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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 26 aprile 2006
    Tra i fogli di Marta

    Come comincia: INTRODUZIONE
    Dal volto una pozza di sangue tingeva il cuscino e scendeva al busto
    Mettendo in risalto il candore scultoreo del corpo nudo
    Vicino al letto un cassetto aperto spandeva pensieri e poesie
    Per terra fogli grondanti di slanci in avanti e malinconie
    Marta dormiva quando…
    qualcuno entrò nella stanza
    aprì il cassetto, lesse qualcosa, poi gli affondò l’abat-jour sulla faccia


    Perse la testa e distrusse il foglio
    Mille coriandoli fece sul posto
    Ritornò in sé e raccolse le prove
    Ma il sangue nascose alcune parole

    Il foglio parlava di qualcuno che l’aveva importunata

    3 i maggiori sospettati:
    un balordo detto il porco
    l’idraulico del paese
    e un ragazzino brufoloso

    IL PORCO
    Un pugnale grondante di sangue
    tatuato in un braccio ancora gonfio
    Altri 100 persi tra il pelo
    dalla punta dei piedi fin sul collo

    3 o 4 anni passati dentro
    gli altri 30 a parlare di mogli degli altri,
    turiste tedesche, bimbe inesperte, vedove fresche

    Le sue storie ormai sono vecchie
    soltanto i pesci le sanno ascoltare
    Da ubriaco ulula al mare
    “se Marta mi vuole comincio a lavorare”

    L’IDRAULICO

    Una mogliettina molto carina
    e 2 figli che sono un tesoro
    Una casa che sembra una villa
    e quasi uno yacht che aspetta nel porto

    Qualcosa però gli manca da esibire al mondo:
    …il cuore di Marta impagliato!

    Mazzi di fiori, anelli e collane
    balle alla moglie, telefonate
    appostamenti, promesse azzardate
    …ma non c’è niente da fare

    IL RAGAZZINO
    16 anni e poca voglia di studiare
    infatti spina birra in una pizzeria
    la faccia devastata dagli ormoni
    infatti notti bianche per poche ragazzine

    da mesi sogna che mentre lui succhia dalla spina
    lei si spalma il seno d’olio d’oliva
    ad occhi semichiusi lei si allunga sul bancone
    e a gambe aperte dice “vieni qui…amore”

    FINALE
    Cheché seduto in un bar del porto
    guarda il mare e pensa:
    alla solitudine del porco
    alla pochezza dell’idraulico
    alla fame del ragazzino

    … il traffico alle spalle …

    Dove il sole scaglia squame d’argento
    dove sbatte la vela gonfiata dal vento
    dove sbianca la cresta dell’onda
    dove il gabbiano nel rosso sprofonda
    dove l’occhio del gatto accende la notte
    Cheché troverà le sue risposte

  • 24 aprile 2006
    Dieci passi

    Come comincia: I duellanti si danno la schiena. Non si toccano, non si parlano, ma ognuno sente l’incalzante presenza dell’altro incombere su di sé. Le regole sono quelle classiche. Dieci passi in direzioni opposte e uno di loro cadrà per mano dell’altro. Nella quasi fulminea rapidità di quel lasso di tempo i ricordi occultati, i pensieri compressi esplodono nella mente di entrambi, si liberano a ricostruire una storia mai raccontata. Dieci passi scanditi da un arbitro immaginario.

    UNO…
    Una sola distrazione. Un’unica debolezza. E ti vidi. Non posavo mai lo sguardo al di fuori di me, per non soccombere, per non farmi sopraffare, per proteggermi dal dolore. Ho alzato gli occhi inavvertitamente, come se percepissi un richiamo, per curiosità, con la convinzione di essere invulnerabile, ed ho incontrato i tuoi. Punte di spillo che hanno bucato la ragione, grimaldelli che hanno scardinato serrature a prova di qualunque altro tentativo di scasso. Ti ho sentito nell’anima, prepotente, e non ho saputo scacciarti prima che contaminassi mente e cuore, che facessi scempio della mia e della tua vita. Non ho trovato il coraggio di smettere di guardare

    DUE…

    Imbattermi in te è stato routine. Ho sempre guardato solo fuori, sempre e solo gli altri, per l’incapacità di affrontare senza difese quel baratro senza fine che è dentro di me. Facce e nomi diversi, estranei, che appena mi lambivano. E poi ti ho visto, ma non eri tu. Eri uno specchio che assorbiva la mia immagine e me la restituiva accettabile, perché non distoglievi i tuoi occhi, perché mi proteggevi persino dalla vergogna che avevo di me, perché mi permettevi di mostrarmi senza finzioni, senza filtri. Eri una faccia e un nome diverso da ogni altro. Eri un esemplare unico

    TRE…
    Ti ho cercato come un segugio fa con la preda, per sopravvivere. Un bisogno sentirti addosso, rubare segreti per penetrare nel tuo intimo,  farti rivelare un giorno dopo l’altro, stringerti e lasciarmi stringere. Una felicità senza confini entrare in simbiosi con te senza parole, come due vasi comunicanti che si riforniscono a vicenda, che versano ognuno tutto ciò che hanno da dare perché altrettanto riceveranno. Ho ricevuto, a volte, restituendoti meno di quanto tu richiedessi, ho concesso, altre, più di quanto abbia ottenuto in cambio. Ho gridato e tu sussurravi, ho taciuto e tu domandavi, ho aspettato e tu avevi fretta, ho scavalcato ostacoli e tu hai innalzato barriere ancora più inaccessibili. Mai in equilibrio, mai dalla stessa parte, contraddizioni continue, incompatibilità,  ma indissolubilmente legati da una catena invisibile, inspiegabile

     QUATTRO….

    Trovarti è stato una maledetta e meravigliosa scoperta. Mai provato prima, mai una sensazione così forte di pace, di un porto tranquillo dove rifugiarmi in ogni momento, al riparo da qualsiasi agguato.  Mi eri indispensabile. Spiegarti il perché era impossibile, un mistero anche per me. Tentare di comprendere, dominare quel tuo potere di destabilizzarmi un’impresa troppo grande per le mie forze. Evitarti, una follia che mai avrei permesso. Averti per me, un pericolo mortale di cui ero ben consapevole, ma che mi ha catturato prima che potessi sfuggirgli. Mi hai attirato senza neanche toccarmi, stringendomi in un circolo vizioso, il desiderio della tua presenza e la voglia di scappare, la necessità di respirare la tua stessa aria e la paura di soffocare, il mio impellente bisogno di te, maldestramente e implicitamente dichiarato e il tuo impellente bisogno di me, indecifrabile, sommesso o urlato.

    CINQUE…

    Mi hai tradito, ti ho tradito. Non so perché. Non so chi ha cominciato. Avevo bisogno di cercare qualcosa di simile al di fuori di te, per dimostrare che un legame non è mai unico, ma riproducibile. Ho creduto che fosse così, quando provavo sensazioni con altri corpi, quando entravo in contatto con altre menti, ho pensato di aver raggiunto la libertà, di aver messo da parte quella pericolosa dipendenza da te, mescolando le mie giornate e le mie notti con gente qualunque, senza emozioni violente, senza quelle scosse che tu mi provocavi. Mi sentivo forte, avevo sconfitto il mio nemico più pericoloso, con l’inganno certo, ma non c’erano alternative
    SEI…

    Ci allontanammo. Fuggendo uno dall’altro come se non aspettassimo altro che farci del male reciprocamente per perderci. Perché io portavo il tuo peso insostenibile e tu il mio e non ce la facevamo più. Ci sputammo in faccia offese, ci ferimmo a vicenda per rendere più giustificato il distacco, per imparare a camminare da soli e non dividere più la stessa via, per non dover essere più nutriti da quell’amore in cui nessuno dei due credeva, che bisognava negare e dimenticare. Tu dovevi scomparire ed io avrei lo stesso trovato la pace, non eri indispensabile

    SETTE…

    La tua assenza è terribile. Il tempo scorre, le distrazioni sono innumerevoli, ma continuo a svegliarmi col pensiero di te e ci vado a dormire. Non sei solo un ricordo nostalgico, sei me. Ti vivo ancora, ti fantastico ancora, mi domando ancora cosa penseresti delle mie scelte, ti considero ancora ospite delle mie giornate. C’è una sola soluzione: eliminarti per sempre. Al decimo passo. Mi girerò di scatto e ti ucciderò se sarò abbastanza veloce o morirò e dimenticherò comunque. L’amore non esiste, si può sopprimere in un duello, si può neutralizzare
    OTTO…

