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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 dicembre 2005
    Incontri notturni

    Come comincia: Un uomo.

     La musica accompagna la strada lucida, i semafori vanno a tempo. La pioggia conta le battute e salta sul vetro. Di notte la città perde il nome, diventa un labirinto di viali e strade. Tutte uguali, in ogni città. Un giro di manopola, il volume si alza e copre i pensieri. Il piede diventa pesante lungo viali svuotati , gli alberi scappano di lato. C'è solo un urlo nella testa. Il dolore è un urlo. Gli addii urlano e si corre per scappare lontano e non sentirli. Forse le lacrime e la pioggia confondono i colori e i semafori diventano tutti uguali di notte.

    Una donna.

     La notte sarà solo un intermezzo per il domani dove trovare ancore le parole appena lasciate nell'aria. I desideri realizzati dopo giorni. Le sue carezze sono ancora sotto la maglia che frugano nel cuore. La pioggia e la notte fanno sorridere mentre al semaforo bagnano il cellulare con l'ultimo messaggio della notte: "Stanotte non dormirò: sei il mio sogno ad occhi aperti." Forse la pioggia e la felicità confondono i colori e i semafori diventano tutti uguali di notte.

    Un uomo e una donna.

     Il tempo di guardarsi, un solo istante. I visi senza espressione chiudono solo gli occhi e immaginano un'altra storia. Il parabrezza è un'esplosione di colori. Il clacson piange, la musica continua, il cellulare lampeggia. La gioia attraversa la strada del dolore. Il dolore travolge ogni cosa, senza una parola. Solo il fischio di una frenata, lo schianto della fine.

    Solo un titolo per i giornali di domani.

  • 30 dicembre 2005
    Un altro mondo

    Come comincia:

    Le luci sono spente.

    Mi piace venire qui quando non c'è nessuno. Cammino piano e ascolto il rumore dei miei passi sul legno. Queste assi mi parlano. Mi dicono cose che mi piace ascoltare; miliardi di parole che si avvicinano e che aspettano il loro momento.

    Chiudo gli occhi e le parole entrano in me. Sogno con loro, mi danno una nuova vita, mi regalano un'altra avventura. E sono naufrago su un'isola , sono Principe di Danimarca, sono poeta spadaccino, sono diavolo sull'altalena, sono un veneziano geloso.

    Non sento il caldo, non sento il freddo, la bocca è asciutta, il cuore danza nel petto, e loro, le parole, che si mettono in fila per uscire, una dietro l'altra, con un ordine preciso, con il giusto tono, con la giusta intenzione. E schizzano fuori dalla bocca, entrano in sala, si aggirano tra le file e si appoggiano sui ricordi, aprono porte antiche, trovano lacrime nascoste, rubano risate alla tristezza, ricordano gesti famigliari, ti trascinano in un altro mondo.

    Riapro gli occhi. Le parole continuano a girare, in me. Domani saranno qui ad aspettarmi. Domani, quando da dietro il tendone del sipario sentirò le voci degli spietati sognatori, che con un biglietto comprano un viaggio e un po' della mia vita.

    E' tardi, esco dall'uscita di sicurezza. Lascio dentro applausi e lacrime, risate e emozioni.

    E respiro l'aria del mondo. Qui fuori bisogna essere solo bravi ad improvvisare, il resto è un caso.

    m e r d a,  t a n t a  m e r d a*

     

     

    * (è usanza in teatro, prima di una rappresentazione, dirlo come augurio. Una volta, quando si andava a teatro, se uno spettacolo aveva avuto successo, quindi affluenza di pubblico, lo si valutava dallo sterco di cavallo davanti al teatro. Ergo...)

  • 30 dicembre 2005
    Pippo Mantella

    Come comincia:

    Nel comune di Militello V.C. (CT), negli anni cinquanta, viveva un uomo, conosciuto come  Pippo Mantella, banditore, ma tale professione la esercitava solo quando gli veniva dato l’incarico dai commercianti del rione. Le sue curiose sceneggiate eccentriche, creavano buon umore agli abitanti del quartiere ed erano indice di attrazione, nel momento in cui si trovava a bandire il prodotto, da parte di una gran moltitudine di ragazzi che con schiamazzi, spesso, lo scherniva. Quando egli passava si fermava ai quattro canti del quartiere, e con il suo rullo di tamburo, fatto con un bidone quadrangolare, annunciava con voce baldanzosa, il prodotto del giorno, e diceva: “A sasizza s’innicalau“ Gridava con tutto l’ardore, continuamente, fino a che la sua voce arrivasse alle orecchie delle massaie impegnate nelle faccende di casa, per dare loro l’opportunità di recasi al mercato a comprare l’offerta del giorno e così preparare la cena per i loro mariti, al ritorno della mietitura. Dopo, un prolungato rullo, la sua voce inconfondibile coadiuvata da gridi, s’innalzava nell’aria rarefatta del mattino, mentre gli facevano da sottofondo le risate dei passanti incuriositi dai gesti che l’intraprendente banditore, con rudimentali mezzi di comunicazione, svegliava chi ancora dormiva. Quando replicava il messaggio, dopo alcune ore, trovava  noi ragazzi che ci accalcavamo per assistere la strana esibizione, che agli occhi degli altri, come in un teatro, portava la buona novella del giorno, insieme con il ripetersi arcano del quotidiano vivere di piccole cose, a noi produceva momento di derisione e scherno, mentre il tutto, rappresentava i personaggi, come se fossero rinvigoriti dalla presenza dei raggi del sole, divenendo attori di un quadro espressamente mondano. La semplicità si estendeva in folta coltre sopra i cuori delle laboriose donne, e tutto si specchiava genuino e umile allo sguardo del forestiero.  In questa vita profana, v’era qualche indiscreto momento, in cui qualcuno dei ragazzi, beffeggiandolo, gli faceva fuoriuscire dalla bocca schiamazzi e acri ansiti di rabbia, prodotti dal suo temperamento piuttosto eccentrico. Con tutto il tamburo pendolante tra i sudici pantaloni e la sguarnita camicia, lo  si vedeva correre al simigliar d’un clown,  sballottando quel bidone a destra e a manca mentre cercava di raggiungere quel ragazzo che lo aveva offeso. La sua forza presto, però, lo abbandonava e, ansante lasciava la preda, ritornando con aspro brontolio, al malaugurato angolo. Così iniziava di nuovo a rullare il tamburo delle offerte del giorno: “ A canni sinnicalau” gridava con voce avvoltolata, rullando forte e scaricando l’ira sul bidone, che pian mostrava segni di cedimento mentre il suono, già diveniva stonato. Di rado, era retribuito per le sue prestazioni, anzi spesso veniva pagato in natura, e così facendo, il commerciante con poco lo accontentava, ed egli ne era soddisfatto.

    Pippo Mantella, si adattava in molti servigi comunitari nel paese, specie quando faceva il sagrestano nella parrocchia. Il parroco,  benevolmente, gli aveva assegnato il compito di suonare, tutte le mattine, le campane per l’ora della SS Messa e quando si sentivano suonare, un pensiero ed una riflessione andava a lui, elogiandolo per il suo impegno e per la sua devozione. Era un perfetto chierico nel servire il culto e nell’accendere e spegnere le candele, sembrava di avere tutto sotto il suo controllo e a benemerito di ciò, cantava la litania con voce eloquente, piena di vitalità e di fede  Nel periodo che precedeva la festa del Santo patrono egli si prodigava di raccogliere le offerte insieme agli altri diaconi e con il suo modo di cantatore si fermava ai quattro canti, e come era solito, rullando e gridando, incitava i paesani a collaborare con le offerte, perché il patrono li avrebbe così benedetto, per la prossima annata.  Molti si avvicinavano e mentre donavano il loro contributo al diacono che gli stava accanto, chiedevano a Pippo di cantare la supplica della festa, ed egli onorato, stringendo e modulando le labbra imitava tutti gli strumenti musicali. Il momento era veramente mistico, l’insieme dei suoni vivaci che procurava con la bocca ed il conseguente raccoglimento dei cuori affascinati, creavano tutt’intorno, un legame spirituale che consolidava la fratellanza e l’amore nella piccola borgata.  Passata la festa, lo vedevamo affaccendato a preparare la sua celebrazione, e questa era la sua personale festa che sarebbe avvenuta all’ottava. Egli, aveva procurato una statua del santo, di piccola dimensione, e a questa, gli costruì la vara da portare in giro nel paese. Era dal peso complessivo di circa trenta chili ed il santo era illuminato con lampade a batterie, il quale veniva caricato sulle sue spalle e portato in giro nei sobborghi, mentre Pippo echeggiava con grande ardore, inni e lodi. Ad ogni angolo delle vie, gli veniva chiesto di fermarsi, egli deponeva il santo e faceva un girotondo con passi di danza rituale, mentre con la bocca imitava i fuochi d’artificio. Dopo, innalzando la voce rintronava la musica religiosa, esibita con tutta la sua forza. Era uno spettacolo singolare e divertente che nessuno si voleva perdere, infatti il suo passaggio era atteso come un avvenimento religioso che si convenga. Pippo Mantella sta arrivando con il santo, dicevano, il suono del campanello, che egli era solito suonare ad ogni fermata, era il segno che si trovava nei pressi e che tutti si raccogliessero per assistere a quel caratteristico spettacolo. Molti dei paesani, davano delle offerte affinché potessero servire per lui e per la buona riuscita della festa che egli avrebbe preparato per l’anno avvenire. Divenne popolare in tutti i paesi vicini, tale che molti curiosi venivano proprio per lui, per assistere a questo suo voto, di venerare il santo Nicola, patrono del paese.

    Quest’uomo sembrò costruirsi un mondo personale dentro il mondo in cui vivevamo. Egli si rese indipendente da ogni vincolo di sottomissione e di ipocrisia mondana che regna tutt’oggi, nella società. Libero da ogni pregiudizio, procedeva nel suo cammino, deridendo nel suo intimo la società stessa che rideva di lui. Nella sua ingenuità, si distaccò dalla così detta “zizzania” e dall’invidia, creandosi un mondo, puerile, ma sano di ogni amarezza e di ogni antagonismo, che  gli permetteva di vivere sereno ed essere amico di tutti.  Il rullo del tamburo, oltre a pubblicizzare, voleva significare il richiamo a svegliarci per accostarci a quelli che sono i valori della coscienza e dell’altruismo, che sicuramente, ci sollevano dall’angoscia.

    Pippo Mantella insegnava la vera relazione sociale e tutti  lo deridevano, insegnava il vero amore ed era offeso, voleva creare una grande famiglia di tutti i paesani, ma non era capito. Veniva spesso sfruttato e lui si accontentava del poco, e giammai desiderò il molto. Ma quello che ripudiava era l’offesa, la mancanza di rispetto che i ragazzi non gli davano, e non sopportava che i genitori fossero indifferenti quando egli mostrava segni di insofferenza per le offese ricevute. La società, avvolte, è come una nave senza timone, ha la capacità di sottoporsi a  grandi pesi di solidarietà e di sacrificio, ma nello stesso tempo non sa intravedere la giusta causa di un indirizzo sociale che porti al miglioramento ed al benessere morale. Avendo, egli compreso ciò, si discostò dalla giungla del pregiudizio e dagli obblighi, per crearsi un tipo di vita differente, mentre viveva nello stesso ambiente. Riuscì a tener compagnia a coloro che avrebbero dovuto confortare lui. Con le piccole cose egli contribuì a creare le grandi cose, con le piccole e buone maniere contribuì a mostrarci, una buona società morale. Ma è opinione di molti che la società tende ad essere meno responsabile e più egoista, e sebbene essa progredisce, in modo sorprendente, non si può dire la stessa cosa per i sentimenti umani, valori, che debbano essere maturi in una raffinata società, che purtroppo, nessun miglioramento si prevede, ne per il  presente ne per il futuro. 

