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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 29 settembre 2017 alle ore 17:46
    Era bella

    Natia stella del borgo arroccato,
    era bella, Principessa di tutto e di niente,
    nel calcare il declivio sinuoso, per bagnare candore di piume.
    Agognava un incontro regale, come in tutte le fiabe sognate.
    Dalle membra d'un cigno aggraziato, in flessuose movenze,
    sbocciava l'incanto del fascino innato.
    Sprazzi d'arcobaleno, nell'iridi screziate,
    acquose pietre trasparenti, nel resto dei suoi occhi rilucenti.
    Lo sguardo suo, spavaldo, assorto negli squarci d'orizzonte,
    volava in alto, intanto che chinava altera e fiera, 
    qual vestale immacolata,
    abbigliata di purezza, nella veste castigata,
    allorquando, strappandole le vesti e il sorriso,
    rudi mani  le sottrassero il mondo intero,
    fomentando urla e pianti disperati,
    i cui echi rimbalzavano sull'acque gorgoglianti,
    prima di morir annegati.
    La sua virtù annaspava, nel mentre che implorava 
    per non subir il demoniaco sopruso,
    di quell'immonda bestia su due piedi.
    Repressi tabù fors'erano alla fonte,
    incrementanti ossessioni e perpetranti infamie ossessionanti,
    in squallidi momenti depravati.
    Viscerale desio d'istantanea morte, il triste suo pensiero, 
    a implementar rimedio allo spettro d'un futuro strazio certo,
    senza scampo e ineluttabilmente eterno.
    Rea impenitente di pudore 
    violato e immolato sull'altare dissacrato,
    riversa, sulla riva imbrattata di sangue,
    la mente perduta nel nulla,
    riflettendo se stessa nello specchio fluviale,
    vide il cigno trafitto e sporcato dal bieco peccato
    e osservò le sue piume, non più bianche ma nere, 
    sotto il cielo ammantato di male.
    Al pensiero funesto, era sordo!
    L'imbrunire, che intanto era sorto
    oscurando le acque sornione del letto del fiume
    ponderato "appropriato all'eterno riposo",
    scatenò la coscienza confusa,  nel suo sguardo ormai spento
    similmente a esistenza dissolta, 
    come fiamma d'un mozzicone annientata dal lago di cera.
    Rizzandosi in piedi, a fatica,
    risalì il sentiero sterrato con il cuore vilmente spezzato.
    Un'ombra attendeva, dubbiosa...
    La sua falce impietosa era pronta,
    ma non ebbe ragione d'alzarsi sul giovane capo reclino,
    onde mieter la vittima arresa alla sorte...

    E la morte perdente riprese il cammino.
     

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:45
    Madre... padre...

    Era mia madre,
    la tenebra imperversante.
    Cingendomi nel suo amoroso abbraccio,
    rapì il primo mio vagito stupefatto.
    Lievi carezze,
    accompagnanti sogni consumati assiduamente,
    nei miei sonni beati di neonata,
    dacché le ossute dita oscure
    serravan le mie palpebre socchiuse,
    pria che l'arcaica voce sussurrasse nenie,
    narrasse di Fate e di Sirene,
    carpendo il mio respiro,
    in cambio del sospiro delle stelle,

    s'univan al dolce afflato sul mio viso.

    Sospesa in equilibrio, tra la realtà e la fiaba,
    lasciandomi traviar da suadente beltà rivelata
    e offrendo il mio esile corpo,
    m'accoccolavo nel suo grembo,
    in modo di nutrirmi al seno offerto,
    oltre a cercar protezione,

    in notti discinte, esprimenti il livore del cielo.
    A piena mano, allor elargiva il tepor suo materno.

    Padre assoluto, padre beneamato,
    il suo bacio d'amore,
    al primo chiaror del mattino,
    risvegliando il mio torpor persistente,
    rasserenava l'animo infante,
    spesso reso triste dalla bieca sorte.
    Con tenacia,

    aggrappata a una nube
    con l'intento di sapermi, a lui, vicina,
    ero figlia adorante il proprio padre,
    seppur, talvolta, d'istante anzitempo s'adombrasse, in connubio alla sua sposa;
    si copriva del suo velo
    per qualcosa a me incompreso,
    tuonando la sua voce portentosa,
    com'eco a ravvivar il mio timor insano
    d'esser figlia bistrattata e poco ambita.
    Fintantoché il dolce pianto cristallino,
    scacciante le mie lacrime di sale,
    dal volto corrugato,
    non tradiva il suo rimorso,
    rinnovando la certezza dell'amor suo paterno.

