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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 29 marzo 2007
    Valeria

    Come comincia: Stamattina mi è arrivata una lettera di E.
    Da molti giorni provavo a mettermi in contatto con lui, senza riuscirci. Stavo cominciando a temere il peggio ed avevo anche contattato qualche comune amico, per valutare se non fosse il caso di informare la polizia.
    E' vero che mi aveva informato che se ne sarebbe andato via per qualche – la sua telefonata, in quell'occasione, mi era sembrata concitata, come se avesse fretta di andarsene - ma ormai era passato già più di un mese e, da allora, non avevo più avuto sue notizie. Era rimasto particolarmente segnato da una tragedia che aveva colpito tutti noi. Valeria, nostra comune amica, era stata travolta ed uccisa (anzi “arrotata” come si leggeva nel verbale della P.S. che aveva proceduto ai rilievi) da un pirata della strada, proprio sulla soglia della casa di famiglia, al suo paese d'origine. Quante volte, ci eravamo chiesti, doveva aver attraversato quei pochi metri d'asfalto. Quando ancora bambina, dando la mano a mamma o papà. E poi tornando da scuola o uscendo con le amiche. Pochi metri d'asfalto che l'avevano vista crescere per poi lasciare il paese ed andare in città a studiare. E ancora più lontano, dall'altra parte del mondo, dopo aver conseguito la laurea in lingue ed aver imparato il cinese... - il cinese, pensa tu; quanti ce n'erano in Italia che sapessero il cinese in quegli anni?
    Quante volte, come quell'ultima volta, doveva aver parcheggiato l'auto a lato della strada, fiancheggiata da platani, per attraversare a passi veloci quell'asfalto amico, proprio in quel punto in cui la statale, dopo un breve rettifilo, a pochi metri dall'acqua plumbea, s'infilava fra le case basse, intonacate in colori mai accesi, come si conviene ad un placido paesino sulle rive di un lago subalpino. Amico, già. Perché mai dovrebbe tradirti quel pezzo di strada che conosci come le tue tasche, fin da quando eri così piccola che i tuoi ricordi più remoti te lo propongono esattamente così com'è ora, col sole o con la pioggia, con le foglie sui rami o con lo sfondo di un cielo grigio, invernale.
    Non quell'ultima volta, nel buio della sera piovosa, con la nebbia del lago ad avvolgere tutto in un sudario di goccioline impalpabili, a sfumare i contorni delle case, a nascondere ogni cosa, anche l'insidia di quel killer motorizzato, che, senza nessun rispetto dei limiti di velocità, incurante di ogni regola, e, soprattutto, incurante di te, si era infilato a cento chilometri all'ora fra le pacifiche case basse e ti aveva travolta; ti aveva distrutta e lasciata lì sull'asfalto, come un povero animale. Aveva annichilito tutto il tuo sapere, azzerato la tua storia, buttato nel secchio dell'immondizia tutti i tuoi anni di studi, tutte le tue speranze. Tutta la bellezza di quella bella persona che eri.
    E. mi aveva raccontato di come, proprio nell'estate precedente, era accaduto che si fossero trovati da soli in città, per le assenze, per vari motivi, dei rispettivi compagni e di come fosse loro capitato di vivere una breve, intensissima, storia d'amore. Era poi arrivata la fine dell'estate e chi doveva tornare era tornato. Quello che si erano ripromesso di fare, di chiudere i loro precedenti rapporti ormai consunti dal tempo, con gli addii, le spiegazioni e qualche recriminazione, non era poi accaduto. Non ci erano riusciti. Non per qualche motivo particolare. Non ne avevano avuto il coraggio e non se n'erano data nessuna reciproca colpa. E. si era però rammaricato di non aver agito lui, per primo. Era l'uomo, no? Spettava a lui. Si accusava di non aver capito nulla, di quanto gli stava capitando, dell'incredibile occasione che la vita gli regalava, se non molti mesi dopo, quando era già troppo tardi, quando la porta che si era improvvisamente aperta, durante l'estate, si era poi richiusa, con il sopraggiungere della cattiva stagione.
    Non si erano più risentiti e quando la notizia della sua tragica morte era arrivata, all'improvviso, come una folata di vento gelido prima del temporale, lui era scomparso. Non l'avevamo visto neppure al funerale. Ci sentivamo al telefono ma sembrava lontano, come preso da un'idea fissa, un ragionare sordo che gli impedisse di tornare alla sua vita di prima.
    *****
    “Caro amico, ti scrivo in fretta queste poche righe ma non, so, davvero, se mai ti arriverà questa mia lettera. Quando sono partito avrei voluto poterti parlare a lungo, raccontarti di quell'inspiegabile impulso che mi aveva spinto, nel mezzo della notte, a montare in macchina ed imboccare l'autostrada per il Nord. Ma che cosa avrei potuto dirti? Che inseguivo un sogno? Che volevo andare a verificare se era vero quello che, ogni notte, da un mese a quella parte, mi veniva proposto come possibile e plausibile, pur se contrario ad ogni senso comune, con la sicumera e la tranquilla fede nell'irrealtà di una allucinazione notturna? Mi avresti detto che ero un folle ed avresti tentato di convincermi a non partire. Ed avresti avuto ragione. Così me ne sono andato nel cuore della notte e ti ho chiamato solo quando, ormai, ero già ben lontano da casa.
    Ma ora... provo a raccontarti quello che è successo... te lo devo.”
    La busta è priva di mittente ma ho riconosciuto la sua scrittura. Ogni altra ordinaria indicazione appare come sbiadita, illeggibile. Come se la lettera fosse caduta in acqua e l'inchiostro fosse stato lavato via. Si nota un timbro postale ma né l'ufficio di spedizione né la data si riescono a leggere. I fogli che riempiono la busta sono stati strappati, senza molta cura, da un block notes. La scrittura che li riempie appare discontinua, come di chi abbia fretta e stia scrivendo sotto l'impulso di un'incontenibile ispirazione, esponendo all'impronta i propri pensieri, senza alcuna cura di correggere gli errori ed a volte senza neppure finire le parole.
    “Sai come ero rimasto colpito dalla morte di Valeria. Quasi offeso, da un destino che giudicavo, mai come in questo caso, ingiusto, per via di quella bella persona che lei era e per non avermi dato più l'opportunità di riparare ai miei errori. Quello che, infatti non sai, è che poco prima che succedesse la disgrazia avevo fatto l'ennesimo sbaglio, dei tanti che ho inanellato in questi ultimi anni, specie per quanto riguarda la mia relazione con lei. L'avevo rivista! Casualmente mi era capitato d'incontrarla, proprio poco prima di quel suo disgraziato ritorno a casa e.... Senti cosa è successo.
    Era una domenica di fine Giugno ed avevo portato due nuove amiche a Torre (...), al mare. La conosci e sai come sono affezionato a quella spiaggia. Quella pineta antica che scende fino quasi al mare; quelle dune mosse dal vento, l'arenile pulito e coperto di conchiglie; l'acqua, smeraldina, incredibilmente pulita, per essere così vicino alla città. Solo il fatto di essere una riserva naturale e, fino a poco tempo fa, poligono di tiro navale, unitamente alla circostanza che per arrivarci bisogna lasciare l'auto sulla strada e camminare per quasi un'ora, hanno consentito a quel luogo speciale di rimanere così incontaminato. Così, io stesso, prima di farlo conoscere a qualcuno, ci penso due volte. Quasi ne sono geloso. Con Valeria ci eravamo andati, l'estate precedente. Era stata la nostra prima gita e la sera, dopo una splendida giornata di mare, eravamo tornati a casa ed avevamo fatto l'amore, per la prima volta.
      Capisci la mia sorpresa ed il piacere di rivederla, dopo che un po' per volta, ci eravamo persi di vista... Avanzava, dunque, camminando sul bagnasciuga, trasversalmente rispetto dove noi eravamo distesi sui nostri asciugamani, a non più di cinque metri dall'acqua. La mia mano si era già alzata per salutarla e poi, però, si era arrestata a metà strada e la voce non l'aveva seguita, per chiamare il suo nome. Questo perché lei, proprio in quel momento, si era girata a parlare verso una coppia che la seguiva, che io avevo immediatamente riconosciuto per un noioso suo compagno di lavoro e relativa consorte. Non l'avevo più chiamata. Non mi ero alzato per andare a salutarla. Mi era preso uno stupido risentimento, nei suoi confronti. Lo avevo sentito un po' come un tradimento, il fatto che avesse portato quei due alla “nostra” spiaggia. Poi mi ero detto: adesso si volterà lei verso di noi, mi vedrà, verrà lei a salutarmi. Ed invece lei aveva continuato a camminare guardando in avanti, non si era girata ed io l'aveva fatta scorrere davanti a me, come i fotogrammi di un film, senza più far nulla. La chiamerò domani, alla fine mi ero detto, per telefono, le dirò, sai, ti ho visto al mare... Poi... sai come sono fatto, spesso, troppo spesso, mi lascio andare passivamente al caso, alla futile fatalità delle cose...
    Questo fatto, o meglio questa omissione, mi era però rimasta dentro come un mugugno e, dopo che era arrivata la notizia della disgrazia, non mancava di tormentarmi, ogni giorno, il senso di colpa di quel mancato richiamo, di quel nome amato rimasto soffocato in gola. Mi rappresentavo cosa sarebbe potuto succedere, se io, quel giorno, mi fossi alzato e le fossi corso incontro. La mia immaginazione non mancava di creatività. Fantasticavo che, finalmente, fra di noi, sarebbe ripresa quella storia d'amore che non avevamo più avuto il coraggio di vivere, sacrificandola allo status quo di precedenti relazioni ormai spente (e questo poi, come sai, era avvenuto, che, in seguito, sia io che lei ci fossimo separati dai nostri rispettivi compagni). Ci saremmo rimessi insieme? Di questo mi dichiaravo quasi sicuro. E in quel momento, nel momento dell'incidente, ci sarei stato anch'io, accanto a lei, a prenderla per un braccio, a tirarla indietro quel tanto che bastava? Sarebbe bastato un breve “attenta”, secco, senza esagerare, perché non serve, come tante volte ci è capitato, nell'attraversare una strada. Quattro occhi sono meglio di due... E l'auto assassina sarebbe passata oltre, solo un brivido, una folata gelida nella nebbia.
    Se solo. Se la catena di avvenimenti legata a quella mia iniziale omissione si fosse messa in moto Valeria forse... Era un'ossessione. E il condizionale, l'ipotetico, con il passare dei giorni, con il crescere della mia febbre allucinatoria, diventava certezza. A volte basta un nulla ed il nostro appuntamento con il destino... Questo era il motivo del mio allontanamento, del non essere neppure riuscito a venire al funerale. Non dormivo più. Camminavo nella notte. Ripercorrevo le vie che ci avevano visti amanti, esterrefatti, sorpresi, per tanta fortuna. Come sempre ti sorprende l'amore.
    Poi alla fine ero crollato. Mi ero addormentato ed avevo sognato. Avevo sognato lei. La vedevo e la sentivo raccontarmi, come una volta aveva fatto, di dove era nata: “...solo chi è cresciuto sulle rive di un lago conosce il languore, la malia, di quelle lunghe giornate di fine estate, quando il sole sembra non voler tramontare mai ed una parte del cielo è già nera, con le prime stelle appese sullo stendardo della notte, mentre ancora, dall'altra parte, luminosissimi si attardano gli ultimi riverberi di luce, rosa, turchese, indaco.... L'acqua, allora, si calma in una superficie piatta, tesa, ed in essa tutto si riflette perfettamente, come in uno specchio. Non distingui più, quello che è sopra da quello che è sotto. Ti sembrano due mondi altrettanto veri, l'uno e l'altro, attaccati per la base; non sapresti più dire quale sia la matrice e quale il riflesso speculare. Ti vengono in mente, allora, le storie che i vecchi raccontano ai bambini; che li sotto, sotto la superficie a specchio dell'acqua, c'è un altro paese, proprio uguale al nostro, dove vive la stessa gente che vive sopra, solo che cammina a testa in giù, con le suole attaccate alle nostre e quando uno moriva non se ne rendeva conto, non lo sapeva, ed andava dall'altra parte, dove continuava la sua vita di sempre.... perché questa è la vita sul lago, è un morire di malinconia, ogni giorno che finisce... e di nostalgia per quegli altri, quelli che stanno dall'altra parte... perché così siamo fatti, noi gente di lago, metà di terra e metà d'acqua ... mai soddisfatti.... Certe volte, poi la nebbia è così fitta che non vedi più nulla.. non riesci neppure a vedere i tuoi piedi...; ti ci verrebbe voglia di camminarci sopra... o di nuotarci dentro; ti prende un'ansia, un'impressione di soffocamento; hai come l'impressione di non avere più una storia, un tuo ieri, oggi, domani; hai paura che tutto resti così per sempre e allora te ne torni a casa in fretta e furia per sederti davanti al camino a guardare la fiamma che danza, metti due castagne sul fuoco e ti fai un bel vin brulé... ”
    Come puoi immaginare, mi sono svegliato in lacrime e con una nostalgia di lei più forte che mai. Ma la notte successiva e tutte quelle a seguire, un altro sogno, ritornava puntuale. Era più o meno sempre lo stesso, ma ogni volta si arricchiva di nuovi particolari: arrivavo con il vaporetto, nel paese di Valeria e cominciavo ad aggirarmi in vicoli non più larghi di un metro, immersi nella nebbia, con la sensazione, pressante, di dovermi affrettare, per non fare tardi ad un appuntamento. Come ti dicevo il sogno era sempre diverso, differenti le stradine che mi trovavo a percorrere, i nomi sui portoncini, i negozi che sorpassavo, le svolte che facevo, ma il sogno andava a finire sempre allo stesso modo: sbucavo alla fine sulla strada principale, la strada statale che attraversava il paese, il viale con i platani di fianco, davanti alla casa di Valeria ed una lucina di servizio, sai come quando apri la portiera, si accendeva in un'auto poco lontano. Un'automobile che era identica alla sua. Ma non riuscivo a vedere chi fosse perché la nebbia, all'improvviso, avvolgeva tutte le cose.
    Era diventata un’ossessione. Aspettavo che venisse notte per cadere addormentato, stanco, perché durante il giorno non facevo altro che camminare - non volevo correre il rischio di rimanere insonne! - e aspettavo il mio sogno, perché speravo, alla fine, di riuscire ad incontrarla. Almeno lì. Dovevo, capisci, chiederle scusa per la mia stupidità; dovevo dirle che l'amavo... l'amavo davvero!
    La notte prima della mia partenza il solito sogno si era concluso in tutt'altro modo. La lucina si era accesa e lei, stavolta, era scesa dall'auto; mi aveva subito visto ed aveva alzato la mano verso di me, per salutarmi ed allo stesso tempo per invitarmi a raggiungerla. Sorrideva senza nessuna apparente espressione di sorpresa. Mi tendeva la mano e diceva, a voce piana, “vieni”; null'altro. Io ero immobile, incapace di muovermi e di parlare e tuttavia, pur avendo la piena coscienza che di un sogno si trattava - così come a volte capita di sognare e di esserne ben consci - notavo l'assoluto realismo di quello che mi stava capitando, sentivo ogni rumore, ogni odore di quella strada; vedevo lei, che indossava il maglioncino di cachemire che ben conoscevo, la sentivo con la sua vera voce. Nulla avrebbe potuto convincermi, in quel momento, che non era realtà, quella che stavo vivendo e poi... Poi ho allungato la mano verso la sua e l'ho ... presa, sì, prima che la nebbia nuovamente facesse sparire tutti i contorni, io per un attimo ho stretto la sua mano nella mia e quando mi sono svegliato, gridando, chiamando il suo nome, ancora la sensazione tattile della sua pelle, era imprigionata nel palmo della mia mano.
    Capisci, allora, che non ho potuto aspettare neppure un secondo, mi sono vestito in tutta fretta, sono salito in macchina e sono partito. Dovevo andare lì a cercarla. Con tutti i censori della ragionevolezza che dentro me si sgolavano, per dirmi che era impossibile, che stavo inseguendo un'allucinazione, che avrei solo sprecato tempo e benzina ma io, ora, non potevo fermarmi, dovevo andare a cercare Valeria.

     

    Nel leggere la lettera di E. mi era divenuto più comprensibile il suo strano comportamento degli ultimi tempi. Mi avevano riferito, infatti, di averlo incontrato in differenti punti della città, mentre camminava frettoloso, senza neppure guardare le persone che incontrava. C'era chi mi aveva detto di averlo salutato ma di non averne ricevuto, in cambio, neppure un cenno di riconoscimento. Adesso tutto era più chiaro.