    Pippo Mantella sembra avere fermato l’effetto di questa disgregazione sociale, rimanendo integro nel suo piccolo mondo ingenuo e consapevole dell’evolversi dei tempi e dei costumi, non si adeguò alla conformità del cambiamento disinvolto e senza pregiudizio dell’era moderna, anzi combatte con estrosità con le sue armi e cercò di mettere a nudo l’atteggiamento culturale della fine del ‘900, dell’incauto declino del sentimento romantico, mentre viveva soffocato, in esso. Così il rombo del suo tamburo sembra annunziare  l’avvicinarsi del tempo tecnologico, e la sua voce, l’imminente tonfo di quel vento che distrarrà parte della mente umana dai molti sentimenti, ed insabbierà la volontà di recupero per ritornare sui vecchi passi del buon riviere. 

    Pippo Mantella faceva ridere con le sue trovate, sia quando, in inverno indossava i pantaloncini e canottiera e andava in bicicletta intorno al paese, sia quando lo vedevamo con il santo patrono sulle spalle, tutto addobbato di fiori, mentre con la bocca intavolava musica e fuochi d’artificio. Ormai era una consuetudine vederlo in giro con nuove trovate. Il suo portamento ingenuo e serio incitava tutti a collaborare alla sua stravagante impresa. La sua età era intorno ai quaranta ed era con pochi capelli e di alta statura, mi ricordo che era l’amico di tutti, ed era sempre pronto a servire. Onesto ed integro, non si senti mai di aver procurato del danno o delle molestie a qualcuno, lo dico, riferendomi alla malsana società di oggi, ma allora, a queste cose nemmeno si ci pensava, l’ingenuità era carattere.

    Indimenticabile fu la sua caratteristica personalità, egli seppe insegnare l’umiltà a molti, forse anche a me, e a chi, guardando nel passato si ricorda di lui, riscoprendo le meraviglie di un semplice animo che si contentò di poco, pur di acquistare il molto dalla grazia di Dio.

  • Come comincia: «Chi vuol legare a sé una Gioia distrugge le ali della vita ma chi bacia una Gioia e la lascia volare vivrà nell’Alba dell’Eternità.» William Blake («Eternity»)
    Avevo la vita, la calda vita nel cuore, anzi pareva quasi che tenere gemme di rosa, nate da dentro, dal cuore, sbocciassero in ogni suo angolo, a renderlo più tumido, quasi gonfio di gioia.
    Fuori faceva freddo, e il vento dalla tempestosa mano picchiava contro gli scuri implorando attraverso le fessure della mia finestra: «Fammi entrare, ragazzo! Fammi entrare!». Io però me ne stavo arrotolato al calduccio sotto le coperte e lo ignoravo beatamente, godendomi la sensazione di gioia che con tanta generosità sprizzava dal mio petto.
    Ma poi, sporgendo adagio il capo da un orlo della coperta come una tartaruga che esce dal guscio, scorsi accanto a me la candela che smoccolava ormai consunta e vidi la sua ultima fiamma vacillare. Il vento, penetrando a forza nella mia stanza, me la spense, e proprio in quell’istante precipitai nel sonno.
    Forse dormii per un’ora, o forse due, ma so per certo che durante quel breve viaggio nel tempo raggiunsi il cuore della notte, il nucleo oscuro e silenzioso in cui palpitano i misteri che stanno per essere rivelati.
    Fu allora che udii quel gemito.
    Pareva il rantolo di una voce millenaria, sorta dalle profondità della terra a risvegliare la mia coscienza assopita... oppure era soltanto l’affanno del mio respiro, fattosi più greve a causa del sonno... o chissà, il reiterato sospirare del vento, quell’amico importuno che non voleva saperne di darmi pace. In ogni caso, impossibile continuare a dormire. Aprii un occhio, poi l’altro, e dopo essere rimasto per qualche istante in ascolto col fiato sospeso, compresi con orrore che non erano né il mio respiro né il sospirare del vento a produrre quel suono – perché anzi il mio molesto amico aveva smesso da un pezzo le sue perorazioni. Quel gemito proveniva, ahimè, da sotto il mio stesso letto!
    Non sono un codardo: al contrario, ben poche cose al mondo mi fanno paura. Persino i serpenti, col loro silenzioso strisciare, m’ispirano simpatia e sono i graditi ospiti dei miei sogni; e i topini che rosicchiano i ceppi nella legnaia, rincorrendosi tra i rami e le fascine, mi fanno spesso lieta compagnia durante i miei solitari pomeriggi di lettura su in soffitta. Ecco, forse i ragni... i ragni, sì, mi hanno sempre messo addosso qualche inquietudine; eppure ho imparato a osservarli di nascosto, quando, inconsapevoli d’essere spiati, sollevano le teste tra le zampette smilze e ricurve e le muovono a destra e a sinistra come l’occhio vigile di un telescopio.
    Ma quella voce!... Nell’udirla, il sangue mi si agghiacciò nelle vene. Tuttavia non sarebbe stato degno di me, della mia audacia, se me ne fossi rimasto ancora sotto le coperte, immobile e appiattito come un rettile. Raccolsi tutto il coraggio possibile e pian pianino calai la testa oltre il bordo del letto...
    Ebbene, era proprio lì... quella cosa!
    La osservai con attenzione. Verde, rugosa, putrefatta. Nonostante i suoi occhi fossero chiusi, quasi serrati, ebbi la netta sensazione che potesse vedermi.
    «Fammi uscire, ti prego!» supplicò in un gorgoglio strozzato. «Un solo istante! Uno solo!»
    Che fare? Ogni creatura sofferente, anche la più difforme, mi ha sempre ispirato profonda pietà. E nel sentirla implorare così, con quella vecchia voce arrochita e fievole, il cuore mi s’inzuppò di pena. Cosicché, armatomi di santa pazienza, la trassi da sotto il letto.
    Non c’è che dire, era davvero brutta! Una mummia verdastra, livida e imputridita, dal puzzo nauseabondo. Chissà da quanti millenni se ne stava immobile, avvolta nelle sue bende di morte. Fortuna che avesse incontrato proprio me, così generosamente disponibile a farle prendere un po’ d’aria...
    Mi ringraziò con voce commossa, e i suoi occhi si riempirono di lacrime che piano le sgorgarono tra le palpebre serrate, scorrendo giù per le gote ragnose. Non volle dirmi il suo nome, ma mi narrò la sua storia - una narrazione lunga secoli, - rivelandomi come l’umanità, nello stadio della sua prima fanciullezza, avesse appreso a sottrarre i corpi dei defunti ai naturali processi putrefattivi per mezzo di complesse tecniche d’imbalsamazione.
    «Certe procedure non dovevano essere poi così rudimentali se si è conservata tanto bene fino a oggi...» argomentai tra me. E risolsi che da allora in poi mi sarei preso cura di quell’anima in pena.
    Starsene immobili nei secoli non dev’essere una cosa piacevole: così ogni giorno le portavo da mangiare imboccandola pazientemente, e lei mi manifestava la sua gratitudine narrandomi in cambio storie di piramidi e civiltà sommerse, che ascoltavo pieno di sacro, affascinato stupore. Conobbi così il segreto del mondo: dai tempi di Lemuria, culla della razza umana, e della scomparsa di Atlantide sprofondata negli abissi, fino e oltre quelli in cui sorse la Sfinge, segreta custode dell’Arca dell’Alleanza, e furono innalzate le Piramidi di Giza in allineamento con gli astri della cintura di Orione.
    Naturalmente, in quei giorni ebbi cura di non farmi vedere né udire da nessuno. E poiché in casa c’era sempre qualcuno – i miei parenti, mia madre, mio padre, i miei fratelli, per non parlare dei loro ospiti, quei rumorosi bevitori di vino che nelle notti lucane di carnevale bussano alle porte mascherati di nero, a turbare coi loro campanacci i sogni tranquilli dei ragazzini innocenti, – dopo aver nutrito in segreto la mia mummia, tornavo a nasconderla sotto il letto, nella speranza che il puzzo di cadavere non destasse sospetti.
    Certo mi presi buona cura di lei, poiché la vedevo ringiovanire ogni giorno di più. Finché un mattino, traendola come sempre da sotto il letto, trovai distesa al suo posto una splendida fanciulla bionda che mi ringraziava coi grandi occhi sorridenti. Io, che avevo amato la mummia, brutta e ripugnante com’era, leggendole dentro con lo sguardo dell’anima, con quanto più ardore mi accesi di amore nel vederla trasformata in quella deliziosa creatura profumata che stringevo tra le braccia!
    Eros mi trafisse il cuore con la sua freccia rovente ed io la presi con tutto l’impeto della mia gioventù. Della qual cosa essa non mancò di ringraziarmi, ricambiando il dono del mio essere con tutta se stessa.
    Il mattino dopo, ansioso di riabbracciare la mia mummia (ormai non più tale per fortuna), mi affrettai a trarla dal suo nascondiglio. Ma quale fu la mia sorpresa quando, chinatomi accanto al letto e sollevati i bordi delle coperte, scoprii che essa non c’era più!
    Mi guardai intorno smarrito: la finestra era aperta!
    Corsi al davanzale. Fuori, un sole luminoso aveva spazzato via l’inverno, e nell’aria tersa e azzurrata di quell’insolito mattino un uccello dal piumaggio color del sole volteggiò davanti ai miei occhi.
    Era lei! Quell’anima meravigliosa aveva operato una delle sue metamorfosi e si era trasformata ancora una volta.
    Si fermò accanto a me e mi ringraziò con voce melodiosa: «Caro amico, grazie per avermi liberata da quelle grevi spoglie di morte e per aver riversato su di me Compassione, Pietà, Pace e Amore. Tu hai finalmente sciolto il debito che da millenni mi teneva legata alla terra. Ma ora non posso più trattenermi qui, il Cielo mi chiama. Addio!»
    Me lo disse con tristezza e insieme con gioia. Con gioia, sì, perché in un festoso sbattere d’ali spiccò il volo e se ne andò lontano, lasciandomi solo a piangere: «Addio! Addio!»
    Alla fine, in preda a un’emozione oscillante tra lo sconforto e l’incerta speranza di rivederla un giorno, ricaddi sul letto e mi addormentai di un sonno greve e profondo come la morte.
    Giunse la notte, il vento venne ancora alla mia finestra e questa volta entrò senza pregare, finché, nonostante l’oppressione del mio sonno di piombo, non udii di nuovo quel gemito: il rantolo greve e gorgogliante dei secoli. Ma i miei occhi erano troppo stanchi e pieni di pianto per aprirsi, le mie braccia troppo gravate dal dolore per muoversi. Mi sembrò poi che sul mio corpo incombesse il peso dei millenni e di tutte le piramidi del mondo, comprese quelle di Giza allineate alla cintura di Orione, e l’enorme mole della Sfinge, e l’ombra di Lemuria, e che mi travolgessero i flutti degli oceani, sospingendomi verso i loro più remoti fondali, dove giacqui sepolto sotto le cinta di Atlantide inabissata per l’eternità.
    L’alba mi trovò così: disteso sul letto, immobile, verde e imbalsamato. Una mummia putrefatta dal dolore, avvolta nelle sue bende di morte.
    Ora anch’io ho smesso di essere una mummia: e per fortuna! Perché altrimenti non sarei qui a scrivere questa storia; ma mi sono trasformato in una bella fanciulla e poi in uccello, e ho cantato a lungo - ah, quanto splendidamente! - sicché tutti mi pregavano: «Canta, canta ancora!»
    Ma la vita di un uccello è assai fragile e breve, per di più esposta alle lusinghe del mondo e al rischio che qualcuno tenti di metterla in gabbia: cosa che non avrei voluto mai e poi mai! Mi è già bastato essere per un po’ una mummia imbalsamata, che non è una delle migliori esperienze, vi assicuro. Alla fine strappai una penna, una grande, bellissima penna dal mio piumaggio di sole, la intinsi in un calamaio e mi trasformai in me stesso. Ed ecco perché ora me ne sto qui seduto, a raccontare di mummie, di fanciulle che ispirano amore, di uccelli che cantano e di una piuma che scrive.