    Or mio padre,
    s'è decretato il divampante fuoco
    alimentante il tempo,
    a cui m'appello assai sovente.
    Or mia madre,
    s'è palesata l'ancora pesante
    della speranza costante,
    a cui m'immolo ormai perennemente.
    Quando entrambi svaniranno,
    allor soltanto,
    sola con me stessa,
    diverrò inver funambola incallita.

     

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:44
    Saliscendi

    All'apice di solitudini improvvise, saremo insieme?

    Similitudini e diversità, controversie e affinità,
    saran motivi posti a separarci
    oppure a consolidar il nostro amore?
    Noi due,
    facenti parte d'un disegno definito
    da tempo immemore, antico,
    di cui scriveremo fine
    unicamente esistendo, puntualmente ogni giorno,
    sul comune percorso.
    Salite e discese
    potran portarci ai vertici dell'umiltà,
    a prender visione del confine del Paradiso
    o a declinar al limbo dell'anime indecise,
    che, dinanzi al libero arbitrio,
    esitan ancora sulla direzione atta a lor misura,
    impastata di virtù o all'inverso di vizi capitali
    oppur ambiguamente optano per la via centrale,
    scendendo a compromessi?
    E il declivio alfin s'arresterà, nel lambir le spire dell'inferno,
    per ingrate scelte piuttosto pretenziose
    e prive d'ogni forma di rispetto e civiltà,
    del porsi al vertice del mondo,
    perdendosi in valori inesistenti, privi d'umanità
    e facendo brandelli dell'altrui carne a morsi,
    talvolta per guadagnar mosche, nel pugno serrato a sangue
    e soggiacer di contro alle proprie sicurezze infrante.
    Saliscendi altalenante,
    coerente al trascendente aspetto, generalizzato, equipollentemente alla morte,
    sarà per noi un giusto sprone a ricercar l'apoteosi d'un'unione, pregna di lealtà, sincerità e oltremodo d'amore?

     

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:43
    Ritratto di spessore

    Ritratto di spessore,
    il firmamento,
    tinto di vermiglio,
    fin al confine del mare. 
    S'è inabissato il sole,
    nell'acque, 
    divenute fiamme liquefatte,
    fuoco rovente,
    che sa scaldare il cuore.
    Magico rituale, all'imbrunire,
    consacra la bellezza
    e la magnificenza del creato,
    inimitabile,
    lungi dall'emulare sulla tela,
    per la grandiosità 
    della sapienza dell'autore.
    E tutto, poco a poco, si scurisce,
    nel mentre l'ombre inseguono la luce.
    Un testimone alato
    resta ritto ad osservare,
    immobile,
    nella sacralità di tal contesto.
    Le bianche ali sue paion di gesso.
    Lo sguardo suo sorvola tutt'intorno,
    beandosi d'immenso materiale
    e la preghiera di ringraziamento sale,
    all'immateriale Regno sulle nubi,
    atta ad elevarsi 
    al cospetto del suo Celeste Padre.
    La sinfonia degli Angeli,
    suoi simili,
    risponde.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:43
    Non ti dirò

    Non ti dirò di andare,
    se non sarai deciso,
    né di tornare,
    se non sarà per sempre,
    ma aspetterò il tuo sorriso,
    sulla tua bocca ardente,
    dove disseterò 
    d'amore, la mia sete.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:42
    L'infinito

    Il suo tutto,
    quel cuscino poggiato sul letto,
    circondato, 
    acciocché rimanesse,
    nell'abbraccio perenne.
    Il suo capo reclino,
    nella posa dormiente;
    sul suo viso assopito,
    un sereno riposo,
    nel cingere sogni e speranze,
    cimentandosi in eteree danze;
    dimensione irreale,
    in assiduo conflitto al reale.
    Nel tenerlo ben stretto,
    si cullava tra sogno e realtà:
    suggestiva altalena, 
    alienante la mente,
    proiettata oltre il tempo e lo spazio,
    tra timore e coraggio.
    Era il tutto, 
    quel cuscino poggiato sul letto,
    che piegava le labbra in un dolce sorriso.
    L'infinito, 
    stringea nel suo abbraccio deciso.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:41
    S'innalza un suono

    Librando in alto, il baco frastornato,
    adornato dell'ali translucenti di farfalla,
    nello scordar paura del silenzio,
    provata dentr'al bozzolo sì stretto,
    di gaudio si riempie e di bellezza.

    Costretto a rimaner a terra confinato,
    scrutando l'orizzonte inver tant'agognato,
    dacché 'l desio del vol, in ciel, leggiadro
    ogni altro ardire alfine sovrastava...
    infin, s'ea spogliato d'una veste così odiata.

    Or ora 
    il vento fa vibrar le foglie dello stelo,
    che il baco avea da poco abbandonato,
    tant'è 
    che paion corde di violino o d'arpe.