    “Non ho risalito il lago percorrendo la strada statale. Sono arrivato, invece, dall'acqua; come nel sogno. Ho lasciato l'automobile al porto che si trova proprio sulla riva opposta, rispetto al paese di Valeria. Era quasi l'ora del tramonto ed alla partenza del piccolo traghetto una flottiglia di cigni e di anatre, con i loro pulcini, evidentemente abituati a rimediare cibo dai passeggeri, ci si era fatta incontro. Il brusio del motore, appena percettibile, accompagnava il scivolare dell'imbarcazione fra i campi di ninfee, vicino a riva. Il sole ancora per poco, avrebbe illuminato il lago, poi sarebbe tramontato dietro i monti sullo sfondo. In breve, con l'aria che si scuriva da un minuto all'altro, fummo al centro del lago. E' stato lì che mi è capitato di vedere un fenomeno atmosferico che mai avevo visto, prima d'allora. La parte del lago che ancora beneficiava degli ultimi raggi di sole ci appariva nitidamente, alle nostre spalle, con il porticciolo che avevamo appena lasciato, le case colorate del paese arrampicato sulla collina alle sue spalle e qualche deriva ad incrociare bordi, spinta dalla lieve brezza serale. Innanzi a noi, nel lato già in ombra, era sorto all'improvviso e ci era venuto incontro un vero e proprio muro di nebbia. Netto, preciso, quasi che, per disegno di un divino geometra, la superficie del lago fosse stata esattamente spartita a metà tra due ipotetici domini. Avevo appena fatto in tempo a chiedermi se chi era al comando fosse in grado di mantenere l'esatta rotta, che il traghetto s'era infilato senza nessun tentennamento in quel muro di bambagia. Era allora scomparso come d'incanto ogni rumore. Solo, all'improvviso, la sirena del vaporetto che faceva il tragitto contrario al nostro, era risuonata a poche decine di metri. Anche gli altri passeggeri, che pure avevo visto imbarcarsi insieme a me, sembravano scomparsi nel nulla. Scorgevo qualche ombra, qua e là, ma nessuno che mi arrivasse abbastanza vicino da poterlo vedere in faccia. Alla fine, sempre in quell'irreale silenzio, il vaporetto era attraccato al molo ed ero sceso a riva, accolto dall'immediata sorpresa di riconoscere tutto; io che in quel luogo non ci avevo mai messo piede, in tutta la mia vita, riconoscevo tutto: la passerella dello sbarco, le panchine, la fontanella dei giardini sul lungo lago. Poi mi ha preso quell'ansia, quella che già mi aveva accompagnato in tutti i miei sogni, di fare in fretta, per non mancare all'appuntamento, e mi sono gettato di corsa fra i vicoli del paese. Ed il bello è che la conoscevo, la strada da seguire; non avevo altro che da ricordare tutte le vie che avevo percorso nei sogni che avevano popolato le mie notti, nell'ultimo mese. Vedevo, alti e fiochi, i lampioni di ferro, là dove dovevano essere. E l'edicola. Riconoscevo i particolari dei palazzi, i nomi sulle porte. Solo i rari passanti che incrociavo, mi davano un senso di realtà diversa, rispetto ai miei sogni, perché in quest'ultimi, me lo ricordo, le strade erano sempre deserte. Allora, dopo questa riflessione, all'improvviso, è caduto anche lo schermo di silenzio che, fino ad allora, si era calato attorno a me, da quando eravamo entrati col traghetto nel muro di nebbia.
    Mi arrivano finalmente tutti i rumori della realtà: una serranda di un negozio che si chiude con fragore; due voci in lontananza che discutono concitatamente; il pianto di un bambino; l'audio di una televisione ad alto volume che scende dal balcone al primo piano.
    Alla fine arrivo al viale, costeggiato dai platani, come nei miei sogni.
    Riconosco la sua casa e subito si accende, nel buio, a pochi passi da dove mi trovo, la fievole luce di servizio di un'automobile. Qualcuno ha aperto la portiera ed in controluce, perché un'auto ha imboccato il viale, là in fondo, e mi acceca coi suoi fari, distinguo una figura femminile. Ha chiuso lo sportello; si sta infilando nello spazio fra le due auto, per attraversare la strada. E mi è giunto il rumore rabbioso, che si avvicina, di un motore che sta alzando i suoi giri. La mia mano si è già mossa. Un ultimo dubbio, un'incertezza: si volterà e non sarà lei; sarà qualcuna che si girerà scocciata e mi affronterà: “cosa vuole!” e magari s'arrabbierà, chiamerà aiuto, addirittura, credendo di venire importunata da qualche malintenzionato; non sarebbe poi così strano, con la faccia stralunata che mi ritrovo e gli occhi arrossati da notti e notti dormite male.
    Ma è solo una breve oscillazione, perché per via della corsa ho le gambe molli ed ho perso per un attimo l'equilibrio. Non ho più dubbi adesso. Non ne avrò per una seconda volta, almeno, e quindi l'afferro per il braccio, perché non ho neppure il fiato per parlare e la tiro indietro, proprio mentre sta muovendo il suo primo passo verso il centro della strada ed è distratta perché sta frugando nella borsa; proprio un attimo prima che l'auto assassina, stranamente silenziosa, ora, passi scivolando nella nebbia, sfiorando questo lato della strada.
    Lei si gira sorpresa: “Ma che ci fai tu, qui!?”
    Ed è lei, è proprio lei, è proprio lei, è proprio lei!”

    “Mi sono fermato qui. Non oso avvicinarmi neppure all'imbarcadero. Tremo, quando la vedo uscire di casa e non posso andare con lei. Valeria non capisce queste mie paure ed il mio dormire un sonno insonne, per timore che tutto svanisca. Non mi chiede nulla di come sia arrivato e di come non voglia più andar via e, d'altra parte, è come se non avesse più nessuna memoria del mondo, fuori di qui. E' come se vivessimo in un eterno immemore presente ed ogni giorno che appare è unico: non ha avuto ieri, non avrà domani. Non so spiegare nulla di quanto mi sta capitando. Forse non è Valeria che è morta ma sono io che mi sto sognando tutto; anzi è una mia allucinazione perché ho battuto la testa ed il mio corpo giace da qualche parte sospeso in una vita artificiale, con medici ed amici che s'affannano tutt'attorno. Forse sono semplicemente scivolato nella parte che sta sotto la superficie del lago. Non m'importa. Non m'importa più nulla di tutto. Qualcosa era rimasto là sopra e quest'ultima lettera è il pegno che dovevo pagare a me stesso per cancellare definitivamente ogni residuo ricordo. Non so. Addio E.”.

    PUB di Luca Brusati
    Cinque ore per scegliere se cambiare totalmente vita, davanti la vetrina di un pub, bevento una pinta di birra… Interrogativi, promesse mancate, dubbi… E poi?
    L’idea o meglio l’interrogativo gli venne mentre scendeva le scale. E se fosse stato un giorno diverso? No, non poteva esserlo in realtà. Intendiamoci: sarebbe potuto esserlo se avesse voluto ma così, senza nessuno sconvolgimento da parte sua, poteva giusto immaginare e sognare. Sapeva già cosa lo attendeva: l’ufficio con le sue mille carte sulla scrivania e il telefono che non si sarebbe mai stancato di suonare. E se avesse cambiato percorso? Se avesse sbagliato strada solo per una mattina? Guardò il cielo azzurro dell’estate. All’orizzonte si intravedevano nuvole e per un attimo si sentì felice: poteva quasi ammirare l’orizzonte da quel punto, senza i soliti palazzi che ostruivano la sua vista e i suoi sogni. Un leggero vento soffiava da est. I rumori della città gli giungevano però distanti quasi come fossero aldilà di un vetro spesso.
    Camminava. Si rese conto della velocità dei suoi pensieri perché in realtà aveva fatto pochi metri da casa sua. Sembrava passata un’eternità. Un’eternità di sogni. Decise. Quello sarebbe stato il suo giorno; l’inizio di un nuovo futuro. Un futuro in cui non ci sarebbero più stati né ufficio né moglie né nulla. Il cuore gli batteva forte nel petto. La decisione era presa ma attuarla non sarebbe stato facile. Non ricordava quale poeta o scrittore avesse scritto un giorno “tra il primo pensiero di un’azione terribile e il suo compiersi l’intervallo è come un sogno notturno popolato di fantasmi e di paure”. Chiunque l’avesse detto era la sua frase, senza dubbio. Come avrebbe cominciato? Telefonare a sua moglie per dirle che non sarebbe più tornato era troppo difficile per lui. Non era umanamente possibile; si erano lasciati sulla soglia di casa da dieci minuti e tutto era stato come al solito. Terribilmente di routine. Abbandonare tutto ora sarebbe stato un azzardo e un gioco assurdo. Si chiese se ne sarebbe valsa la pena e si rispose di no. -“In fondo ho tutto ciò che voglio qui”- pensò. Ma cosa voleva davvero? Vivere una vita come aveva sempre fatto o cambiare verso il nulla, verso l’estraneo? Non riusciva più a camminare ora. Era come immobile anche spiritualmente. Se no prendeva una decisione in poco tempo sarebbe rimasto lì paralizzato, nel bel mezzo di un marciapiede. La gente che passava di fianco a lui sembrava non accorgersi di nulla. Sicuramente però lo stavano osservando. Fermo in mezzo al marciapiede con la bocca semiaperta e con espressione da idiota stampata sul viso. Gli sembrava di sentire i loro pensieri: -“Poverino, così giovane e già malato”- “Ubriaco”- “Non è che si sente male?”
    Un sussulto lo fece muovere. Ricominciò a camminare ma non sentiva più nulla nella mente. Era confuso e sentiva anche freddo ora. Sentiva solo che il vento aveva cominciato a soffiare sempre più forte e che il cielo andava via via oscurandosi.
     Un temporale. Un temporale d’estate. La voce del cielo che si faceva sentire o lo riportava all’ordine. O forse lo stava spronando. Ma ancora il tuono non si sentiva. La gente intorno a lui cominciò ad affrettare il passo; tra pochi minuti il cielo avrebbe lasciato cadere un oceano. Forte e violento. Terribile e distruttivo. Cosa stava pensando fino a cinque secondi prima non lo ricordava più. Aspettava solo un segno o un qualcosa che gli facesse tornare in mente qualcosa che aveva pensato di fare fino a poco prima. Non riusciva a capire, non riusciva più a respirare bene. Piangeva e non se ne accorgeva. La gente ora stava correndo come impaurita o trasportata di forza dal vento che ora soffiava impetuoso mentre un’enorme nuvola nera era sopra di lui. Ma il tuono dov’era? Dov’era?
    Erano ormai più di cinque ore che si era rinchiuso in quel pub. Aveva ordinato una pinta dopo l’altra, all’inizio quasi con timore e vergogna ma poi l’alcool gli aveva sciolto i movimenti e i pensieri. Non gli importava molto del fatto che non aveva mai bevuto di mattino. Lo stomaco comunque aveva retto. Almeno fino a quel momento. Sul viso aveva stampato un sorriso e nella bocca si sentiva la lingua come anestetizzata. Osservava dalla grande vetrata la gente che correva con gli ombrelli per strada. Sì, perché stava piovendo. Ma il tuono dov’era? Non poteva più sentirlo ormai. La musica del pub, le voci degli altri avventori e le porte chiuse non permettevano un collegamento con il mondo di fuori. Sembrava come il primo spettatore di un film muto. E poi all’improvviso si ricordò di tutto. Era ubriaco ma non per questo meno lucido. Doveva andare a casa e dirlo. Tutto doveva finire per cominciare qualcosa di nuovo.
    Ritornò a casa in un attimo e salì le scale di corsa. Non sapeva bene cosa le avrebbe detto per giustificarsi. Ma lo avrebbe detto di sicuro. Aprì la porta e vide il vuoto. Lo doveva capire, avrebbe dovuto capirlo. Solo una lettera con mille giustificazioni e mille lacrime. E fu allora che finalmente sentì il tuono.

  • 29 marzo 2007
    Barney e Bessy

    Come comincia: Non poteva esserci un’idea migliore di quella, perché se così non fosse stato Barney avrebbe perso un amico, visto quello che era successo al porto solo poco tempo prima, una faccenda della quale Bessy aveva un certo ricordo, piuttosto, come dire, amaro, o se proprio non amaro, quanto meno spiacevole, che aveva ridotto il credito di Barney nei confronti di Bessy, nonostante il rapporto che li legava, perché tutti al covo conoscevano l’amicizia che univa quei due personaggi scomodi, così come tutti erano al corrente delle loro liti, tra le faccende nascoste, col loro modo di vivere giocando, il prezzo che davano alla vita, le donne che frequentavano, quelle mignotte che non sapevano far altro che starnazzare e sognare un principe azzurro, senza aver voglia di guardar fuori dalla torre, o anche solo bruciare qualcosa, così che il fumo potesse essere visto da qualcuno, che le liberasse dall’infame destino nel quale si crogiolavano, perché loro si lamentavano sempre di Barney, di Bessy, degli altri, ma in fin dei conti stavano bene così, ascoltando le storie bieche, commentando gli atteggiamenti impavidi, quelli stupidi, aprendo le cosce con fare naturale, preferendo solo un certo tipo di persone, prendendo i soldi da tutti, dandosi perfino un certo tono, soprattutto quando Bessy si presentava da loro con il suo giacchettino migliore e porgeva un mazzo di fiori, allora sì che le vedevi in cielo quelle donnacce, fiere, volgari, svogliate, perfette compagne di sbronze per gente come Bessy, Barney e gli altri, che non facevano altro che cavarsela, arguire la cosa migliore da fare e farla, per poi oziare mesi su mesi, per permettersi serate di rum e di carte, in locali sporchi, tra chiacchiere ripetitive e progetti insensati, tra un affetto fatto di cazzotti, un amore nascosto nel sangue, basato su di un codice indiscutibile, del quale solo pochi avrebbero sospettato la presenza, ma che c’era e legava tutto quel mondo senza senso, senza futuro, grazie al quale ci si poteva svegliare una mattina uggiosa e pensare che tutto era possibile, che un’intera vita di dissipazione poteva portare a raggiungere qualcosa, una meta che tutti gli esseri umani parevano ambire, puntare, ma che pochi di essi sapevano bene che forma avesse, che colore, che temperatura, che diavolo di nome, come Bessy, che un giorno l’aveva detto, il suo scopo, facendo ridere tutti i ragazzi tranne Gemma, così sensibile stracciona, la quale non ebbe dubbi sul fatto che quello sarebbe stato il suo uomo, che a tutti avrebbe dato il suo corpo, così da poter continuare a vivere, ma solo a lui lo avrebbe concesso con la mente accesa, non spenta, come faceva quando Barney le allungava qualche spicciolo nei periodi magri, qualche dollaro sonante in quelli grassi, perché Barney parlava male, e faceva male, era costantemente pericoloso e amava esserlo, non gli importava di morire, mentre Bessy era tutt’altra cosa, lui sì che sapeva essere gentile, sapeva dire grazie e non era una qualità da poco, al contrario di Barney, che non chiedeva, pretendeva, non si complimentava, prendeva atto, non proponeva, imponeva, come tutta la faccenda che era nata e per la quale quella sera Bessy si era fatto trovare in un magazzino, dove era stato obbligato a dirigersi, nonostante la faccenda del porto fosse ancora fresca. Ma Barney, si sapeva, aveva una riga in mezzo al volto, un culo parlante, come diceva il vecchio russo che tutti chiamavano semplicemente L, e Bessy alla fine ci era andato, in quel magazzino, per ascoltare la voce di Barney e per lasciarsi trasportare da una delle sue nuove trovate, per poi scoprire che la faccenda era piuttosto grave, più che scomoda, immorale e pericolosa, perché non si era parlato di furti, di truffe, di affari, si era parlato di uccidere un uomo innocente per prendere un bel gruzzolo di soldi, e la parola killer era risuonata nella mente di Bessy, rattristandolo, mettendolo a disagio, inducendolo a una riflessione, a rivalutare la vita da sobborgo, perché di assassini ne aveva conosciuti a iosa nella vita e aveva sempre preso le distanze da loro, si era sentito diverso, più integro in un certo modo, perché l’omicidio era per Bessy come varcare una linea che aveva sempre badato bene a non oltrepassare, che lo faceva sentire un po’ meglio, un po’ meno nel torto, nonostante tutto, che lo metteva su un piano più alto rispetto a Barney e quelli di quella cricca, per questo quella sera, benché avesse estremamente bisogno di soldi, disse al compare che per lui la cosa non andava fatta e che lo uccidesse lui da solo, quel povero tizio, così non avrebbe dovuto neppure dividere l’introito. Barney non aveva accettato le remore di Bessy, perché a suo modo di vedere quel lavoro andava fatto in due e non aveva altre persone di cui si potesse fidare, e aveva tirato fuori un discorso sullo spirito di amicizia, di abnegazione verso la causa della sopravvivenza, ma Bessy era stato fermo sulla sua posizione, facendo alterare Barney, che era pure sbronzo e non era affatto felice all’idea di dover ammazzare il tizio tutto solo, tanto che l’insistenza era trasbordata in imposizioni feroci, rimarcate dalle vene gonfie sul collo, dai pugni stretti al bavero di Bessy, il quale, appestato dal fiato di Barney, non oscillava e ripeteva la sua tesi, si tirava fuori e ogni volta che lo ripeteva, il compare pareva aizzarsi sempre più, fino a quando spuntò fuori quella rivoltella vecchia, usata, che Barney portava con sé una volta ogni tanto, soprattutto nelle notti più rischiose, e quella pistola traballava nelle mani di Barney, mentre Bessy aveva cambiato espressione e chiedeva al compare di rimettere via il cannone, ma l’altro proprio non desisteva e ripeteva logorroico le sue congetture, rimarcava il suo modo di pensare, ribadiva l’atteggiamento che Bessy avrebbe dovuto tenere in quella circostanza, fino a quando il grilletto era stato premuto, forse per errore, forse no, e Bessy era caduto sul sudicio e freddo pavimento di quel magazzino abbandonato, così che Barney aveva smesso di parlare ed era rimasto immobile a guardare la chiazza rossa che si allargava sotto al corpo dell’amico, mentre Bessy, incredulo a sua volta, sentiva la vita scivolargli via dal corpo, aggrappata ad un ultimo pensiero, rivolto a Gemma, sentendosi fiero di non aver seguito Barney nel suo progetto sanguinolento, felice di aver riscattato una vita di abusi con un gesto nobile, rammaricato di non averlo potuto raccontare a Gemma, la quale lo avrebbe senz’altro pianto, dolce schiava della società, unica persona tra i miliardi di esseri umani disseminati sul pianeta che aveva saputo abbracciarlo con calore, baciarlo con ardore, dare un significato al suo cammino incerto.