  • Come comincia:

    Vigilavo con estrema cura i ricordi. Forse spesso era proprio questo che mi dava più fastidio di me stesso. Quest’estrema memoria del mio passato. Questa estrema precisione nel ricordare date ed eventi; persone ed impressioni. A volte non è facile confrontarsi con tutti questi ricordi.

    Ricordavo persino l’odore della polvere che avevo addosso dopo un’intera giornata di calcio all’oratorio. Quando terminava la scuola in giugno era il periodo più bello poiché si giocava tutta la giornata.

    Si scendeva al parco subito la mattina, a volte già verso le 9.30 iniziavano le prime partite.

    Io c’ero. Poi c’era il tempo per una veloce pausa pranzo in casa, la cui finestra dava comunque sui campi da giuoco in modo tale da rimanere sempre informati su quello che accadeva.

    Appena dalla finestra scorgevo la presenza nel parchetto di amici fidati con cui giocare a calcio mi precipitavo immediatamente giù. Si, correvo verso il parchetto. Non riuscivo proprio a camminare. Non riuscivo a percorrere con calma quel lungo corridoio che s’incuneava tra me, l’enorme palazzo e la gioia del parchetto. Avevo l’ansia di arrivare.

    Erano momenti frenetici quelli perché avevo paura di rimanere escluso dalla partita, quella sul campo centrale, quella partita che era visibile da tutto l’enorme palazzo.

    Non era la solita partita giocata sull’erba dove le porte erano fatte d’alberi.

    Non era neppure la partita giocata giù all’oratorio sul pavimento di lastre bianche e le porte disegnate sui muri.

    Era la partita sul campo di polvere. Le porte erano gigantesche. Bianchi pali di ferro un po’ arrugginiti. Era la partita seria, quella che ti stancava di più e quella in cui giocavano i ragazzi più abili. Si facevano prima le squadre.

    Di solito i due più bravi riconosciuti da tutti sceglievano la loro squadra a pari o dispari.

    Esser scelto per primo voleva dire esser uno dei più forti. A me capitava ogni tanto e mi sentivo bene dentro. Ci conoscevamo tutti. Era tutta gente che giocava.

    Il mio palazzo ha sempre sfornato gente che se la giocava a pallone. Quando ero piccolo pensavo che l’ambiente duro e difficile di quel palazzo, le difficili situazioni in cui riversavano la maggior parte di quei ragazzi erano un’ottima scuola di vita e anche di calcio.

    Pensavo fosse Dio a stabilire questi premi.

    Ero davvero contento che tutta quella gente sapesse giocare così bene, anzi addirittura orgoglioso che abitassero nel mio stesso sconfinato e tremendo palazzo.

    Ero convinto che Dio fosse giusto a dare queste doti a quei ragazzi che avevano comunque molte sofferenze familiari. Frequentavo ancora molto la chiesa e ringraziavo spesso.

    Avevo solo 9 o 10 anni. Ma attraverso questo processo ci passano tutti.

    Ero a conoscenza di casi davvero difficili. Mia madre insegnava nella scuola malfamata del quartiere e spesso mi raccontava qualcosa. Sembrava quasi che volesse farmi capire quanto fossi fortunato per non vivere quelle situazioni difficili. Ma spesso era cieca anche lei e io ancora non lo capivo.

    Quanti ragazzi ho conosciuto? Il mio palazzo era una scuola calcio.

    Oggi molti li rivedo. Non con tutti mi saluto. Ma NESSUNO ha la mia memoria. Molti sono ingrassati. Io ai tempi ero un po’ grassoccio e goffo ma mi sono sempre arrangiato abbastanza.

    Ma ora non si pensa più alle partite da fare nel campo di polvere. Il tempo manca ma forse sono cambiati anche gli interessi. Eppure il parchetto è ancora pieno. Il campo di polvere però non esiste più…è stato sostituito da materiali sintetici e reti protettive. L’entrata è controllata.

    Il mio è un palazzo davvero gigante. Enorme. Ci sono 11 piani per 11 scale e di gente c’è né davvero molta, d’ogni genere. Oggi non conosco più i ragazzi che giocano a pallone.

    Non conosco neppure più le situazioni difficili ma sono sicuro che persistono. Sono ancora attento ma in diverse direzioni. L’enorme palazzo sicuramente sforna ancora prodigi del calcio.

    Una volta ero orgoglioso di tutto questo.

    Ora ho solo tante, tante domande.

  • Come comincia:

    Nell´ambito della società "di tipo occidentale", nella quale noi siamo violentemente proiettati, quante volte si può scegliere? O meglio quanto spesso ci illudiamo di aver scelto? Spesso siamo convinti di cose che solo all´apparenza sono veramente come pensiamo noi. L´idea dell´esistenza di un gruppo ristretto di persone che "vuole tenerci buoni" per i suoi scopi non è poi così infondata, e personalmente già da un po’ la ricamo.

    Ci viene offerto e servito un servizio di svariati oggetti e servizi per permetterci di vivere, anzi direi meglio di sopravvivere.

    Lavoro-casa-automobile-famiglia-istituzioni-leggi (qualcuno che le fa e si preoccupa di farle osservare, compito affidato ai servi dei servi). Su questi "servi dei servi" vorrei tra l´altro aprire una brevissima parentesi. Per il compito loro affidato, e cioè quello di far rispettare le leggi, proteggere i cittadini (forse anche prima spaventarli per poi proteggerli) ed essere i gestori della giustizia e della quiete, si potrebbe presupporre che loro posseggano alti requisiti morali e di intelligenza...purtroppo è tutt´altro. Ma su quest´argomento tornerò poi in futuro, perché molto mi preme.

    Torniamo invece alle 6 parole guida della nostra società.

    Innanzitutto il lavoro. Ad esso si dedica la maggior parte del giorno, della settimana, dell´anno, ergo della propria vita.

    Nel 90% dei casi un lavoro che non ti remunera giustamente per la fatica e l´impegno dedicato.

    I sacrifici fatti non sono certo compensati adeguatamente.

    Ma questo perché? Eppure le banconote vengono stampate dalla zecca di stato e quindi sono in circolazione. Semplice: qualcuno, e anche molto vicino a te, deve guadagnare 5,10 o anche 20 volte quello che guadagni tu pur investendo più o meno il tuo stesso tempo.

    Non si lavora per se stessi ma per mantenere la propria famiglia, per potersi permettere gli svaghi.

    La sera si ritorna a casa. Possibilmente villetta a schiera con taverna ed erba tagliata all´inglese. Noi vogliamo tutto anche se spesso non possiamo permettercelo. Quindi si cerca una casa lontana dalla città, dal lavoro, dagli amici, dal proprio quartiere d´infanzia; dove i prezzi sono + accessibili e l´illusione è in vendita. Non importa se la mattina bisogna percorrere 40 km per andare al lavoro.

    Le code in tangenziale non sono un problema. Neppure sotto il sole cocente cattivo milanese.

    L´automobile pure deve essere di alto livello e comunque comoda. Non è la velocità che interessa.

    La voglia di velocità ed adrenalina non si può sfogare poiché siamo tutti in coda ma appena tenti di dar sfogo a tutti i cavalli legali che ti vendono legalmente, i servi dei servi hanno l´ordine di requisirti soldi e ultimamente punti (e qui comincia un nuovo giro di soldi di assicurazioni e di gabbole). Si aprono mutui fino a 50 anni, roba del tipo che diventeranno presto ereditari...proprio come i posti di maggior prestigio.

    Spero bene di trasmettere il fatto che non sto criticando i desideri delle persone, i loro sogni e tantomeno coloro che purtroppo guadagnano poco e che vorrebbero qualcosa di più. Penso questo sia chiaro.

    Io mi muovo contro la cecità e la sete di illusione. Voglio che non si partecipi a questo gioco le cui regole sono fatte da una cerchia troppo ristretta di persone.

    Chiudersi in casa e farsi spaventare dalla televisione: questo è un anello molto importante e saldo della catena. Come si è arrivati a questo punto? Penso che se un uomo di 80 anni fa (e quindi con rivoluzione industriale abbondantemente digerita) fosse proiettato in questa società schiatterebbe di infarto. È stato un lento ma progressivo e continuo partecipare di tutti sotto i voleri invisibili di qualcuno. Ma questi voleri sono talmente grandi che sono impercepibili ed incomprensibili per coloro che ne sono immersi fino in fondo. Immaginate di trovarvi sopra una scritta di caratteri immensi. Bene, non riuscirete certo a capire cosa c´è scritto a meno che non vi alziate da terra di 15 o 20 metri per poter leggere. Sembra un assurdo ma a volte è più difficile capire e accorgersene delle cose fino a che se ne è immersi dentro. Ci vuole distacco, lontananza e punti di vista differenti.

    Non si può andare avanti ad aver paura di tutto. Basta essere ligi a tutto ciò che ci viene presentato. Basta convincersi che qui ci sono le "cose giuste" ed i modi giusti di gestirle.

    Proteggere la propria famiglia. Le istituzioni che concorrono a tutto ciò e ci vogliono assicurare che è un nostro diritto proteggerci da tutto quello che può essere dannoso. Ma attenzione, tu avrai tutti i tuoi diritti solo se partecipi completamente al gioco. Se stai fuori sarai solo un emarginato incompreso e senza alcun diritto garantito. Solo con i vestiti puliti ti puoi presentare in un tribunale oppure a fare la spesa. Solo con i vestiti puliti e la faccia bianca la gente si fida di te.

    Solo cosi pensano che la tua sia una famiglia a posto e se quindi chiederai aiuto loro te lo daranno.

    Ma va bene cosi perché ti sei adeguato a tutto ciò che vogliono loro e magari neppure te ne sei accorto. Ormai sono diventati talmente abili che ci danno davvero tutto e sempre di più.

    Basta avere i soldi per pagare. Solo le famiglie in regola vengono ben viste. Probabilmente tutte le loro mosse sono registrate. Esistono dei "campioni" standard di cittadini sui quali effettuare statistiche e osservare le loro reazioni. Nessuno è più contento e tutti vogliono sempre di più.

    È incredibile ma anche tutto questo avrà una fine. Tragica purtroppo.

    È assolutamente NECESSARIA una presa di coscienza globale. Ma c´è n´è bisogno subito.

    Il problema è che ora la faccenda abbraccia troppi rami e si è diffusa globalmente e tutto è legato come una catena.

    Molto spesso le cose nascono perché ne devono nascere altre. Sono solo delle basi di lancio.

    Siamo ormai anche abituati a tutto e poca roba ci sconvolge. Troppa gente vuole mettere paletti agli altri e forse è pure contenta quando gli altri mettono loro questi paletti. Ci si riconosce quando si cammina. Esistono dei segni per comprendersi e per capire di giocare per la stessa squadra. L´importante è rispettare, perché finchè si rispettano tutte queste regole e si prende il numerino la mattina ci si può svegliare con la solita convinzione che la giornata che ci aspetta sarà esattamente tale e quale alla precedente. Qualsiasi variazione potrebbe creare panico. Dico basta a tutto questo guardare bene a chi ha tutte le carte in regola.

    Non si può continuare a chiudere le porte a chiavi. Tutto quello che si fa è solo perché ci è concesso da qualcuno. Il cane che la sera fa la pipì nell´aiuola sottocasa tenuto al guinzaglio dal lavoratore pulito. Non c´è più neppure un po´ di spazio per gli animali. C´è solo tanta, tanta paura nei visi delle persone.