    Note eccelse 
    susseguono l'un l'altra,
    plasmando l'armoniosa sinfonia,
    che mai l'udito suo avea captato,
    distolto da un pensier unico e oscuro.

    S'innalza un suono lieto e melodioso,
    un eco, quasi angelico, risponde,
    che mai e poi mai avea prim'ascoltato,
    distratto da ricerca sua affannosa 
    d'uscir da quella spoglia così grama.

    A pianger su se stesso tutto 'l tempo,
    quanta melodica armonia sa d'aver perso!

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:38
    Ammantata di candor

    Ammantata di candor com'ingenua sposa,
    ritta, nella sua staticità quas'imperiosa,
    parea attender chissà chi o che cosa,
    guardinga, sopr'al muro di cinta dell'antica Chiesa.
    Qual fosse il suo pensier nessun sapea,
    essa aspettava e assai sete avea,
    la fontanella chiusa non permettea di bere.
    Tuttavia s'innalzò in volo,
    fluttuando nel ceruleo di quel ciel per qualche istante,
    all'accostarsi d'un uomo e d'un piccino,
    sparendo alla lor vista, fin quando non fu sola,
    tornando ritta ancor sul muro della Pieve. Allorquando lui arrivò, arrestandosi di colpo,
    nel percepir due occhi sibillini,
    che lo scrutavan nell'animo e nel corpo,
    lasciò la sua promessa ad aspettarlo,
    nel mentre, dentro un secchio,
    il getto d'acqua fresca fece scorrer sol per poco.
    Gli sguardi s'incrociaron per un momento solo,
    ma ch'era parso eterno in assoluto;
    parea intendesser esprimere parole,
    in un connubio sì strano e silenzioso.
    Indi essa scese a dissetar la sete che pativa,
    intanto ch'ei immobile,
    rasente l'inconsueta colomba bianca,
    indugiava stranamente lì a guardarla,
    cercando d'intuir l'ermetico messaggio,
    testé convinto che sol lui avea aspettato.
    Reciproco, 'l suo sguardo fissò l'altrui umano,
    di chi, quell'indomani, varcando quella soglia,
    sarebbe stato, per la vita, sposo,
    dopodiché ascese in alto, onde librars'in volo,
    scrutandolo per poco, finché non fu lontana.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:37
    Venezia e i suoi misteri

    Venezia e i suoi misteri, 
    negli echi d’un’epoca fiabesca, 
    di pizzi, ricami e merletti, 
    un’arte raffinata, recante carisma fascinoso 
    a dame e cavalieri d’altro tempo. 
    Maschere carnevalesche, di tinte variopinte, 
    oppur cosparse d’or, nonché d’argento, 
    celanti estranei volti sorridenti 
    di corpi fasciati in vesti sontuose, sgargianti, 
    con fogge realizzate sia in sete preziose, 
    che in stoffe assai pregiate. 
    Sembianze d’altri, sebben talvolta tristi, 
    specchianti visi occultati in pene solitarie, 
    cercanti oblio per vite inappaganti, 
    fra piogge di coriandoli e pur stelle filanti. 
    Poi storici Caffè di letterati e artisti, scultori, pittori, 
    di nobili e arguti dongiovanni, 
    illudenti vergini fanciulle, benché sovente donne maritate. 
    Memorie sussurrate dall’antiche piazze, 
    da strette, pur variegate calli, 
    canali, da gondole solcati, 
    romantiche avventure, tra effusioni e baci. 
    Eventi alternativi, sospiri, quasi ultimi respiri, 
    racchiusi in pietra d’Istria del ponte desolato, 
    passaggio sì forzato dei condannati a morte, 
    che più avrebber visto la laguna amata tanto. 
    E tra ‘l rumor di gente, sommessi bisbiglii 
    che paion provenir da vari poggioletti 
    d'antiche facciate, seppur non fatiscenti. 
    E scruta, lo sguardo, cercando visi andati, 
    sporgenti sulla piazza che li vide vivi, 
    nel tempo che un intenso, enigmatico brivido, 
    tacitamente, m’assale d’improvviso. 