  • Come comincia: Le lancette non ne volevano sapere di scivolare facilmente quel sabato sera, sembravano frenate dalle note malinconiche di "Mad World", dalla voce quasi apatica e ipnotizzante di Gary Jules e da tutti i pensieri che la mia mente creava, senza che io potessi arrestarla, come un muscolo involontario, che lavora indipendentemente dalla nostra coscienza.

     

    La musica e' il nostro tramite, e' cosi che lei comunica con me quando vivo un'emozione, mi parla attraverso l'armonia e le parole delle canzoni che memorizza ascoltandole, anche una sola volta.Per questo non sopporto la televisione, se non i canali musicali e ascolto ore e ore la radio, per dare voce alla mia mente, per ampliare il suo linguaggio.

    Piu cercavo di svolgere le solite mansioni, piu ero ossessivamente impegnato in pronostici, positivi o meno, di quello che sarebbe stato quel sabato sera e di come mi sarei trovato alla festa di compleanno di Francesca.

    Perlomeno cosi' avevo una scusa per prendere la moto, visto che a causa di un problema al menisco, avevo trascorso un periodo d'astineza dalle 2 ruote, terminato da pochi giorni.

    Parlo di astinenza perche' la moto diventa una droga, quell' adrenalina unica nel suo genere, anche per chi, come me, cerca sempre di usare la testa nel guidarla, ma a volte e' lei a guidare te e a questo non puoi, o non vuoi opporti.

    Per farla breve, arrivo' l'ora in cui potei finalemente andramene a casa.

    Una doccia veloce, un'altrettanto cena sbrigativa e fui pronto ad uscire.

    Appuntamento con Marco, il ragazzo di Francesca, che, considerando la sua notoria fama di ritardatario, mi fece attendere solo mezz'ora ma purtroppo io non conoscevo il luogo della festa e, da quanto appresi successivamente, neanche lui.

    Accesi il motore e una volta scaldato, fummo pronti a partire, io in sella a Maya, la mia Hornet gialla e nera e lui sulla sua California Stone.

    L'asfalto scivolava sotto le nostre ruote con nostro grande piacere.

    Per me la strada ha sempre avuto un significato mistico, rappresenta tutti i momenti, piacevoli o sofferti, eccitanti o deprimenti, di qualsiasi tipo di meta', sia fisica che mentale.

    Il cammino di una vittoria e' il suo reale sapore, piu e' sofferta e piu questa e' piena di soddisfazione.

    Lungo la strada ci incontrammo con due nostri cari amici e fatta conoscenza con la ragazza di Antonio, uno dei due, sotto la guida di Marco, ci dirigemmo alla festa con le indicazioni che la festeggiata gli aveva dato.

    Sbagliammo strada una prima e una seconda volta e mentre la mia mente mi cantava...

    "Rotta per casa di Dio
    ci stiam perdendo la festa
    rotta per casa di Dio
    e stiamo uscendo di testa
    Non le troveremo più sulla porta e poi
    niente tacco alto né gonna corta e noi
    con il groppo in gola e il cuore che batte
    ci faremo menate per tutta la notte"

     ...e io cercavo di spiegarle che gli 883 non sono il mio genere preferito, riuscimmo a trovare la strada che cercavamo.

    Dopo aver parcheggiato e legato, in maniera maniacale le nostre moto, entrammo nella festa.Salutai la festeggiata e le diedi il nostro regalo, una bottiglia di assenzio, tanto per far capire subito che piega avrebbe preso la serata.

    Ci presentammo un po' a tutti, regalando e ricevendo sorrisi e questa socialita' ci mise di ottimo umore.

    Scherzando con gli altri mi voltai , un po' per caso, un po' per curiosita' verso chi ancora non avevo conosciuto.

    Davanti a me due occhi.

    Con un suono sordo, il tempo rallento' fino quasi a fermarsi.

    Due occhi profondi tanto da vederci dentro il mare e mi sentii affogare.

    Il fiato mi si strozzava in gola, non reagii, mi lasciai cullare dalle sue onde.

    Il suo viso mi trasmetteva delicatezza, ma allo stesso tempo scorgevo della malinconia dietro al suo sguardo, come se stessi assistendo al Chanoyu(1) eseguito da una ragazza esperta di Sado(2), sulle note di "Forbidden colors" di Sakamoto, come se la purezza di quel momento fosse un barlume nel grigiore del mondo e il contrasto la facesse brillare di piu, ma allo stesso tempo ti ricordasse che in ogni momento quella naturalezza si potrebbe rovinare.

    "Ciao mi chiamo Sandra"

    "Massimiliano, molto piacere".

    Cominciammo a parlare, degli argomenti piu stupidi che mi vennero in mente, davanti a lei tutto quello che dicevo sembrava ridicolo.

    Intanto malto e luppolo scaldavano la mia anima, che alla vista di Sandra aveva capito quanto puo' essere gelido a volte sentirsi soli, facendo abbassare la guardia a tutti quei tabu che solitamente metto per difendermi.

    Quando GinLemon e RumEPera, presero' il posto della birra, tutto muto' e i ricordi rimasti sono per lo piu evanescenti.

    Ricordo che mandavamo giu un GinLemon insieme e nel mentre ascoltavo i Marlene Kuntz cantare......

    "Non c'è contatto di mucosa con mucosa
    eppur mi infetto di te,
    che arrivi e porti desideri e capogiri
    in versi appassionati e indirizzati a me"

    ...e mentre guardavo i suoi occhi...

    "C'è un principio di allegria
    Fra gli ostacoli del cuore
    Che mi voglio meritare
    Anche mentre guardo il mare
    Mentre lascio naufragare
    Un ridicolo pensiero"

     ... gia, "lascio naufragare un ridicolo pensiero", perche' tutto pensavo tranne che fare di tutto per andarci a letto.

    Non so spiegarmi il perche', non c'e' nulla di male ad avere un rapporto sessuale, anche con una ragazza conosciuta da poco, naturalmente con le dovute precauzioni, eppure, per quanto lei mi piacesse, volevo che le cose andassero con cautela, non volevo correre, non volevo che tra noi quella notte succedesse un atto, per quanto piacevole e bellissimo, unicamente fisico, che magari avrebbe impostato un tipo di discorso diverso da quello che avrei voluto intraprendere con lei.

    "Non ci provare mai piu' " dissi sorridendo riferendomi alla mia mente che mi proponeva, non so quale canzone di Alex Britti, che intimata dalla mia minaccia cambio immediatamente canzone...

    "per convincerti ho
    due minuti
    ancora due
    minuti ma
    non li sprecherei
    per mentirti mai

    come
    neve
    fredda scenderei
    per coprir
    tutto quello che sei
    come sale
    bianco brucerei
    ...brucerei"

    Tra un black-out di lucidita' e l'altro la persi di vista.

    La cercavo ma non riuscivo a trovarla, cosi' mi rivolsi a Marco:

    "Ehi hai visto Sandra?"

    "Eeeeeh lo avevo detto io a Francesca che tu a quegli occhi non avresti resistito!" mi rispose, offrendomi un sorso di non so cosa stesse bevendo "Prova a vedere se si e' andata a riposare in camera da letto".

    Entrai in camera, era li, sdraiata di fianco sul letto e il profilo del suo corpo appariva ai miei occhi stupefacente, come una catena montuosa appena innevata.

    "A un passo dal possibile
    A un passo da te"

    ...Mi sdraiai accanto a lei, in cerca di un momento di intimita'...

    "Paura di decidere
    Paura di me"

    ...un momento che appartenesse solo a noi due, in cui nessuno avrebbe influito.

    "Di tutto quello che non so
    Di tutto quello che non ho"

    Era li accanto a me, l'accarezzavo dolcemente sulla spalla, mentre riposava e sembrava non curarsi di me.

    "Eppure sentire
    Nei fiori tra l'asfalto
    Nei cieli di cobalto, c'è"

    Tra noi c'era un abisso ancora, colmato soltanto dall'alcool e dalla voglia di buttarci dietro tutte le sofferenze di questa vita.

    "Eppure sentire
    Nei sogni in fondo a un pianto
    Nei giorni di silenzio, c'è"

     
    Tra noi non c'era niente ancora, soltanto la profondita' dei suoi occhi e la dolcezza delle sue labbra che bramavo silenziosamente, mentre continuava a riposare, come se fosse la cosa piu naturale del mondo.

    "un senso di te."

    Non ricordo se pensai soltanto di intercciare le gambe o se lo feci veramente.

    Le canzoni si susseguivano rapidamente...

    "E' certo un brivido averti qui con me
    in volo libero sugli anni andati ormai
    e non è facile, dovresti credermi,
    sentirti qui con me perchè tu non ci sei.
    Mi piacerebbe sai, sentirti piangere,
    anche una lacrima, per pochi attimi."

     
    ...una lacrima che avrei custodito gelosamente perche sarebbe stata solo nostra.

    L'istante dopo lei era fuggita via, come il vento che all'improvviso cambia direzione, come una bolla di sapone che per quanto perfetta, dura pochi secondi.

    Mi sedetti ai piedi del letto.

    La guardai che usciva dalla stanza, come un bambino dispiaciuto guarda lo stelo del tarassaco appena privato del suo pappo, perche qualcuno ci ha soffiato sopra.

    Mi sdraiai nuovamente e mi addormentai chiedendomi, e ascoltando, "Come sei veramente", del maestro Allevi.

    Non so quanto tempo passo, mi svegliai cadendo dal letto, pensando di essermi mosso nel sonno.

    "Andiamo!Ma che fai dormi?", era Marco che mi aveva buttato giu dal letto e tenendomi per le gambe comincio a trascinarmi per casa.

    Mi lasciai trasportare, con il mio sguardo fisso sul soffitto che scivolava, senza reagire.

    Il mondo da quella posizione, oscillante e distorto a causa dell'alcool, aveva tutt'altro aspetto e mi interrogai su quante volte una stessa cosa puo' sembrare diversa a piu' persone, a seconda del punto di vista.

    "Io scendo qui" dissi, aggrappandomi alla porta semiaperta del bagno.

    Entrai e diedi di stomaco.

    Mi sciacquai la faccia nel lavandino e quando guardai nello specchio, le mie considerazioni sul mio stato, molto piu vicine ad un alcolizzato cronico che ad una persona normale, erano accompagnate dalle note di "Don't Panic".

    Tornai in salone ma ormai erano quasi tutti andati via, Sandra compresa.

    Uscii da casa, in giardino vidi Marco, sorretto da Francesca che emulava le mie gesta nel bagno di qualche minuto fa!

    Non gli diedi piu' di tanta importanza, ne avevamo vissute talmente tante insieme che sapevo benissimo che se la sarebbe cavata da solo, e poi c'era gia Francesca, ormai pensavo unicamente a tornare a casa.

    Scesi in strada e slegai la moto.

    Mi raggiunse Marco con un lampioncino da giardino in mano, tutt'ora ignoro dove l'avesse preso.

    "Ce la fai a guidare?" mi chiese.

    In realta' non ero in condizioni di guidare ma il tasso alcoolico nel mio sangue era troppo alto perche io potessi accorgemene.

    "Non c'e' niente che io non possa fare in questo momento", ostentando una sicurezza che chiunque avrebbe giudicato fasulla.

    Ma non diedi a nessuno il tempo di replicare, accesi al moto e partii.

    Fu la mia moto a riportarmi a casa, perche non avevo la minima idea di come riuscire a guidare e non ricordo quasi niente dei 30 km che ho percorso per tornare a casa.

    Durante il viaggio ragionavo su cosa avesse spinto Sandra a scappare e, anche se so di illudermi pensando questo, mi piace pensare che se ne sia andata per paura che anche solo un gesto potesse rovinare un momento come quello che stavamo vivendo, in cui, senza neanche sapere quanto avessimo in comune, eravamo fuggiti insieme da tutti i problemi e i dolori che avevamo.

    Se potesse ascoltare la mia mente in questo momento, sentirebbe sussurrare...

    "Un anno di
    narcisi e solitudine
    specchiandomi
    nella mia finitudine,

    sporgendomi
    su quella viva fissità
    che ad ogni respiro moriva un po'
    in concentriche

    delucidazioni
    e fuggevoli illuminazioni.

    E in essa tu,
    ninfea di bianco fascino,
    che aprendoti
    sul lago delle vanità

    ti apristi a me, perduto in
    una sola immagine
    vibrante ad ogni sospiro.
    E bella e fragile.

    Ci guardammo e ci ascoltammo:
    silenzi e parole a corredo del testo della seduzione
    e il suono segreto delle brame a musicare la scena.
    Poi finalmente un dì ti presi fra le mani
    e le tue foglie si adagiarono sui miei palmi
    ma il soffio della vita e il suo schiaffo ti fecero presto volare via

    Ed ora, qui,
    nessun profumo sa di te.
    Non ci sei più.
    Nell'acqua ciò che è intorno a me
    si specchia con me
    riflesso in un'immagine
    che si anima di quello che anima me.

    Resterò qui
    un anno, un altro... e quanti più...
    specchiandomi
    ovunque dove eri tu.
    E intorno a me
    narcisi e quietudine
    e tutto ciò che si anima di quello che anima me."

    ... non l'ho piu incontrata... non ancora!

     

     

     

    (1) Cerimonia del the

    (2) La via del the

  • 29 marzo 2007
    Novità

    Come comincia: Se avesse avuto il tempo necessario l’avrebbe pedinata per tutto il giorno. Il suo istinto lo avrebbe portato a seguirla per tutto il tragitto; l’avrebbe aspettata fuori dal lavoro, sempre che ne avesse avuto uno, data la crisi, e poi sarebbe stato la sua ombra fino a quando sarebbe tornata a casa. Era la prima volta che gli succedeva una cosa del genere. Un momento di follia forse o forse un desiderio già progettato da tempo che semplicemente si era nascosto tra le pieghe della sua quotidianità. Questo non riusciva a capirlo davvero ma di una cosa era certo: era davvero bella. Una bellezza sensuale e graffiante. Un corpo perfetto, i vestiti scelti con cura che lasciavano trasparire un certo desiderio nel mostrarsi. Insomma in poche parole, la sua donna ideale.
    Era sposato da quasi tre anni e i rapporti con sua moglie erano comunque buoni; certo la passione iniziale aveva lasciato posto ad una sorta di rituale che, seppure divertente, era solo un lontano parente di ciò che era agli inizi. Già, gli inizi. Si erano conosciuti esattamente un anno prima di sposarsi. Si erano semplicemente trovati; nessuno aveva fatto presentazioni né nulla: era bastato un semplice sguardo e si erano ritrovati in un letto a fare l’amore. E da allora era stato un continuo cercarsi a vicenda, un volersi carnale e spirituale, una costante ricerca della soddisfazione l’uno nell’altro. Tutti  si chiedevano come era stata possibile un’intesa così immediata; in realtà nessuno dei due sapeva rispondere con esattezza a questa domanda. Non che importasse molto dopotutto; si accontentavano che fosse così, punto. A quel punto il matrimonio era inevitabile per entrambi. Nessuna titubanza, nessun ripensamento dell’ultima ora. In un anno furono marito e moglie.
    Ma ora di queste cose lui se ne ricordava a malapena; ora ricordava con esattezza quello che era accaduto dopo. Cioè nulla. Tutto procedeva sui soliti binari. Mai un gesto fuori posto né una litigata da potersi chiamare con tale nome; qualche incomprensione certo era inevitabile ma si trattava perlopiù di scambi d’opinione con un tono di voce più alto del solito. E poi il sesso. Quello ancora funzionava ma certe volte sembrava che entrambi studiassero le mosse dell’altro in modo da potersi preparare per chissà che cosa. Mancava tutta la dolce spontaneità degli inizi, a volte anche violenta, che caratterizzava le loro prime notti. Erano avvisaglie senza dubbio ma non lasciavano presagire nulla di irreparabile.
    Ed ora era li. E senza rendersene conto cominciò a seguirla per davvero. Si teneva a distanza debita ma non così lontano da non poterla ammirare in tutta la sua bellezza. Telefonò al lavoro, inventò una scusa difficilmente credibile per giustificare la sua assenza e continuò nella sua missione segreta. Prima o poi però avrebbe dovuto prendere una decisione: seguirla per fare cosa? L’avrebbe fermata con qualche scusa o semplicemente si sarebbe accontentato di essere il suo accompagnatore segreto per tutta la giornata? Quella era una decisione difficile in realtà. Entrambe le opzioni non lo soddisfavano  completamente; o meglio, la prima sarebbe stata perfetta in caso di buon esito. Ma in caso contrario sarebbe stata la più colossale figura della sua vita. Roba da ricordarsene per una vita. E se un giorno l’avesse rincontrata per caso? Meglio non pensarci… La seconda ipotesi però lo soddisfava ancora meno: che senso avrebbe avuto seguirla senza poi concludere nulla e restare con una visione, un’immagine di lei che nel tempo sarebbe svanita?
    Seguendo il filo dei suoi ragionamenti non si era accorto che si stava dirigendo verso il parco comunale. Erano anni che non andava più li. Veniva chiamato anche “parco dell’amore” per via delle frequentazioni costanti da parte di coppie clandestine e non. Beh, dopotutto poteva trattarsi di un segno del destino. Finire nel “parco dell’amore” con una sconosciuta. L’idea lo eccitava. Ad un tratto la vide fermarsi davanti ad un piccolo chiosco di fiori proprio prima dell’ingresso del parco. Gli venne un brivido; forse aveva un appuntamento con qualcuno. Era stato un idiota a non pensarci prima ma la cosa era perfettamente plausibile. Cominciò a sudare freddo. Intanto lei aveva già pagato il mazzo di rose rosse appena acquistato. Rose rosse, pensò, allora doveva davvero vedere il suo innamorato li dentro. Fu tentato dal desistere ma alla fine la curiosità prevalse e continuò a seguirla col cuore in gola. Fece in tempo a fare solo pochi passi e poi accadde quello che aveva immaginato.
    Si gettò tra le braccia del suo amato, anzi sarebbe corretto dire della sua amata, e la baciò sulla bocca con passione e veemenza. Quindi aveva intuito giusto; aveva già una persona che le voleva bene. Tale pensiero lo fece piangere; la sua avventura era finita e poco importava se dietro i capelli della sua “donna ideale” aveva visto con chiarezza il viso felice e arrossato dal piacere di sua moglie.