    Non ci siamo neanche guardati in faccia. Ci siamo ritrovati solo momentaneamente, perché era inevitabile. Uno dei due deve cadere perché l’altro possa vivere. Sono una nave che non approda mai perché non ha più riparo. Ho recitato un ruolo di spensieratezza e di felicità, ho imparato a memoria un’idea di insofferenza verso di te, me lo sono fissato nella mente, convincendomi che tu non sei importante, che separarci è stato liberarmi di uno scomodo fardello, che finalmente non devo più pensare a te. Ma mi manchi. Non è logico, non è accettabile. Devo cancellarti, devo lasciarti morire. Al decimo passo
    NOVE…

    Ancora uno e sarà il momento. Ti ucciderò, ti eliminerò

    Un solo passo e finirà tutto. Ti cancellerò, ti lascerò morire

    DIECI…

    Non voglio ucciderti. Non voglio eliminarti
    Non posso cancellarti, non posso lasciarti morire


    Si voltano, si trovano faccia a faccia. La distanza che li separa è molto più ampia di quei venti passi che hanno percorso in pochi secondi. Nessuno dei due alza l’arma per ferire. Sono immobili, con le braccia lungo il corpo a cercare di organizzare i pensieri, a trovare una strategia. Uno guarda le orme lasciate in quei passi, strada già segnata e senza sorprese, l’altro fissa il terreno inviolato oltre le sue impronte, una via libera ma senza indicazioni su dove dirigersi. Ognuna delle due rappresenta un pericolo, non sanno quale scegliere. Si fissano,  si chiedono con gli occhi una risposta, hanno paura di interpretare ciò che l’altro dice silenziosamente, temono nuovi dolori e nuove sofferenze,  poi d’improvviso si sentono di nuovo due vasi comunicanti che si stanno travasando, si sentono una nave che attracca ed un porto che la accoglie, e capiscono di essere l’uno dell’altro da sempre. E si muovono, tornano indietro, si riavvicinano. In fretta, senza perdere altro tempo. E senza contare i passi.

  • 24 aprile 2006
    Biglie di Vetro Colorato

    Come comincia: Si mise a sedere sul letto e se ne stette li' con le gambe penzoloni, i capelli folti e ricci sparsi sulle spalle come una criniera leonina. Al buio, si guardo' intorno, sapendo dove si trovava ogni oggetto, per quanto piccolo potesse essere.Quello era il suo rifugio, il suo regno, quello che conteneva tutti i suoi piccoli tesori.
    Uno scrigno di fragrante legno intarsiato contenente i nastri per i capelli, arrotolati e disposti in ordine sul fondo di quel gioiello rivestito con un tessuto damascato, un pettine, una spazzola, uno specchio in avorio e argento: un regalo della nonna, quando aveva compiuto 11 anni.Tenuto tutto ben disposto, in ordine, sul tavolino da toilette sotto la grande finestra della sua camera.
    Sedeva davanti allo specchio e spazzolava i suoi capelli, fino a farli crepitare di vitalita', li sollevava con le mani fin sulla nuca fermandoli con le forcine, ed incominciava ad osservarsi con minuziosa attenzione.
    Un ritratto di sua madre, da sempre su una parete della sua camera, le rimandava l'immagine di un' altra se stessa, con la sola differenza di qualche anno in piu'. Era diventato un rito: sempre quello, sempre gli stessi gesti, da anni.Anche quello di alzarsi repentinamente ed andare verso una vecchia cassapanca dove erano riposte alcune vesti di sua madre. Con attenzione ed amorevole delicatezza, ne traeva uno e lo indossava, accarezzando caldi velluti e fruscianti sete, assaporando il momento in cui avrebbe potuto indossarli quando fosse diventata donna.
    Attraversava velocemente la stanza ed andava a calzare delle scarpe troppo grandi per i suoi piccoli piedi e dal tacco altissimo, tornando poi, malferma sulle gambe, barcollante, verso lo specchio... ad osservare i risultati di questa sua segreta, consueta abitudine. Allora, eccola accennare dei brevi passi di danza davanti allo specchio, in preda ad una eccitazione che le imporporava le gote e, canticchiando sommessamente un motivetto che diventava musica, alle sue orecchie, accompagnandosi al fruscio che emetteva l' abito in quel suo volteggiare. Con il fiatone, si lasciava cadere sul letto in attesa di riprendere fiato, mentre, ancora una volta, considerava  l' amore e l'emozione che indossare uno di quegli abiti le trasmetteva.
    Si sentiva una principessa in quei momenti, era tutto cosi' fantastico ... poi, una voce imperiosa la scuoteva, la ridestava dai suoi sogni. Si svestiva velocemente e, indossando una maglietta ed una gonna, era pronta a riprendere la sua vita, la solita, quella di sempre, quella fuori dalla porta di quel magico castello che la faceva sentire una principessa.
    ************
    Il sole filtra ormai dalle tendine alla finestra, inondando di luce la grande cucina in cui troneggia maestoso un camino, nel quale ardono dei ciocchi di legna resinosa che rimandano bagliori e scoppiettii, quel calore avvolgente e un profumo di cose buone, rafforzato da altri profumi. Si espande quello di due tazze di fumante caffelatte e di pane abbrustolito.
    Indovina, piu' che udire, un breve saluto frettoloso che suo padre, dopo aver bevuto distrattamente un caffe', le rivolge, mentre esce per recarsi a lavoro.
    Osserva Federico, il suo fratellino di nove anni, che sta' ultimando la sua colazione e si appresta a prepararsi per accompagnarlo a scuola.
    Escono, prende per mano Federico. Il tragitto da casa alla scuola e' breve, ma ogni volta, al contatto e al calore di quella piccola mano nella sua, avverte l' amore ed il senso di fiduciosa dipendenza che quella piccola creatura ha riposto in lei. E' una bimba anche lei, ancora, ma questi momenti la fanno sentire "grande", responsabile... si inorgoglisce un po', allontanando da se' la consapevolezza di dover vivere una condizione forse troppo gravosa per le sue esili braccia.
    Sono davanti alla scuola ora. Un bacio, un abbraccio, una breve attesa e, quando Federico scompare oltre il portone della scuola, dopo averle inviato ancora un cenno di saluto con la mano, lei fa ritorno a casa.
    Ha quindici anni, Elisa. Un giorno, misteriosamente, sparirono le sue bambole, le sue certezze, le sue giornate spensierate, i suoi sogni.Quel giorno, pianse.Copiose, calde lacrime scorsero dai suoi occhi fin sul cuscino; attraverso quelle lacrime, vide uscire dalla sua vita, dalla sua stanza, una donna. L' ombra di una donna che frettolosa e in preda ad una visibile agitazione si avviava verso l' uscio ripetendo in modo quasi cantilenante e sconnesso : - Non devi piangere, sei grande, sei una donnina. Poi torno, sai? Ora devo andare, si, si,devo andare, ma poi torno! -
    Insieme a lei, andavano via la sua infanzia, la sua adolescenza, ma lei questo non lo sapeva, cosi' come non sapeva tante altre cose ancora, non sapeva che molti anni sarebbero passati prima di poter avere l' opportunita' di rivedere quella donna.
    Quella donna, era sua madre.

    Si era svegliata di soprassalto, madida di sudore, e sapeva che era stata la sua stessa voce a svegliarla, come succedeva ormai da tempo. Si rendeva subito conto di essere li' , da sola, e l'incubo che la svegliava era sempre quello, ricorrente...
    C' era una scala dalla struttura in ferro battuto e dai gradini in legno, che dal corridoio della casa portava di sopra, alle camere da letto, sua, di suo fratello e di sua sorella. Ripensava alle notti in cui i suoi genitori litigavano furiosamente e lei, si alzava piano, andava a vedere che suo fratello e sua sorella dormissero e poi andava a sedersi in cima alla scala. Non voleva ascoltare ma allo stesso tempo, non riusciva ad evitarsi di farlo. Accocolata su se stessa, con le ginocchia strette tra le braccia ed il mento appoggiato alle ginocchia, piangeva, e piangeva sommessamente per la paura di essere scoperta. Questo fino a quando, quel giorno, sua madre entro' nella sua camera a dirle che sarebbe andata via portandosi appresso sua sorella. E comincio' l' attesa:  quella di un ritorno, quella di qualcosa che non avveniva. Ferite e dolori mai rimossi, solo cicatrici profonde da portare come un bagaglio di cui non ci si possa liberare.

