo Figlio, 
    il Nazareno,
    mirabili, 
    nel di lei atto di regger sulle gambe 
    l'adorato corpo dell'Eletto ad Amore universale
    a lei sottratto,
    arresosi a un profetico disegno prefissato;
    di cingerlo, nell'inespresso abbraccio astratto;
    nel di lui riverso viso esangue,
    addormentato tra mortali grinfie fatiscenti
    e adornato da riccioli fluenti, 
    sparsi sul braccio di colei che fu prescelta;
    abbandonate, le discinte, sacre membra,
    l'affusolate mani e i piedi, trafitti e dissacrati. 

    Ha inteso d'esser immortale, il genio,
    velando, del mistero dell'attesa designata,
    tal frangente immaginato,
    susseguente, del Cristo destinato, dall'origine del tempo,
    a essere immolato, similmente a un agnello.

    Vergin Maria,
    a palpebre socchiuse,
    muta, nel suo dolore immane,
    quel palmo della mano verso il cielo,
    par implorare Dio, nel suo pensiero: 

    "Ecco, tutto ciò che hai comandato or s'è compiuto.
    Con dolore, rimetto a Te il Figlio amato, martoriato e ucciso, 
    Tua trascendente Essenza, 
    con speranza di riaverlo fra le braccia, per l'eternità del tempo.
    E così sia."

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:50
    Di te, un momento

    Una vita così breve,
    tanto da apparir un battito di ciglia,
    un volo di farfalla,
    un lampo di tempesta,
    di vento, la raffica improvvisa.

    Un alito, talvolta, la vita s'evince,
    al pari dell'eternità che non ha fine.

    "Mi hai chiamato?
    Sì...
    La tua telefonata... non l'ho sentita!
    Ma che fa? non ha importanza.
    Non è così... mi spiace averla persa!
    Mi sento in colpa! Ti avrei sentita...
    Un attimo vissuto con te... è vita.
    Fa niente. Un sol momento, che vuoi che sia.
    Ho perso, di te, un momento...
    Averlo perso...
    è spina dentro il cuore,
    un lacerar di carne,
    un'illusione d'esser vivo.
    Lo so amore, non ti crucciare,
    sarebbe stato breve.
    Sì... Però... ti avrei sentita...
    Un sol attimo vissuto con te... è vita!"

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:49
    Poesia, eclettica dama, sempiterna castellana

    Contesto ambito,
    osannato in memorie antiche,
    l'armonia di chiacchiere e di vino,
    tra sinfonia di musicali note.
    Soave melodia di liriche parole,
    in scritti liberi o rimati,
    forgia Bacco a singolar cultore,
    ch'elegge i presenti esimi Poeti, 
    spronati mai da vanità, 
    e da mancanza d'umiltà,
    bensì da ciò ch'esula da questo.
    L'amor di quel ch'è un immortale canto
    trascritto in versi trasudanti sentimenti,
    suffraganti sensazioni, emozioni,
    circuenti menti, volenti o nolenti,
    decreta noi tutti vittime o artefici
    d'ispirazioni letterarie.
    Dalla profondità dell'animo,
    cacciando sentimenti ostili,
    differenze, discrepanze,
    tra sprazzi d'ispirazioni e scaglie di sapori,
    indossiam ali di farfalle,
    alfin di sconfinar nell'irreale, 
    dal reale, rinnegato sì sovente,
    da cui sappiamo ben fuggire.
    Splendor di rilucenti stelle
    testimonia risa e fraterni abbracci,
    tra lo scorrer del rosso delle botti,
    del bianco, sprizzante bollicine,
    in gaudenti coppe, mai annacquate,
    giusto da poterne ampiamente assaporare
    l'inebriante gusto.
    Versatile aroma, sorseggiato tra esilaranti fumi,
    caccianti remore ai pensieri,
    che si fan fluidi,
    aprendo cuori allo scambio d'opinioni,
    nell'amicizie sublimate
    nel nome di Poesia, 
    eclettica Dama, sempiterna Castellana, 
    predominante, nello scemar dell'ore,
    dentro 'l sospiro d'una notte in amore.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:48
    Si bea alfin di poesia