  • 29 marzo 2007
    Il carnevale di Divina

    Come comincia: Sai come sono i ragazzi, no?

     


    Ti viene voglia ogni volta di ammazzarli di botte per quel loro modo assurdo di comportarsi e poi coprirli di baci perchè hanno gli occhi chiari e ti guardano in faccia da sotto le coperte a chiederti:


    -Domani mi fai la torta?-


    Come posso dirti cos'è successo al mio ragazzo.


    Ha 15 anni, mio figlio.


    Ama tante cose, mio figlio: l'amore esiste in lui e si distende intorno linfa vitale.


    Mio figlio a 15 anni ama i libri di James Bond e corre ogni sera al campetto dell'oratorio a far giocare i più piccoli a calcetto, per far piacere al Don, che gliel'ha chiesto come favore.


    Mio figlio, a 15 anni, ama leggere ad alta voce le poesie di Pavese e restare ore a strimpellare la chitarra. Io gli grido di piantarla che non ne posso più, e lui mi corre davanti sul pavimento bagnato di cera e dice:


    -E' Mozart, mamma! -


    Mio figlio, a 15 anni, ama i pantaloni stirati ma corre sui pattini tutto in pomeriggio.


    Mio figlio ama guardare le belle ragazze alla TV e poi si chiude in camera e si mette alla finestra con la faccia scura.


    Mio figlio, a 15 anni, ama una gatta brutta e grigia che si chiama Divina.


    E' successo che, per l'amore che sente, mio figlio ha voluto che anche Divina partecipasse alla gioia del carnevale.


    Ed è uscito di casa correndo - Mamma, vengo subito! - ed è andato a comprare un pollo arrosto dal macellaio.


    Io gli dico:


    -Ma cosa te ne fai? -


    Mio figlio risponde:


    - E' per Divina, è festa anche per lei! -


    Ed è andato nella sua camera.


    Io gli ho detto:


    -Allora, noi andiamo, fai il bravo....-


    Non ero presente: ma nella sala scura del multisala, ne ho sentito come la trafittura in mezzo al cervello.


    So com'è stato.


    Mio figlio ha chiamato Divina allegro per darle il pollo arrosto e si è chinato sul piattino e con un coltello ha cominciato a tagliarlo.


    E per la disperazione d'amore, per la nausea di vedere come le cose vive sono, e la gatta grassa ad ingozzarsi, le stelle filanti, i coriandoli, la casa vuota, gli amici lontani (si sono dimenticati? No, sono ragazzi, non ci hanno pensato....), bene, per questa disperazione di sapere di colpo cosa sei e quanto puoi valere, ed il mondo fuori ed i problemi troppo grandi, enormi, mostruosi, mio figlio allegro non ha avuto più gioia.


    La gatta mangiava e mio figlio disperato si è tagliato le vene ai polsi con il coltello imbrattato di pollo arrosto.


    E' morto mio figlio perchè il film durava tre ore; e lui ha fatto in tempo a perdere conoscenza, a dissanguarsi.


    Non ho parole che non siano le sue e per ricordarlo vivo a 15 anni.


    Ma per quanto disperata io sia ( mio figlio voleva vivere, se io non fossi andata al cinema, se fossimo tornati a casa, voleva gli scarponi da sci, gli piaceva studiare....), ne ho come un'assurda tranquillità.


    Mi piace pensare - sono egoista o sono pazza - che mio figlio a 15 anni è morto d'amore.

  • 17 marzo 2007
    Per mia Madre

    Come comincia: Cara Madre,
    sono conscia che la mia voce è cosi lontana che a stento riuscite a udirne il flebile sussurro. Il buio di questa grotta mi penetra giorno dopo giorno nelle ossa, nella testa. Non ho più forza di piangere, non ho forza di reagire. Mi mancate tanto...
    Sapete Madre, durante un lungo interminabile giorno dove sono rimasta da sola e senza cibo osservavo le acque scure del lago, che nascondono chissà quali misteri, il loro infrangersi lento e monotono sulla riva e senza rendermene conto devo essere scivolata nel sonno. Vi ho sognato Madre.
    Nel mio viaggio onirico vi eravate voi, ridente come quando cavalcavate i vostri cavalli, con la risata cristallina mentre correvate come un uomo, con i capelli rossi al vento, così simili ai miei, fra la gioia e i sorrisi di coloro che vi amavano e che vi amano ancora.
     Vi ho sognato con i cavalli che tanto amo e odio, con quegli animali fieri che creano in me sentimenti contrastanti.
    Ricordate come vi venivo dietro per i campi attaccata alle vostre gonne? Come anche a me piaceva cavalcare?
    (Elastir, bianco destriero... è lì vicino a voi adesso?)
    Non sono riuscita a montare più su di uno di essi dal giorno della vostra morte, da quando vi hanno portato via, dalla mattina in cui vi abbiamo trovato con quel sorriso dolce ed enigmatico così pieno di promesse. Madre perché? Perché siete andata via? Perché la vita è cosi crudele con me? Cosa ho fatto di terribile?
    Con stupefacente angoscia stringo fra le mani la pietra che tenevate al collo, essa è sempre con me, la piccola pietra senza alcun valore di cui voi eravate tanto gelosa, nessuna l'ha mai vista madre, la tengo fra le vesti con un lungo laccio, per gli altri non avrebbe comunque alcuna importanza, ma mi lega a voi, al vostro ricordo e mi dà conforto.
    Sono andata via dalle nostre terre poiché il dolore di vedere la nostra casa vuota, la nostra famiglia, un tempo serena, ormai distrutta mi soffocava, mi toglieva il fiato, non riusciva a farmi aprire gli occhi senza che essi fossero colmi di lacrime, sapeste quanti fiori ho piantato sul vostro giaciglio... dovreste vedere come erano profumati e colorati.
    Poi un giorno sono giunti due uomini, dopo alcuni mesi dalla partenza di nostro padre, mi dissero che avevano il suo corpo.
    Egli era partito nonostante le mie suppliche, cercava il vostro assassino... non riusciva a rassegnarsi che fosse stato tutto un incidente, vi amava alla follia egli, come vi amavamo noi. Ed allora rimanemmo da sole. Io e la vostra piccola Varienne.
    Perdonatemi madre se quanto insieme a voi, sul giaciglio di umida terra è giunto anche vostro marito, mio adorato padre, ed ho piantato fiori anche per lui, non sono rimasta a vederli crescere. Perdonatemi se non ce l'ho fatta e sono andata via.
    Adesso che sono sola e ho tanto tempo per riflettere, me ne rammarico. Non dovevo lasciare il villaggio né la nostra gente. Adesso sono sola. Abbandonata a me stessa.
    Dovete sapere madre che il vostro piccolo gioiello è divenuta adulta, Varienne adesso è una sacerdotessa, è lontana, mi manca, ma ogni tanto mi appare in sogno sono cosi contenta che non sia in pericolo e stia bene. Varienne sorella mia, ti voglio bene... sempre e comunque, qualsiasi cosa mi possa accadere.
    Ed io? La vostra figlia buona e laboriosa, come sono finita? Cosa faccio? Non mi dicevate sempre che avrei avuto un futuro luminoso?
     Perché Madre ogni volta che cerco di afferrare la felicità mi sfugge, gettandomi dentro un baratro?
     Un pozzo sempre più buio, sempre più profondo. Sola. Non so cosa accade al di fuori di questa piccola ed umida grotta, non so quando l'uomo che mi tiene rinchiusa si annoierà di me e quando quel momento arriverà pregherò la Dea affinché mi uccida in fretta senza abusare di me.
    Sono giunta su queste terre e tutto mi appariva scuro, vi era solo un puntino a illuminare il mio cielo nero, era lui, una piccola stella destinata a cadere poco dopo,ingannandomi e facendomi soffrire. Sono stata una sciocca Madre, egli aveva un'anima dannata ed io non sono riuscita a vederlo.
     I rosei sogni dell'amore, come posso ancora crederci?
    Il mio cuore dolente si era aperto a poco a poco, il lavoro mi aveva aiutato, il gettarmi anima e corpo nei piccoli progetti che tanto amo, e la congrega... la mia nuova famiglia.
    Era giunto il sole, una nuova vita, la serenità, il desiderio di figli. Ci pensate Madre? La vostra piccola Shemye con un bambino da amare? Non era il vostro desiderio fin da quando ero ancora piccola?
    Ed adesso? Rapita. Segregata, per rivivere di nuovo un incubo, in forma ed in maniera diversa, ma pur sempre un terrile e nebuloso incubo.
    La prima volta ho perso il mio compagno, Elverelith, il mio promesso sposo, viva e salva per grazia divina, fuggita con la calata delle nebbie, confusa. Non tento nemmeno di ricordare cosa mi è accaduto.
     Adesso invece cosa perderò? Non ho più nulla se non la mia vita, le mie mani e la mia voce, che nelle ore di solitudine mi tiene compagnia, facendo sì che non impazzisca e tenti per questo gesti folli.
    Scappare? Come posso... Quanto dista la terra ferma dalle acque scure? Cosa c'è fuori da questa grotta? So di essere sull'isola, ma morire a causa della stanchezza nelle alte acque? E' questo il mio destino?
    E se non morissi, se quell'uomo riuscisse nuovamente a prendermi, cosa il futuro mi riserva?
    Madre ho tanta paura. Paura di non farcela.
    Vi supplico vegliate su di me e datemi la forza di continuare a vivere.
    Vostra Shemye

  • 16 marzo 2007
    L'agnello nero

    Come comincia: L’alba era appena spuntata e una nuova giornata di lavoro stava per cominciare. I giorni erano sempre molto lunghi per quella piccola comunità nigeriana insediatasi nella periferia di Roma e per di più molte volte sembrava che il tempo addirittura si fermasse. Era il duro lavoro nei campi a regnare sovrano e molto spesso anche la severità di un padrone quasi sempre insoddisfatto di ciò che veniva prodotto. I tentativi di ribellione a quello stile di vita così duro erano svariati, ma a questi ultimi corrispondeva sempre una durissima repressione da parte del padrone.
    C’era una persona che spiccava in quella ristretta comunità; egli sapeva infatti distinguersi dagli altri per la sua spontaneità e la sua simpatia. Si chiamava Mohammed; era un giovane nigeriano emigrato in Italia come tanti suoi connazionali alla ricerca di una stabilità lavorativa poiché il suo principale obiettivo era quello di garantire un futuro migliore ai suoi due figli.
    Sebbene avesse soltanto venticinque anni, Mohammed si sentiva già molto vecchio dentro; la vita fino ad allora non gli aveva sorriso per nulla; infatti, dopo la morte dei genitori, avvenuta quando lui aveva solo quindici anni, aveva dovuto fare da madre e da padre ai suoi quattro fratelli più piccoli lavorando duramente per loro.
    Nonostante tutto, il giovane nascondeva bene il suo passato e spesso si divertiva a rallegrare i suoi compagni di lavoro con barzellette e storielle divertenti e, durante qualche rara pausa della sua intensa attività, era solito improvvisare dei veri e propri spettacoli comici per la felicità di tutti i suoi colleghi.
    Anche dal suo aspetto fisico si poteva notare quanto egli fosse abile a nascondere qualsiasi tipo di sofferenza sia passata che presente.
    Era forte, muscoloso e forse proprio per questa ragione il severo datore di lavoro gli affidava spesso i compiti più duri da svolgere, cui Mohammed non si tirava mai indietro. Così facendo si guadagnava sempre di più la stima e l’amicizia dei suoi colleghi i quali ogni giorno lo ringraziavano per la sua enorme generosità e proprio questi ultimi lo avevano soprannominato l’”agnello nero” dato il suo grande cuore.
    In uno dei tanti giorni di duro lavoro, il giovane Mohammed era impegnato nella raccolta del grano appena maturato con la solita dedizione quando all’improvviso sentì una voce che lo chiamava da lontano. Altri non poteva essere che il suo perfido datore di lavoro come sempre non convinto dell’operato di Mohammed e dei suoi colleghi.
    Sembrava quasi come se il giovane fosse stato preso letteralmente di mira dal suo padrone; i rimproveri si facevano ogni giorno più frequenti e, sebbene il ragazzo cercasse in tutti i modi di mostrare i risultati del suo duro lavoro, quell’uomo dal carattere burbero tirava fuori la sua ira in maniera sempre più consistente.
    Questa volta l’elemento del contendere era un quantitativo di grano che, secondo il padrone, non era abbastanza maturo per essere raccolto e Mohammed veniva così inevitabilmente accusato di superficialità.
    - “Come ti sei permesso sporco negro?” chiese irritato il padrone, “Non vedi che questo grano è ancora acerbo? Ti meriteresti proprio un bel po’ di frustate!”.
    - “ Lo guardi bene padrone” ribatté Mohammed con tono altrettanto adirato, “Questo grano è già abbastanza maturo e servirà senz’altro a sfamare le nostre bocche e quelle di tutti coloro che ne hanno bisogno. Non possiamo soltanto lavorare, abbiamo anche il diritto di prenderci ciò che ci spetta!”.
     Queste parole, che per il padrone avevano il sapore di ribellione, costarono al giovane agricoltore l’ennesima dose di frustate che il padrone riservava a tutti i suoi operai che osavano ribellarsi alla sua volontà. Data la sua severità, considerata da tutti eccessiva, era stato soprannominato “Attila”. In realtà egli aveva un nome che non rispecchiava per nulla il suo modo di agire: Angelo. Era un ricco imprenditore romano di circa sessanta anni; possedeva aziende agricole in tutto il Lazio e oltre ma, gran parte della sua ricchezza, l’aveva ottenuta mediante degli affari non propri così leciti. Egli si occupava, infatti, anche di traffico di armi, prostituzione, racket e tutto ciò che aveva a che fare con il mondo della criminalità.
    Per un breve periodo aveva anche conosciuto il carcere ma, grazie alla scaltrezza dei suoi avvocati era riuscito a sfuggire alla macchina della giustizia e a continuare i suoi loschi affari in totale libertà.
    La sua vita era fatta solo di lusso, i suoi affari gli avevano permesso l’acquisto di ville megagalattiche e di mettere su attività commerciali come alberghi e ristoranti.
    Dopo la lunga serie di frustate, che per il povero Mohammed sembrava non terminare mai, il giovane agricoltore ritornò al suo lavoro come se nulla fosse accaduto anche perché non aveva il diritto di lamentarsi perché, se lo avesse fatto, una nuova e ancora più severa punizione sarebbe stata inevitabile.
    Anche in quell’occasione “l’agnello nero” ricevette la solidarietà di tutti i suoi colleghi di lavoro che in maniera sempre più frequente lo incoraggiavano a non arrendersi mai e a liberarsi definitivamente dall’orrore cui veniva quotidianamente sottoposto.
    Erano ormai trascorsi dei mesi dal giorno in cui Mohammed aveva cominciato a lavorare per conto di quel padrone dall’assurda malvagità e sembrava che il giovane si fosse addirittura abituato ai continui soprusi di quell’uomo; ogni giorno Mohammed era costretto a lavorare sempre il doppio rispetto al giorno precedente. Il suo compito consisteva nel caricare su di un camion degli enormi quantitativi di grano che doveva essere successivamente trasportato e venduto.
    Alcuni giorni era costretto persino a svegliarsi prima di tutti i suoi colleghi perché spesso era la gran fatica ad avere la meglio su di lui e il lavoro inevitabilmente doveva essere rimandato al giorno seguente; era stanco Mohammed ma si mostrava sempre allegro e con il sorriso sulle labbra.
    Venne però un giorno in cui la stanchezza e la fatica ebbero la meglio sulla gran voglia di lavorare del giovane agricoltore nigeriano il quale decise di attuare stavolta un vero tentativo di ribellione; pensò quindi, insieme a tutti i membri della sua comunità, di denunciare alle autorità competenti il perfido padrone e porre fine per sempre a quella tortura sia fisica che psicologica che era costretto a subire quotidianamente. Dopo una lunghissima conversazione con la sua giovanissima moglie, sempre prodiga di buoni consigli per Mohammed, il giovane immigrato decise che la denuncia andava fatta sia per il suo bene che per quello di tutti i suoi connazionali che condividevano la sua sventura.
    Fu così che l’indomani convocò tutti i suoi amici a casa sua per comunicare loro la sua decisione e, improvvisando un vero e proprio comizio sindacale disse:
    - “Miei cari amici, anche se siamo solo degli immigrati e il nostro padrone ci considera solo degli sporchi negri, anche noi abbiamo la nostra dignità come tutti gli uomini della Terra e non possiamo assolutamente essere costretti a lavorare in maniera così dura e precaria!”. Dopo queste decise parole di Mohammed partì un grosso urlo di approvazione da parte dei suoi colleghi i quali, ancora una volta appoggiarono Mohammed in questa sua ennesima iniziativa. Alcuni giorni dopo la denuncia presentata dai giovani agricoltori nigeriani diede finalmente i frutti sperati; fecero, infatti, irruzione gli agenti del locale commissariato di polizia i quali disposero il sequestro dell’intera tenuta del signor Angelo detto “Attila” per la parziale contentezza di Mohammed. Il giovane, infatti, era felice a metà perché era consapevole che se la tenuta fosse rimasta a lungo sotto sequestro lui e tutti i suoi colleghi sarebbero rimasti altrettanto a lungo senza lavoro.
    Fu così che Mohammed decise di presentarsi al suo padrone proponendogli la vendita dell’intera tenuta anche se ad una cifra abbastanza modesta. Il giovane promise inoltre al suo ormai ex datore di lavoro che se i guadagni fossero stati consistenti una buona parte di essi sarebbe andata proprio a lui. Dopo qualche iniziale esitazione il burbero “Attila si convinse e cedette davvero quell’immenso possedimento a Mohammed.
    Il giovane era così passato da umile lavoratore ad imprenditore; decise quindi di dare una vera e propria svolta alla sua vita e a quella dei suoi connazionali. Dopo aver espletato alcune pratiche burocratiche per il dissequestro, assunse tutti i suoi compagni di lavoro con un regolare contratto garantendo loro uno stipendio più che dignitoso. L’ “agnello nero” poteva così festeggiare la sua vittoria; era riuscito ad accaparrarsi in modo onesto quell’immensa tenuta, la stessa che fino a quel momento gli aveva causato soltanto tanta sofferenza.