    Quella mattina, al ritorno dalla scuola, dopo che ebbe accompagnato Federico, ando' a comprargli un sacchetto di biglie di vetro colorato. Gliele aveva promesse la sera prima per convincerlo ad andare a dormire. Non ne voleva proprio sapere quella piccola peste...
    Al ritorno da scuola, gliele fece trovare " per caso" sulla sedia sulla quale si sarebbe seduto, accanto al tavolo, per il pranzo. La gioia che vide in quegli occhi, sarebbe stata una delle immagini che avrebbe conservato di lui, per sempre.
    Dopo il pranzo si  misero a giocare con le biglie. Era buffo vedere Federico che stringendo il pollice nel pugnetto chiuso, con un piccolo scatto del dito cercava di lanciare una biglia fin verso le altre, disposte in un ordine non ben definito, cercando di colpirne una... quasi mai riusciva nell' intento e cercava di trovare delle giustificazioni che lei, era sempre disposta ad avvalorare. Una delle biglie era piu' grossa delle altre e dai colori piu' accesi, piu' nitidi, ed era quella che lui amava di piu' .
    Passarono molti anni. Lei si occupo' della sua crescita, degli studi che Federico porto' avanti con degli ottimi risultati, con un profitto notevole, sicuramente per una propensione innata, ma ad Elisa, piaceva credere che un po' fosse anche  stato merito suo. Divenuti adulti, ambedue si sposarono ed ebbero dei figli da crescere. Il rapporto speciale che si era instaurato e consolidato tra loro, non venne mai meno. Si erano sentiti proprio due giorni prima che arrivasse quella telefonata ed avevano deciso che sarebbero andati a Pisa con le rispettive famiglie. Poi, la telefonata...Quella telefonata!
    ****************
    Era appena tornata ed il suo rammarico era quello di  non avergli potuto dire cio' che avrebbe voluto, non ne aveva
    avuto il tempo, non c'era stato tempo. Federico non poteva piu' ascoltarla!  Gli avrebbe scritto una lettera: una lettera che non sarebbe mai stata spedita...

    Devo prendere quell' aereo,devo correre da te. L' aereo e' un mezzo veloce e tu, hai bisogno di me come quando eri bimbo...
    Ripercorro, durante il viaggio, alcuni momenti della nostra vita con accorata, struggente malinconia.
    Te lo ricordi? :
    No-oo... 6x8, non fa  40. Ripassiamo insieme...
    6x1... 6x2... 6x3... bravo!
    Ti voglio bene...
    Giochiamo: le biglie colorate, tante palline di vetro che rimandano bagliori e tu, ami proprio quella dai tanti spicchi colorati come un arcobaleno... Come vorrei fosse la tua vita, amore: te li regalo io i colori, ti dipingo io l' azzurro, il rosa, il giallo, il verde...
    Ti voglio bene...
    Avrei dovuto darti quel giornalino di Tex, quella volta... Mi hanno detto: Ma tu sei grande! Non e'  vero, sono bimba anch' io... ed il giornalino e' andato in pezzi!
    Mi racconti dei tuoi piccoli problemi, dell' esame andato male...non sono stata una brava insegnante... te lo ricordi quante risate, quante corse, quanti stupidi litigi per cose senza senso... quanti abbracci, le ninna-nanna, le favole lette e quelle inventate...
    Qualche volta, te le raccontavo in modo diverso e nelle tue parole c' era un rimprovero: Ma no... non era cosi' !
    Hai fatto un brutto sogno, ti tengo tra le braccia e cerco di rassicurarti... mi inteneriscono i tuoi occhioni, il tuo bisogno di sicurezza, ti consolo e tu piano piano, riprendi sonno ... sei dolce, le palpebre hanno un impercettibile movimento e la tua manina si tende a cercare una presenza vicina che ti rassereni...
    Ti voglio bene...
    Rimetto insieme tante tesserine, una sull' altra. Sono le fasi della tua crescita, le tue gioie, le tue sofferenze, le tue speranze, i tuoi primi dolori d' amore, i tuoi segreti, i tuoi successi nello studio... sono orgogliosa di te!
    Ti voglio bene...
    Ma tu guarda che bel giovanotto sei diventato... tutte le ragazzine, impazziranno per te! Poi e' arrivata la tua ragazzina. Eccole le altre tessere da aggiungere... tu sposo, tu papa', tu adulto che ora insegna agli altri ragazzi, ne parli come di figlioli tuoi, ti apprezzano, ti stimano... Non te l' ho mai chiesto: Quando lo hai imparato poi, quanto faceva 6x8?
    A noi la presenza della mamma e' mancata molto presto e tu, ti sei aggrappato a me con fiduciosa tenerezza, mi hai fatta sentire grande, importante... tu non sei stato il mio fratellino minore, sei stato sempre il mio bambino.
    Arriva una telefonata. Ascolto... non e' vero quello che mi dicono! Le ginocchia, quasi non mi reggono, il pensiero  che cio' che mi dicono sia vero mi tortura il cervello fino a farmelo scoppiare, un dolore grandissimo mi annienta, mi distrugge. Riesco appena a mormorare: Scusa, scusa, ti richiamo io tra un attimo.
    Passa quell' attimo ed io richiamo... ora, mi chiederanno che tempo fa, mi chiederanno... Non sono queste le cose che mi  chiedono, non sono queste le cose che mi sento dire, ed io non voglio, non voglio ascoltare!
    Ma tu avevi bisogno di me ed io di te, non erano questi i nostri discorsi? Non vuoi piu' parlarmi? Non vuoi piu' ascoltarmi?
    E' tutto un maledetto imbroglio. Si, si, ecco... e' solo un maledetto imbroglio! Ora prendo quell' aereo e vengo li' da te... vengo li' a consolarti, a tenerti la manina, e' solo un brutto sogno. Ti prendo tra le mie braccia, ti stringo forte a me...
    È avvenuto. Mi soffoca, mi stritola la certezza che con questa affermazione della realtà voglia celare proprio il bisogno della sua negazione.
    E' la consapevolezza di trovarsi d’un tratto davanti a qualcosa di enorme:
    Mi scuoto e ricordo di aver sognato un incontro, ma qualcosa è avvenuta, l' ho sentita, l' ho percepita stamattina fin dal primo sguardo fuori dalla finestra. Poi, la telefonata! E' stato un risveglio cattivo che torna a ficcarmi spilli sulla pelle, parole arruffate, sconnesse, danzano davanti ai miei occhi, il loro rumore rimbomba nella mia testa, nell' anima mia tra un prima in cui c’eri e un poi in cui non ci sei piu'.
    Ricordi che non voglio arginare, ai quali mi aggrappo perche' sento di non farcela, di annegare. Profonde ferite aperte che dolgono, mi rimandano la sensazione che la vita sia tutta un’enorme e assurda allucinazione, e tutto mi scaraventa sul viso un presente in cui rimbombano passi lontani, sempre piu' lontani...Una verità germogliata  da poche , terribili parole che vorrei lontane, molto lontane...
    -Non c’e' più tempo- Uno strazio ancora diverso, un’altra dimensione del dolore, dove i ricordi di ieri si riflettono sul peso insostenibile dei rimpianti di oggi. E sono su questo aereo ...e il tempo si blocca.
    Non c'e' piu' tempo.
    Sono qui' davanti a te ma tu non mi ascolti, non mi senti.
    Non fluiscono ora, le parole... sono arrabbiata con te. Mi hai mentito, non mi hai aspettata, ho portato anche i biglietti per andare a Pisa, dovevamo andare a Pisa, te lo ricordi? E poi, ho comprato anche un giornalino di Tex, eccolo... avremmo potuto leggerlo insieme!
    Ti accarezzo il viso, i capelli, qualcuno cerca di allontanarmi da te ed io mi divincolo da quelle braccia. Il pensiero che allontanandomi, tu non possa udire quanto ho da dirti mi risulta intollerabile. Vorrei urlare senza dignita' alcuna tutta la mia rabbia, il mio dolore... sovrastare il suono delle campane che chiamano e chiamano , senza sosta, senza pieta' .
    Nel cortile di casa c'e' un bimbo che gioca con le biglie colorate... una e' come quella che tu amavi tanto. I miei occhi sono pieni di polvere forse, i colori della biglia sono confusi, si sono  mischiati  tra loro ed io non ci vedo piu' un arcobaleno dentro...
    Un' altra tessera, l' ultima, si aggiunge alle altre e pretende di stare al di sopra delle altre! E' quella brutta, terribile, quella che chiude l' ultimo capitolo della tua breve vita.
    Non si puo' rimuoverla, torna sempre in cima, prepotentemente  "al suo posto" .
    Mi chino su di te, ti abbraccio, mi aspetto di sentire la tua voce che mi dica qualcosa... qualunque cosa... Ti prego, solo una, almeno una...
    La mia voce e' un sussurro e mentre il mio cuore scoppia dal dolore che provo, ti dico:
    Ti voglio bene. Perdonami, per tutte le volte che non te l' ho detto.