  • 12 dicembre 2005
    Un giorno, per caso

    Come comincia:

    Sono qui, sola. Davanti a me il blu immenso, cielo di zaffiri che addolcisce l'austerità del mare tormentato come la mia anima. L'autunno è alle porte ma l'estate dona ancora calde giornate di sole quasi come per dispetto. Cammino, la brezza marina accarezza la mia pelle e mi trasporta in un'altra dimensione, un angolo di paradiso tutto mio dove ci sono io sola con me stessa. Nella mia testa? pensieri belli, ma soprattutto pensieri tristi, malinconici pieni però di speranza, la speranza che un giorno dalle mie lacrime nasca un fiore, il fiore della gioia. La risata di un bimbo come un dolce risveglio mi distoglie dai miei pensieri, è lì, tra le braccia della sua mamma, basta poco per renderlo felice, una smorfia buffa, un verso strano e tanta serenità! davanti a me tre pescatori attendono pazienti che qualcosa abbocchi mentre le loro donne tanta pazienza non hanno più, continuo a camminare, un bellissimo Labrador nero corre da me, vuole giocare, ma ecco arrivare lui, con un dolce sorriso si scusa e il mio cuore per un attimo si ferma, tante parole invadono la mia mente ma nessuna di esse riesce ad uscire dalla mia bocca, i nostri sguardi parlano per noi, e come se ci conoscessimo da sempre, un trasporto unico, i nostri corpi si attraggono inevitabilmente, un bacio, un solo, unico, indimenticabile bacio poi… uno squillo, in quel momento, ASSORDANTE di cellulare, sul display leggo: amore mio, sarà la fidanzata, la moglie, la figlia o l'amante… che importa, di sicuro non sono e non sarò mai io… PER FORTUNA!
    Riprendo a camminare... sola.

  • 12 dicembre 2005
    Gli amanti imperfetti

    Come comincia: Le due di notte. Il silenzio è piombato sui nostri corpi accesi, fasciati un po’ solo dall’appiccicoso lenzuolo di cotone bianco. Che splendida serata! La cena al club, al lume di candela, un salottino in cuoio rosso scuro, così invitante… ed ora, io e te, qui, insieme, stretti sul tuo letto ad una piazza e mezza, liberi di toccarci, baciarci, avvinghiarci in abbracci e giochi multiformi. Liberi sì, ma col peso dei casini quotidiani che rallentano la nostra voglia di sperimentare nuovi appetiti, nuove provocazioni.

     


    La porta finestra è aperta: assieme all’afa, entra un debole raggio di luna, che s’illude di illuminare le inquiete sensazioni che si aggrovigliano nelle nostre menti; fuori in giardino, il frinire pacato delle cicale si mescola al rombo delle auto che passano di tanto in tanto per la strada. Con una mano sento il cuore, cieco nella sua corsa. Le due di notte: già, è facile ascoltare il nostro respiro irregolare che vaga distratto dalle reciproche carezze che spendiamo tentando di carpirci desideri impronunciabili. Brevi, semplici parole, tra noi, formule rituali che celano un timore, “ansia da prestazione” dicono gli psicologi, chissà, ...


    Io e te: il tuo corpo comodamente adagiato sopra il mio, gli occhi esplodono in baci folli, ripetuti; le mani, le gambe si cercano e si lasciano, si perdono nel piacere profondo. Le labbra turgide inseguono il tuo odore dietro il collo, sulle spalle, poi giù, sempre più…Gli sguardi amano fissarsi un po’ per trovare conferme. Entrare ed uscire da me: un brivido di irrinunciabili secondi, che sale al cervello confondendo l’essere tra cielo e terra. Le due e mezzo di notte: sì morire d’un amplesso che pare insaziabile, non la ragione, solo l’istinto governa attimi eterni. Notte di fine agosto, è il tempo per un’anima anelante, che ha trovato infine se stessa e che ha in disprezzo la luce del nuovo giorno.


    Le tre di notte. “Ehi, stai bene piccola?” Nella penombra, due occhi vivaci scrutano ansiosi una mia risposta.  Con le dita, scosto placidamente un biondo ricciolo ribelle dal tuo viso. Che dirti adesso? “ Sì certo, grazie, Luca.” Ma la mente va oltre: tra i ricordi, in fondo ai pensieri, forse no, forse m’è indifferente sapere, forse non ho ricevuto da te ciò che in quei momenti ignoravo di volere. Appoggio il volto contro il tuo petto, ancora intriso d’acqua di colonia: la pace che m’infonde il tuo affetto monopolizza il mio corpo, si scioglie nel sapore inebriante ed esclusivo della tua morbida pelle. La tua voce scherzosa mi sussurra infine all’orecchio: “Ti va di farlo ancora?” Sì il tuo desiderio mi ha contagiato, m’induce ad osare un’altra volta.


    Lontano, sul marciapiede che cinge la strada, odo uno scalpicciare furtivo di ragazzi, i vicini probabilmente, leggeri ritornano da una festa, magari in riva la mare. Ricordo il nostro primo incontro mentre le palpebre socchiuse attendono che tu con arte lavori la mia essenza primordiale: era un mattino nuvoloso di primavera, sul mare spirava una debole bora che asciugava le fatiche, le delusioni non ancora sopite. Io vittima dei fumi dell’alcol al party in barca della sera prima, ero scesa sul piccolo molo che affiancava il Castello di Miramare, per fumarmi una sigaretta. Ero sfatta, vestita da cocktail, mi reggevo a fatica su tacchi vertiginosi, ma ho iniziato comunque a camminare. Tu eri là, seduto al limitare della banchina grigiastra e riprendevi fiato dopo un’estenuante corsa. “Ciao,…”Con un ingenuo sorriso mi hai salutato mentre ti passavo a fianco. Non so, forse temevo di avere delle allucinazioni da ebbrezza reiterata, non mi sembravi vero, non alle sei del mattino. In seguito mi hai confessato con molta tranquillità, “Non sai quanto sono stato felice di aver percorso circa cinque chilometri a piedi come quel sabato, perché ho avuto la possibilità di conoscere te, di deliziarmi della compagnia d’un angelo che da allora non ha più lasciato i miei occhi”. Eh, sì quanto tempo è trascorso…


    Ed ora noi due: non lo so, ma d’impulso, la bocca si apre per dirti: “Ti amo”, forse sbaglio, non conosco le mie emozioni, ma attendo una replica; la tua mano così scivola voluttuosa a disegnare la forma d’un efebico seno, e poi giù, sul ventre piatto, caldo,… Sentire, guardare, toccare, annusare, gustare: tutto in pochi minuti che fuggono veloci come ladri che credono di aver compiuto il colpo più importante della loro vita. Sì ma dopo? Nulla, il vuoto del cuore, una parola, una carezza si riversano in una serie abituale di gesti, di prassi poco esuberanti. Sesso, che significa fare sesso? Che succede poi,… dopo il piacere? Può darsi che sia venuto il momento di scoprirlo…


    Le cinque di mattina. L’alba è ormai prossima, si è levata una flebile brezza che spinge le candide tende ad ondeggiare qua e là, quasi a voler svelare una piccola passione. Un gabbiano grida il suo buongiorno al cielo che piano si terge dal suo sonno, alla città restia a rinnovati rigogli di vita. Peccato, solo qualche ora ancora e poi ci lasceremo, ognuno di nuovo calato nelle frenesie settimanali. Che stress, l’agenda oggi è proprio fitta d’appuntamenti: lavoro, corsi d’aggiornamento (caspita,devo uscire prima dall’ufficio perché alle sei devo essere a lingue,…), cena coi colleghi e poi… Ti sfioro delicatamente una guancia mentre fingi malamente di dormire: chissà se stasera ci rivedremo? Con un breve movimento, ti ridesti (scusa se ti ho disturbato!), sorridi, negli occhi ingenui e stanchi, l’Oceano che amo, così calmo, così blu infinito, mi bisbiglia: “Che c’è, Amore?” “Nulla” dovrei risponderti, nulla per non gettare al vento questo sentimento, ma… ho i miei dubbi da scoprire. Abbracciati l’uno all’altra, sembriamo due cuccioli in cerca di sicurezza per le nostre paure: è l’amore che ci pervade?


    “Luca, posso chiederti una cosa? A volte durante i nostri rapporti, ti osservo e penso: che stai provando? In altre parole, quando mi tocchi, quando facciamo sesso, quali sono le tue sensazioni? Eccitazione, desiderio,… ma poi che altro?”Domande, incertezze amletiche alle cinque e mezzo del mattino, dopo un’intera nottata in preda ai nostri istinti, risposte,… Già con lo sguardo tenero e le labbra lievemente dischiuse cerchi di insinuarti nei miei pensieri:” Non capisco che vuoi dire, Amore, “ le tue parole si accompagnano a confortevoli coccole mentre le tue gambe giocano dispettose con le mie” ciò che provo, beh… lo vedi, vedi ciò che sento, cioè…Oddio ma che domande mi fai a quest’ ora?” Fallimento totale: che stupida! Forse dovrei ignorare i miei interrogativi, continuare a vivere senza sapere, forse veramente non c’è differenza tra le due dimensioni,… No, io non mi arrendo! Mi stendo quindi su un fianco rovesciandoti supino, quasi al bordo del letto, accarezzo il tuo petto glabro, liscio, ti piace,… Sì, godono i tuoi sensi percependo il mio respiro su di te, sentendo le mie dita… “Vedi Amore io vorrei soltanto capire che ti passa per la testa, quel di più che il tuo corpo mi da, magari involontariamente, non so… Io vorrei comprenderti istante dopo istante, anche adesso che stiamo uno con l’altra.”. Tra imbarazzo che vorresti nascondere sprofondando nel soffice cuscino e passione che lasci trasparire guardandomi e schivandomi alternativamente con falsa ingenuità, sento il tuo cuore prigioniero di un’allegra confusione di battiti col sangue che vorrebbe schizzare volentieri fuori da ogni parte. Dubbi, soluzioni,… La tua bocca tuttavia d’un tratto dipinge una smorfia, mi osservi curioso, vorresti capire il significato delle mie parole, mi sorridi, ancora, ma diffidente: a che pensi?


    Le sei del mattino. L’Aurora dalle bianche mani ci accoglie quieta donandoci sensazioni di pace e freschezza mentre sulle strade cominciano a riversarsi i primi lavoratori, ancora piuttosto assonnati; la città fatica a riprendersi dall’ultimo fine settimana, caldo umido. E’ l’estate che pigramente si trascina e che non vuole cedere all’Autunno già alle porte; ieri le previsioni meteo annunciavano pioggia durante la settimana, pazienza,… “Allora, non mi rispondi? Devo suggerti io le parole? Non capisci? Io devo sapere… io non posso rimanere col sospetto che tu non provi, non comprenda le mie esigenze, le inquietudini,…” Sì, lo so sono crudele ora nei tuoi confronti: sei stanco,…


    In fondo è una domanda quasi banale la mia, a cui forse hai già risposto, involontariamente, coi tuoi gesti, questa notte che è appena trascorsa, ma tu troppo spesso sei avaro, una carezza al posto d’una frase, no io voglio scoprire che cosa si cela dietro a tutto ciò che abbiamo vissuto fino adesso. Parla dunque! “Scusa, tesoro, ma non so se ti sei accorta: sono le sei e mezzo del mattino, non ho dormito manco un minuto in tutto questo tempo, per soddisfare adeguatamente i tuoi bisogni e tu, che fai? Ti metti a fare della filosofia del sesso a letto! Ma che t’è preso tutta ad un tratto, eh? Vuoi una risposta? Aspetta, vado di là nello studio e consulto un po’ di libri …. Va beh, mi è passata la voglia di dormire oramai, mi alzo!”. Ti sollevi, lasciando cadere da un lato il lenzuolo,  da seduto, mi dai le spalle, poco abbronzate, emettendo un lungo sospiro: “Scusa non volevo essere duro con te poco fa, ma a volte sei veramente pazzesca con le tue idee, i tuoi discorsi incomprensibili!Io vorrei rispondere a tutte le tue domande ma…. Non ti capisco,… E poi ho sonno,…”. Filosofia, sì, per te la filosofia e la psicologia sono la stessa cosa, passatempo, cibo, nient’altro. Ti ho costretto ad arrabbiarti: di solito tu sei la pazienza fatta persona, mitighi con il tuo dolce sorriso ogni mio nervoso, le battute velenose. Neppure io pensavo che avresti reagito così. “Ti chiedo scusa anch’io, scricciolo, ho esagerato prima; non m’interessa il lato pratico dei nostri rapporti, la mia domanda era semmai più interiore ma è meglio lasciar stare, hai ragione sono domande assurde queste.”. Mi alzo, ti abbraccio delicatamente e baciandoti su una spalla: so che è solo un momentaneo scatto d’ira, so che è già svanito come la rugiada asciugata  dal tiepido sole.