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:36
    Col cuore in mano

    Come fenice, 
    che dalle proprie ceneri risorge,
    riprendo il volo, 
    annientata dal rogo d'inclemenza,
    la nuda spoglia protesa al cielo.
    Vile la vita, braccata dalla morte 
    le s'è arresa senz'alcuna lotta.
    E al momento depongo pietre di speranza,
    già sottratta dalla sorte
    che m'ha voluta vittima innocente.
    Riesumo tal castello, 
    crollato sotto venti di burrasca
    prim'ancora d'esser ultimato.
    Avevo inteso d'esserne regina,
    nel regno ch'ambivo a costruire,
    regnar sul trono dell'amore,
    sul piedistallo, più vicina a Dio,
    per quant'era prescritto in questo tempo,
    mai dell'odio e del rancore.
    Credevo d'esser prediletto fiore 
    non foglia inaridita dal dolore;
    mutevole il colore...
    s'affanna per non essere strappata, 
    con veemenza, sbattuta sul selciato a far tappeto.
    Pensavo... pensavo, ma erravo atrocemente...
    Col cuore in mano, 
    strappato crudelmente dal mio petto,
    ancor pulsante e intatto,
    sono a pregare il Padre,
    ch'é eretto tra le nubi il mio castello,
    or abbisogna d'un re e la sua regina.
    Sospira l'alma, desiando ancor la vita,
    un'altra chance, per conclamare essa,
    deridere la morte e riscattar se stessa.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:36
    Unicamente angeli

    Aborti avvenuti, tristi eventi compiuti,
    bimbi mai destinati a nascere, a crescere,
    han messo l'ali, son divenuti Angeli,
    chiamati dal Divin Padre Celeste
    a risalir su per i Cieli candidi.

    Silenzi fragorosi di madri, non madri
    che piangon dolore sconquassante,
    che lacera le viscere pregnanti,
    allorché gli amati cuori smetton di pulsare
    e assurdamente taccion gli echi placentari.

    Tal bimbi minuti, incompiuti, cullati dentr'al buio, 
    restan fardelli d'anime, per poco,
    Iddio avea soffiato quel suo immortale dono,
    ma poi, immediato, inteso avea 'l rimpianto
    di non averli accanto.

    Desii irrealizzati in sordidi momenti,
    speranze frantumate nel giro di secondi.
    E restan solamente dei genitori infranti.
    Ricordi di sembianze, nei grembi or or delusi
    di chi avea generato unicamente Angeli.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:34
    Due come noi

    Due come noi, 
    senz'argini alla mente,
    piroettiamo in un'eterea danza,
    su musica che giunge da lontano,
    pregna di sussurrata melodia.
    Libriamo lievi con ali variopinte di farfalle,
    sulla magia di tal concerto; 
    ci scorta il vento,
    nel regno astratto della fantasia,
    irreale fascino d'un singolare incanto.
    Bimbi giocherelloni,
    giochiamo a nascondino,
    rincorrendoci tra sprazzi di nubi dispettose
    che stan scherzando, nascondendoci il sole.
    Ma il vento le disperde all'improvviso
    e ci lasciam cullare sull'onda del calore.
    Tenendoci per mano, 
    guardiamo il mondo da lontano,
    sporgendo oltre il balcone della notte.
    Tremolii fluenti nei cuori solitari,
    allorquando ci perdiamo in uno sguardo.
    Dormiamo in un letto d'armonia,
    assoluta sintonia di due anime in simbiosi.
    Le gocce di rugiada sui calici di fiori,
    dell'iride i colori strabilianti,
    non ne copron i profumi,
    viceversa li rendon gradevoli alla vista,
    mutandoli in gioielli assai preziosi,
    nel giardino degli Elfi, Folletti e beneamate Fate.
    Esploriamo l'irreale bosco misterioso,
    dove nascono mattacchioni Gnomi,
    per spiarli e scoprirne segreti ed i misteri,
    carpir dov'han celato le lor pentole d'oro,
    sotterrate al termine della scia d'arcobaleno.
    E giungerà il momento che lo cavalcheremo.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:33
    Amore e Psiche

    Bellezza d’una dea, mortale Psiche, 
    d’Amore amante; 
    in notti appassionate, 
    carpivan reciproci misteri 
    dei lor corpi appen’adolescenti. 

    Di tenebra occultati, 
    i volti sconosciuti, 
    ma i cuor battean unanimi, 
    all’apice d’ardor d’istinti innamorati; 
    memorabili amplessi infuocati di passione. 

    Galeotta fu la goccia dal lume traboccante, 
    d’olio bollente, che risvegliò Amore; 
    quell’attimo di luce lo sorprese, 
    svelando il viso suo ancor dormiente 
    alla sua amata, sublime ispiratrice. 

    E se ne andò indignato, lasciandola alla sorte, 
    che la vide prostrata, smarrita, infelice. 
    Amor l’avea subitamente abbandonata, 
    lasciandola sconfitta, 
    raminga, a supplicar la morte. 

    Discese in quel degl’inferi, soltanto per Amore, 
    final cruciale prova, in cerca di bellezza; 
    Proserpina tramava e propinò l’ampolla, 
    priva della stessa, 
    bensì fosse riempita dell’infernale sonno. 