  • 24 aprile 2006
    Il fidanzato immaginario

    Come comincia:

    Da bambina ne avevo molti. Bambine, bambini, cagnolini ecc.

    Ci giocavo a tutte le ore del giorno. Dormivo con loro, mangiavo con loro, ridevo con loro. La mamma non si era mai preoccupata più di tanto. Diceva che c’erano perché non avevo altri amici con cui giocare. Il pediatra l’aveva rassicurata dicendole che era un fenomeno normale durante l’infanzia.

    Da quando ho compiuto sedici anni fino ad oggi, n’è rimasto solo uno al mio fianco. Si chiama Daniel, ma io l’ho sempre chiamato  Danny. Non è bello, ma carino. Un gran chiacchierone e spesso e volentieri dice cose che non hanno senso, specialmente quando vuole tirarmi un po’ su di morale. Ci riesce sempre sin da quando, a sei anni, caddi dalla bicicletta e mi ruppi un polso. Nessuno riusciva a calmarmi in nessun modo. In ospedale, mentre mi mettevano il gesso, Danny mi teneva la mano.

    Danny è molto dolce, ma anche tanto imbranato. Ha sempre in repertorio battute fuori luogo e un senso dell’umorismo tutto suo. Darebbe la vita per me (in un certo senso deve farlo) e c’è sempre quando ho bisogno di lui. C’è la mattina quando mi sveglio e faccio colazione prima di correre a prendere la metropolitana per andare in biblioteca, dove lavoro. C’è anche durante il weekend quando non ci sono le mie amiche, le sere che guardo la TV da sola. Si sveglia con me. Mi guarda con i suoi occhioni teneri, mi da un bacio e mi tiene stretta fino a quando decido di alzarmi.

    Perché non riesco a fare a meno di lui da quando esiste? Per quel suo modo unico di guardarmi e dirmi sempre che mi vuole bene, specialmente quando ne ho veramente bisogno. Per il solo fatto che quando sono a terra e non vedo alcuna ragione per tirarmi su, lui è vicino a me ad elencarmene una quantità industriale. Mi fa sentire bella, interessante, amata, ma soprattutto capita.

    Capisce tutto quello che mi passa per la testa. Qualunque mio dubbio o paura. Gioisce con me dei miei successi ed è pronto a confortarmi in caso di insuccessi.

    L’unico neo nella nostra storia è che lui compare soltanto durante i periodi più brutti della mia vita, mentre quando sto bene e sono felice… scompare.

    Vi faccio un esempio.

    Due anni fa eravamo la coppia più felice del mondo. Sempre insieme come due gemelli siamesi, ci lavavamo i denti insieme, passavamo anche lo stesso filo interdentale. Guardavamo gli stessi film, ci commuovevamo per i loro finali, ci piacevano gli stessi cereali. Ci guardavamo e ci leggevamo nel pensiero. Praticamente comunicavamo senza pronunciare una sillaba.

    Ogni tanto si discuteva di quando avrei comprato un appartamento tutto mio e lui sarebbe venuto a stare da me. Era al settimo cielo, anche perché si era stancato di questa situazione: i continui bisbigli e le risate sotto il piumino perché i miei non ci sentissero, le uscite con i miei amici, che ovviamente non lo consideravano, le cene rubate e portate in camera per stare un po’ da soli.

    Avevo ormai deciso di trovare un piccolo locale. Magari in centro città. Volevo anche dei bambini (almeno tre ed un cane) e lui, come sempre, diceva di sì a qualunque mio desiderio cercando allo stesso tempo, però, di farmi riflettere sui pro e i contro. Era la mia coscienza.

     

    Il giorno che incontrai Samuel pioveva a dirotto. Mi era rimasto impigliato un tacco sul marciapiede ed avevo dimenticato l’ombrello in biblioteca.

    Era un vero gentiluomo. Mi aiutò a liberare la mia scarpa e poi mi invitò a pranzo in un piccolo, accogliente ristorante all’angolo. Si offrì persino di ordinare mentre io, nella toilette, mi asciugavo i capelli con l’aggeggio con cui ci si asciuga le mani.

    Danny non era affatto geloso, nemmeno quando abbiamo cominciato a frequentarci più assiduamente. Ascoltava tutti i miei resoconti sul suo rivale, però più continuavo ad uscire con Samuel e meno vedevo Danny. Finché, come il suo solito, un bel giorno è scomparso.

    Stare con Samuel mi rendeva felice. Era come vivere un gran bel sogno. Romantico, dolce, sensibile, sembrava perfetto. Mi ero trasferita da lui, nel suo piccolo appartamento in centro città. Ero innamorata al punto tale che vivevo per un suo respiro. Restavo ore ad osservarlo mentre dormiva. Tutte le volte che si svegliava la mattina, lo guardavo e lo stringevo stretto a me fino a quando non decideva di alzarsi. Non smettevo mai di dirgli quanto gli volevo bene.

    I suoi colleghi architetti lo bombardavano di telefonate a tutte le ore. Quando uscivamo con loro non mi consideravano ovviamente, pensavo io, essendo una semplice bibliotecaria.

    Circa un anno fa, pranzando, gli confessai il mio sogno di avere dei bambini, almeno tre ed un cane. Da quel giorno che le cose degenerarono gradualmente.

    Passavano i mesi e tra i suoi colleghi, che lo bersagliavano di telefonate, c’era anche Valerie, la sua nuova assistente. Premetto che non sono mai stata gelosa, di norma, ma questa volta c'era puzza di bruciato, di corna bruciate…

    Il giorno in cui Samuel mi confessò che mi avrebbe lasciato per Valerie il mondo mi crollò letteralmente, sottoforma di un secchio di colore verde che stava sulla scala in camera da letto. Stavo, infatti, cercando di tinteggiare con un tono un po’ più allegro quella camera così monotona.

    Valerie. Non l’avevo mai vista fino a quel giorno. Lei aspettava in macchina fiduciosa che io avrei fatto una scenata e me ne sarei andata con tutti i miei stracci e la coda fra le gambe. E invece no! I miei stracci non li ho impacchettati quel giorno… Sono tornata circa un mesetto dopo, con una valigia vuota e il cuore letteralmente tritato.

    Continuavo a pensare a cosa avesse lei che non avevo io. Un cane l’aveva, ma non voleva marmocchi.

    Nel frattempo ero tornata a vivere dai miei genitori tra un “te l’avevo detto”, un “quello lì non mi è mai piaciuto” e un “morto un papa se ne fa un altro”. Poveretti anche loro: cercavano di tirarmi su come potevano.

    Ho pianto per giorni chiusa in camera. Uscivo solo perché ero costretta a mangiare e per via di altri bisogni fisiologici che tutti conoscono.

    Una mattina, credo due settimane fa, mi sono svegliata senza cominciare a piangere. Danny era vicino a me. Sentivo il suo calore e le sue mani che mi accarezzavano dolcemente. Lo aspettavo.

    Mi ha dato un bacio sul collo e poi ha esordito con una delle sue solite battute per sdrammatizzare e, baciandomi, mi ha ripetuto quanto ero bella e quanto mi voleva bene. Come sempre, ci siamo giurati di non lasciarci mai più e io sono corsa a comprare il giornale e ho sfogliato gli annunci immobiliari.