  • 10 dicembre 2005
    Uno squarcio d'azzurro

    Come comincia:

    La lampadina dell’abat-jour, da qualche tempo ormai, funzionava ad intermittenza.
    Quella sera, sul comodino la boccetta dei barbiturici era vuota. Elisa accese l’ennesima sigaretta.
    Scese dal letto, indossò la sua bianca vestaglia e pigramente si avvicinò alla finestra.
    Con un tocco leggero poggiò le dita sui vetri.
    Amava farlo e accarezzarvi attraverso tutte le emozioni, ne sentiva il contatto tra le dita senza neppure sfiorarle.
    Questa volta seguiva il tratto di gocce di pioggia scivolare lentamente, poi più insistentemente.
    Il sonno tardava ad arrivare, indossò un paio di jeans, prese le chiavi della macchina e uscì.
    Vide da lontano l’insegna di un bar e rallentò.
    “Chiuso, la solita sfiga”
    Stava per ripartire quando si accorse, dai riflessi dei fari, che qualcosa si muoveva.
    Scese e con grande sgomento vide una bambina tutta rannicchiata che piangeva.
    “Come mai qui tutta sola a questa ora di notte?”
    Tremante non rispose. Elisa gli poggiò sulle spalle la sua giacca e la caricò in auto.
    Vide a pochi metri lo sbocco dell’autostrada, il tratto più breve per arrivare al primo commissariato.
    Continuava a piovere a dirotto. Improvvisamente qualcosa, velocemente, le tagliò la strada.
    Frenò di colpo accese le 4 frecce e accostò. Due grandi occhi impauriti la osservavano.
    Era un cucciolo di cane tutto infradiciato. Si chinò e lo raccolse.
    Si voltò per risalire in auto quando con grande sgomento si accorse che la bimba non c’era più.
    Adagiò il cucciolo sul sedile posteriore e la cercò, senza esito, per ore.
    Non riusciva a capacitarsi dell’accaduto. Sconvolta riprese a guidare, si diresse verso casa.

    Arrivò, stava per chiudere la portiera quando incredula vide il cucciolo.
    Lo prese dolcemente tra le braccia e lo strinse forte a sé.
    Sentiva quel piccolo cuoricino battere all’impazzata contro il suo petto, gli occhi impauriti ad implorare rifugio.
    Gli preparò del latte caldo, dei pullover smessi per riscaldarlo.
    Spostò una catasta di giornali quando gli occhi le caddero su un articolo d’alcuni giorni prima.
    “Incidente mortale sull’autostrada A3. Estratti, privi di vita, dalle lamiere un uomo, una donna e una bimba di 8 anni con, tra le braccia, il suo cucciolo”.
    È l’alba. La pioggia ormai si è arresa, uno squarcio d’azzurro.
    “Hope, lo chiamerò Hope”.

  • 10 dicembre 2005
    Colori

    Come comincia:

    Antonio indossò i pesanti guanti di protezione, come tutte le mattine, e cominciò a lavorare. Trainò in avanti il carrello, sistemò il sacco per raccogliere i rifiuti e, afferrata la ramazza, guardò innanzi a sé il lungo rettilineo grigio puntellato da cartacce, foglie secche, sacchetti e bottiglie abbandonate alla rinfusa nelle aiuole dei marciapiedi e nella sciara.

    Erano le sei del mattino e puntualmente cominciò il suo turno di lavoro, lui che era un lavoratore solerte e rispettoso, che mai aveva ricevuto una contestazione disciplinare. Ormai da anni faceva questo lavoro di netturbino, un lavoro come tanti, giusto per campare. Certo ci si sporcava le mani, spesso si veniva derisi per la strada, soprattutto dai ragazzini arroganti perché forti del loro futuro ancora intatto, ma la ditta era “buona”, pagava da contratto, ti pagava la malattia, e se rendevi ti dava anche un premio.

    La luce del sole alle sei del mattino è particolarmente dolce e l’aria, in questa bella stagione, ha un tepore che pare una carezza. Antonio volse lo sguardo verso il cielo perché gli piaceva ammirare il suo colore, e l’intreccio delle nuvole e, quando veniva l’autunno, anche gli stormi di uccelli che in blocco si  preparavano alla migrazione. Gli piaceva sentire il soffio leggero e carezzevole della brezza che lo rinfrancava della sveglia mattutina e lo emozionava prima di cominciare a spazzare.

    In passato gli capitò di lavorare al cimitero, il posto più orribile dove si potesse svolgere il suo lavoro. Fortunatamente i turni non erano mai notturni, ma si lavorava dalle sei a mezzogiorno, tranne ovviamente l’uno ed il due di novembre, quando si facevano gli straordinari. I suoi colleghi più fantasiosi si divertivano a raccontare, soprattutto ai più giovani o ai più sprovveduti, inverosimili storie di spettri capitate laggiù durante il lavoro. Alcuni ci credevano e rimanevano terrorizzati. Proprio a costoro il sorvegliante della zona decideva di far fare il turno serale dello straordinario: “ Picchì s’ana fari l’ossa” diceva, ma in realtà perché lo divertiva vedere innanzi a sé il malcapitato sbiancato dalla paura, che lo supplicava di non mandarlo a fare quel lavoro. E allora ecco che arrivava la contestazione disciplinare per insubordinazione, ed allora cominciava una sorta

    di grottesco inseguimento tra predatore e preda senza alcuno scopo, solo per il gusto di stabilire una supremazia o anche solo per passare il tempo.

    Antonio aveva vissuto tante situazioni come questa, ma fortunatamente mai in prima persona, lui che amava farsi i fatti suoi e starsene in disparte. Adesso lavorava in una zona vicino al mare, scostata dal centro, dal mercato, dalla pescheria, tutte zone in cui il lavoro era più duro e pesante. Mentre spazzava udiva il suono della ramazza che strisciava sull’asfalto quasi ansimasse ritmicamente e, senza che qualcuno se ne potesse avvedere, volgeva lo sguardo, i suoi occhi, verso il mare. Esso era lì disteso placidamente, la superficie leggermente increspata dalla brezza mattutina, la linea netta dell’orizzonte spezzava il suo azzurro intenso dal tenero celeste del cielo, e coriandoli dorati scintillavano sull’acqua gettati dal sole festoso del mattino.

    Oltre la curva si vedevano in lontananza i lidi, con le cabine di legno in costruzione, e qualche ombrellone chiuso piantato nella sabbia. I pedalò erano già sistemati in un’area a parte recintata da un cordone azzurro, e qua e là qualche bagnante in costume andava in spiaggia a prendere il sole. Quella era anche la zona degli alberghi, tutti bianchi con le imposte in legno o verdi o azzurre, e con il giardinetto davanti affollato di palme gigantesche. Già dal mese successivo questa zona sarebbe stata invasa dai turisti italiani e stranieri tutti biondi e bianchi di carnagione, pronti a scendere in spiaggia con le biciclette colorate. Antonio amava osservarli mentre pedalavano, lucidi di crema protettiva e coperti malamente dagli abiti variopinti, verso la spiaggia o verso il centro storico.

    Tutto ciò guardavano gli occhi di Antonio mentre la ramazza continuava ad ansimare ritmicamente sull’asfalto. Tutto ciò rimaneva impresso nel cuore di Antonio mentre il sudore affiorava inesorabile sulla sua pelle. Intanto aveva raccolto tanti mucchi di immondizie, e riempito il suo sacco. Ormai era mezzogiorno ed il turno di lavoro era finito, così come era finito il lungo rettilineo, e l’immagine dei lidi all’orizzonte scompariva pian piano dalla vista. Si recò al posto di firma, timbrò il cartellino e ripose ramazza e carrello nel deposito, lasciando il sacco chiuso perché chi di dovere lo caricasse e lo portasse alla discarica.

    Anche per quel giorno il lavoro era finito, il tributo di fatica alla società era stato pagato ed il pane era stato guadagnato onestamente. Tutto era a posto!

    Antonio si incamminò verso casa, con le mani finalmente libere dal peso dei guanti di protezione, raggiunse la sua autovettura e si diresse al quartiere popolare dove viveva con sua moglie e una bambina piccola di quattro anni.

    Le trovò nella cucina angusta, l’una indaffarata a preparare il pranzo, e l’altra intenta a giocare con carta e colori. Provava una grande tenerezza per questa sua piccina, per tutte le privazioni a cui la sottoponeva a causa di una insanabile mancanza di danaro. Eppure sempre si riprometteva che qualunque sacrifico avrebbe fatto pur di garantirle una vita migliore.

    Consumò il pranzo in silenzio, e non appena ebbe finito lento si alzò dal tavolo e si diresse verso la porta. Dalla cucina la moglie spazientita gridava: “Nun ti peddiri, com’o solito”. Antonio, dopo aver pranzato, aveva l’abitudine di allontanarsi da casa e di isolarsi. Prima di uscire di casa entrò in camera da letto e prese una valigetta contenente delle tempere e dei pennelli, il suo cavalletto, una tela bianca ed uno sgabello. Andò via e si diresse verso la scogliera, in un punto isolato che conosceva bene. Dispose il cavalletto, fissò la tela, si sedette sullo sgabello e aprì la valigetta con le tempere.

    I colori colavano dai tubetti sulle sue mani, e coprivano quel lerciume che il suo lavoro vi aveva stratificato. Impastava i colori per inventare le tonalità più impensate, quelle più vicine alla sua immaginazione, ai suoi sogni, alle sue visioni. Miscelando quei colori si sentiva come se qualcosa si sciogliesse dentro di sé, come se un grumo grande come il suo stomaco finalmente si dissolvesse e lui si sentiva leggero e libero e, finalmente, in pace con il mondo.

    Aveva tante tele dipinte nella sua casa, e sua moglie non ne aveva mai appesa una alle pareti, non le piacevano, anzi la facevano vergognare perché sembravano i disegni di un bambino. Ma su quelle tele l’anima di Antonio urlava forte la gioia della sua evasione.

  • 09 dicembre 2005
    Paura della libertà

    Come comincia:

    "Da me si lavora 8 ore più 45 minuti dovuti alla pausa pranzo e poi ogni giorno sta ai cazzi miei fare di più o di meno , basta che a fine mese non sia sotto di più di 2 ore e che se si esce prima delle 16.45 bisogna fare un permesso con recupero.
    Bene, ieri io sono uscito alle ore 16 e la gente lo ha preso come un atto di alta libertà annusata. Prima di uscire faccio il corridoio e chi mi incontrava si allarmava per quel mio non portare a termine la giornata completa, capiva che stavo andando fuori ad assaporare libertà di ore mai vissute all'aria aperta, qualcosa che quando capita è un evento poichè niente e nulla ti può bloccare dal fare le 8 ore del porcoddio.
    Insomma loro non erano invidiosi o comunque non era quello il sentimento maggiore che partiva dal cuore e usciva dai loro occhi, bensì una sorta di paura e smarrimento per quello che avrei potuto trovare fuori a quelle ore.
    Che potevo saper io se alle ore 16 non girano per Milano leoni e tigri, bande di saccheggiatori e quant'altro?
    Loro son solo sicuri e tranquilli che dopo le ore 16.45 la buona polizia del governo italiano pensa a mantener la calma per la città e ad assicurare ai cittadini un buon felice ritorno a casa, una metrò sicura, un ingorgo sicuro e pacifico.
    Insomma io stavo osando il non plus ultra, mi stavo avventurando oltre le colonne d'Ercole, ero quasi un eroe che voleva metter nero su bianco che esiste qualcosa prima delle 16.45 e che non è il nulla o il nero.
    E una storia triste e l'assuefazione alla prigione non ti permette un reinserimento nella società, ti fa sentire impaurito e sporco in coscienza se ti concedi qualcosa di più, quel qualcosa di più che una volta era la vita normale".