    Così la trovò Amore, supina nell’oblio, 
    libravan le sue ali, mentr’egli s’inarcava 
    ed ella s’allungava, 
    m’ancor nel sonno er’addentrata, 
    verso quel bacio ambito che li univa. 

    Le labbra si cercavan ad oltranza, 
    purtuttavia senza toccarsi, 
    nel suggestivo mero contemplar di sguardi, 
    dolcezza straripante di attimi esclusivi, 
    nello sfiorar d’un seno ignudo e teso. 

    Desio innegabile, sebbene sottinteso 
    d’Amore per la sua diletta Psiche. 

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:32
    Nell'oro di corolla

    Osserva assorto,
    nell'apogeo di cotanta meraviglia,
    nell'oro di corolla
    che, fulgente, s'apre al sole,
    l'ardore del pittore per la Ninfa
    e ascolta, nell'impatto del silenzio,
    avvolto di ceruleo, sottratto al cielo,
    come a immaginar tinta del Paradiso,
    il vento, 
    ch'accarezza soavemente le ninfee,
    ancor piangendo, nel ricordo d'un rimpianto
    per quel ch'ea stato, un tempo mai scordato.

    Racchiude, lo stagno, il suo mistero immortalato,
    nel supplicar perdono da se stesso;
    nell'anelar conforto sconosciuto; 
    rivela la trama bisbigliata della storia 
    immers'ancora nell'ordito del ricordo,
    tra l'armonico inceder del dipinto
    e il geniale fluir di tal pennello.
    Pel suo sapiente tocco,
    la tela sibillina sconfina in un sussulto,
    assuefatta alla voglia di bellezza,
    nell'incanto d'ammirar se stessa,
    come suadente Ninfa testé abbagliata.

    Tra l'acque ristagnanti, ch'odorano di vita,
    tra tinte ch'allietan lo sguardo infervorato,
    e olezzi ch'inebrian 'l pretenzioso olfatto,
    rammenta, lo stagno desolato:
    sommersa come perla, di perle sì adornata, 
    a farsi ancor più ambita s'accingea la Ninfa,
    del raggio di Sole, perdutamente innamorata.
    Tesoro desiato le fu greve,
    per splender come stella tra le stelle,
    affiorante su quei petali di fiore,
    quali mani tramutate in corolle di ninfee,
    dacché 'l fango le fu veste, per l'eterno.

    E s'ode un mormorio celato, 
    tra l'espressione di ritocchi d'emozione
    e sfumature di smeraldo e lapislazzulo,
    nell'estasi sublime d'un tal capolavoro:
    un suggestivo canto librarsi dallo stagno,
    tremulo, com'a palesar screziate ali di farfalla; 
    intona un melodioso inno, sinfonico spartito,
    in sintonia col vento, 
    a richiamar l'amore della Ninfa per il Sole,
    alfin che non s'annienti un mero sentimento,
    trascendentale, 
    pur scritto sulla soglia d'infinito.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:31
    Al di là della tua vita

    Grovigli di pensieri persistenti,
    compagini d'assidui nodi scorsoi,
    soffocavan la gola
    e sopraffavan la mente sì erosa,
    emblematico scoglio 
    d'un mare in tempesta;
    violenti marosi, accanendosi,
    seppur lentamente, avean teso a disintegrarlo.
    Non più riserve, a implementar risorse,
    succubi di perenni sferzate d'inclementi onde,
    percepite da un inconcepibile sconforto,
    comunque insormontabile,
    volto a violar lo spirito, 
    oltre la mente inerme
    e non indenne
    da antiche cicatrici mai scomparse,
    tatuate con l'ago intinto nel sangue delle vene.
    Un gioco amaro e imperituro,
    senza regole,
    a tu per tu col tuo destino,
    che t'appariva truce;
    credevi traesse piacere dal tuo soccombere, 
    in quanto, nemico di te stesso,
    privo di volontà d'esistere,
    annaspavi nel buio del conscio e dell'inconscio.
    Funambolo incallito,
    sul limitar di dimensioni opposte,
    di certo ponderavi la ragione d'essere presente,
    nel mentre le radici inaridivano,
    fino a scindersi totalmente, 
    per darti modo di passare oltre,
    al di là della tua vita, talvolta odiata,
    seppure a tua insaputa.
    Il velo sull'ancestrale incognita infinita,
    squarciandosi, 
    ha dissolto, al tuo scrutare, la tenebra celante,
    a sguardi inaspettati e ancor profani,
    di ciò che t'aspettava, con pazienza.
    La luce eterna, 
    dell'anima, divina fonte naturale,
    al fin di consacrar l'immortalità preesistente,
    t'ha ricondotto al Padre,
    che tutto sa e vede.
    Forse adesso t'ha reso felice.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:30
    Terreno incolto