    Oggi è il giorno del trasloco. I miei amici mi stanno dando una mano e Danny osserva silenzioso. Sorride perché sa che fra qualche ora saremmo finalmente soli. Riempirò la vasca con acqua bollente e sali profumati. Accenderò un incenso e sceglierò uno dei CD che ci piace tanto. Dopo il bagno ci sdraieremo sul divano a guardare un bel film romantico. Alla fine piangerò come solo un salice sa fare e lui mi bacerà. Finalmente parleremo senza più bisbigliare.

    Lo sa che ho conosciuto Christian. Come sempre, mentre gli raccontavo i particolari, mi ha sorriso guardandomi un po’ preoccupato.

    Mi ha ricordato, come una lista della spesa, tutti i ragazzi che mi hanno spezzato il cuore, raccomandandomi di fare attenzione.

    L’ho baciato e gli ho detto che lo amo e che non amerò mai nessuno quanto lui.

    E’ sera, sto preparando il nostro bagno. Ho acceso la TV così Danny si può rilassare un po’. Ci sono cartoni dappertutto. In camera da letto ci sono due materassi per terra, due piumoni e due cuscini. La casa profuma di nuovo o forse solo di muffa, ma sono felice. Tranquilla. Con una mano controllo l’acqua seduta sul bordo della vasca. Intravedo Danny che guarda la TV. Il suo sguardo e il mio sono identici. Pensiamo alle stesse cose, lo so.

    Suonano alla porta.

    Mentre gli passo davanti per andare ad aprire, mi sorride. Siamo proprio una coppia felice.

    Apro la porta.

    Davanti a me c’è Christian con un mazzo di fiori e una bottiglia di Champagne. E’ venuto per festeggiare e, dando uno sguardo in casa, siccome sono da sola, mi chiede se può entrare.

    Gli sorrido e gli dico di mettersi comodo sul divano mentre vado a chiudere l’acqua in bagno. Ripasso davanti al divano e provo una strana sensazione. Cosa mi sono dimenticata?

    Torno e mi siedo vicino a Christian. Mi accorgo che uno dei cuscini è umido. Forse si è bagnato con la pioggia oggi in strada mentre lo caricavo con le altre cose in macchina.

    Parliamo del più e del meno. Mi chiede se può darmi una mano domani con gli scatoloni. Ci raccontiamo le rispettive giornate. Qualche battuta stramba che mi fa ridere, qualche sorriso. Mi sento proprio a mio agio con lui. Come se lo conoscessi da quando ero bambina.

    Christian mi prende la mano e, guardandomi negli occhi, mi dice che si è innamorato di me dal primo momento che mi ha vista. Mi bacia. La sensazione che provo è indescrivibile. Aspettavo tutta la vita un bacio così. Aspettavo Christian da tutta la vita. Ma dov’era fino ad ora? Non importa, ora è qui e io non sono più da sola. Qualcuno un giorno mi aveva detto che quando la mia anima gemella mi avesse baciato, me ne sarei accorta in un secondo. Fino ad oggi credevo si trattasse della solita frase da film, che ti rifila la tua amica felicemente sposata per darti una piccola speranza di non finire vecchia e zitella con uno di quei cagnolini sulle ginocchia.

    Fino ad oggi. Da oggi tutto ha un senso. Le sue labbra, i suoi occhi, le sue mani. Il paradiso.

    Parliamo tutta la notte fino ad addormentarci davanti la TV.

    Christian non è bello, ma carino. E’ molto dolce, ma anche tanto imbranato.

    Stanotte dormo serena.

    Sogno Danny. I suoi occhi sono umidi. Mi abbraccia e mi bacia teneramente sulla fronte. Spera che questa sia la volta buona, anche se ciò significa non rivedermi mai più.

    Lo abbraccio forte e lo stringo a me, gli sussurro in un orecchio che lo amo e che un giorno lo sposerò. Mi guarda, sorride e mi bacia.

     

    È proprio vero: non capita tutti i giorni che uno degli amici immaginari durante l’infanzia si trasformi in un fidanzato immaginario in età adulta.

  • 24 aprile 2006
    Tutto qua?

    Come comincia: “TUTTO QUA?!”, dico a mezza voce con il tono a metà tra lo stupito e lo sconsolato e con molta delusione nell’animo. Queste sono le uniche parole che riesco a pronunziare una volta aperti gli occhi nei confronti della vita. Tutto qua… niente di particolarmente interessante o avvincente che segni questi miei anni e, come purtroppo sono portato a pensare, tutta la vita in generale. Nessuna sfida o questione intrigante che mi prenda e mi avvolga e mi scaraventi con furore nel burrone della gioia. Tutto quello che alla maggior parte delle persone appare difficile, quasi irraggiungibile, per così dire con una sola espressione “la loro meta” a me appare invece insulso e di una facilità mostruosa, spiazzante, deludente, annoiante. Non mi pare che questa vita sia difficile da portare avanti se guardata dal punto di vista della routine quotidiana. Insomma io le difficoltà principali le ho incontrate durante gli anni universitari in quanto lo studio era alquanto complesso e i 32 esami che ho dovuto incasellare uno dietro l’altro hanno richiesto un impegno non esiguo. Ai tempi si parlava di sforzi della mente, enormi e lussuosi interventi del mio ingegno e della mia infinita forza di volontà. Bisognava fare usare il cervello, farlo sudare e marciare come quando si attraversano le dune del deserto. A tratti anche quegli anni ogni tanto mostravano la loro noia e semplicità ma quando ciò accadeva mi davo subito da fare: un lavoretto strampalato che mi occupava ulteriore tempo, un viaggetto esile per l’Europa e qualche piccolo intervento del mondo chimico e sintetico che placava la mia voglia di sapienza e conoscenza noumenica. Dopo questo periodo tutto è terminato. Trovare un lavoro e un contratto che mi mantenga a vita è stato un gioco da bambini, cambiare poi lavoro per aver uno stipendio più adeguato alle norme del tempo ancora meno. Trovarsi poi una ragazza e farsi sottrarre a forza i propri segreti e inquietudini della personalità è cosa che non è accaduta di raro. Arrivare poi a fare una famiglia e riprodursi credo richieda un impegno inferiore che travasare un liquido da un vaso in un altro, ma fortunatamente codesta vile esperienza ancora non appare nel mio curriculum vitae. Insomma destreggiarsi in questa società, sottostando alle sue regole a me pare la cosa più facile e banale di questo strano mondo. Il punto è che mi annoia fare tutto ciò, e non poco! Qualche anno fa, quando ancora vivevo nell’incoscienza della gioia, immaginavo che la vita sarebbe stata piena di imprevisti e difficoltà, proprio come all’università o al casinò. Invece no. Piatta e prevedibile ed il cervello non serve a farti tirare avanti. Insomma che aspettative può avere un malinconico iper annoiato come ma da codesta vita? In certi giorni mi appare tutto inutile, qualsiasi cosa io faccia e sia. Ma poi che cosa sono io? Che cosa mi rimane veramente da fare? Quali obiettivi ho da conseguire? Vi prego, umanità cara, che qualcuno si faccia avanti e mi dia un suggerimento. Anche un piccolo e misero indizio. Non vedo grosse imprese da compiere. Non vedo nulla di cui questo lurido e fetido mondo avrebbe bisogno da me. Tutto va da sé proprio come una barchetta lasciata in balia del vento e con i remi tirati su. La mia attuale sfiducia nei confronti del libero arbitrio non fa poi che aumentare questa catastrofe. Che delusione! Certo quando uno mette fuori la testa per la prima volte dall’utero materno non credo che, se potesse parlare, direbbe: ”tutto qua?” ma anzi si lascerebbe andare in imprecazioni e bestemmie di gioia per vedere finalmente la luce e scoprire che esiste un altro mondo oltre a quello buio e umido degli ultimi mesi. Ma qua e adesso quale altro mondo devo aspettarmi? L’aldilà? Lunga attesa dunque…

  • Come comincia: Il re del mondo aveva deciso di proclamare una gara per scegliere l'animale più utile all'uomo. Sin dalle prime luci del mattino innumerevoli tra questi si erano presentati alle porte dorate del suo palazzo, e molti vantavano servizi ineccepibili e preziosi. Sul mezzogiorno la piazza antistante alla reggia era gremita, quando, tra lo stupore generale, comparve la massiccia e minacciosa figura di un possente lupo. Dapprima un brivido di orrore serpeggiò tra i convenuti, poi di sdegno: ma nessuno aveva l'ardire di proferire parola. Alla fine, un vecchio e saggio cane pastore, che ben conosceva la bestia, osò avvicinarsi ad essa e rivolgerle queste parole: "Con quale ardire, belva, ti presenti a noi, in una così nobile tenzone? Quale sarà mai il dono che tu puoi offrire agli uomini?"
    "Il dono che io porto - rispose serafico il lupo - è ineffabile, obbligandoli a misurarsi con la mia astuzia e ferocia."
    Nessuno poté contraddirlo.