  • Come comincia:

    La luna ha un fascino particolare, sere come questa mi fanno star bene da sola.
    Forse con un libro di poesie di Marguerite Yourcenar, due dita di whisky per stordirmi un po’,
    anche se sono quasi astemia, sarà quasi dolce aspettare la notte.
    Rovistando nella libreria da un mio diario cadono i petali appassiti di un papavero ricevuto in dono.
    Me lo ha regalato Giacomo, sa che li adoro.
    Chissà perché ho sempre amato tutto ciò che ha breve vita: i papaveri, le farfalle. Forse perché tutto questo mi fa pensare alla breve durata che hanno le sensazioni più belle e che bisogna coglierne i colori, il senso, il vero senso prima che esse muoiano.

    Il vero senso, già come il senso della vita, un senso a volte consumato senza consapevolezza,
    un senso che molte volte si costruisce inutilmente nel dolore, un senso che si smarrisce e non ti da neppure il tempo di voltarti indietro perché non lascia nessuna traccia. Dovrei riporre il diario adesso e continuare a cercare il famoso libro di Yourcenar, invece con un gesto quasi “meccanico” ecco che mi ritrovo a sfogliare una pagina di diario.

    15/10/2… “Mi sto troppo innamorando di questo silenzio che c'e' in me,
    un silenzio che ho voluto costruire in uno spazio buio, dove ogni parete è senza finestre...
    Un silenzio privo di rumori, privo di luce e di colori, privo di abiti, un silenzio nudo, il solo luogo dove riesco e voglio mettere a nudo la mia anima. Non so celare il dolore, anzi: neppure lo voglio! L'unica sensazione che sento avvolgere il mio corpo e la mia anima è nebbia, solo nebbia, potermi immergere in essa a piedi nudi. Lasciare stillare anche dai più piccoli pori sfumature di dolore che e' la sola ragione, la sola mia ragione. Provo a guardare intorno a me,tutto ciò che circonda il mio corpo, un corpo che non sento, solo pareti bianche, tende impregnate di fumo. La pioggia battente sui vetri... come se fossero dita che picchiano forte sui vetri per entrare, ma: stasera no! Non farò entrare nulla, voglio stare da sola con me, in compagnia della luce che non voglio, del tetro odore di inquietudine, in compagnia di quello che non provo, abbracciata al gelido freddo di ciò che non sento. Pensieri. Non so cosa sono, nuvole, solo nuvole e fiamme ardenti in questa stanza dove vorrei continuare ad essere sepolta. Eppure un rumore, mi chiedo cos'e'; ecco: ci sono! E' il rumore del mio respiro, eppure così estraneo a me, provo un senso di repulsione, il respiro... lo sento trapiantato in me come una di quelle macchine che disperatamente vuole tenerti in vita, ma mi chiedo: si può tenere in vita chi è già nato morto? E chi vede la vita come la morte? Per chi ha fatto del sotterraneo della morte la sua unica ragione?
    Terra tra le dita. Terra nel più profondo di me, notte, solo notte in una grande massa di ghiaccio galleggiante sul mare un' iceberg nel quale ruotare... e ruotare. Annullare la ragione, perché non serve una ragione... tutto solo... Arcano, Occulto, anche a me stessa!”

    Ho i brividi... rileggermi, rivisitarmi adesso che la mia vita, forse è cambiata, è come sentire un profumo d’anima spenta ormai dimenticato, eppure tremo... tremo ancora rileggendo queste mie sensazioni sparse, solo inchiostro su dei fogli, eppure gocce di dolore versate mentre mi abbracciavo al dubbio che è la vita stessa. Solo adesso penso al mio cercare la libertà, anche dopo aver spezzato catene che sembravano indistruttibili, continuavo a sentirle in me chiedendomi perché? Perché? Perché ? Disperatamente cercavo di capire il perché di quel senso di prigionia, forse prigioniera del passato? Ma in fondo il passato, nel vissuto non è più presente, non è più oggi, non è più domani. Eppure non è mai stato così facile riuscire a prendermi per mano e portarmi via nel cercare di sentirmi diversa, ma diversa da quale immagine di me? Mi sentivo una moltitudine continua, spesso incompresa, anche agli occhi di me stessa, forse era grande la paura di mostrare ai miei stessi occhi come davvero io fossi? Eppure no, non era paura, non era neanche certezza, né coerenza, non era nulla… o forse era tutto. Adoravo tutto questo di me, pur odiandolo, cercavo di distruggermi in me stessa per ricostruirmi continuamente ma... mancava sempre qualcosa. E’ come cercare di capire se è la luna a dare un senso al buio, oppure viceversa.

    Di nuovo i brividi... Non è freddo, anche se si sta avvicinando il Natale.
    E’ strano pensarci adesso ma credo di non averlo mai avuto un Natale tutto per me . Non sono mai stata una tradizionalista, sicuramente non per scelta, ma quando ero piccola ricordo il mio primo Natale. Ero alle elementari, la maestra ci chiese di svolgere un tema correlato di disegno, ricordo di aver disegnato delle sedie vuote, non un albero, non un presepe, non regali sotto l’albero, neppure sapevo cosa fosse un albero di Natale. La maestra mi chiamò e mi chiese il perché di quel disegno, non seppi rispondere. Solo in seguito, parlando con mia madre pensò di capire che le nostre erano difficoltà finanziarie. Qualche giorno prima del Natale tutti gli alunni avevano racimolato una discreta sommetta e acquistarono un albero per me. Il mio primo Natale con l’albero. La felicità di quel 25 dicembre, arrivò nel sentire tutti quei bambini felici di rendermi felice. Ma a casa, attorno a quell’albero continuavano ad esserci tutte quelle sedie vuote a contenere la mia paura, la mia terribile angoscia di ritrovarmi sola di fronte a “quelle” mani troppo grandi..

    E’ il rumore della pioggia a scuotermi adesso, l’adoro come adoro l’inverno, domani, magari domani se continuerà a piovere scenderò giù in spiaggia,voglio sentirmi per qualche istante ancora bambina. Scendevo sempre in spiaggia con i miei libri in un piccolo zainetto, dove custodivo piccoli frantumi di infantili sogni recisi. Jeans arrotolati, a piedi nudi , iniziavo la mia corsa con il viso rivolto verso il cielo. Non era più inverno, non era più freddo, solo io e lei... io e la mia pioggia. Mi carezzava il viso, le sue gocce si trasformavano in dita delicate tra i miei capelli, sulla mia pelle, lavavano mani “sporche”, lavavano colpe che credevo mie sulla pelle. E in quella emozione respiravo le uniche carezze "pulite" che avessi mai conosciuto.

    Il mare... com’è buffo, è qui a soli pochi passi da casa mia eppure non sempre ne sento il profumo, non sempre ne sento l’odore... decisamente come la vita, ti scivola addosso, a volte come un tessuto pregiato di seta, e a volte come un cencio umido e inutile, eppure quasi non te ne accorgi.

    Guardo l’orologio,sono le 3:00. Il cane corre verso la porta, è Giacomo, corro sotto le lenzuola, al solito non gli dà il tempo di entrare, scodinzola, gli salta addosso dalla gioia, non si rende conto della sua forza e facendogli le feste gli fa quasi male, inutile chiamarlo è troppo felice di vederlo, fa sempre così anche quando non lo vede per soli 10 minuti. Finalmente riesce ad entrare nella stanza da letto, che bello sentire i suoi passi, è come una carezza che mi arriva improvvisa nel cuore, mi sembra quasi di udire il rumore del suo respiro che inonda non solo tutta la casa ma anche me. Si avvicina al letto, mi fingo assonnata, china il viso sul mio e mi sfiora con un leggero bacio, così leggero da sembrarmi poesia.

    Nella penombra della stanza, solo la luce della tv, non riesco a dormire completamente al buio, cerco di abbracciarlo ma lui mi mostra le mani, le sue mani sporche di lavoro, dolce amore mio quanta tenerezza.
    Che strana sensazione… è come se fosse la prima volta nella mia vita che desidero mani che mi accarezzano anche se sporche di lavoro…
    Adesso tra le sue braccia chiudo gli occhi e provo ad addormentarmi.

    Domani, magari domani se continuerà a piovere scenderò giù in spiaggia, voglio sentirmi per qualche istante ancora bambina.

  • Come comincia:

    Arrivò il momento, mancavano solo pochi giorni, presi il treno e partii.
    Era tutto pronto, anche il nome che non avevo scelto io.
    Ancora non ero in grado di capire cosa mi stesse accadendo.
    In quegli ultimi giorni cominciarono a tenermi segregata,
    nessuno doveva vedermi.

    Era un paesino sperduto, tutto era immobile,
    anche la luna piena che sembrava osservarmi malinconica
    attraverso i vetri di quel piccolo ospedale.
    Rimasi da sola con il mio silenzio, avevo dolori dappertutto, fitte atroci che mi prendevano a morsi l’anima, la carne, il cuore.
    Mi chiamarono per un tracciato.
    Ricordo che la dottoressa controllandone il risultato mi disse
    “ Possibile? Hai delle contrazioni così forti e non dici nulla?”
    Non capivo, mi faceva male anche il respiro. Non riuscivo a “SENTIRE” il dolore delle doglie.
    Tutti quei medici intorno a me, una dottoressa che mi stringeva la mano per infondermi coraggio.
    Urlavo "il mio bambino, il mio bambino…"

    Urlavo il mio dolore, non volevo partorire,
    perché sapevo che da quel momento in poi “lui” non sarebbe stato più mio.
    All’improvviso un vagito, e poi il silenzio, come sempre sola, svuotata nel ventre e nell’anima.
    Non una parola, non più urla, non piu’ quel vagito. Ancora silenzio fuori e dentro di me.

    Si accorsero che occorreva un raschiamento per asportare residui di placenta nel mio ventre.
    Doveva essere asportato tutto, anche la minima parte di cio’ che fino a poche ore prima lo proteggeva.

    Mi dimisero dall’ospedale il giorno dopo il raschiamento, barcollavo ma nessuno se ne accorse
    La sera stessa mi accompagnarono alla stazione e mi rispedirono come un pacco postale al sud.

    Mi mancava l’aria, il mio sguardo era assente, mi faceva male il seno, avevo la maglietta pregna di latte.
    Era il cibo, era l’amore con cui avrei voluto nutrirlo ed era lì, il mio latte, a morire insieme a me...

  • 07 dicembre 2005
    Pao-Pao

    Come comincia:

    Molto molto lontano da ogni rotta battuta, a sud-est delle Turchesi ed ancor oltre le pur remote Islas Nebulosas, proprio là dove s'incontrano - dopo aver traversato due diversi oceani - la corrente calda formatasi nel Golfo di Tendreza e quella fredda che risale dalla Fossa d'Aspritates, sorge solitaria l'isola di Pao-Pao.

    Al marinaio che abbia sconsideratamente osato avventurarsi per quell'impervio tratto di mare (o che, più probabilmente, vi sia stato trasportato da un susseguirsi di violente tempeste cui non abbia potuto opporre sufficiente resistenza) e che, al termine d'una ennesima notte trascorsa a scrutare insolite costellazioni, comincia appena ad intravederla ancora avvolta nella lattiginosa foschia dell'alba, essa appare quale un incredibile miraggio.