  • Come comincia:

    I racconti di Versailles - N. 5

    Entrando in sala da gioco al castello di Fontainebleau dove la corte si era trasferita Mercy-Argenteau vide la Delfina alle prese con il cavagnol, una sorta di lotto del quale era appassionata. Maria Antonietta accorgendosi di lui gli fece ansiosamente cenno.

    - Avete delle nuove? – chiese, quando l’ebbe raggiunta
    - Lasciate il gioco e seguitemi.

    L’ambasciatore la condusse in una sala appartata, con esasperante lentezza frugò in una tasca interna dell’abito e trasse una busta che con solennità depose tra quelle mani infantili.

    - Gott sei dank!* - esclamò Maria Antonietta ed eccitata corse a sedersi su una poltroncina.

    Il fidato Mercy le aveva portato una lettera dell’imperatrice madre: che gioia quelle parole, come scaldavano il cuore, prediche sagge! Geniale Mercy che riusciva a far recapitare la corrispondenza più riservata senza essere intercettato e in brevissimo tempo.

    Appoggiato a uno stipite della porta il diplomatico osservava sua altezza. Claude Florimond, conte di Mercy-Argenteau, dopo il matrimonio tra Maria Antonietta e Luigi Augusto, era riuscito a mettere in piedi per l’imperatrice Maria Teresa un’organizzazione postale che aveva del miracoloso: in tempi di spie al soldo di chiunque i canali normali non permettevano segreti, lo stesso Luigi XV e i suoi ministri avevano seminato informatori in tutta Europa, ma i corrieri austriaci e ungheresi reclutati dall’ambasciatore sapevano astutamente eludere ogni controllo, così diventava possibile scriversi con confidenza e sincerità.

    La delfina scorreva le parole materne del 2 dicembre 1770: “Andare a cavallo. Fate bene a pensare che a quindici anni non lo approverò mai. Le vostre zie lo hanno fatto a trenta…. Montare a cavallo guasta la carnagione, la vostra corporatura alla lunga ne risentirà… E’ pericoloso e cattivo se si portano in grembo dei bambini, cosa cui siete chiamata, cosa da cui dipende la vostra felicità… Promettetemi che non andrete mai a caccia a cavallo…”

    Lesse fino alla fine. Caccia a cavallo? Se ci aveva provato era per piacere al marito, per condividere con lui qualcosa. Da che si erano sposati Luigi cercava di far fuori il cinghiale due o tre volte a settimana, saputo che prima accadeva più di rado era rimasta senza parole. Erano così diversi: Maria Antonietta aveva orecchio per la musica, volentieri prendeva lezioni di clavicembalo, amava il canto, la danza, la recitazione al punto da fantasticare un palcoscenico solo per lei, si divertiva ai balli in maschera, portava parure e abiti sfarzosi, ma in quelle occasioni lui si annoiava e se non sbudellava qualche animale si rinchiudeva a leggere. Pericoloso cavalcare se si è incinte? Non rischiava certo di mettere al mondo eredi! Sospirò e piegò la lettera nascondendola nel corsetto.

    - Grazie.

    L’ambasciatore esitò.

    - Posso fare altro?
    - No, avete già fatto tanto...

    Certo un figlio non poteva metterlo al mondo da sola, mica era colpa sua: perché toccava sempre alle donne essere ripudiate? Quell’idea la dispose al cattivo umore: il gioco l’aveva stancata, meglio ritirarsi. Si rese conto che Luigi dormiva da troppi giorni sul lato opposto della reggia, la sistemazione della camera comunicante con la sua era interminabile come il maglione che sferruzzava per il nonno: come mai?

    Non sarebbe stato facile quella notte prendere sonno, chiarirsi necessario. Ma attraversare il castello le metteva paura, i corridoi al buio, la galleria, apparivano spettrali: si sarebbe fatta accompagnare da madame Campan, così discreta.

    - Madame – le disse – portatemi da Monsignore il Delfino…

    Madame Campan la guardò interrogativa.

    - Accompagnatemi ho detto…
    - Subito altezza!
    Centinaia di stanze a Fontainebleau di cui molte disadorne e in ristrutturazione, i camini spenti in quel gelido inverno facevano apparire senza vita una parte del palazzo. Raccolse la mantella intorno al corpo mentre Madame Campan, preceduta dal guardiano con la torcia, chiedeva al valletto di camera di annunciare l’arciduchessa a Monsignore. Maria Antonietta aveva freddo e soprattutto era in ansia: spronata dalla lettera della madre stava facendo forza a se stessa. Difficile problema per i suoi quindici anni, ma il regno da ereditare aveva otto secoli: doveva. Percependo tensioni misteriose per difesa andava all’attacco.

    Il valletto fece passare. Luigi le venne incontro e con lo sguardo ordinò di essere lasciato solo. Sembrava sulle spine, accanto alla moglie la sua timidezza si accentuava.

    - Accomodatevi Madame, come mai a quest’ora? Credevo foste al gioco…
    - Volevo dirvi delle cose importanti.

    Lui raschiò la gola. Antonietta esordì con calma disperata:

    - E voi? Come mai non venite a giocare? Cosa fate qui tutto il tempo?
    - Io? Io… - si confuse Luigi – sto studiando delle carte…
    - Carte di cosa?
    - Geografiche…
    - Geografiche?
    - Non vi ho mai fatto vedere la Descrizione della foresta di Compiégne?
    - L’avete fatta voi, lo so, ma… io volevo sapere altro… come mai vi siete sistemato così lontano? – non c’era astio nella sua voce piuttosto un’afflizione che non poteva essere repressa - Siamo a Fontainebleau da settimane e la vostra camera, quella che comunica con la mia, è sempre sottosopra… ve ne state quaggiù e non mi degnate di una parola…

    Aveva le lacrime agli occhi e il delfino la fece accomodare in poltrona:
    - Vi prego Madame… pensavo che stare separati ci facesse bene…
    - Bene? – allargò gli occhi smarrita
    - Certo, lo dice monsieur de La Vauguyon…
    - Il vostro tutore dice questo?
    - Dice che i bambini nati da un padre troppo giovane sono di costituzione delicata e muoiono presto… dice che il padre stesso si espone al rischio di divenire un libertino…

    Maria Antonietta sentì girare la testa, non sapeva se quelle argomentazioni avessero fondamento, ma Mercy-Argenteau l’aveva messa in guardia dal tutore.

    - I bambini muoiono e voi diventate un depravato? – arrossì – mia madre dice tutto il contrario, dice che sono fonte di felicità… e mia madre é una persona che si preoccupa molto di voi e di me…
    - Non ne dubito – trasalì Luigi

    Il tono della Delfina ora era sospettoso:
    - Ma è La Vauguyon che si occupa della sistemazione delle stanze?
    - Sì, perché?
    - E non è strano che proprio la vostra non sia ancora pronta? Ne avete parlato a vostro nonno?
    - Per carità, no! Il re non deve entrarci in queste cose… vi prego!
    - Bisogna parlargli invece, bisogna sapere se La Vauguyon ha ragione… a me dicono il contrario….

    I due sposini al centro di un enorme potere, di equilibri delicatissimi per la pace tra gli stati, di fortune economiche incalcolabili, erano pedine sullo scacchiere politico e la loro unione poteva influenzare positivamente o negativamente questo o quel partito: così sulla loro pelle per tornaconto personale venivano architettati i più impensati intrighi.
    C’era ad esempio il duca di Choiseaul, artefice di quel matrimonio che consolidava l’alleanza tra Francia e Austria, che nel successo della relazione leggeva il proprio trionfo e la propria lungimiranza diplomatica. All’opposto il duca di La Vauguyon detestava tanto gli austriaci quanto gli choiseaulisti, i quali ricambiavano definendolo “furbo, cattivo e bacchettone”. L’ambasciatore Mercy-Argenteau aveva tentato di aprire gli occhi alla sua pupilla sulle brame del tutore quando La Vauguyon, divenuto primo gentiluomo di camera e sovrintendente della casa del Delfino, aveva piazzato intorno a sé solo persone di strettissima fiducia cercando di fare altrettanto con l’entourage dell’arciduchessa all’unico scopo di dominarla, tal quale succede oggi in tutti i luoghi di potere. Così la Vauguyon era riuscito a far ritirare all’abate Vermond, precettore di Maria Antonietta, il diritto di confessarla. Aveva poi cercato di metterle accanto come dama la propria nuora, cosa a cui la Delfina si era opposta e il suo infelice marito, combattuto tra il desiderio di piacere alla moglie e di non dispiacere al tutore, si era comportato da perfetto Ponzio Pilato. Dopo avere tentato invano di estendere la sua influenza su Maria Antonietta il duca di La Vauguyon accarezzava ora l’idea di un ridimensionamento dell’ austriaca, finanche di un ripudio, cosa che gli avrebbe dato un prestigio enorme e avrebbe decretato il suo trionfo sulle fazioni avverse.

    I disastrosi consigli propinati da La Vauguyon per “educare” Luigi nascevano dunque, questa volta come altre, da una volontà manipolatoria dalla quale persino i re sono obbligati a difendersi.

    Quando Maria Antonietta, con decisione e coraggio, riferì tutto a Luigi XV, il Beneamato si adirò: non ebbe dubbi che si trattasse di un intrigo, che ci fossero persone capaci di comprarsi la complicità dei muratori per ritardare i lavori e qualcuno mirasse a guadagnarci dal fallimento del matrimonio dei nipoti. Fece una sfuriata e, come per incanto, la ristrutturazione della camera terminò in una sola settimana. I due sposini presero così a dormire nello stesso letto, sebbene lui lo facesse solo per dovere e, dopo essersi piazzato accanto alla moglie, a volte scivolava nel sonno senza averle rivolto la parola. Maria Antonietta pur sentendosi a disagio, continuando a chiedersi cosa ci fosse che non andava in lei, era tuttavia contenta di essere riuscita a salvare a Fontainebleau almeno le apparenze.

    Il giorno che tornarono a Versailles il Delfino tirò un sospiro di sollievo: poteva riprendere le solite abitudini, essere meno notato se stava solo, isolarsi a leggere in santa pace, ricominciare il lavoro con mastro Gamain, il fabbro specializzato in serrature e chiavi che gli stava insegnando il mestiere e nella cui officina aveva allestito un comparto tutto suo. Luigi ci aveva messo una forgia, un banco, due incudini, un’abbondanza di martelli, pinze e strumenti utili. Gli piaceva la bottega di Gamain con quell’ odore particolare di ferro, di fuoco, di ruggine, di limatura, la sua umidità e il calore, la duttilità dei metalli, il fornello che li arroventava.

    Gamain sorvegliava il suo apprendista con severità.

    - Maestà che cavolo combinate?! - protestava di fronte all’imperizia e alla goffaggine del ragazzo - Questa è una chiave, una chiave… avete presente la differenza tra una chiave e una brioche? Stile ci vuole, il colpo esatto… state facendo un disastro!

    Sua Altezza ricominciava diligente. Arroventare e fondere. Un colpo, due colpi. Con aria di compatimento Gamain gli toglieva l’attrezzo dalle mani per mostrargli quale fosse la vera classe.

    - Ecco vedete? Così si fa! Ora sta diventando una chiave… sennò è una focaccia…

    L’allievo guardava, taceva e apprendeva.

    - Cristo! Avete capito come si fa o no? – insisteva burbero Gamain - Provate e metteteci attenzione!

    Docile sua Maestà ricominciava. A Luigi piaceva forgiare: con le pinze deponeva il blocchetto incandescente sull’incudine e poi lo martellava, lo vedeva scintillare, gemere, spasimare tra le sue mani. C’era un rapporto erotico con quel lavoro, una sensualità che non riusciva a sfogarsi in altro modo, un’aggressività che si scaricata a colpi di fatica e sudore. Quando stremato andava a letto dormiva profondamente. E tutto ciò era la sua salvezza, la difesa inconscia da una depressione antica che il matrimonio aveva aggravato.

    Il duca di La Vauguyon, dopo l’imbarazzante intermezzo di Fontainebleau, era in rotta con Luigi ma cercò di riguadagnare terreno presso Maria Antonietta che in fondo non lo odiava, semplicemente non si fidava di lui. Lei era gentile , formalmente disponibile e fingeva di ascoltarlo: nei fatti era rovinato perché quello che diceva non era più autorevole. Un pomeriggio, alla fine della lezione di clavicembalo della Delfina, La Vauguyon esclamò:

    - Maestà suonate in maniera incantevole… anche vostro marito dovrebbe applicarsi… ho cercato più volte di spronarlo ma senza risultato…
    - Luigi non è adatto a queste cose… sarei già contenta che volesse prendere qualche lezione di danza…

    La Vauguyon, fatto tesoro del suo desiderio, si recò dal marito credendosi portatore di chissà quali opportunità:

    - La danza? Cosa volete che mi importi della danza! - ribatté Luigi infastidito - vi pregherei da oggi in poi di non mettere più bocca nei miei affari privati…

    L ‘altro constatando la sua stella in discesa pensò che stava invecchiando.

    - Siete strano maestà – sibilò tuttavia livido – preferite le serrature e i catenacci... vi sembrano lavori degni di un re?
    - Non ricominciamo! E poi mio nonno, non amava cucinare? Non lavorava l’avorio, il legno di rosa, con mademoiselle Maubois?

    La Vauguyon si sentì messo all’angolo e non osò replicare.

    Il Gran Canale, bacino a forma di croce lungo un chilometro ai piedi della reggia, dove con il bel tempo si svolgevano feste solcate da gondole, negli inverni più rigidi ghiacciava: dall’alto e da lontano lo si ammirava dentro il parco come un vassoio lucido. La vegetazione, di un verde più cupo, grondava di neve che avvolgeva le statue.

    Dopo una cavalcata Luigi, tornando verso il castello, ammirò quei boschi: gli davano un senso di vertiginosa libertà, quella che non aveva. E d’improvviso gli venne in mente La Vauguyon, quando gli faceva lezione con aria ispirata quasi fosse Socrate. Una conversazione nella quale squillavano i concetti di liberté, egalité: “La libertà è uno dei diritti degli uomini, il governo è stato stabilito per conservarla”. Ma gli sembravano vuote quelle frasi visto che il suo tutore aveva impiegato tutte le energie per limitare la libertà degli altri. Si arrestò, guardò una scultura della fontana di Latona: un contadino trasformato in ranocchia, il getto che schizzava dalla sua enorme bocca era ghiacciato e disegnava nell’aria una curva: “stalagmite ”, rifletté. Amava tutto quello che era natura, geografia, calcolo, misurazione. Quando La Vauguyon aveva assecondato questa sua inclinazione gli aveva voluto bene, ma solo allora. Se fosse stato possibile, pensava confusamente ora, avrebbe appreso un mestiere nel campo della cartografia o dell’ingegneria o delle scienze naturali, se diventare re non fosse stato il suo dovere. Rammentò che veniva condotto ogni mercoledì e sabato dal tutore e fu contento che quei tempi fossero finiti. Gli era arrivato all’orecchio come La Vauguyon avesse soprannominato lui e i fratelli con quattro effe: Borgogna “il fine”, Provenza “il falso”, Artois “il franco” e lui “il fiacco”. Dunque non lo stimava? Che andasse al diavolo!

    Di colpo un ricordo solleticò la sua ilarità al punto che, vedendolo sorridere, uno scudiero chiese meravigliato:
    - Avete visto qualcosa Monsignore?
    - Ero soprappensiero…

    Gli erano tornate in mente le Massime morali e politiche tratte da Telemaco sulla scienza del re e la felicità del popolo. Il romanzo Le avventure di Telemaco che Fenelon pubblicò a Parigi nel 1699 per istruire l’erede al trono del Re Sole, ispirato al viaggio di Telemaco nell’Odissea, oggi appare ingarbugliato e noioso ma allora presso l’intelligentia di corte era considerato un capolavoro pedagogico. Delle massime tratte dal Telemaco Luigi Augusto stampò 25 esemplari che con grande orgoglio corse a distribuire a tutta la famiglia e ai dignitari più importanti. Il testo conteneva una critica severa dei sovrani moralmente indegni che col cattivo esempio mettevano in pericolo la regalità, nella quale Luigi XV si era pienamente riconosciuto.

    Presto chiamò a se il nipote.

    - Signor Delfino – sibilò quando il bambino gli fu di fronte – con questo tipo di lavori avete chiuso, toglietevi dai piedi!

    La Vauguyon indirettamente, rifletté fra se Luigi, era riuscito a rompere le scatole persino a suo nonno!