    Pendii, ricoperti da manti
    talvolta screziati o immacolati,
    sposandosi a valli,
    sciallate del verde di prati 
    oppur di ghiacciato candore,
    intonan profetico canto d'amore,
    al nascer del Sole 
    e al proprio calar il drappo rubicondo,
    all'avanzar della sua dama silenziosa.
    Luna altezzosa, regnante all'imbrunire.
    Lo sguardo è in attesa fremente:
    Dopo aver disceso le scoscese chine, 
    s'adagia sul piano a riposare,
    indi, s'alza e s'addentra, spaziando,
    nel color d'orizzonte vermiglio,
    finché l'ombre, oscuranti la notte,
    non incedan, col lor tetro passo assoluto.

    Sorgiva, la fonte zampilla festante
    e china il pendio taciturno;
    scrosciando, ne pregna il silenzio,
    coi gelidi fiotti, sprizzanti purezza.
    Velata di trasparenza,
    si coniuga al fiume, sornione e indolente.
    Vitale, l'abbraccio irruente lo sferza all'istante,
    dando agio a quell'inno d'amor gorgheggiato
    di rinascer costante, nel rovente fulgore solare,
    riflesso sullo specchio fluviale,
    nonché al chiaror sensuale di luna, 
    che lo rende fatato. 
    Lo sguardo, 
    attardante a seguir la sorgente,
    va a calar sull'acque del letto del fiume.
    Scivolandovi sopra, s'adorna di lapilli d'oro,
    prima d'esser dipinto di strali d'argento.

    E l'eco, all'udito, 
    riporta rumori dal dolce sapore,
    tal corali canti soavi. 
    Amante di nenie, 
    narranti le danze di Ninfe sensuali
    dei boschi o dei laghi,
    di storie abitate da leggiadre Fate, 
    ch'esprimon malia,
    di suoni armoniosi, reali o irreali,
    forgiati di vero o di fantasia...
    Quell'eco, al pari d'udito,
    si bea alfin di poesia.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:47
    Sogno d'amore... e null'altro

    Sogno irreale, a sua volta sognante,
    mai divenuto vecchio e stanco,
    ancor accompagnante il divenire,
    sballonzolato, nel suo limbo esistenziale,
    sul trespolo dell'indefinito,
    nell'attesa del traguardo.
    S'aggrappa sugli specchi... e non soltanto.
    Sogno d'amore... e null'altro.

    Cavalcando dentro al tempo,
    dando colpi a destra e a manca,
    si fa largo tra ricordi e tra rimpianti,
    ingabbiati nelle pieghe d'un passato
    sconfinante nel presente,
    barcollante nel deciderne il rigetto.
    In un flash, guarda il film in bianco e nero.

    Tale mano si perpetua, incoerente,
    nel cucire la sua tela d'una tinta.
    Ragnatela. 
    Come ragno, assembla i fili, dentro ai bivi, 
    incatenando mero senso di speranza,
    sovente, desiosa trama fatiscente, 
    all'ordito d'ogni scelta, sia giusta o desolante.

    In attesa, nella languida costanza,
    che incrementa di saggezza e di fermezza,
    il mio sogno non accenna un movimento,
    né all'avanti, né all'indietro,
    attendendo... e attendendo...
    Un barlume di realtà, 
    a nutrirlo e a ripararlo dall'ordito ancor errato,
    per donargli finalmente eternità.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:46
    Come a essere angeli