    Terreno incolto, 
    dove coltivavo sogni, come fiori,
    che, assiduamente, inacidivano assai presto,
    bensì li bagnassi con l'acqua d'un corso,
    ch'avevo nominato speranza,
    giacché fresca, al tatto
    e cristallina, alla vista.
    Giorno dopo giorno,
    ora dopo ora,
    minuto su minuto,
    desiavo lo spuntare d'un germoglio,
    peraltro invano,
    quantunque all'assolate pietre,
    s'abbarbicasse flora profumata e disattesa,
    dalle radici nate tra zolle desolate,
    presunte inappropriate ad ogni genere di vita.
    Nulla di ciò ha valor d'impedimento, al mio desio,
    dacché la speme è ancor nutrita
    da coscienza del pensiero positivo,
    che resiste all'inclemenza negativa,
    che ben sa rinnegar il compimento.

    Ancor coltivo sogni, 
    in aggiunta a desideri,
    avendo asperso i semi nel cuor dell'infinito,
    in terreno riscaldato, 
    per grazia dell'amore perfetto ed assoluto,
    bagnato da rivoli allegorici,
    del fluido sempiterno, 
    emanato da purezza e candore di vesti, 
    confacenti ad anime illibate.
    Pertanto, attendo, 
    disdegnando la chimera
    del risveglio d'un'aurora sibillina;
    che sia invero volitiva realtà,
    il sagace albore da cui nasce la rugiada adamantina,
    destinato a dissolver l'ignorante oscurità,
    rivelando misteri, inasprenti tormentosi eventi
    e palesando desii appagati, dapprima proibiti,
    nonché sogni arretrati, ch'avran sapor di miele,
    nel dolce retrogusto.
    L'amaro s'è dissolto, 
    alfine, al mio palato.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:29
    Sentimento

    Desolate eran le vie, 
    per le spore delle spine
    ch'affliggevano i miei piedi,
    nell'intento d'arrancar simil cammino,
    seppur unico e indiscusso.
    Poi, cedendo all'oceano tempestoso,
    naufragando, in balia del suo volere,
    tra quei flutti che portavano a morire...
    mi son chiesta s'era giusto tal tormento...
    qual peccato aveo commesso...

    Eo in alterco anche col vento sibilante,
    per accoglier, 
    nelle braccia tese al cielo,
    prima d'essere alla fine,
    Sentimento, 
    nato all'ombra del dolore,
    quale pargolo anelato,
    mentre i rovi d'esistenza
    mi strappavano la veste d'apatia,
    per redimersi ai miei occhi vilipesi.

    Ei voleva ognor la luce,
    della speme, buona madre,
    figliol sacro,
    del futuro, conscio padre...
    ... e viceversa...

    Quando poi...
    La sua pelle d'alabastro,
    sì sorgiva all'imbrunire
    e dormiente nel fulgore delle stelle,
    nel chiarore adamantino della luna...
    all'inceder delle tenebre,
    si nutriva dell'abbraccio protettivo
    della notte accattivante
    e della nenia sua ancestrale,
    intonata tra il rumore del silenzio...

    Sol allor, s'è palesata la mia vera identità,
    ch'ea occultata e aveo smarrito...
    Barattando ciò ch'ea stato,
    con premessa d'altro tipo,
    ho donato quel che ero, a Sentimento, 
    nel concetto d'un'astratta nuova vita,
    che bramava la concreta affermazione,
    archetipo di perfetta sintonia.
    nell'eclettica realtà,
    ch'assumeva il color di fantasia.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:29
    Acerbo fiore

    Testimone,
    il suo dolor crescente,
    da spasmi trafiggenti il basso ventre,
    rigettava strano suo sentor di colpa d'esser sposa.
    Usurpante il respiro dal suo petto,
    tal coniator d'infamia,
    di dissoluti morsi, poi violava zuccherine labbra;
    sulla lingua di bambina, l'acre sapor del sangue,
    misto a immondo succo di piacere, che le rese amare.
    L'immacolata pelle, screziata di terrore;
    la carne sussultava, seppure fosse amorfa,
    mentr'egli la scuoteva,
    al fin di coglier il virginale, acerbo fiore.
    Carpiva la sua essenza,
    mietendo il suo candore
    tra cosce insanguinate,
    ch'aborrivan l'apogeo della lussuria in atto.
    Ambita dai desii, 
    al limite d'infanzia e adolescenza,
    l'incauta speranza 
    di circondanti braccia, respiranti vita,
    si dissolse nella carneficina del talamo sofferto.
    Infranti sogni infantili,
    in cui appariva un glabro viso bello,
    la cui innocente bocca 
    posava casti baci a fior di labbra,
    pur scatenando appassionato fuoco
    d'amore sconosciuto,
    platonico virgulto ipotizzato, appena nato,
    in verità sottratto da tal destino infausto, a cagion d'un assurdo baratto con gretto sesso,
    ripudiante l'innato libero suo arbitrio.