    Antoine Paul Jacques de Stuer, di Quelén e di Cassade, conte e poi duca di La Vauguyon, marchese di Saint-Mègrin, era nato nel 1706 a Tonneins, una cittadina adagiata su bastioni di roccia a picco sulla riva destra della Garonna. Il suo viaggio dalla provincia a Versailles era stato lungo settecento chilometri, la sua marcia verso il potere facilitata, oltre che dal caso, da un insieme di caratteristiche psicologiche che anche oggi servono al successo: benché si professasse religioso e appartenesse al partito dei devoti, dietro le apparenze era interessato, privo di scrupoli, determinato, forte, maligno, oltremodo adulatore, presuntuoso e furbo ma, di conseguenza, poco intelligente. Da qui, dopo una carriera nell’esercito, gli si spalancarono le porte ambite della corte. Ambiente a cui si sentiva destinato tanto da credere lui stesso alla favola che si era inventata: una parentela di sangue coi Borboni. Anche gli uomini di smisurata avidità non possono però sfuggire alle leggi universali che rendono ciascuno uguale all’altro.

    Quel giorno Luigi Augusto stava rientrando dalla caccia. Aveva fame e non vedeva l’ora di arrivare. Il bottino era ricco di selvaggina, pensava a quelle carni succulente. Si stupì quando al cancello vide la servitù gesticolare concitata nella sua direzione. Preoccupato accelerò il passo chiedendosi cosa fosse successo. Sulla porta smontò da cavallo. Maria Antoniettà gli andò incontro, gli prese la mano e disse:

    - Monsignore un attimo di ritardo e non avreste più fatto in tempo…
    - Per che cosa?
    - Gli hanno appena dato l’estrema unzione…
    - A chi?
    - Al duca di La Vauguyon…

    Luigi rimase in silenzio. In cielo si sentì un corvo gracchiare.

    - Avete dimenticato quando origliava alle nostre porte? – chiese alla moglie
    - Ormai se ne sta andando… - ribatté lei turbata.

    Luigi provò un senso di irrealtà e di vuoto, si sentì vacillare ma non fece un passo.

    - Andate da lui Monsignore – insisté Maria Antonietta.


    A un tratto gli parve che le sue gambe avessero un moto di ribellione:

    - Non voglio – rispose duro - fate preparare la cena.

    E si allontanò, senza versare una sola lacrima, in direzione contraria. Non molto dopo Antoin Paul Jacques de Stuer, di Quelén e di Cassade, conte e poi duca di La Vauguyon, marchese di Saint-Mègrin, portò nella tomba quei titoli nobilari che i maligni dicevano si fosse affibiati da solo avendo fatto parte dell'istituto che assegnava onorificenze e signorie: era il 4 febbraio 1772.

     

    * Gott sei dank = Dio sia ringraziato!

  • Come comincia:

    L’ipocrisia non è altro che la vostra consapevolezza allo stato primordiale.

    Coglimi!

    Disse la mela all’uomo.
    E l’uomo tese la mano per cogliere quel frutto meravigliosamente maturo, baciato dal sole, ma con la mano riuscì solo a sfiorarlo, senza avere poi il coraggio di prenderlo.

    Cosa fai, allunghi il braccio e poi non mi raccogli, uomo?

    Disse la mela.

    Tu non puoi sapere, cosa nei tempi lontani si scatenò per una semplice mela.

    So più di quello che il tuo limitato vedere possa oggi farti comprendere Uomo. Io sono quella stessa mela dietro la quale vi nascondeste un giorno per giustificare i vostri limiti. Io sono la mela che la parte sensibile, del vostro UNICO essere, colse per poi condividere.
    Lo chiamaste peccato originale, e di quel abito consunto vi siete vestiti per nascondervi ancora ai vostri stessi occhi. Quante volte ho dovuto sentire la vostra ipocrisia giungermi attraverso le parole.

    Cogli questa mela, ora che sei cresciuto, senza nasconderti dietro banali ipocrisie, la responsabilità del passo fatto e di quello non fatto è stata sempre, è sempre sarà solo vostra.

    Mela, non innervosirti ti prego, non fosti tu a trarci in inganno, ma il male che abitò il cuore di un serpente, ingannò la donna.

    Continuate a non capire, la donna è solo uno degli aspetti dell’umanità, incolpare lei per lavare metà del vostro corpo, non vi renderà comunque puliti agli occhi del vivere.

    Il vostro banale tentativo vi ha reso, invece, ancora più fragili nello spaccare in due l’essenza, e non vi ha tirato fuori dalla pozza di fango nella quale siete caduti.

    Iniziate con l’accettare che non esistono distinzioni tra i sessi, ma che siete ognuno una faccia di una stessa medaglia. E il serpente non è altro che il vostro diniego nascosto dietro l’ipocrisia. Ma quando lo capirete, quando vi assumerete la vostra unica responsabilità, vivete con coscienza.

    L’uomo guardò al cielo e come intimorito dai raggi caldi del sole, prese a nascondersi il volto con le mani nel dire:

    Il sole brucerà di nuovo la mia carne se io ti coglierò per la seconda volta. Ho paura!

    Concluse nel gridare.

    Accendi la luce della tua ragione figlio che ancora non vedi.

    Tu come padre nel mettere il tuo bambino affamato di fronte ad un pezzo di pane, seppur intimandogli di non toccarlo, quanta speranza avrai che il piccolo uomo, quando gli avrai voltato le spalle possa mantenere la promessa fatta.

    Nessuna!

    Rispose l’uomo sorridendo sereno.

    Non avrei nessuna speranza, avrei invece la certezza della sua disobbedienza.

    E tu lo puniresti per questo?

    Non lo punirei, non è responsabile dovrei essere piuttosto io a non farlo cadere in tentazione. I piccoli non sono ancora in grado di riconoscere ciò che è bene, da ciò che è male.

    E se tu piccolo uomo sei capace di capire ciò, quanto più potrà il creatore del cielo e della terra? Oppure ne stai sottovalutato la grande consapevolezza?
    A meno che quella mela, non fosse stata messa lì affinché voi la coglieste, e nel coglierla imparaste un’importante lezione!

    L’uomo restò sorpreso dal discorso fatto dalla mela, è provò a guardare di nuovo al cielo, stavolta non ebbe più paura dei suoi caldi raggi, e sentì sul viso una mano carezzevole sfiorarlo.

    E poi continuò nel dire come sorpreso delle sue stesse parole.

    Allora la mela era lì affinché la cogliessimo?

    Certo, la mela era lì per essere presa, siete stati messi alla prova, ed in questo lungo tempo di riflessione non avete fatto altro che alimentare la paura, seme che la vostra stessa mano ha impiantato nella terra del vivere.

    L’unico peccato commesso, se peccato si può chiamare è nato dalla vostra ingenuità, dall’immaturità dei tempi, dall’intraprendere il giusto cammino per poter giungere sino alla comprensione dei nostri giorni. Quel serpente a cui attribuiste la responsabilità dell’inganno era solo il frutto della vostra ipocrisia, il dito dietro il quale nascondervi. E l’ipocrisia non è altro che la consapevolezza allo stato primordiale. Solo chi avrà ben navigato in lungo e in largo nella propria essenza, non troverà più menzogne dietro le quali farsi scudo, ma la limpida e trasparente comprensione del proprio essere. Ricordate si nasce piccoli per diventare grandi, la consapevolezza diverrà innata solo quando l’avrete guadagnata.

    Su forza prendi questa mela e stavolta non sarà mano di donna o di uomo a coglierla, ma la vostra unica mano.La mela è il frutto della vita maturato al suo sole più bello, raccoglietela e mangiatene nella consapevolezza d’essere voi, l’umanità tutta, artefici del vostro vivere.

  • 15 marzo 2007
    Nonno Franz

    Come comincia: La seconda guerra mondiale era terminata già da alcuni anni e Franz, ormai quasi ottuagenario, si era ritirato nella sua tenuta di campagna situata a Nord del Canada. Lì sperava di trovare un sicuro rifugio visto che le forze dell’ordine di alcuni stati del mondo lo cercavano con insistenza per avere chiarimenti circa la sua precedente attività. Franz era un ex capo delle S.S. e, durante gli anni della guerra, aveva commesso delitti atroci; proprio quei delitti di cui oggi spesso si fa fatica a raccontare. La nuova vita dell’anziano Franz era del tutto diversa da quella precedente; nella sua tenuta non vedeva nessuno, non usciva mai e sebbene avesse vissuto da vicino le brutture del secondo conflitto mondiale il suo carattere burbero era rimasto invariato. In più di un’occasione i suoi vicini di casa avevano provato ad avvicinarlo e a fare amicizia con lui ma ogni volta Franz li cacciava in malo modo intimando loro di non farsi rivedere mai più in casa sua.
    Dietro il suo cattivo carattere si nascondeva un uomo che, malgrado il tempo trascorso, assaporava ancora il gusto della sconfitta soprattutto dal punto di vista personale.
    Ogni giorno si sentiva sempre più solo e la sua solitudine sembrava distruggerlo; la sua unica compagnia erano i ricordi di quella guerra che aveva combattuto in prima persona nonché i volti di quelle persone di cui lui stesso aveva ordinato l’uccisione nei campi di sterminio. Sembrava davvero impossibile riportarlo ad una vita normale e fargli dimenticare tutto; le poche persone che lo conoscevano bene pensavano ci volesse addirittura un miracolo per far sì che ciò accadesse.
    Un giorno però, nella vita dell’ottantenne Franz fece il suo ingresso una persona destinata sul serio a cambiarlo completamente. Quel giorno infatti passò presso la fattoria di Franz, Antonio; un bambino di circa dieci anni figlio di italiani emigrati in Canada. Il bambino apparentemente sembrava felice ma il passato della sua famiglia annoverava alcuni eventi non proprio così rosei. Il nonno del piccolo Antonio infatti era stato deportato e successivamente barbaramente ucciso in uno dei tanti campi di sterminio nazisti costruiti durante la guerra. Il piccolo quindi non aveva mai conosciuto suo nonno e non aveva la più pallida idea di quanto fosse importante questa figura soprattutto per un bambino della sua età.
    L’accoglienza di Franz nei confronti di questo misterioso pargoletto non fu delle migliori. Il vecchio infatti, appena lo vide aggirarsi intorno alla sua proprietà, lo respinse esattamente come faceva con tutti coloro che tentavano di avvicinarlo minacciando addirittura di picchiarlo se si fosse fatto vedere di nuovo. Le intenzioni del bimbo ovviamente non erano cattive; egli voleva soltanto fare amicizia con quell’anziano uomo che, per uno strano caso aveva identificato come suo nonno; Antonio era inoltre attratto dall’enorme giardino che circondava la tenuta di Franz e sognava sempre di possedere una casa come quella tutta per sé visto che l’abitazione in cui viveva con i suoi genitori era assai più modesta. Quella stessa sera il piccolo raccontò l’accaduto a sua madre la quale, in maniera molto premurosa, raccomandò al figlioletto di non avvicinarsi mai più alla casa di quell’uomo considerato da tutti molto pericoloso.
    Il bambino però non diede ascolto alle parole della madre e il giorno seguente si ripresentò davanti la casa del burbero Franz tentando di nuovo di avvicinarlo e scambiare quanto meno qualche parola con lui. Questa volta il comportamento di Franz fu totalmente diverso. L’uomo, malgrado il suo carattere, comprese che il bambino non aveva nessuna cattiva intenzione e i due cominciarono a chiacchierare piacevolmente.
    - “Chi sei bambino?” chiese Franz con tono sorpreso.
    - “Mi chiamo Antonio, sono italiano e vivo qui con i miei genitori”.
    Antonio non era affatto a conoscenza del passato di Franz e cominciò a vederlo con una certa adorazione, quasi come se quell’uomo fosse davvero suo nonno.
    L’anziano e il bambino intrapresero un percorso di vita che si presentava lunghissimo ma che li avrebbe portati ad instaurare una grande amicizia e a rispettarsi reciprocamente.
    Il piccolo Antonio, col passare del tempo, vedeva il vecchio Franz come il suo vero nonno senza poter immaginare che, colui che lo aveva accolto così amorevolmente in casa sua, era il responsabile di numerosissimi crimini di guerra.
    Il tempo trascorreva e Franz si affezionava sempre di più a quella dolce creatura anche se in un primo momento aveva rifiutato di vedere il suo sorriso e di percepire la sua gioia; proprio per questo decise che non era il caso di rivelargli che proprio lui era stato ad ordinare la barbara uccisione di suo nonno. Franz e Antonio erano ormai legati da enorme affetto e il bambino non riusciva più a staccarsi da quell’anziano uomo che considerava ormai la persona più buona del mondo.
    Tutte le mattine Antonio si recava a casa di Franz e guardava attentamente come il vecchio mungeva il latte dalle sue mucche e come quello stesso latte, diventava del buonissimo formaggio. Ogni giorno il bambino riempiva sempre più la vita dell’ottantenne Franz e l’uomo era solito regalargli un pezzo del suo formaggio e talvolta anche dell’ottima frutta di stagione prodotta dai suoi meravigliosi alberi. Molto spesso Franz ed il piccolo Antonio amavano fare delle lunghe passeggiate per le minuscole strade che caratterizzavano quel grazioso paesino della campagna canadese e ogni volta l’anziano uomo raccontava al bambino qualche aneddoto legato a quel piccolo angolo di mondo in cui l’ex capo delle S.S. aveva deciso di stabilirsi dopo la fine della guerra.
    Erano ormai trascorsi due anni dal primo incontro tra Franz ed Antonio e mentre sul corpo del primo, i segni dell’età erano sempre più evidenti, il piccolo Antonio si apprestava a diventare un ragazzo; nel corso di questi anni Antonio aveva sviluppato una forte personalità e una gran saggezza che persino un uomo anziano come Franz ne rimase sorpreso. Il rapporto fra i due era ormai da tempo consolidato e malgrado il vecchio fosse considerato da tutti ancora come un uomo cattivo per Antonio era diventato davvero quel nonno che non aveva mai conosciuto.
    Un brutto giorno però il destino si intromise tra loro tentando di separarli per sempre e annullando quanto di buono avevano costruito durante quei due anni. Franz infatti venne arrestato e, dopo un lungo interrogatorio venne condotto nel carcere di un paese vicino in attesa di essere processato. Il piccolo Antonio, ignaro di quanto accaduto, anche quella mattina si recò presso la tenuta di Franz ma, con sua grande sorpresa non trovò anima viva; una signora che abitava lì vicino lo informò dell’arresto del vecchio e che avrebbe potuto trovarlo nel vicino carcere. A questa notizia Antonio scoppiò in un pianto dirotto; non riusciva infatti a capire di quale crimine fosse accusato quell’uomo che era stato tanto buono con lui.
    Il giorno seguente Antonio si recò a trovare Franz nella sua cella; il vecchio agli occhi di Antonio era irriconoscibile ma, dopo l’iniziale sgomento, il bambino gli chiese:
    - “Cosa hai fatto di tanto grave per essere rinchiuso in questa orribile cella?”
    - “Ragazzo mio” rispose commosso Franz, “durante la guerra ho commesso dei crimini orrendi, io facevo parte delle S.S. e ho fatto uccidere migliaia di persone  e per questo merito di essere qui”.
    Le parole dell’anziano Franz lasciarono perplesso il piccolo Antonio che rimase senza parlare per un po’ di tempo. Nonostante questa triste rivelazione, il fanciullo decise di rimanere ugualmente accanto a Franz perché in fondo gli era riconoscente per ciò che aveva fatto per lui.
    Un giorno però Antonio trovò Franz nell’infermeria del carcere disteso su un lettino; il vecchio era stato colto da un infarto e stavolta sembrava davvero che per lui non ci fosse più nulla da fare. In punto di morte Franz trovò il fiato per fare un’ultima ma molto significativa confessione:
    -“Ragazzo mio, durante il periodo della guerra sono stato io a portarti  via tuo nonno ed è solo colpa mia se non hai mai potuto conoscerlo; se adesso mi odi non ti biasimo”.
    - “Odiarti? Io posso solo perdonarti nonno Franz” replicò Antonio “tu mi hai accolto presso di te e mi hai reso felice; io sono orgoglioso di te”.
    - “Mi hai chiamato nonno”, rispose affaticato Franz “non avevo mai provato la gioia di essere chiamato così; ti ringrazio e ora posso davvero riposare in pace”.
    Poco dopo il vecchio chinò il capo e chiuse per sempre i suoi stanchi occhi; Antonio scoppiò in lacrime ma sapeva che da quel giorno in poi ci sarebbe stato il suo amato nonno Franz che da lassù avrebbe vegliato sulla sua giovane vita.

  • 15 marzo 2007
    Lettera dal deserto

    Come comincia: Ciao Camilla…
    Come stai? Dove sei, soprattutto?