    Azzurri veli, 
    negli abiti di tulle,
    tutu eleganti, 
    per inventare danze,
    lustrini, 
    in chignon raffinati,
    per essere più belle 
    e affascinanti.
    Snelle e flessuose, 
    movenze delicate,
    lievi passi danzati 
    in rigide punte gessate.
    Suadenti note, 
    in melodiche armonie del pianoforte,
    accompagnanti
    l'eterogenia dei movimenti.
    Soavi cigni 
    o Belle Addormentate,
    dolci Giuliette 
    o Cenerentole incantate,
    fervide amanti 
    dei vostri sogni a occhi aperti,
    estrose artefici
    dei vostri desideri più reconditi.
    Stelle, 
    fantasmagoriche e brillanti,
    nell'incantevole magia 
    d'una corale fantasia 
    di gesti celestiali
    oppure in Arabesque, 
    come a essere Angeli.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:46
    Era bella

    Natia stella del borgo arroccato,
    era bella,
    Principessa di tutto e di niente,
    nel calcare il declivio sinuoso,
    per bagnare candore di piume.
    Agognava un incontro regale,
    come in tutte le fiabe sognate.
    Dalle membra d'un cigno aggraziato,
    in flessuose movenze,
    sbocciava l'incanto del fascino innato.
    Sprazzi d'arcobaleno, nell'iridi screziate,
    acquose pietre trasparenti,
    nel resto dei suoi occhi rilucenti.
    Lo sguardo suo, spavaldo,
    assorto negli squarci d'orizzonte,
    volava in alto,
    intanto che chinava,
    altera e fiera, qual vestale immacolata,
    abbigliata di purezza, nella veste castigata,
    allorquando,
    strappandole le vesti e il sorriso,
    rudi mani 
    le sottrassero il mondo intero,
    fomentando urla e pianti disperati,
    i cui echi
    rimbalzavano sull'acque gorgoglianti,
    prima di morir annegati.
    La sua virtù annaspava,
    intanto che implorava, 
    per non subir il demoniaco sopruso,
    di quell'immonda bestia su due piedi;
    repressi tabù, fors'erano alla fonte,
    incrementanti ossessioni
    e perpetranti infamie ossessionanti,
    in squallidi momenti depravati.
    Viscerale desio d'istantanea morte,
    il triste suo pensiero, 
    a implementar rimedio 
    allo spettro d'un futuro strazio,
    vivo, senza scampo 
    e ineluttabilmente eterno.
    Rea impenitente di pudore, 
    violato e immolato sull'altare dissacrato,
    riversa, sulla riva imbrattata di sangue,
    la mente perduta nel nulla,
    riflettendo se stessa nello specchio fluviale,
    vide il cigno
    trafitto e sporcato dal bieco peccato
    e osservò le sue piume 
    non più bianche, ma nere, 
    sotto il cielo ammantato di male.
    Al pensiero funesto, era sordo!
    L'imbrunire, che intanto era sorto,
    oscurando le acque sornione 
    del letto del fiume,
    ponderato "appropriato all'eterno riposo",
    scatenò la coscienza confusa, 
    nel suo sguardo ormai spento,
    similmente a esistenza dissolta, 
    come fiamma d'un mozzicone
    annientata dal lago di cera.
    Rizzandosi in piedi, a fatica,
    risalì il sentiero sterrato, 
    con il cuore vilmente spezzato.
    Un'ombra attendeva, dubbiosa...
    La sua falce impietosa era pronta,
    ma non ebbe ragione d'alzarsi 
    sul giovane capo reclino,
    per mieter la vittima, arresa alla sorte.
    E la morte perdente riprese il cammino.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:45
    Madre... padre...

    Era mia madre,
    la tenebra imperversante; 
    cingendomi nel suo amoroso abbraccio,
    rapì il primo mio vagito stupefatto.
    Lievi carezze,
    accompagnanti sogni consumati assiduamente,
    nei miei sonni beati di neonata,
    dacché le ossute dita oscure 
    serravan le mie palpebre socchiuse,
    cantavan nenie, 
    narravan di Fate e di Sirene,
    carpendo il mio respiro,
    in cambio del sospiro della notte.
    Sospesa in equilibrio, tra la realtà e la fiaba,
    lasciandomi traviare da suadente beltà rivelata,
    addentrando il mio esile corpo, 
    m'accoccolavo in grembo,
    in modo di nutrirmi al suo seno offerto,
    nonché cercar protezione, in notti discinte,
    esprimenti il livore del cielo.
    A piena mano, allor elargiva il suo tepore.