     

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:27
    Nel sussulto del tempo, resuscita ogn'ora

    E s'ode un respiro, di tenebra chiuso,
    nel guado del tetro sepolcro,
    sospiro di sguardo profondo scintilla nel buio,
    risale alle labbra un gemito fioco,
    l'apogeo del triste calvario rigetta il sudario...
    Proviene dal lungo percorso d'abisso infinito,
    il Figlio dell'Uomo... Rampollo di Dio.

    Riprende il possesso del corpo smarrito... 

    La morte s'inchina alla vita,
    getta scettro e corona,
    bistrattata sovrana del nulla.
    Rinnegata la veste sua oscura,
    pel desio d'esser Figlio ch'onora
    il Suo Padre, in ciò ch'era scritto già allora,
    pel desio d'incarnare l'amore... ancora... e ancora.

    Nel sussulto del tempo, resuscita ognora.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:27
    D'esser croce

    Piange il cielo,
    forgiando in perle trasparenti
    amare lacrime che scendono;
    sofferenza ineluttabile
    per l'onta dell'umana alienazione.
    Acquitrini misti a fiori,
    per mondar ferite antiche,
    ma tutt'ora sanguinanti,
    sulla carne trascendente
    di Colui che fu tradito e martoriato,
    poi reietto e crocifisso.
    Chiodi fomentati da peccati
    ne brandiscono l'aspetto,
    come inquietante arma;
    ribattuti di perpetuo da disparate mani,
    trafiggono altresì quel legno infradiciato, 
    d'amore e d'altrui macchie d'innocenza,
    ch'urla ancora, inascoltato da chiunque,
    tra il fragore silente della morte,
    rigettando, d'esser croce, la sua colpa.

  • 29 settembre 2017 alle ore 17:26
    Il bacio di rugiada

    Nel divenir d’aurora fantasiosa, 
    gocce trasparenti e iridescenti 
    si posan sul ciglio dei petali dischiusi, 
    cristalli che s’attardan a svanire, 
    nell’attesa ch’entri in scena il sole. 
    Regna ancor la pace, 
    intra rampe scoscese ai bordi d’orizzonte. 

    I rumori, 
    addentratisi nella notturna quiete, 
    ancor sognan pace e silenzio, 
    udendo lor coscienza antica, 
    ancestrale letizia mai più rinnovata. 

    Uno stormo di stelle 
    pulsa in ritmo corale, 
    prima d’esser svanito allo sguardo 
    ch'or s’alza assonnato 
    e pretende le palpebre chiuse, 
    ch’agonizzano, all’apice dell’adamantina luce. 

    I bagliori rifletton su specchi 
    del pendio dell’altere montagne, 
    rilasciando immacolati scialli scintillanti, 
    mentre gli echi si risveglian, espandendosi per valli verdeggianti. 

    Sussurrando il lor bell’orchestrale canto, 
    in simbiosi con il vento di libeccio, 
    sposan sospir fluttuanti, tra fior d’acque fiumane e lacustri, 
    ch’or s’alzino dai rispettivi letti a rinnovar gorgheggi, 
    prim'ancor d'esser festante, propagandosi al suol marino, 
    alfin di ridestar l’arenile sonnolento, 
    con mormorii spumosi dell’onde sì frangenti. 

    L’agonia della notte morente, ch’è madre, 
    nell’aurora nascente, ch’è figlia splendente, 
    dianzi a esalar l'estremo suo spiro, ha inteso profonder il bacio di rugiada, sua linfa vitale, 
    ond’esser additata generatrice di chiarore. 

     

  • 28 settembre 2017 alle ore 19:12
    Di mura bianche

    C’è un vicolo stretto di mura bianche
    Lo guardo ogni giorno attento
    E un lampione antico a far da guardiano
    E balconi in fiore
    E piante grasse ad adornar finestre
    Con i piccioni in fila sulle terrazze
    A passeggiar sereni.
    E fili chiari e lenzuola al sole a sventolar leggieri al vento.
    C’è un vicolo stretto  di mura bianche
    Lo guardo ogni giorno attento
    E il cinguettio d’uccelli in primavera
    Dolce e fresca
    E un lampione antico a far da guardiano
    E balconi in fiore
    E piante grasse ad adornar finestre
    E poi tetti e camini
    E vasi, e bambini a giocar seduti
    E il cielo e l’azzurro
    E alberelli e i limoni e ancora balconi.
    E un vicolo stretto