    Qui a Marrakech, passo quasi tutta la giornata seduto a un tavolino sulla piazza Jemaa en Fna (la “piazza del nulla” pare significhi il nome), a bere the alla menta, a guardare il tumulto degli incantatori di serpenti, dei saltimbanchi e dei venditori di tutto, a scrivere pensieri in libertà, talmente in libertà e sganciati da qualsiasi considerazione “reale” che ad un certo punto, avendo forse bisogno di rivolgermi a qualcuno in carne ed ossa, mi sono messo a scrivere a te.
    “Cara Camilla…”, attaccavo, oppure, “Ciao Camilla, come stai?...”.
    Ti raccontavo un po’ di quello che vedevo, di quello che speravo di vedere… Altre volte, invece, di quello che mi faceva, che mi fa, paura di questo mio viaggio solitario. Sono i momenti in cui mi sembra che tutto si frantumi dentro di me e i pezzi di quello che sono sparpagliarsi portati dal vento, con me – ciò che di me rimane comunque sempre intatto – a corrergli dietro con le lacrime agli occhi e però anche con una specie di sorriso, perché oramai mi conosco.
    Hai letto, poi, “L’uomo in rivolta”? E che dici, si può “vivere di rivolta”?
    Mi sembra, anche adesso, di sentire i tamburi berberi che chiamano alla festa, alla strada…
    Non solo loro, naturalmente. Ogni tanto, un pullman vomita i turisti direttamente sulla piazza. Nei miei momenti di “frantumazione” un po’ l’invidio: io ero e sono ubriaco di libertà, e tu sai che non c’è veleno più dolce e pericoloso (è allo stesso tempo antidoto e identico all’amore…).
    Poter essere e fare tutto, andare dove si vuole… Spesso è troppo per un uomo solo. Bisogna sapersi in tanti per pregare, tagliare la testa a un re o morire bene. Ed anche per amare bisogna essere perlomeno in due…
    La amo questa città. Sembra che ci si arrivi scivolando su un piano inclinato, da tutto il mondo, sul bordo del nulla, e vi si resta impigliati. E’ per questo che neppure i turisti, l’Occidentale roseo, sottraggono niente alla magia. Che vengano tutti popoli della Terra, l’umano delirio, si fermino qui prima di scomparire, prima dell’inferno e del paradiso. Tamburi, chiamate! Incantate l’anima, prima di lasciarla andare!... Marinai dalle sette vite, ci teniamo ancora aggrappati alle pareti del pozzo… Compra tappeto! Amico!... Fratello!... Allah è il solo Dio!... Lui guarda i suoi figli in ogni luogo, ma è qui, a Jemma, che li conta!...
    Alle sei del pomeriggio scendiamo tutti in strada, per le assurde strade, incamminandoci nella stessa direzione.
    Ieri ho cacciato a brutto muso un bambino che chiedeva l’elemosina. Mi si era piantato davanti – io stavo come al solito seduto al tavolino di un caffè – e non smetteva di dirmi “grazie, amico grazie….”. Avrà avuto undici anni, forse. Forse meno… E’ rimasto più di mezz’ora a guardarmi fisso e ripetere la stessa frase. La piazza era stracolma di gente ed io avevo detto subito di no… Perché non ha smesso? Una spiegazione è che, essendo solo, non avevo nessuna possibilità di eluderlo, nessun compare con cui fingere di parlare di cose importanti… Oppure è la mia faccia? Non ho una faccia insensibile…
    Eppure, so della mia “indifferenza”…
    Sono stato sul punto di chiamare il cameriere e denunciarlo. Non l’ho fatto, ma prima non l’avevo neppure mai pensato, e avrei disprezzato chi lo avesse fatto… Come vedi, scopro cose nuove sul mio conto. Non si finisce mai. Sospetto che la prossima scoperta sarà che posso conviverci con questa disparità, come gli inglesi e i francesi, senza agitazione e senza vergogna.
    Ti dico questo pure perché c’entra col racconto che stavo scrivendo prima di partire. Non te ne avevo ancora parlato. Un uomo di 24 anni che parte da solo per una guerra, per “vedere con i suoi occhi…”. Va a cercarsi la sua verità proprio dove, per definizione quasi, tutto è menzogna. Lui va, quindi, senza sapere bene nemmeno il perché e si ritrova fra gente munita di verità incrollabili, una opposta all’altra, tutte relative al suo sguardo straniero, e tutte con una vocazione lancinante verso un assoluto che anche lui avverte e spera, ma al quale gli è impossibile credere. Il fatto è che egli, pur non credendo a nessuna verità assoluta, non può rassegnarsi a vivere di verità relative. Devo ancora finire di scriverlo…
    Oh, Camilla… lo so: parlo come un ragazzino…

    ************************

    Riprendo a scriverti adesso che ho un po’ di tempo. Ho lasciato Marrakech due giorni fa con un pullman di linea, ho scavalcato il Grande Atlante – ‘sto gigante assonnato – e sono arrivato in una città con un nome magico: Ourazazate.
    Sto meglio e m’interrogo per l’ennesima volta in vita mia sul concetto di “avventura”. Nella stessa parola, nell’etimo, c’è già tutta la spiegazione.”A-ventura”: se non si “tende a…”, se non si mantiene viva l’unica realtà concreta che abbiamo a disposizione – il presente che ci sorpassa – se non abbiamo, in altre parole, ancora un luogo dove andare, un’idea da pensare, e se questo luogo e questa idea non occupano noi stessi “ora”, nel momento presente, allora l’anima avventurosa s’inceppa, cade. E’ più difficile tendere l’arco che tirare, ma ancora più difficile è mantenerlo teso.
    Sono andato a passeggio per la Casbah, vicoli strettissimi come in certe cittadine nostre, solo che qui tutto è rosso come il deserto e l’odore è quello della sabbia anziché della pietra. Bisogna sapersi inchinare per penetrare certi passaggi tanto è bassa la volta, e dopo poco non sei più tu a decidere la strada: sono le case che ti stringono e ti portano dove vogliono, dove antichi architetti arabi hanno deciso di condurti. Procedendo così a zigzag, mi sono ritrovato in una viuzza cieca. C’era una porta in fondo, una casa, e davanti alla porta della casa… una bambina che scalpicciava sui sandaletti!
    Ho visto anche altre cose. Per esempio, un asinello (quegli asinelli grigi…) che legato ad un carretto se lo trascinava per la città senza nessuno che lo comandasse o frustasse. Che dire di questo? Come metafora è perfino troppo scontata. Lo schiavo, talmente avvezzo alla schiavitù da non aver più necessità della frusta! Egli, è libero, a modo suo! Però, resta un somaro… Resterebbe, del resto, un somaro anche se si ribellasse. In questa consapevolezza, è la libertà e la condanna. Può scegliere se essere libero o schiavo, ma non decidere di non essere più un somaro… A meno che non si suicidi, forse. (devo informarmi sull’incidenza dei suicidi fra i somari, ho conosciuto anni fa un gatto morto che decise di togliersi la vita il 15 d’agosto…).
    Concludendo, quell’asino, senz’altro il favorito del padrone suo Dio, è felice e compiuto.
    Noi, qui, intendiamo fare una scelta diversa: battiamo la strada della libertà, per quanto ci allontani dall’essere felici. Perché? Ognuno ha le sue di motivazioni. Quanto alle mie, direi per scelta, per polemica e per “avventura”.
    Anche qui me ne sto sempre a bere the alla menta, su una terrazza però. Domani partirò per il deserto, e tutto sarà di nuovo in gioco, ma stasera guardo le cose dall’alto. E allora, noto una coppia: a lui non piace lei e si vede. E’ uno spettacolo patetico ed ignobile, e tuttavia normale. Là si compie una contraddizione così comune dell’animo umano: desideriamo essere altro da noi stessi e, quando siamo particolarmente deboli, diamo la colpa a chi ci ama, a chi è tanto “ignobile” da amarci. Tutto ciò è comunque spiacevole da vedere, guardo altrove.
    C’è qualcosa di commovente in questa ragazza che attraversa la strada, qua sotto, inconsapevole di quanto il mio sguardo la isoli da un tutto caotico e me la restituisca come una sintesi che mi dice oltre lei, come un’opera d’arte. Mi è successo così con te, quella volta a Scanno, nel nostro incontrarci a colazione in quella grande casa, senza dirci nulla, indovinando tutto… Tutto quello che so di te è forse una mia fantasia, una fantasia che, mi rendo conto, dimentica facilmente tutto ciò che non le piace: il tuo essere di un altro, innanzitutto, e quello che tu sai o credi di sapere, di me… Rimangono le tue mani, i tuoi occhi, come erano con me, per me, in quei pochi giorni…
    Mi chiedo adesso se quando torno, se tu…
    Oh, Camilla, parlo troppo!...

    *********************

    Con dei francesi che ho conosciuto abbiamo preso a nolo un fuoristrada e assunto una guida berbera, Muhammed. Siamo stati tre giorni fra le montagne, visitato villeggi collegati tra loro da mulattiere pericolanti, fino alle gole del Todra, pareti che salgono a picco per 300 metri, una ferita sul cui fondo scorre una vena verde smeraldo, un torrente dove i marocchini portano a lavare le automobili…
    Le abbiamo lasciate alle spalle le Gole, puntando decisi il deserto. Qui, lungo questa strada di sassi, non c’è nessuno. Solo nel pomeriggio, una figuretta in caffettano azzurro corre a perdifiato sulla pietraia, perpendicolare alla nostra direzione di marcia, e si ferma a lato della strada in tempo perché la nostra jeep le passi accanto. Ci saluta alzando la manina, non ha più di otto anni. Le regaliamo dell’acqua. E’ figlia di pastori nomadi, i più poveri tra i poveri, qui…
    Seguitiamo verso il grande Sahara, attraverso altri villaggi di fango con Muhammed che non smette di venderci suggestioni “non turistiche” , come se noi fossimo altro, e non disdegna di tentare l’avventura con una delle francesi, Chantal… Ci è riuscito, credo, una sera che eravamo accampati in un palmeto.
    Gli altri miei compagni, francesi giacobini, cantano loro canzoncine liete, da vacanza. Canterebbero lo stesso, così, davanti alla morte o all’Infinito. Allosanfan…
    Ma ecco!... Eccolo che inizia, il deserto…
    Sono nel mare delle dune, Camilla, e sono solo, finalmente. I francesi li ho lasciati indietro e ‘sto vento beduino m’infila la sabbia rossa, sottile come talco, fin sotto la penna. Ci sono il sole e la luna nel cielo, compagni indifferenti alle mie pene, ai miei sforzi, alle mie speranze. Giocano loro, il cielo e la terra, se li disputano in questo ritaglio di tempo che precede la notte. In piedi su una duna, microscopico, irrilevante alla pari con uno qualsiasi di questi granelli da sabbia, ho visto quello che volevo vedere. E mi piace dirlo a te.

    ***********************

    L’ultima sera a Marrakech il fumo sorge dai banchetti al centro della spianata, piccole luci mescolano le cose e la gente, proiettate su uno schermo di nebbia. E’ un inferno gioioso, orgoglioso di vita. Se tu vedessi, Camilla!... Ora. Adesso. C’è spazio per le fantasticherie…

  • Come comincia: Ciao Jack, devi sapere che per Bred quella sera è stata a dir poco indimenticabile; sai quelle occasioni che ti si stampano dentro, nel cuore, che ti risvegliano e ti fanno assaporare la vita. Non che sia successo qualcosa di eclatante, o di originalissimo, è accaduto un fatto alquanto semplice ma per Bred, che non aveva mai avuto occasione di provarlo, è stato paradisiaco: ha ballato un lento con una sconosciuta e in lui sono germogliati dei fiori! Avresti dovuto vederlo, Jack.

     


    Io ero lì quella sera e ti racconterò come sono andate le cose. Ricordi che io e lui eravamo invitati al taglio della torta al matrimonio di Jason? Non eravamo tra gli ospiti della cena perché sai, non è che Jason lo conosciamo benissimo e non siamo neppure suoi parenti, quindi ci siamo presentati al ristorante nella fase conclusiva delle nozze e ci siamo mescolati alla folla degli eleganti invitati. Non c’era molta gente ubriaca, come ci eravamo immaginati; pure i più giovani mantenevano una certa postura composta. Era stato un matrimonio elegante, in cui s’era mangiato senza affanni. Non c’erano volti nauseati e cravatte snodate.


    Bred si guardava intorno e questo l’ho notato fin da subito. Sai, Bred negli ultimi tempi era diventato piuttosto refrattario nei confronti del gentil sesso. Non si trovava più in lui una buona spalla quando si trattava di commentare il portamento di una bella figliola. Era come se avesse ritirato nella testa le antenne e si fosse dimenticato dell’esistenza delle donne.


    Eppure quella sera è stato lui a farmi notare le due invitate più carine della sala, che se ne stavano anch’esse appartate su un divano a circa sei metri da noi. Mi si è rivolto così, all’improvviso.


    “Guarda che belle quelle due là”.


    Aveva usato la sua tipica espressione, rozza nelle parole ma dolce nell’esecuzione. Ho percepito un filo di imbarazzo e di paura in lui; sapeva che mi avrebbe dato l’occasione giusta per spronarlo a tentare un approccio e questo lo aveva intimidito. Sai com’è Bred, che quando deve affrontare qualsiasi sfida nella vita si vede di fronte una montagna; quando però trova il coraggio di presentarsi ai piedi del massiccio trova sempre un tunnel e sorpassa l’ostacolo senza difficoltà.


    Insomma che io ho dato un’occhiata e gli ho risposto.


    “Accidenti, l’hai detto amico mio. Quale delle due preferisci?”.


    Bred ha finto di guardare meglio le due invitate, anche se sono certo che aveva già eletto la sua regina.


    “Quella coi capelli lisci”.


    Jack, ti garantisco che l’occhio clinico di Bred ancora una volta non aveva preso fischi per fiaschi; le due invitate erano molto carine. Quella coi capelli lisci era una moretta con gli occhi lievemente orientali, col nasino liscio e il fisico flessuoso, lungo e snello. Aveva quel tocco di sofisticato e snob che veniva offuscato da un sorriso del tutto amichevole. Portava un abito molto particolare che finiva con una gonna a tre quarti, con una sorta di scialle innestato sulle spalle. L’amica era più stile “amazzone”, aveva un non so che di selvaggio. Carnagione scura, tratti più marcati ma pur sempre molto aerodinamici, chioma folta e movenze sexy, di continuo.


    Erano là, ai bordi della festa, sedute sul divano più vicino alla pista da ballo. Bred  sorseggiava e guardava verso di loro, giocherellando con il bicchiere e col bottone della camicia. Hai in mente, Jack, quel suo maledetto vizio? Di togliere e mettere di continuo il bottone nell’asola? Quando l’ho visto che si stava incattivendo col tic l’ho abbracciato.


    “Che dici? Andiamo in avanscoperta?”.


    Lui ha sospirato e mi ha chiesto di aspettare ancora un paio di minuti; aveva bisogno di iperventilarsi bene prima dell’immersione.


    Poco dopo è arrivato in consolle l’animatore della serata e tre ballerine si sono palesate in mezzo alla pista; lo stile “villaggio vacanze” è calato sulla serata e come sempre si è alzato un filo di imbarazzo tra gli invitati. Le prime a seguire i balli conformati sono state due signore arzille e un poco alticce, che sono state subito dopo seguite da me e Bred. Io francamente non avevo molta intenzione di formare la coreografia della serata, consapevole che come di consueto si sarebbero snocciolate in serie i master piece delle feste di matrimonio: YMCA dei Village People, il trenino col ritmo samba, il più celebre dei pezzi della Carrà, quello della Cuccarini, La Bamba, la colonna sonora dei  Blues Bothers e via di seguito.


    Ad ogni modo è stato Bred ad insistere perché andassimo sulla pista.


    “Dai andiamo a ballare”.


    Io, lo sai Jack, sono piuttosto legnoso nei movimenti di danza, ma se possibile Bred lo è ancor peggio di me. Solo che quella sera in lui c’era un qualcosa che molto assomigliava alla rinascita e questo lo rendeva strafottente a qualsiasi giudizio delle persone in sala. Ballava senza seguire il ritmo, ma eseguendo delle movenze simpatiche; interpretava a suo modo la musica e ho notato che le due ragazze spesso ci guardavano.


    E’ stato Bred a partire, ad un tratto, verso di loro. Si deve essere convinto durante la danza strampalata e, se lo conosco abbastanza bene, ha compattato nella mente tutte le forze del corpo e ha espulso la timidezza con un soffio.


    Io l’ho seguito per riflesso incondizionato e sono rimasto alle sue spalle mentre le invitava a gettarsi in pista. Come da sua natura, non si é rivolto guardando negli occhi la tizia coi capelli lisci, bensì l’amazzone. Questo, lo sai, è tipico di Bred.


    Dopo pochi minuti eravamo in mezzo alla pista con Sonia (la selvaggia) e Caterina (capelli lisci). Inizialmente c’è stato un poco fertile scambio di parole, di conoscenza superficiale.


    “Siamo amiche della sposa” mi ha spiegato l’amazzone.


    “Noi conosciamo lo sposo” le avevo risposto.


    Sai, Jack, la fidanzata di Jason per noi non ha mai avuto un’identità nitida e definita; per noi era solo la ragazza di Jason e di lei non sapevamo nemmeno se avesse fratelli. Era come se la vita privata di Eleonora non esistesse, se non in funzione del suo neomarito; per questo non avevamo mai avuto modo di conoscere Sonia e Caterina.


    Ad ogni modo, più guardavo la ragazza selvaggia e più mi lasciavo dominare dal desiderio. Jack, avessi visto come si muoveva, che sguardi lanciava, che espressioni; eruttava sesso da tutti i pori. Caterina era più compassata nella danza, più timida. Non aveva un gran che di sexy, ma ero certo che Bred stava ribollendo comunque per lei.


    Abbiamo ballato per circa dieci minuti, poi ci siamo diretti al tavolo per bere un bicchiere di spumante; è stato lì che abbiamo iniziato ad interagire maggiormente con le due ragazze, rimanendo comunque su discorsi di circostanza e poco approfonditi. Ad ogni modo sembrava che Sonia e Caterina fossero felici di essere lì con noi, come se per tutto l’arco del matrimonio si fossero terribilmente annoiate. Ridevano, parlavano con voglia, non fingevano di essere cortesi, quanto meno sembrava proprio che lo fossero.