    Padre assoluto, padre beneamato,
    il suo bacio d'amore,
    al primo chiarore del mattino,
    risvegliando il mio torpore persistente,
    rasserenava l'animo infante,
    spesso reso triste dalla bieca sorte.
    Con tenacia, aggrappata a una nube,
    con l'intento di sapermi, a lui, vicina,
    ero figlia adorante il proprio padre,
    seppur, talvolta, d'istante s'adombrasse;
    anzitempo, in connubio alla sua sposa,
    si copriva del suo velo,
    per qualcosa a me incompreso,
    tuonando la sua voce portentosa,
    com'eco a ravvivar il mio timore insano
    d'esser figlia bistrattata e poco ambita.
    Fin a che il dolce pianto cristallino, 
    scacciante le mie lacrime di sale,
    dal mio viso corrugato, 
    non portava il suo rimorso,
    rinnovando la certezza del suo amore.

    Or mio padre,
    s'è decretato il divampante fuoco 
    alimentante il tempo,
    a cui m'appello, assai sovente.
    Or mia madre,
    s'è palesata l'ancora pesante
    della speranza costante, 
    a cui m'immolo, ormai perennemente.
    Quando entrambi svaniranno,
    allor soltanto,
    sola, con me stessa,
    diverrò inver funambola incallita. 

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:44
    Saliscendi

    All'apice di solitudini improvvise, saremo insieme?
    Similitudini e diversità, controversie e affinità,
    saran motivi posti a separarci,
    oppure a consolidare il nostro amore?
    Noi due, 
    facenti parte d'un disegno definito,
    da tempo immemore, antico,
    di cui scriveremo fine, unicamente esistendo,
    puntualmente, ogni giorno, sul comune percorso.
    Salite e discese
    potranno portarci ai vertici dell'umiltà,
    a prendere visione del confine del Paradiso,
    oppure a declinare al limbo dell'anime indecise,
    che, poste dinanzi al mero arbitrio,
    esitano ancor sulla direzione atta a lor misura,
    se impastata di virtù o, all'inverso, di vizi capitali
    o, ambiguamente, optano per la via centrale,
    scendendo a compromessi.
    E il declivio alfin s'arresterà, nel lambire le spire dell'inferno,
    per ingrate scelte, piuttosto pretenziose
    e prive d'ogni forma di rispetto e civiltà,
    del porsi al vertice del mondo,
    perdendosi in valori inesistenti, privi d'umanità
    e facendo brandelli dell'altrui carne a morsi,
    talvolta per guadagnare mosche, nel pugno serrato a sangue
    e soggiacer, di contro, alle proprie sicurezze infrante.
    Saliscendi altalenante, giustamente equipollente,
    così come la morte,
    sarà, per noi, un giusto sprone, a ricercar l'apoteosi d'un'unione,
    pregna di lealtà e sincerità e, oltremodo, d'amore?

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:43
    Ritratto di spessore

    Ritratto di spessore,
    il firmamento,
    tinto di vermiglio,
    fin al confine del mare. 
    S'è inabissato il sole,
    nell'acque, 
    divenute fiamme liquefatte,
    fuoco rovente,
    che sa scaldare il cuore.
    Magico rituale, all'imbrunire,
    consacra la bellezza
    e la magnificenza del creato,
    inimitabile,
    lungi dall'emulare sulla tela,
    per la grandiosità 
    della sapienza dell'autore.
    E tutto, poco a poco, si scurisce,
    nel mentre l'ombre inseguono la luce.
    Un testimone alato
    resta ritto ad osservare,
    immobile,
    nella sacralità di tal contesto.
    Le bianche ali sue paion di gesso.
    Lo sguardo suo sorvola tutt'intorno,
    beandosi d'immenso materiale
    e la preghiera di ringraziamento sale,
    all'immateriale Regno sulle nubi,
    atta ad elevarsi 
    al cospetto del suo Celeste Padre.
    La sinfonia degli Angeli,
    suoi simili,
    risponde.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:43
    Non ti dirò