  • 19 aprile 2006
    Entrata in società

    Come comincia: Quello di cui credo aver più bisogno ora è un vero e proprio ingresso nella società; ingresso che deve essere sentenziato ufficialmente e formalmente da una specie di corte o ufficio che gestisce i rapporti tra singoli cittadini.

    Innanzitutto voglio frequentare spesso e volentieri posti pieni di gente. Preferisco però andarci con dei conoscenti magari di vecchia data per non sentirmi a disagio. Con loro posso anche stare zitto. Non devo per forza allacciare rapporti, basta che io inizi a creare un po’ di visibilità per me stesso. Devo anche sforzarmi di frequentare maggiormente gli amici di vecchia data.

    L’ingresso in società è fondamentale per avere una stabilità mentale che attualmente sento essermi estranea. È vero anche che questo mio nuovo e spasmodico desiderio può apparire una forzatura ma credo che ora sia necessaria. Il problema è che io stesso mi rendo conto che molti dei pensieri che faccio non sono propriamente adatti ad uno stile di vita propriamente umano. A volte io stesso non me ne capacito e vedo che da essi traspare un filo di malinconoia di livelli spropositati e di insensatezza esagerata. Quello che poi decreterebbe definitivamente il mio ingresso in società e la definitiva stabilità mentale sarebbe un bel matrimonio.

    La donna selezionata dovrebbe comunque possedere molte delle caratteristiche di adattabilità al mio modus vivendi. Credo che questa decisione non solo dimostri da parte mia una grossa quantità di coraggio ma anche e soprattutto il mio desiderio di voler dire una volta per tutte basta con le porcherie del mio essere. Tra l’altro ora mi sento abbastanza maturo e cresciuto da poter affrontare tale passo, che non mi pare affatto più lungo della gamba. Come sempre credo che affronterò la faccenda con curiosità ed enorme interesse, il tutto accompagnato da una forte dose di determinazione e buona volontà che non mi hanno mai abbandonato ma che anzi mi hanno dato sempre grosse soddisfazioni sin dalla tenera età.

    Ed allora immagino già la scena: voglio un grosso ufficio aperto al pubblico dedicato apposta a tutti i cittadini e alla loro visibilità. Ognuno è libero di entrare e ricevere informazioni. E come a fine di ogni anno scolastico vengono appesi i cartelloni dei voti dai quali si apprende con estrema rapidità e facilità la propria condizione di promosso o respinto, immagino che in questi uffici vi siano giganteschi affreschi murari sui quali si possono leggere i nomi di tutti i cittadini.

    Allora quelli incuriositi dal mio status sociale, scorrerebbero in fretta l’elenco ed arrivati alla lettera "G" potrebbero ammirare con estrema gioia la seguente dicitura: "GIANLUCA Dario GUALANO: ENTRATO IN SOCIETA’ IL 4 FEBBRAIO DELL’ANNO 2006".

  • 19 aprile 2006
    Solo nelle Tenebre

    Come comincia: In una fresca sera di aprile, passeggiavo, un po’ allegro per gli effetti dell’alcool, tra le piccole vie di uno squallido sobborgo londinese (ancora oggi non capisco come ci ero capitato...).
    L’illuminazione era molto scarsa, i lampioni quasi inesistenti e nell’aria un odore acre di rifiuti. Ormai del tutto senza orientamento, imboccai l’ingresso di un piccolo vicolo quasi del tutto privo di luce, oltre a me solo un raggio di luna ebbe il coraggio di inoltrarsi lì.
    In lontananza misi a fuoco una sagoma nera che si muoveva ondulante, ma non riuscii a vedere altro, fino a quando, a causa del liquore, ebbi un giramento di testa, persi l’equilibrio e caddi sopra un bidone dell’immondizia, provocando un rumore tanto forte che mi spaventai. Mi ripresi per un istante, la mia attenzione si era spostata ad un insieme di rifiuti e liquami che mi si erano riversati addosso. Non mi resi conto però, che quella losca figura che ondulava a meno di dieci metri da me, non c’era più, almeno non era più dove la vidi per la prima volta. Non ebbi neppure il tempo di guardarmi intorno, che mi sentii soffocare e con gran forza, afferrare al collo. In un istante ripresi coscienza, ero sollevato da terra, con una mano stretta al collo. Aprii gli occhi, vidi tutto annebbiato, il mio cuore pulsava, mi mancava il fiato, la stretta mi permetteva a mala pena di respirare. Cercai di focalizzare cosa ci fosse davanti a me, ma vidi solo una figura scura, occhi rossi, un mantello. Alle mie orecchie giungeva il suono del mio respiro, e poco dopo una voce mi fece trasalire… profonda, cupa e penetrante… entrava nella mia testa e rimbombava come una eco: "Ti aspettavo. Diverrai mio servo".
    Il dolore al collo si fece intenso, mi mancò di nuovo il respiro, persi i sensi…

  • Come comincia: Vi racconto una storia. Una storia che raccontano tutti qui quando sull’amore scende un sipario.
    Non so bene chi fu il primo tra noi a dire di loro, ma fa lo stesso. L’importante è che si dica.
    In questo luogo dimenticato, su una costa di un mare sconosciuto, abitiamo in pochi – noi-  molto pochi, e le voci corrono, il tempo è senza tempo e quest’orizzonte blu è l’unica cosa che ci separa dal resto del mondo.
    Comunque la storia è un’altra. La storia è questa, se volete ascoltare.

    Era bella, lei, quasi da non credere quanto lo fosse. E aspettava. Ogni giorno, nello stesso punto di sabbia impallidito dalla luce del sole, lei si sedeva e aspettava. Non era certo un mistero chi, non per noi.
    Aveva voce alta in lei la nostalgia, come una tenaglia, abisso feroce che inghiotte gli ultimi ricordi, istanti vissuti pelle a pelle, ferita bruciata da gocce di sale.
    Se n’era andato, non sapeva più quando. Per il mare era partito. Quando? Non lo ricordava più tanto era il tempo senza tempo che le passava accanto. Le aveva detto:"Vado in mare, quello oltre il confine che ci separa dal mondo. Tornerò diverso, ma il cuore, no, batterà per te come adesso." 
    Così era partito, non si sapeva più nemmeno quando. Così aveva detto. Questo lo ricordava – lei - che se ne stava sempre nello stesso punto. La stessa sabbia, quella che il sole aveva impallidita.
    Trascorsero giorni, notti, infine stagioni. Il mare non lo riportava, anzi, sembrava che onda dopo onda lo allontanasse da quel luogo dimenticato. Da quell’oceano senza nome.
    Lei era bella, sì. Era più bella di quel giorno in cui un sapore venuto da lontano se l’era preso.
    Ma ha un segreto il mare, forse solo questo, chi lo sa. Ruba i pensieri e li disperde se lo guardi per guardarlo fisso. Ti soffia aria nuova in petto se lo respiri profondamente. Ti colora lo sguardo. Lo accende di blu e la marea che ti sale dentro, quando si ritira, tutto ti ha cancellato. Forse, solo questo mare lo fa, chi lo sa. E lei smise di aspettare.
    Scrisse qualcosa per lui prima di andare. Scrisse: "Caro amore, sono stata qui ad aspettarti tanti giorni e tante notti da diventare stagioni. Thomas viene sempre a pescare su questa spiaggia e a parlare col vento, che dice ti risponda se lo ascolti bene. Ma a me non ha mai risposto. Il mare è mutato infinite volte da quando sei partito. Lo guardavo, fisso, e cambiava sempre. A poco a poco sembrava cambiasse anche me. Mi è entrato dentro, lo sento. Credo capiti se lo guardi così a lungo. Adesso sono diversa. Non ci sarò quando tornerai. Ho scoperto il segreto del mare e me ne vado. Tua…" 
    Le lasciò a Thomas quelle parole, il più anziano tra i pescatori. Poi, partì con le onde ad accompagnarle i passi.