  • 28 settembre 2017 alle ore 19:10
    Come un suo bacio

    È Come l’abbraccio di un bambino
    Come un suo bacio
    Senza nessuna pretesa di qualcosa in cambio, se non amore.
    Quando donare è
    Come una rondine felice in un cielo azzurro
    Quando è bellezza,
    quando come un cordone ombelicale unisce i destini e salda al cuore la vita,
    questo è donare, senza nessuna pretesa di qualcosa in cambio, se non amore.
    Perché il dono è già un ricevere.
    Quando donare è nascita, quando donare è famiglia
    Come due mani che accarezzano un viso nuovo,
    sconosciuto, un viso a forma di cuore, un volto d’amore.
    Quando donare è
    Come una rondine felice in un cielo azzurro
    Quando è bellezza, come l’abbraccio di un bambino
    Come un suo bacio
    Senza nessuna pretesa di qualcosa in cambio
    Se non amore

  • 28 settembre 2017 alle ore 15:24
    Oggi... 64 anni

    "Quanto toglierai alle mie umili origini, ti prego, aggiungilo ai miei eventuali meriti"
    Nel torpore della mia età avanzata allegri pensieri mattutini illuminano nuovi orizzonti d'interiorità e nuovi versi nei palpiti del mio cuore affannato a riaccenderli nella luce della saggezza
    E guardo adesso ogni giorno come se fosse l'ultimo a brillare nella mia vita nell'oblìo del tempo che vola inesorabile a volteggiare sull'oggi e sulla memoria lasciando orme il cui riflesso irradia l'esistenza già vissuta con la volontà di donarmi al mondo e alla mia anima nell'indipendenza della mia libertà divenuta oggi l'oasi della mia felicità. 

  • 27 settembre 2017 alle ore 20:22

    Giuro, lo avevo pure io un cuore. Dio se lo avevo ed era bellissimo come sapeva battere ed ascoltare. Altro sapeva fare se non ascoltare e donare a chi amavo ciò di cui aveva bisogno. Lui nemmeno si rendeva conto che poco di ciò che donava gli tornava indietro. Lui non capiva che più il tempo passava troppo si impoveriva e poco si arricchiva. "Non pensarci, smettila! Basta"! Gli urlava la ragione, ma lui non aveva orecchi, non aveva niente, se non quell'enorme voglia di sentirsi vivo, fiero del sentimento che era capace di provare. Oggi, non è che un cuore non ce l'ho più. Il tempo gli ha solo insegnato che esistono persone per cui il cuore è solo un semplice organo strettamente necessario alla sopravvivenza. Il tempo gli è stato maestro e gli ha spiegato che chi non lo usa non sempre è "Cattivo", ma che in quanto a concetti, valori, sentimenti è semplicemente "Ignorante"! Certo che lo avevo un cuore ed era un cuore di cui si poteva andare fieri, uno di quei cuori felici di donarsi. Oggi, quel cuore, lo tengo ben nascosto nel petto, non perché io non sia più fiera di lui, ma perché ancora porta ferite e cicatrici che non devono rischiare di aprirsi ancora. Quante volte ha regalato possibilità già sprecate in partenza e magari lo sapeva pure, ma lui non si è risparmiato e ancora una volta si è esposto e ha rischiato e come sempre ha pagato. Oggi sa che su alcune situazioni e persone, l'unica cosa davvero giusta da regalare è "Silenzio, assenza e distacco". Quel cuore che oggi proteggo con la ragione, porta dentro di sé ancora affetti poco meritevoli. Affetti che non meritano il posto che hanno, ma lui quell'affetto lo ha provato veramente, lui ha amato e voluto bene veramente, in fondo cosa ha sbagliato? Crederci, donarsi, rischiare, combattere e perdere?! Cosa ha sbagliato... Niente! Lui ha una coscienza pulita, cicatrici che sono come medaglie, esperienza, saggezza e se mai... Se mai la vita gli offrisse la possibilità di amare ancora, lui lo farà! E credetemi, saprà farlo più forte delle volte precedenti, con più forza, fiducia e fierezza. Sarà in grado di donarsi ancora, ma prima di farlo metterà a dura prova chi ha di fronte. Perché lui ancora vuole donarsi, ancora è disposto a rischiare e a lottare, ma non vuole inaridirsi ulteriormente. Non vuole più spaccarsi in mille pezzi, perché sa che nel ricostruirsi ci sarà sempre qualcosa che non tornerà al suo posto e di pezzi mancanti lui, ne ha già molti. Lui adesso aspetta solo qualcuno che come lui oltre che donare sia capace di arricchire!