    Non ti dirò di andare,
    se non sarai deciso,
    né di tornare,
    se non sarà per sempre,
    ma aspetterò il tuo sorriso,
    sulla tua bocca ardente,
    dove disseterò 
    d'amore, la mia sete.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:42
    L'infinito

    Il suo tutto,
    quel cuscino poggiato sul letto,
    circondato, 
    acciocché rimanesse,
    nell'abbraccio perenne.
    Il suo capo reclino,
    nella posa dormiente;
    sul suo viso assopito,
    un sereno riposo,
    nel cingere sogni e speranze,
    cimentandosi in eteree danze;
    dimensione irreale,
    in assiduo conflitto al reale.
    Nel tenerlo ben stretto,
    si cullava tra sogno e realtà:
    suggestiva altalena, 
    alienante la mente,
    proiettata oltre il tempo e lo spazio,
    tra timore e coraggio.
    Era il tutto, 
    quel cuscino poggiato sul letto,
    che piegava le labbra in un dolce sorriso.
    L'infinito, 
    stringea nel suo abbraccio deciso.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:41
    S'innalza un suono

    Librando in alto, il baco frastornato,
    adornato dell'ali translucenti di farfalla,
    nello scordar paura del silenzio,
    provata dentr'al bozzolo sì stretto,
    di gaudio si riempie e di bellezza.

    Costretto a rimaner a terra confinato,
    scrutando l'orizzonte inver tant'agognato,
    dacché 'l desio del vol, in ciel, leggiadro
    ogni altro ardire alfine sovrastava...
    infin, s'ea spogliato d'una veste così odiata.

    Or ora 
    il vento fa vibrar le foglie dello stelo,
    che il baco avea da poco abbandonato,
    tant'è 
    che paion corde di violino o d'arpe.

    Note eccelse 
    susseguono l'un l'altra,
    plasmando l'armoniosa sinfonia,
    che mai l'udito suo avea captato,
    distolto da un pensier unico e oscuro.

    S'innalza un suono lieto e melodioso,
    un eco, quasi angelico, risponde,
    che mai e poi mai avea prim'ascoltato,
    distratto da ricerca sua affannosa 
    d'uscir da quella spoglia così grama.

    A pianger su se stesso tutto 'l tempo,
    quanta melodica armonia sa d'aver perso!

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:38
    Ammantata di candor

    Ammantata di candor com'ingenua sposa,
    ritta, nella sua staticità quas'imperiosa,
    parea attender chissà chi o che cosa,
    guardinga, sopr'al muro di cinta dell'antica Chiesa.
    Qual fosse il suo pensier nessun sapea,
    essa aspettava e assai sete avea,
    la fontanella chiusa non permettea di bere.
    Tuttavia s'innalzò in volo,
    fluttuando nel ceruleo di quel ciel per qualche istante,
    all'accostarsi d'un uomo e d'un piccino,
    sparendo alla lor vista, fin quando non fu sola,
    tornando ritta ancor sul muro della Pieve. Allorquando lui arrivò, arrestandosi di colpo,
    nel percepir due occhi sibillini,
    che lo scrutavan nell'animo e nel corpo,
    lasciò la sua promessa ad aspettarlo,
    nel mentre, dentro un secchio,
    il getto d'acqua fresca fece scorrer sol per poco.
    Gli sguardi s'incrociaron per un momento solo,
    ma ch'era parso eterno in assoluto;
    parea intendesser esprimere parole,
    in un connubio sì strano e silenzioso.
    Indi essa scese a dissetar la sete che pativa,
    intanto ch'ei immobile,
    rasente l'inconsueta colomba bianca,
    indugiava stranamente lì a guardarla,
    cercando d'intuir l'ermetico messaggio,
    testé convinto che sol lui avea aspettato.
    Reciproco, 'l suo sguardo fissò l'altrui umano,
    di chi, quell'indomani, varcando quella soglia,
    sarebbe stato, per la vita, sposo,
    dopodiché ascese in alto, onde librars'in volo,
    scrutandolo per poco, finché non fu lontana.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:37
    Venezia e i suoi misteri