    Dalla calma distesa d'acqua che la barca portata da una brezza leggera (dolce carezza alle sue affaticate vele) ora fende dolcemente -limpida acqua che, non ancora raggiunta dai raggi del sole, si veste d'una luminosità madreperlacea che ne rende irreale l'aspetto - emerge soffusa di vapori diafani un'immagine granitica che la memoria, seppur controvoglia perché vi vede un inganno smaccato, non può fare a meno di riconoscere: un gigantesco corpo di fiera statuariamente accucciata che un'altera testa di donna completa. Per un attimo il navigatore dubita dei propri occhi, affaticati dall'incessante scrutare al di là delle onde, o della propria ragione, provata dai lunghi monologhi della solitudine.

    Ma il primo raggio del sole che ora si leva sull'orizzonte già svela l'incongrua immagine per quel che essa è, scomponendola rapidamente in una serie di creste rocciose e verdi valloni, oscuri dirupi e morbidi pendii, balze rigogliose e aridi pianori, il cui bizzarro concatenarsi, sotto una luce ancora opaca e priva di colore, aveva creato l'assurda illusione. L'inganno in cui i sensi travisati lo avevano tratto, ora svelato, strappa al marinaio un lieve sorriso, il primo dopo lungo tempo.

    Egli percorre quindi, tutte le vele al lieve vento ed in gola l'ansia dell'approdo su questa terra inattesa e misteriosa, l'ultimo tratto di mare scivolando sul cristallo dell'acqua che il sole rende abbacinante, e dà fondo all'ancora in una delle piccole cale riparate e tranquille che qua e là s'aprono fra le dirupate scogliere contro cui la risacca di lontane tempeste infrange le sue lente ma possenti ondate come massicci colpi di maglio, che la dura roccia ad esse apparentemente insensibile sbriciola in sbuffi e rivoli di spuma. Può infine il navigatore, l'imbarcazione al sicuro, mettere piede a terra.

    La soffice sabbia candida, sottile e leggera, che accoglie i suoi piedi induriti dal ruvido ponte della barca cui da sí lungo tempo erano avvezzi, lo invita a lasciarsi andare, a deporre su quella spiaggia accogliente tutto il suo corpo indolenzito dalla lunga lotta con gli elementi primevi dalla forza immane e indifferente che della vita in mare sono i padroni assoluti. Il dolce tepore che la sabbia comunica alle sue membra sembra a poco a poco dissolvere la ruggine con cui il salino è andato incatenandone le articolazioni, ed i muscoli, che venti ed onde cui resistere senza sollievo di tregua avevano contratto fino a privarli quasi d'elasticità, si distendono lentamente, rassicurati dall'accogliente sostegno della terraferma.

    Sarà quindi con passo leggero che il marinaio - quando più tardi il senso di benessere animale che lo ha pervaso verrà sopraffatto dalla prepotente curiosità di esplorare, di conoscere meglio questo posto la cui prima immagine ancora lo turba - si accingerà a risalire il pendio che dolcemente degrada fin sulla spiaggia ove è approdato.

    La salita però, agevole all'inizio, su un suolo morbido ed elastico ricoperto d'un fitto tappeto d'erbe verdeggianti da cui s'innalzano tremuli steli coronati da diafani petali azzurrini, si va facendo rapidamente più erta e più aspra.  Ruvide rocce emergono con sempre maggior frequenza dal manto erboso, e qua e là infidi crepacci si aprono fra la vegetazione che diventa cespugliosa, costringendolo ad un procedere non più sicuro e disinvolto ma cauto e tortuoso. Ora già ha bisogno di aiutarsi con le mani a superare i massi  che gli sbarrano la via, a districare cespi di rovi che non gli è possibile aggirare. Il pendio su cui s'era avventurato con passo agile è ormai divenuto una gola stretta e disagevole, dalle pareti inaccessibili, che consente di avanzare solo a fatica e con rischio.

    Ma il navigatore è aduso ai repentini mutamenti di situazione, all'imprevedibile susseguirsi della bonaccia piatta alla tempesta appena allontanatasi verso l'orizzonte o all'assalto della raffica che senza sintomi premonitori squarcia rabbiosa le vele leggere spiegate all'aliseo gentile, o ancora all'onda immane che inattesa sorge da un mare appena increspato, e sa che tutto ciò ha comunque sempre una causa, prossima o lontana, in fondo agli oscuri abissi o nei cieli di là dall'orizzonte. Egli non si stupisce del variegato carattere della terra su cui sta avventurandosi. Si dice che la natura vulcanica dell'isola deve aver provocato successivi sconvolgimenti nella sua struttura, che ne hanno reso così mutevole il tessuto, suppone che il contrastante influsso delle due diverse correnti che ai suoi fianchi s'intrecciano e si scontrano debba creare bizzarre nicchie climatiche, immagina che i venti che ora sembrano accarezzarla dolcemente possano talvolta, esaltati da lunghe libere galoppate su questi mari deserti, avvinghiarvisi violenti e squassarla da cima a fondo. E quindi, imperturbato, prosegue nell'ascesa, sentendosi ancora colmo del vigore e della vivacità da poco recuperati e spinto dal fascino della scoperta. Da tale fascinazione l'intera sua vita è stata plasmata, vita senz'altra meta che ciò che ogni orizzonte cela e promette.

    Ed ecco che già in lontananza cominciano ad intravedersi voli d'uccelli e ad avvertirsi un sentore d'acque correnti e di fresca vegetazione. Dopo soltanto pochi passi ancora gli si offre infatti allo sguardo il gaio spumeggiare d'un ruscelletto che si precipita sonoro giù per il ripido costone sul cui versante esterno il marinaio s'era inerpicato. L'acqua limpida scende serpeggiando poi per una valle fino a slargarsi in un minuscolo lago cristallino che una densa vegetazione cinge di ricche fronde, fra cui innumerevoli volatili volteggiano riempiendo l'aria di suoni e di colori. Il marinaio-esploratore ora si trova ad avanzare in una prateria alta e folta, che grandi alberi chiazzano d'ombre fresche. Ciuffi di grandi fiori scarlatti e turchini, candidi o vermigli s'aprono qua e là, fra le erbe o fra le fronde, e i profumi penetranti che da molti di essi emanano stordiscono quasi il navigatore le cui nari, da gran tempo assuefatte al costante assalto dello iodio marino, s'erano disavvezze a tale moltitudine di sensazioni ed alla loro terrestre carnalità.

    Sulla sponda del lago, sotto un immenso albero la cui chioma scende quasi fino a terra, a formare una sorta di capanna cui la luce filtrata ora dal verde delle foglie ora dal rosso dei fiori che ne ricoprono interi rami dà un'apparenza di cattedrale, l'esploratore si lascia cadere sul suolo morbido e fresco, a gustare oltre che il meritato riposo dopo la dura arrampicata tutte le delizie che i suoi sensi gli offrono in tale profusione.

    Il riposo è di breve durata. La voglia d'andare più avanti lo riprende, di veder oltre, di scoprire cos'altro ha in sè la terra su cui s'è avventurato. Un tuffo nell'acqua limpida, un brivido giù per la schiena quando la liquida frescura accoglie il suo corpo, ed in poche lente bracciate la sponda opposta è raggiunta. Quasi con rimpianto ora emerge dal dolce abbraccio delle acque ma, spinto dal desiderio di sapere cosa gli riserva ancora la sua conquista, si rimette in cammino ancor grondante.

    A passo leggero e spedito egli attraversa la valle rigogliosa, che nuove alture chiudono verso cui il marinaio si dirige, immaginando al di là da esse di rivedere prossima l'azzurra distesa del mare. Pieno di baldanza affronta la nuova arrampicata, ma quella baldanza l'ascesa sotto un sole ormai alto, svaporata anche l'ultima goccia dalla sua pelle, trasforma presto in caparbia volontà di non cedere dinanzi alla difficoltà. La sommità dell'altura d'altronde non è lontana. Ancora uno sforzo, mentre adesso sono gocciole di sudore ad imperlargli la fronte, ed infine la cima è raggiunta.

      Ma di là da essa è un mare di pietre che si stende sotto i suoi occhi, un'arida pianura di polvere, ciottoli e macigni. Non un filo d'erba la grazia, non un albero promette un attimo d'ombra. Pigri mulinelli di pulviscolo grigiastro si levano di tanto in tanto, che intorbidano l'aria al punto da impedire di scorgere ove la desolata distesa abbia fine. Lo sguardo del navigatore rimane attonito dinanzi a tale imprevista visione, la cui immota durezza lo sconvolge. Egli sa affrontare la furia degli elementi, ma a questa immobile avversità sente di non sapere come confrontarsi. Sorge in lui l'irritazione per essersi lasciato andare a questa esplorazione senza un attimo di riflessione, per essersi avventurato ciecamente come attratto da un irresistibile canto di sirene.

    Si volge a guardarsi indietro, scruta a destra e sinistra per vedere se può indovinarsi una qualche via che possa rapidamente ricondurlo sulla costa, donde certamente gli sarà poi facile tornare alla sua barca. L'aria arroventata che si leva dalla petraia quasi lo stordisce. Lo stanco e avvilito marinaio si sente come prigioniero di questa terra che lo ha attratto nel proprio seno, lontano dal suo elemento ed indifeso, per svelargli infine un cuore di arida roccia. E vorrebbe gridare, vorrebbe lanciare un urlo che le squassi, queste rocce, affinché il mare possa ingolfarvisi e venire a salvarlo.

    Eppure l'idea di abbandonare l'impresa non riesce ad imporsi. Il ricordo della dolce vallata fiorita ricca di aromi e di cinguettii, del fresco laghetto cristallino cui il suo corpo si era abbandonato, della spiaggia dalla soffice sabbia ove il riposo era stato così pieno e ristoratore, il vivido ricordo di tutto questo lo spinge tuttavia a non rinunciare a scoprire cos'altro l'isola potrebbe offrirgli. E pian piano, quell'avventura nella quale si era lanciato come spinto da una molla incontrollabile, egli decide di portarla a compimento, costi quel che deve costare.

    Con una breve smorfia, che probabilmente aveva il significato di un sorriso, il marinaio si rimette in marcia, giù per la piana desolata.

    Su un'isola, voleva dire quel sorriso, prima o poi al mare si torna sempre. Ha voglia di conoscerla tutta, quest'isola bizzarra, perchè è sicuro che in giro per i sette oceani non ve ne sia un'altra simile, conoscerla tutta prima di tornare a rivedere il mare. Conoscerla, anche se non vi si fermerà certo per sempre, se infine non potrà che ripartirne per riprendere il suo girovagare senza meta. Ma ripartirà portandone in sé, prezioso ed indelebile, il segno.

  • 05 dicembre 2005
    Al di là della porta

    Come comincia:

    Fin da bambino mi sono sentito diverso. Diverso dai miei coetanei. Una diversità che mi ha sempre disturbato ma, di cui allo stesso tempo, andavo fiero. Una diversità che mi permetteva di sfidare già a 4-5 anni gli adulti nei calcoli numerici. Inesorabilmente vincevo le mie sfide a 2 e anche a 3 cifre...