    Su quella stessa spiaggia, raccontano tutti, un giorno lui se ne stava a guardare il mare, fisso. Di fianco, il pescatore, che tirava su reti parlando col vento - che in vero, ora spiego, rispondeva solo a lui  perchè ne conosceva il linguaggio - e scrisse: “Caro amore, sono tornato ma tu non ci sei. Il mare ti ha portata via. Ti è entrato dentro e ora sei diversa e anche il tuo cuore lo è. Guarderò il mare come lo hai guardato tu. Cambierà come lo hai visto cambiare tu. Non conosco ancora il suo segreto. Ma credo sia un buon posto questo per dimenticare. Tuo…”

    Ecco la storia che raccontiamo noi qui. Qui, dove il tempo è senza tempo, l’orizzonte ci divide dal resto del mondo, le voci corrono quando sull’amore scende un sipario. E il mare, il mare ha un segreto…

  • 10 aprile 2006
    Passi perduti d'agosto

    Come comincia: Conosco un uomo che per disperazione una mattina di domenica d'agosto è andato alla Stazione Centrale, ha comprato un biglietto per Como ed è andato al lago.

    Durante il viaggio il treno lo aveva scosso gentilmente avanti e indietro e le persone vicino a lui parlavano gentilmente andando avanti e indietro e dal finestrino gli alberi andavano avanti e indietro.


    L'uomo aveva caldo ed era sudato: avvertiva il solito senso di malessere profondo e tenace.


    Avanti e indietro.


    Arrivato a Como, il cielo era ancora blu scuro e l'aria sapeva di sole.


    Era sceso insieme alle altre persone ed aveva camminato diligentemente fuori dalla stazione.


    Lungo il lago, era entrato in un bar a bere un caffè: 90 centesimi, non è una grande spesa.


    Non aveva questi problemi.


    Anzi, guarda, dopo il caffè, anche un bicchiere di vino, rosso.


    Bevuto anche quello, pagato senza un sorriso, l'uomo aveva salutato il barista con un gesto della mano nodosa di vecchio, un gesto stanco con la mano raggrinzita.


    Va bene, è un'altra giornata, ma per me è completamente uguale a ieri, uguale a domani, è sempre così, sempre oggi, aveva detto con quel gesto.


    Ed il barista non ha avuto tempo di accorgersene. Ne vedeva tanti, di saluti strani, di SOS senza voce.


    E l'uomo è uscito dal bar, ha camminato verso il lago.


    Si vedeva gente che faceva il bagno, lungo l'unica spiaggetta, i soliti turisti, certo, i giovani, fortunati loro, bella fatica.


    Anche lui era capace d'essere felice, da giovane.


    Da giovane, certo, tutto è possibile, uno può sempre credere che diventerà un grande uomo, farà qualcosa di valido.


    Uno, da giovane, può sempre dire: oggi no, ma domani mi ci metto, domani, si.


    Perchè da giovane, uno crede che vivrà in eterno; ma soprattutto, da giovane, uno crede che varrà la pena di vivere in eterno.


    Ma l'uomo non era più giovane; era vecchio, aveva male alle gambe, ed una fitta continua e noiosa al fegato, proprio sotto l'osso, a destra, lì, proprio lì, si.


    Camminava; un bambino gli ruzzolò fra le gambe ridendo, una bambina gli corse incontro a braccia aperte chiamandolo nonno.


    Sciocchezze.


    E mentre così camminava, ricordava la moglie, povera donna, bel funerale, otto anni fa. Ricordava il figlio, bel matrimonio, quando, cinque, no, sei anni. In vacanza con la famiglia.


    Si sa, sono giovani. A loro tutto è possibile. Non pretendeva che lo portassero con loro. Ma già, agosto a Milano, da soli, be', ecco, è lungo.


    E' lungo.


    In una casa vuota, due stanze piccole, odore di fritto - è stato il pesce, l'ultima volta, quando poi si è sentito male - non ne mangerà mai più, parola.


    E per la disperazione di vedere il cielo così azzurro senza pietà per questa carne d'uomo che si trascina fra dolore e miseria, gli venne in anima un urto di nausea così forte da spaventarlo.


    Corse veloce lungo il molo e di colpo, senza pensarci, si tuffò, così, tutto vestito.


    Fece qualche bracciata a nuoto, tanto per allontanrsi un po', e mentre sentiva lontano il crescere del vociare della gente, andò sotto.


    L'hanno ripescato due giorni dopo: aveva in tasca una biro, nel portafoglio il biglietto di sola andata a Como e dieci euro.


    Neanche un documento.


    E così nessuno sa chi è, pover'uomo, commenta il figlio, mentre legge il giornale.


    Ma si sa, dice la nuora, col caldo, c'è sempre qualcuno che dà fuori di matto, cosa vuoi farci.


    Ma al vecchio in città, neanche un pensiero.


    Il vecchio, cosa vuoi, ha la pensione, ha gli amici, un giro al bar, un giro alle bocce, ormai la sua vita è istradata, cosa vuoi portarlo via, si troverebbe male, poveretto.


    Lascialo là dov'è.


    Che magari sta meglio.

  • 10 aprile 2006
    Picccolo mondo perfetto

    Come comincia: Oggi sono stato alla laurea di Bove e subito dopo a casa sua per gli adeguati festeggiamenti. Tutto era perfetto. Il cibo, la gente, le cose che venivano dette. Nulla era volgare o fuori argomento. E poi osservavo la famiglia di Bove, sua madre e suo padre, i loro occhi, le loro gesta. Sì, perfino il minimo movimento delle loro mani e le loro parole, che agli occhi di molti saranno sembrate retoriche e prive di significato, ma non per me che analizzo tutto con estrema cura e ansia e aggiungo anche con dovizia di particolari che spesso mi rovina il resto della giornata. Il padre di Bove si trovava là con il vino in mano a tagliare formaggi sardi con coltelli ben affilati. Stava là in piedi perfetto ed in nessun altro posto e tempo sarebbe potuto esistere. Era proprio quello che ci voleva in quella situazione. Era vestito bene. Davvero bene e per nulla volgare. La barba fatta ed il viso duro e consunto di chi ha lavorato una vita intera, di chi è in grado di lavorare una vita intera. Egli non è un dottore né un ingegnere né altre lauree possiede ma credo conosca la vita centomila volte meglio di me e di tutti quelli che gli stavano attorno. Mi sembrava ad un punto di sapere tutto su questo piccolo uomo come se fossi cresciuto con lui. Tutto quello che diceva e faceva era semplicemente perfetto. I suoi racconti e il suo portare spiegazioni non erano insensate né stupide. Niente affatto. Erano la cosa più armonica ed adeguata in quella casa. Cosa devo dire? Che guardavo con ammirazione quella situazione? Che osservavo con estrema invidia quella famiglia? Sì, è vero ma non me ne vergogno per nulla. Sono altre le cose di cui dovrei vergognarmi. Mi trovavo alla festa eppure pensavo ed analizzavo la situazione e le persone presenti: che verme! E principalmente vedevo come si può essere perfetti; vedevo come esiste la situazione idilliaca e non è per nulla inumano. La paragonavo allora a tutte le mie mancanze e lacune che possiedo nei confronti della vita e della realtà e rimanevo come al solito male. E così, solo e seduto in un angolino, riflettevo sul mio stato d’essere e sul fatto che, nonostante mi reputassi un buon osservatore, rimanevo comunque pur sempre come un alunno alle prese con maestri dai quali non riesce a svincolarsi e dai quali non apprende. Io so quello che è necessario per sostenere una vita leggera e per avere un’unione perfetta con il mondo poiché spesso ho scrutato i miei simili farlo con estrema naturalezza e semplicità ma a me proprio non riesce di metterlo in pratica. Apprendo ma non riesco a partecipare. Il padre di Bove era così naturale e perfetto nelle sue movenze e nel suo destreggiarsi con le parole, nel farsi strada tra quella folla di festanti. Tutta la sua vita era stata una rincorsa verso codesta perfezione!