    Venezia e i suoi misteri, 
    negli echi d’un’epoca fiabesca, 
    di pizzi, ricami e merletti, 
    un’arte raffinata, recante carisma fascinoso 
    a dame e cavalieri d’altro tempo. 
    Maschere carnevalesche, di tinte variopinte, 
    oppur cosparse d’or, nonché d’argento, 
    celanti estranei volti sorridenti 
    di corpi fasciati in vesti sontuose, sgargianti, 
    con fogge realizzate sia in sete preziose, 
    che in stoffe assai pregiate. 
    Sembianze d’altri, sebben talvolta tristi, 
    specchianti visi occultati in pene solitarie, 
    cercanti oblio per vite inappaganti, 
    fra piogge di coriandoli e pur stelle filanti. 
    Poi storici Caffè di letterati e artisti, scultori, pittori, 
    di nobili e arguti dongiovanni, 
    illudenti vergini fanciulle, benché sovente donne maritate. 
    Memorie sussurrate dall’antiche piazze, 
    da strette, pur variegate calli, 
    canali, da gondole solcati, 
    romantiche avventure, tra effusioni e baci. 
    Eventi alternativi, sospiri, quasi ultimi respiri, 
    racchiusi in pietra d’Istria del ponte desolato, 
    passaggio sì forzato dei condannati a morte, 
    che più avrebber visto la laguna amata tanto. 
    E tra ‘l rumor di gente, sommessi bisbiglii 
    che paion provenir da vari poggioletti 
    d'antiche facciate, seppur non fatiscenti. 
    E scruta, lo sguardo, cercando visi andati, 
    sporgenti sulla piazza che li vide vivi, 
    nel tempo che un intenso, enigmatico brivido, 
    tacitamente, m’assale d’improvviso. 

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:36
    Col cuore in mano

    Come fenice, 
    che dalle proprie ceneri risorge,
    riprendo il volo, 
    annientata dal rogo d'inclemenza,
    la nuda spoglia protesa al cielo.
    Vile la vita, braccata dalla morte 
    le s'è arresa senz'alcuna lotta.
    E al momento depongo pietre di speranza,
    già sottratta dalla sorte
    che m'ha voluta vittima innocente.
    Riesumo tal castello, 
    crollato sotto venti di burrasca
    prim'ancora d'esser ultimato.
    Avevo inteso d'esserne regina,
    nel regno ch'ambivo a costruire,
    regnar sul trono dell'amore,
    sul piedistallo, più vicina a Dio,
    per quant'era prescritto in questo tempo,
    mai dell'odio e del rancore.
    Credevo d'esser prediletto fiore 
    non foglia inaridita dal dolore;
    mutevole il colore...
    s'affanna per non essere strappata, 
    con veemenza, sbattuta sul selciato a far tappeto.
    Pensavo... pensavo, ma erravo atrocemente...
    Col cuore in mano, 
    strappato crudelmente dal mio petto,
    ancor pulsante e intatto,
    sono a pregare il Padre,
    ch'é eretto tra le nubi il mio castello,
    or abbisogna d'un re e la sua regina.
    Sospira l'alma, desiando ancor la vita,
    un'altra chance, per conclamare essa,
    deridere la morte e riscattar se stessa.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:36
    Unicamente angeli

    Aborti avvenuti, tristi eventi compiuti,
    bimbi mai destinati a nascere, a crescere,
    han messo l'ali, son divenuti Angeli,
    chiamati dal Divin Padre Celeste
    a risalir su per i Cieli candidi.

    Silenzi fragorosi di madri, non madri
    che piangon dolore sconquassante,
    che lacera le viscere pregnanti,
    allorché gli amati cuori smetton di pulsare
    e assurdamente taccion gli echi placentari.