    Sfidavo appunto. Già perché gli adulti erano i miei avversari principali ma ancora non me ne rendevo conto. Una diversità che però aveva anche i suoi risvolti negativi. Cos’erano quei pensieri ossessivi che mi attanagliavano? Quella disintegrante paura della morte che tanto però mi affascinava? Cosa furono, più tardi quella strana e devastante paura per le ragazzine, quei pensieri maniacali che mi facevano sentire un mostro? Cercavo le risposte ovunque, mi ponevo domande esistenziali già a 10 anni, ma tutto pareva inutile. Eppure tutto parlava a mio favore. Io ero il più intelligente della mia famiglia, un genio secondo mio padre, un genio secondo i molti parenti che ho, un bambino squisito, sensibile, amabile, disponibile, AFFIDABILE soprattutto, magari poco volenteroso a scuola, ma qualche difetto dovevo pur avercelo… Quanto è facile ingannare gli adulti. Per un bambino basta pochissimo per comprendere le loro aspettative, i loro bisogni; a me bastava essere bene educato con gli altri, e pronto a rispondere sul quanto faceva, che so, 121x35. E il gioco era fatto. Magari fosse stato così. Come potevo confessare a mio padre che mi adorava, che ero terrorizzato dall’idea della morte, che non cambiavo ragazza ogni settimana come faceva lui a 18 anni, che non era spiegabile che un genio come me si faceva ripetutamente bocciare a scuola, che ero attratto da tutto ciò che significava pericolo? Come facevo? Ora non glielo posso più dire, come non gli posso più dire che è stato il mio Dio nonostante i suoi giganteschi errori, nonostante, pure lui dotato di un’intelligenza straordinaria, commettesse delle idiozie stratosferiche, non gli posso più dire che lui, come me, era però fragilissimo emotivamente. Ma perché? Perché ero così? Non potevo, e non volevo accettare di avere una sorta di malformazione genetica, ma tutte le strade che percorrevo portavano a quella dannata conclusione.

    Poi finalmente, dopo 18 anni di vita, improvvisamente, quasi dal nulla compare, come un angelo, l’anima gemella, l’amico della vita, colui con il quale, già dopo il primissimo istante che l’ho conosciuto immaginavo di percorrere con il bastone le vie incantevoli di Verona, quelle stesse vie, che sommerse nella nebbia, nel silenzio della sera, discorrendo sulla poesia della vita, riportavano Verona indietro di secoli. Stavamo crescendo insieme, facendo anche delle esperienze, alcune negative, altre straordinarie ma comunque esperienze.

    Ma stavamo diventando grandi. Poi, un sabato notte, all’improvviso senza preavviso, se ne è andato… e mi ha lasciato solo. La morte si era presentata alla porta. Al di là della porta. Sua madre mi disse di non andarlo a vedere e di ricordarlo, così com’era. E quello decisi di fare.

    Venni sommerso da un dolore devastante, il dolore di chi si sente assolutamente solo, e non con se stesso, solo e basta. Un dolore che ho tentato di lenire attraverso un improvviso impegno scolastico, che mi ha permesso di chiudere la mia carriera scolastica di modesto ragioniere con una rivincita rispetto alle sconfitte degli anni passati. Ma il dolore era abnorme. E volevo essere solo ad affrontarlo. Poi il militare, i primi contatti con la vita degli “uomini veri”, le prime sniffate di cocaina, le prime di eroina. Finalmente. Finalmente avevo trovato una soluzione. Quelle sensazioni, straordinarie, quella sensazione di calma assoluta che ti dà La Divina polvere marrone(cosi la chiamavo allora), quella padronanza quel controllo di tutto ciò che ti circonda. Se poi il tutto, veniva condito, da un po’ di polvere bianca, allora finalmente tutto era perfetto. Esistevo solo io, gli altri facevano da contorno. Degli stupidi manichini da manipolare. Mi sentivo talmente perfetto, (ci misi anni prima di crollare), che riuscii a trovare anche il lavoro in banca dove peraltro ben figurai sin da subito. Io ero al di sopra di tutto. Avevo tutto. Ed ero anche il genio che si diceva. Mantenevo i miei vizi truffando la Banca. I super controllori. La loro organizzazione perfetta. Mi facevano ridere. I loro sistemi informatici. Ma continuavo inesorabilmente ad essere solo. Anzi no. Due compagne fedeli le avevo. Eroina e Cocaina. Ma da compagne sono diventate padrone. Da padrone, persecutrici. Chi c’era in camera mia la notte che tentava di strozzarmi al buio. La cocaina mi dicevo. Oggi so che da bambino non era così. E quella voglia di morte, quelle mani terrificanti che mi stringevano il collo, le volevo sentire continuamente, nonostante mi terrorizzassero e giù fiumi di cocaina nelle vene (già non sniffavo più). Solo il contatto con la morte mi faceva sentire vivo. Il tracollo fu inevitabile, il lavoro in banca saltò e saltò anche la mia vita. Quella parvenza di normalità che ciecamente continuavo a vedere si affievolì sempre più. E crollò tutto il mio mondo. Come è strano, se ci penso oggi, che il male più grande l’ho fatto alle persone che adoravo di più. Mio padre, mia madre, i miei fratelli. Se penso che sono riuscito a farlo piangere. A far piangere, il mio Dio. Papà ti voglio bene so che mi ascolti. Ora sono io che piango. Ma adesso ci sono. Ora so che non era una malformazione genetica. Ora so che sia io che tu, che tutta la nostra famiglia, abbiamo pagato un conto non nostro. Quelle violenze subite in tenera età avrebbero mandato al manicomio chiunque. Se non ci sono andato è anche grazie alle sostanze stupefacenti. Ma alla fine stavano presentando il conto. Due overdose. Mio padre che bussa alla porta, al di là della porta, ed io in preda ad una crisi epilettica causata dalla cocaina, gli balbetto di chiamare un ambulanza. E lui al di là, disperato. Devo ancora perdonarmi pur avendo compreso i motivi. Ed un giorno anche lui se ne và. Stavolta con preavviso. Un tumore al polmone gli faceva compagnia. L’ultima volta che lo vidi in ospedale capii. Anzi sentii. Tutti i parenti e familiari lo videro bene. Io tornai a casa, mangiai, andai a letto e stetti in attesa. Alle 5 il telefono squillò.

    Quando mi presentai in ospedale e lo trovai lì già “addormentato” dovetti inscenare qualcosa per il pubblico astante perché in quel momento il Supremo Silenzio aveva messo a tacere tutto. Avevo sempre immaginato quel momento. Avevo sempre pensato che non avrei potuto reggere la sua assenza. E invece in quei momenti, mi sentivo più di Dio, Lui in croce ha avuto paura della Morte, io pensavo di aver vinto la più grande delle sfide. Una nuova energia si impossessò di me, ripresi a lavorare, a fare una vita non disastrata, ancora con quella parvenza di normalità. Poi un nuovo lavoro, nuove prospettive, era tutto, perfetto, riuscivo a lavorare, riuscivo a gestire le sostanze, avevo una macchina, qualche donna ogni tanto, facevo i miei soliti raggiri, i soldi non mi mancavano, un bel castello di carta. Oggi mi rendo conto, che quelli sono stati gli ultimi passi verso il fondo, che proprio in quei momenti la mia disperazione aveva superato il limite dell’udibilità.

    E poi finalmente la resa dei conti. Sospensione patente; nuova perdita del lavoro. Stavolta ero arrivato. La “festa” era finita. Finalmente ho cominciato a vedere le macerie della mia vita, anche se in mia difesa è subentrata la depressione. Ma ho iniziato a prendere coscienza della mia realtà, a capire che se volevo provare a cambiare vita dovevo farmi aiutare. Ho cominciato ( sono ormai passati quasi 4 anni) un enorme lavoro da una psichiatra affiancando nel contempo un percorso comunitario con l’intento di curarmi più che dalla tossicodipendenza, (in una settimana ci si disintossica) dal buco nell’anima (rubo il titolo di un libro di Furio Ravera) che ha scatenato la stessa. Un lavoro faticosissimo, a volte devastante, ma che mi dà gratificazioni incommensurabili. Un lavoro che mi ha permesso di vedere chi ha ucciso la mia infanzia, sperando di far rivivere la sua, di capire che quel mostro, è prima di tutto un uomo, un parente oramai anziano, che ho si odiato inizialmente ma che ora sto cominciando a perdonare, perché solo perdonando lui potrò perdonare me stesso.

    Ora il Silenzio che mette a tacere il rombo della vita, non urla più dentro di me, ho trovato delle alternative ben diverse dall’uso di sostanze. Quel Silenzio lo faccio tacere con l’urlo della Vita, attraverso il volontariato con bambini con disagi familiari seri, pur sapendo che anche fuori dal quel centro vi sono bimbi, con una parvenza normale, con famiglie normali, senza grossi traumi, che comunque vivono sofferenze drammatiche anche per un semplice brutto voto, o per lo smarrimento di una penna e, tutto questo perché, queste piccole/enormi sconfitte richiamano in loro sensazioni di abbandono di non riconoscimento, soprattutto quando i loro dei terreni che sono i genitori, svalutano, in buona fede questo loro dolore. Purtroppo accade che vi siano genitori, pure loro sconfitti dalla vita, che chiedono ai loro figli una sorta di riscatto, magari attraverso l’affermazione scolastica, attraverso uno status sociale che permetta di venir riconosciuti da “quelli che contano”.

    Succede, ahimè, che i ragazzi che soddisfano le aspettative, vengano “premiati” attraverso dei regali materiali. Un cellulare in se non è un reato regalarlo. Ma regalare un “ti voglio bene”, un “come stai”, un “sai papà ha paura di non farcela, papà è un uomo debole ed insicuro in certe occasioni”, un raccontare ai propri figli gli errori commessi in gioventù, le sofferenze patite, le gioie vissute, regalare questo significa regalare se stessi per ricevere dentro di se, da chi ti ascolta, il se stesso che c’è in lui. Mamme e Papà che leggete:” Cosa regalerete ai vostri figli domani”?

  • 05 dicembre 2005
    Un sogno del terapeuta

    Come comincia: Sogno un luogo onirico ricorrente. Da un'alta scogliera mi affaccio sul grande golfo di Napoli. Sulla mia sinistra intravedo il lungomare, il porto, due castelli e vari altri edifici monumentali, di fronte lontanissimo un promontorio con piccoli paesi arroccati ed a destra tre grandi isole nere. Il mare è azzurro chiaro, ci sono onde morte altissime e non c'è quasi corrente. L'acqua è appena fresca, deliziosamente fresca, e molto profonda. Io entro in quell'acqua tanto incredibilmente limpida che ho la sensazione di volare leggero e sicuro. Non sono solo, sento sulle spalle e sulla schiena il contatto leggero di una donna, mi volto e la vedo giovane e familiare. Penso dapprima a mia figlia. Nuoto, o volo, fluidamente verso il largo, mentre il cielo diventa di un azzurro sempre più intenso e brillante. Non si vede quasi più la costa dietro di noi ed il promontorio davanti, in breve, è avvolto da nuvole immense e scure. Si alza un vento sempre più teso ed io giro lentamente sulla sinistra. Virando scorgo la città con i suoi due castelli, uno sul monte e l'altro sul mare, avvolti da alte fiamme. Completata la virata sollecito con dolcezza la ragazza a lasciare la mia schiena e lei al mio fianco inizia a nuotare sempre più vigorosamente. Mi accorgo che non è mia figlia ma che, in ogni caso, per lei provo interesse e responsabile premura. Il mare ora è molto agitato ed io confido nelle mie forze per arrivare con sicurezza alla riva. Provo la piacevole euforia di chi si sente in grado di far fronte a qualsiasi difficoltà della vita. Con la coda dell'occhio intravedo la ragazza che nuota al mio fianco. Poi devo superare un banco d'alghe viscide ed impanianti e più avanti una serie di scogli a pelo d'acqua. Tra gli alti spruzzi delle onde, che si frangono sballottandomi, supero le correnti avverse e finalmente approdo in una tranquilla baia affollata di bagnanti che si asciugano e si rivestono per tornare alle loro case. Uscendo dall'acqua mi accorgo di essere rimasto solo. Per un attimo provo spavento e preoccupazione per la sorte della mia giovane compagna. Ma l'angoscia dura poco ed io sono presto pervaso da una grande serenità. Sento che lei se l'è certamente cavata alla grande contando sulle sue forze e sulla sua nuova, acquisita, sicurezza e che se si è diretta ad una sua meta che non coincide più con la mia è perché non ne avverte più la necessità. Io mi sento felice e soddisfatto per averla affiancata e sostenuta in quest'esperienza.