  • 10 aprile 2006
    Ernesto - Erny

    Come comincia: Sei un pugno nel petto, diretto, incisivo, forte. Un pugno capace di abbattere le mie paure e i miei problemi inventati. Un pungo che mi paralizza costringendomi a guardarmi dentro, a vedere in me quello che spesso faccio finta di non vedere. Un pugno che mi obbliga a prendere tutta la forza che ho ma che spesso non sento e non sfrutto.

    Sei la tenerezza. Il tuo sorriso non lascia dubbi, la tua umile immobilità me ne dà la certezza: sei tu la tenerezza.

    Ti donerei le mani e i loro movimenti per poterti far provare i miracoli di cui sono capaci: una carezza, un abbraccio. Ti darei le mie gambe per farti correre e farti assaporare il gusto della stanchezza, il gusto del movimento; ti darei le mie gambe per farti passeggiare lungomare in una sera d’estate e sederti su uno scoglio a guardare il tramonto.

    Ti darei tutto l’amore che ho, tutto l’amore che posso perché sento di dovertelo. Non ho compassione per te, né provo pena, non credere sia questo, non è nemmeno vicino a questo. Per te provo amore e basta. Un amore sincero, vero, istintivo, spontaneo, e ti ringrazio perché mi ispiri queste parole, perché mi rendi migliore. Ti darei tutto ciò che ho e che sono. Ma mi accorgo che sei tu che dai a me. Come posso ricambiarti allora? Sei tu che mi dai amore, sei tu che mi dai dolcezza, sei tu che mi fai venir voglia di vivere e di dare me stessa a te e al mondo. Sei tu a farmi capire il senso di tutto. E lo so che sembra assurdo ma è così. Sei tu a farmi credere in Dio, a farmi venir voglia di pregare, a farmi desiderare di aver fede. Nessuno sa perché. Nessuno sa spiegare perché certe vite sono distorte o anomale e forse non esiste una spiegazione, non c’è un motivo. Ma c’è la fede, la speranza, la preghiera. C’è alzarsi ogni mattina e guardarti negli occhi e sorridere pensando che mi hai regalato un giorno ancora, un giorno nuovo con te. Sei nato perché qualcuno aveva e ha bisogno di te e tu avevi e hai bisogno di qualcuno.

    Ti bacerei, ti abbraccerei per ore, perché non so come potrei darti un po’ di me in altro modo. Vorrei dirti che sei importante per il solo fatto che esisti. Vorrei dirti che è bello che tu sia qui. Vorrei dirti che poteva capitare a me o a chiunque nascere con un problema genetico, è capitato a te ma non per questo fa di te una persona diversa. Solo più fragile. Ti aiuterò finché posso, con tutte le energie che posso. Vorrei dirti grazie perché mi aiuti a comprendere il senso della vita: amare, in modo assoluto.

  • 10 aprile 2006
    Racconto immaginato...

    Come comincia: “Sai, ci sono delle volte in cui non mi fermo solo al sangue… alcune volte strappo il cuore e me ne cibo, lo strappo via dal petto quando è ancora pulsante, caldo e tremolante, così da sentirne ancora i battiti all’interno del mio corpo.”

    “L’altra sera mi cibavo di lei, quando ebbi finito la fissai negli occhi, lì nel collo aveva i segni del mio banchetto e con un filo di voce mi chiese di renderla mia pari… non lo sopportai… non ne era degna, le staccai la testa e la lasciai in pasto ai lupi.”

    “Ero appena fuggito da un branco di lupi quando mi resi conto di essermi addentrato troppo nel suo territorio, riuscii a confondermi con la notte e fare delle ombre un luogo in cui nascondermi. Non mi trovò, ma quella notte rischiai parecchio. Lui era li e io sentivo la sua presenza.”

    “Non mi era mai capitato prima… scese dal cielo stellato come un angelo, anzi era un Angelo… le ali risplendevano di luce, che mi costrinsero a lasciare il mio pasto per nascondermi nel buio. Gli si avvicinò e lo prese per mano. Insieme volarono nel cielo nero e io rimasi inebriato da quella visione celestiale. Un angelo, a tanto erano arrivati lassù.. ora un angelo mi da la caccia…”

    “Mi ritrovai nuovamente di fronte a quella creatura celeste, io demone della notte, fissai negli occhi un angelo. Ci scrutammo… poi scattammo e le lame delle nostre spade fecero scintilla. I colpi si libravano rapidi ed impercettibili. Nessuno feriva. Lama bianca contro lama nera. Ebbi modo di fissarla ancora negli occhi, piangevano amore…”

    “Una cosa mi porto dietro da ormai secoli, il significato di amore… quando lei mi fu portata via dai lupi giurai vendetta. Ed ora, sono qui più dannato dei miei nemici… in fuga dalla luce del giorno, mi nascondo nell’ombra.”

    “Sono vicini, ne sento la presenza… gli angeli non sono dotati dei nostri stessi poteri, quindi stai attenta, potresti farti male, i lupi sono pericolosi e forti.”

    “Mi svelò la sua identità… un angelo, era potente e come me aspirava a aumentare la sua forza..”

    “Lei voleva comandare il cielo, io gli inferi… ci alleammo e così fecero i nostri nemici.”

    “Insieme riuscimmo a decimare le armate del cielo e degli inferi, eravamo così forti che per noi si risvegliarono forze sopite da ere…”

    “La morte non era un problema, morti lo eravamo già stati in vita. Ora siamo in uno stadio extravita nel quale l’unico nostro scopo è quello di accrescere la nostra grande potenza.”

    “Conosciamo tutti i segreti degli uomini e degli dei… nulla ci potrà fermare.”

    “La nostra potenza superava le stelle e ci accorgemmo di aver commesso un errore tremendo… io e lei cedemmo alle brame dell’amore.”

    “Decidemmo di punto in bianco di abbandonare tutto il nostro potere e di ritornare a vivere nella Terra, nascosti, per quanto possibile, tra gli uomini… braccati dai cacciatori.”

    “L’amore indebolì i nostri poteri, ma infuse poteri alle nostre anime, ci rese coscienti dei nostri errori, capimmo dove sbagliammo.”

    “Usammo i nostri poteri per l’ultima volta, per ripristinare l’ordine naturale delle cose… ma la forza sprigionata ci allontanò… ora vago nel tempo e nello spazio… alla sua ricerca…”

  • 10 aprile 2006
    Il vino è cosa buona

    Come comincia: Un uomo che dalla vita aveva avuto molto, non riusciva ad essere felice. Si rivolse ad un santo eremita a cui erano state attribuite guarigioni spirituali, il quale gli disse:

    - Per tre giorni il tuo insegnante sarà il vino. Và e torna domani.

    L’uomo entrò in un’osteria, e dopo il primo bicchiere di vino sentì il freddo svanire, al secondo i pensieri diventare leggeri, al terzo una strana euforia coinvolgerlo in un ballo, al quarto si avventurò con una donna sconosciuta.

    L’indomani ritornò dal santo eremita, il quale gli chiese:

    - Cosa ti ha insegnato il vino?

    L’uomo rispose:

    - Il vino sa rendere alla vita quello smalto che talvolta perdiamo. Il vino è cosa buona.

    Il santo eremita lo congedò dicendo:

    - Và e torna domani.

    L’uomo incominciò a bere, un bicchiere di vino dietro l’altro con grande avidità, perdendo completamente il controllo delle proprie azioni.

    L’indomani ritornò dal santo eremita il quale gli fece la stessa domanda:

    - Cosa ti ha insegnato il vino?

    L’uomo visibilmente sconvolto disse:

    - L’eccesso rende anche qualcosa di benevolo come il vino, dannoso. Il vino è cosa buona.

    Il vecchio lo congedò dicendo:

    - Va e torna domani.

    L’uomo stavolta comprò delle bottiglie di vino, ma non sentì il desiderio di bere. L’indomani raggiunse il santo eremita, il quale gli chiese come ogni volta:

    - Cosa ti ha insegnato il vino?

     E l’uomo:

    - Il vino mi ha insegnato la moderazione, e che ogni cosa va presa con la stessa filosofia, tutti gli eccessi conducono alla distruzione.

    Il vecchio sorrise, dicendo:

    - Ora puoi andare, come vedi non sono io a dare le risposte alle domande della vita, ma è la vita stessa a rispondere.