    Tal bimbi minuti, incompiuti, cullati dentr'al buio, 
    restan fardelli d'anime, per poco,
    Iddio avea soffiato quel suo immortale dono,
    ma poi, immediato, inteso avea 'l rimpianto
    di non averli accanto.

    Desii irrealizzati in sordidi momenti,
    speranze frantumate nel giro di secondi.
    E restan solamente dei genitori infranti.
    Ricordi di sembianze, nei grembi or or delusi
    di chi avea generato unicamente Angeli.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:34
    Due come noi

    Due come noi, 
    senz'argini alla mente,
    piroettiamo in un'eterea danza,
    su musica che giunge da lontano,
    pregna di sussurrata melodia.
    Libriamo lievi con ali variopinte di farfalle,
    sulla magia di tal concerto; 
    ci scorta il vento,
    nel regno astratto della fantasia,
    irreale fascino d'un singolare incanto.
    Bimbi giocherelloni,
    giochiamo a nascondino,
    rincorrendoci tra sprazzi di nubi dispettose
    che stan scherzando, nascondendoci il sole.
    Ma il vento le disperde all'improvviso
    e ci lasciam cullare sull'onda del calore.
    Tenendoci per mano, 
    guardiamo il mondo da lontano,
    sporgendo oltre il balcone della notte.
    Tremolii fluenti nei cuori solitari,
    allorquando ci perdiamo in uno sguardo.
    Dormiamo in un letto d'armonia,
    assoluta sintonia di due anime in simbiosi.
    Le gocce di rugiada sui calici di fiori,
    dell'iride i colori strabilianti,
    non ne copron i profumi,
    viceversa li rendon gradevoli alla vista,
    mutandoli in gioielli assai preziosi,
    nel giardino degli Elfi, Folletti e beneamate Fate.
    Esploriamo l'irreale bosco misterioso,
    dove nascono mattacchioni Gnomi,
    per spiarli e scoprirne segreti ed i misteri,
    carpir dov'han celato le lor pentole d'oro,
    sotterrate al termine della scia d'arcobaleno.
    E giungerà il momento che lo cavalcheremo.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:33
    Amore e Psiche

    Bellezza d’una dea, mortale Psiche, 
    d’Amore amante; 
    in notti appassionate, 
    carpivan reciproci misteri 
    dei lor corpi appen’adolescenti. 

    Di tenebra occultati, 
    i volti sconosciuti, 
    ma i cuor battean unanimi, 
    all’apice d’ardor d’istinti innamorati; 
    memorabili amplessi infuocati di passione. 

    Galeotta fu la goccia dal lume traboccante, 
    d’olio bollente, che risvegliò Amore; 
    quell’attimo di luce lo sorprese, 
    svelando il viso suo ancor dormiente 
    alla sua amata, sublime ispiratrice. 

    E se ne andò indignato, lasciandola alla sorte, 
    che la vide prostrata, smarrita, infelice. 
    Amor l’avea subitamente abbandonata, 
    lasciandola sconfitta, 
    raminga, a supplicar la morte. 

    Discese in quel degl’inferi, soltanto per Amore, 
    final cruciale prova, in cerca di bellezza; 
    Proserpina tramava e propinò l’ampolla, 
    priva della stessa, 
    bensì fosse riempita dell’infernale sonno. 

    Così la trovò Amore, supina nell’oblio, 
    libravan le sue ali, mentr’egli s’inarcava 
    ed ella s’allungava, 
    m’ancor nel sonno er’addentrata, 
    verso quel bacio ambito che li univa. 

    Le labbra si cercavan ad oltranza, 
    purtuttavia senza toccarsi, 
    nel suggestivo mero contemplar di sguardi, 
    dolcezza straripante di attimi esclusivi, 
    nello sfiorar d’un seno ignudo e teso. 

    Desio innegabile, sebbene sottinteso 
    d’Amore per la sua diletta Psiche.