    Bred parlava con brio e quasi non lo riconoscevo. Come sai negli ultimi tempi non si era lanciato molto verso nuove conoscenze e i suoi “momenti astrattivi”, quelli in cui si isolava da tutto e teneva pure il cellulare spento, stavano aumentando di numero. Invece quella sera c’era in lui qualcosa che per me aveva ormai assunto le sembianze del ricordo; un Bred tanto brillante e deciso non lo vedevo da un pezzo e guarda, Jack, ero pieno di gioia.


    A un certo punto salta fuori Jason, in uno stato polivalente tra lo stressato, l’estasiato, l’ubriaco e il confuso, che ci chiede come sta andando la serata.


    “Benissimo” rispondo io.


    “Benissimo” aggiungono in coro Bred, Sonia e Caterina.


    Beh, poi è arrivato il momento del lento e il DJ ha scelto “Somewhere over the rainbow” per dare spazio all’intimità di coppia. Tu sai che Bred adora quel pezzo e forse in lui è scattata una sorta di campanella, quella che gli fa vedere la vita sotto l’ottica dei segni del destino.


    Jack, ci credi che non ho dovuto neppure spingerlo ad invitare Caterina? Avresti dovuto vederlo, è andato da lei e le ha detto:


    “Mi concedi questo ballo?”.


    Lei ha riso e gli ha teso la mano.


    Tutto stava andando così bene, ed io ero in fibrillazione per Bred che non ho neppure più pensato all’amazzone, che era rimasta sola al bordo della pista. Guardavo Bred che parlava fitto con Caterina e pensavo: accipicchia, pare che si conoscano da una vita. Lui era del tutto legnoso nel ballo e la stringeva con un certo impaccio, ma non perdeva mai la parola e il sorriso.


    Sonia mi ha raggiunto alle spalle e mi ha colto di sorpresa, facendo: Bhu! Io mi sono spaventato inizialmente, del resto ero totalmente assorto nella contemplazione di Bred e Caterina avvinghiati, quindi mi sono rivolto all’amazzone.


    “Hey, hai visto che bella coppia che fanno?”.


    Avevo parlato in preda all’estasi, senza pensare a null’altro che a uno scenario del tutto poetico. Ci ha così pensato Sonia ad avvelenare i miei pensieri idilliaci.


    “Eh già, meglio che Alessandro non sia qui, stasera!”.


    Senza specificare chi fosse Alessandro, mi era parso chiaro che ruolo avesse quello sconosciuto nella vita di Caterina. Ti giuro Jack, ci sono rimasto male come se fossi stato io ad essermi infatuato di una ragazza fidanzata.


    Nel frattempo anche Bred era venuto a conoscenza dell’impegno sentimentale di Caterina e aveva reagito alla sua maniera: con disinvolto disinteresse. Sai come fa lui, no? Si comporta come se la cosa fosse stata scontata fin dal primo minuto, come se mai, nemmeno nell’anticamera del cervello, avesse pensato di provarci con lei. Io che lo conosco bene sapevo che però in lui qualcosa si era spezzato e, benché nessuno la potesse scorgere, la luce dei suoi occhi era cambiata.


    Jack, conosci l’integrità morale di Bred di fronte a certe cose. Per lui l’idea di avere anche solo una fugace avventura con una ragazza fidanzata non viene nemmeno contemplata. Per questo, quando era venuto a conoscenza dell’esistenza di Alessandro, aveva messo una croce sopra a Caterina.


    Dopo la saga dei balli lenti, siamo rimasti tutti e quattro seduti a un tavolino posto nella veranda del ristorante. Caterina, ai miei occhi, sembrava essersi affezionata a Bred e non finiva mai di parlare. Tiravano fuori passioni comuni e si infiammavano nella discussione, ma io notavo che il nostro amico non si stava lasciando andare come ad inizio serata. Anzi, più i dialoghi si approfondivano, più pareva rattristarsi.


    La sexy amazzone non riusciva più a far circolare il pepe nelle mie vene, Jack, davvero. So che non sono un tipo che si lascia scappare certe occasioni, ma ti assicuro che la mia mente era molto più vicina a quella di Bred che a quella di Sonia. Però voglio essere del tutto sincero con te, Jack, poco prima di andarcene mi sono fatto lasciare il numero dell’amazzone; nella vita non si può mai sapere.


    Ad ogni modo durante il viaggio di ritorno, in automobile, abbiamo parlato di Caterina e naturalmente Bred ha negato di esserci rimasto male.


    “Figurati, era ovvio che avesse un uomo. L’ho percepito fin dall’inizio”.


    Mi sarei stupito se avesse ammesso d’essere distrutto (non che lo fosse quella sera), o se semplicemente mi avesse confessato: sono rimasto di sasso.


    Non ho mai compreso perché facesse l’orgoglioso anche con me, ma non ho mai fatto nulla per cambiare quella sua abitudine. Tanto Bred per me era trasparente e quasi sempre non era necessario che parlasse perché lo capissi.


    Forse però quella sera mi ero sbagliato a riguardo del suo stato d’animo, perché prima di scendere dall’auto mi ha detto:


    “Mi ha fatto bene questa serata; sono proprio felice”.


    E non ho dubbi sul fatto che avesse detto la verità. I suoi occhi erano tornati lucenti e chissà, magari realmente Caterina non lo aveva sconvolto, o magari l’aveva già dimenticata. O forse, Bred si era innamorato della situazione in generale e non della ragazza. E forse in quel momento Bred era innamorato e stava bene.


    Quella cosa mi ha fatto pensare alla tizia che suonava il pianoforte al di là della siepe, a casa dei miei genitori. Te la ricordi? La tizia di cui mi ero innamorato pur non avendola mai vista, della quale conoscevo solo il nome, il suono della voce e le doti virtuose alla tastiera.

  • Come comincia: Molti anni fa conoscevo un vecchio.
    Da come vestiva e viveva era l’esatto contrario di quello che ognuno di noi vorrebbe essere.
    Era sporco dalla punta dei piedi alla cima dei capelli: evidentemente conosceva assai poco, o per nulla, acqua e sapone. Indossava abiti logori, cosparsi di macchie, sempre gli stessi, sia d’inverno sia d’estate. Era un beone incorreggibile, tanto da trovare nel vino, preferibilmente rosso, la sua unica ragione di vita. Mangiava pesce crudo, sanguinolento, che prendeva a sua scelta direttamente dalla bancarella del pescivendolo, per il quale svolgeva funzione di banditore per le vie del paese.
    Tre volte a settimana, dopo la fine del lavoro, dopo avere cioè gridato per ore invitando a comprare questo o quel pesce, beveva e mangiava: vino rosso e sogliole crude, che dovevano dare al suo alito una “fragranza” di campi e di mare nello stesso tempo.
    Quel vecchio era anche un bestemmiatore incallito. Devo dire, in coscienza, non per sua scelta, ma per reazione a coloro che lo avevano “assunto” a oggetto dei loro trastulli, dei loro scherni crudeli.
    Ma pur conosceva, oltre alle bestemmie, parole più “caste”, nel senso che queste non andavano oltre le normali imprecazioni o espressioni scurrili, che usava come difesa dalle ingiurie che persone pulite (poiché si lavavano abitualmente), ben vestite (avevano denaro per rinnovare il loro guardaroba), che non bestemmiavano (dacché timorate di Dio e periodicamente, in chiesa, purgavano se stesse da qualche peccato) gli rivolgevano, non perché ne avessero motivo, ma per il semplice gusto di farlo o, forse, per il senso di fierezza o soddisfazione che i deboli provano nell’attaccare e piegare chi è molto più debole di loro.

  • 14 marzo 2007
    Magia di una notte

    Come comincia: Scendeva la sera, e l’aria aspra di novembre intorpidiva i corpi.
    Il pullman aveva appena lasciato Roma.
    Quasi tutti addormentati, i capelli spettinati e i cappotti scoloriti appoggiati sulle gambe come coperte.
    Le voci dei pochi adulti si levavano stridule e fastidiose come luci al neon ingiallite.
    Giulia osservava la città allontanarsi e percepiva il battito del suo cuore emozionato.
    Ivan le sedeva accanto, chiaccheravano.
    Frequentavano la stessa scuola ed ogni tanto si erano già incontrati lungo i corridoi, ma quella giornata nella capitale, quella giornata fuori dalle righe aveva offerto loro l’oppurtunità di cercarsi.
    Lei si sentiva sola quella mattina, nel momento della partenza si accorse di essere la più piccola del gruppo, si sentiva indifesa, viveva il timore di non essere all’altezza, di non essere accettata.
    Giulia e Ivan si ritrovarono vicini senza motivo, e senza chiedersi la ragione si confidarono i segreti più intimi, le paure più profonde, le insoddisfazioni quotidiane di due adolescenti atipici.
    Parlarono, per tutte le lunghe ore di viaggio. Il cuore di lei palpitava ad ogni sguardo azzurro che le si poggiava sul viso, le mani di lui tremavano ad ogni goffo sorriso.
    Il pullman correva lento su quell’autostrada deserta, le luci delle case toscane sembravano addobbare un lungo, continuo albero di Natale.
    Giulia e Ivan si accarezzavano l’anima, ridevano, come due angeli invisibili, lontani da qualsiasi altro suono o immagine presente.
    Il pullman si fermò per una sosta nei pressi di Firenze, i due ragazzi si chiesero se le insegnanti si sarebbero accorte della loro assenza, forse l’autista non avrebbe aspettavo, forse i compagni non avrebbero badato a quei due posti vuoti.
    Probabilmente nessuno si sarebbe allarmato, probabilmente quella avrebbe potuto essere la loro occasione.
    Erano diversi Giulia e Ivan, da tutti.
    Comprarono una tavoletta di cioccolato con la carta rossa.
    Uscirono.
    L’autobus era ancora fermo.
    Salirono. Si sentivano uniti senza sfiorarsi.
    Il nuovo giorno era già arrivato.

  • Come comincia: Per una lattina di Coca Cola?!

     

    Avete mai provato a far la fila al supermercato con una misera lattina di Coca Cola?

    Davanti  a voi un “cormorano” con un immenso carrello, stracolmo di inutilità, che tanto è pieno che si potrebbero sfamare quei poveri bambini del terzo mondo, oppure quei “miserabili” che han fatto delle stazioni ferroviarie, delle arcate dei ponti, le loro dimore: che si coprono di cartoni per non patire il freddo d’inverno, che si lavano ai bagni pubblici la domenica, che per un pasto caldo fanno la fila… Bene, provate a stare in silenzio in coda al “cormorano” e vedete che succede. Che succede? Niente, assolutamente niente… di quello che vi aspettate: ma attenzione... non chiedete, perché se lo fate il gioco non vale o meglio rischiate di collezionare sempre la solita risposta: “Mi dispiace, ho fretta, sono in ritardo, non ho tempo…”. 
    Ma che razza di fretta hai cormorano! Dove devi andare, da non regalare un po’ del tuo tempo rigonfio di “non ho tempo”!

    “Ti dispiace?”
    “Ma per favore, risparmiami almeno questa presa in giro”.
    “Mi prendi per imbecille”.

    Qui di “imbecille  ci sei solo tu , con la tua spesa “ENORME E PIENA DI SCHIFEZZE” – “Ti scoppiasse il fegato “cormorano”!

  • 14 marzo 2007
    Viaggio andata e ritorno

    Come comincia: Mare, solo mare, mi circondava, lo vedevo invadere i piccoli oblò della fetida stiva occupata da corpi sconosciuti, spiata da occhi impauriti, resa crudele da bambini immobili con lo sguardo allucinato.

     


    Nessuno che conoscessi; la notte che misi piede su quella carretta sentivo uno strano presentimento, le mie enormi speranze sembravano essersi smorzate.


    - Non andare - Aveva detto mia madre piangendo, in braccio due dei miei fratelli, in tutto ne avevo cinque, il più grande ero io, avevo diciannove anni, mio padre lo avevano portato via qualche mese prima… sapevo che non sarebbe tornato…


    - Devi avere fiducia, così non si vive, la miseria e la guerra ci stanno spazzando via, io riuscirò a mandarvi quanto basta per vivere con dignità perché spetta a me mantenere la famiglia, ma qui non si può, devo andare, credimi ce la farò, in Europa c’è democrazia, ricchezza, lavoro, pace…


    Così dicendo mi facevo forza poiché avevo speso tutto per quel viaggio, mi guidava la disperazione, la visione della miseria più nera, il niente del futuro.


    Quel gruppo di umanità dimenticata da ogni altro uomo o da qualsiasi Dio, non volevo pensarlo ma provavo risentimento per ciò che non mi permetteva di rimanere con i piedi sulla mia terra; avevo racimolato quei duemila dollari con la fatica più cattiva  per realizzare il mio grande sogno, il sogno di un ragazzo dall’animo vivo e forte pronto a qualsiasi orizzonte mi si fosse presentato, tutto sarebbe stato migliore della povertà profonda in cui la mia famiglia versava.


    Quando partii li avevo tutti davanti, non sorridevano, parlavano con occhi assenti, forse volevano dirmi che ero la loro ultima speranza.


    La carretta andava lenta, non era quello che avevo immaginato prima di partire, non capivo dove ci trovassimo, avevo addosso settimane di stordimento nella stiva, forse stavamo per arrivare da qualche parte, si udivano suoni e voci confuse, qualcuno era morto durante il viaggio, il sogno cominciava ad essere un incubo.


    Il mare era grosso e scuro, non si scorgeva nulla, udii un rumore agghiacciante, forse uno scoglio, la carretta  si era squarciata, afferrai qualcosa che sembrava galleggiare e con tutte le mie forze cercai di resistere, le onde mi carpivano, rivedevo i volti di mia madre e dei miei fratelli, dovevo farcela ad ogni costo, più della morte, ma persi i sensi e mi arresi davanti ad una sorte nemica e mi lasciai trascinare…


    Una piccola spiaggia mi afferrò tramortito, socchiusi gli occhi e muovendo piano le braccia, capii che ero vivo, più in là qualche corpo immobile.


    Uomini in divisa mi si avvicinarono urlando


    - Questo è vivo!


    Parlavano e non capivo:


    - Hanno sputato sangue, non sappiamo quanti uomini fossero sulla carretta, forse duecento, stipati come animali…


    Il lettino dell’ospedale mi sembrava fosse quello di un principe, avevo mangiato e bevuto, ero salvo, mi tornarono le speranze ma avevo nella mente l’inferno di quella notte; avrei cercato di dimenticare perché in ogni caso potevo compiere la mia missione.


    - Come ti chiami, da dove vieni…


    L’uomo in divisa non sembrava avesse cattive intenzioni, aveva il viso segnato da qualche ruga dovuta all’età e non all’espressione.


    Dissi il mio nome e il mio paese di provenienza, non capivo che qualche parola.


    - Hai documenti? Perché sei venuto in Italia?


    Così ero in Italia, avevo raggiunto la meta ma i documenti erano finiti in mare, dunque avevo solo me stesso.


    - No documenti… lavoro - dissi piano.


    L’uomo fece una smorfia di pietà e continuò:


    - Senza documenti, senza lavoro, niente Italia… niente di niente


    - Io trovo lavoro… - affermai con forza


    -Niente lavoro, dovevi cercarlo prima di partire - così dicendo l’uomo girò lo sguardo quasi per vergogna, come per dire che non dipendeva da lui.


    - Io… ora lavoro… - e la mia voce si fece fioca, sommessa.


    - Niente documenti, niente lavoro, torni al tuo paese… - si alzò e andò via farfugliando qualcosa di incomprensibile.


    Allora capii ogni cosa, le mie speranze erano morte per sempre, tutti i miei soldi finiti per quel maledetto viaggio, era finita, finita. Piansi di dolore e di rabbia, mi dimenai, mi colpii la testa con i pugni, poi mi addormentai.


    La nave che mi riportava alla miseria non era fetida, il mare era meno minaccioso, il mio cuore svuotato, gli occhi affamati dei miei fratelli grandi come il cielo… il volto di mia madre aveva preso le sembianze di tutte le vite aggrappate al vento del mondo.

  • 14 marzo 2007
    La corsa al tono

    Come comincia: Riuscirà l’acqua tonica a darmi un tono? Me lo chiedo mentre spremo il limone goccia per goccia, arcuando i polpastrelli, stringendo i denti, sibilando improperi assorbiti direttamente dalle pareti di casa. Più che spremere il limone lo torturo. Ma poi, mi chiedo sempre, questa corsa al t(r)ono non è già bella e finita? Persino le nuvole sono toniche, e io in questa scala di tonicità dove mi inserisco? Nel frattempo all’acqua tonica e al succo di limone ho aggiunto del gin, anche se sono le 9.30 di mattina. Ma io aggiungo il gin proprio per quello, perché le 9.30 di mattina sono un limbo insopportabile, perché o si lavora o si dorme ancora, questa è la regola. Io invece sto qua a spremere limoni, e questo mi sembra tremendamente irrazionale, anche se tutto sommato potrebbe far parte della mia corsa verso l’autismo. I limoni raccolti dal mio giardino incantato, come certe serate passate in un chiacchiericcio fitto con Jimmy e Johnny e Linda, sorseggiando vino e stando composti su delle stupende sedie di vimini, con l’aria attorno immobile e il tramestio vitale degli insetti. Con noi c’è anche il figlio di Satana, ma nessuno se lo caga nemmeno di striscio, poverino. Mi fa compassione e così gli offro un profumato biscotto alla cannella che lui ingurgita e poi vomita sul piattino del tè che in realtà non c’è. Alle 9.30 di mattina metto su un disco di un gruppo californiano, tanto per tirarmi su e accennare quattro passi di danza, ma evidentemente ho sbagliato disco, e così mi vesto anche io di scuro e mi metto in testa una testa di cavallo senza grilli per la testa che mi fa balzare immediatamente in testa alla corsa. Mischiato per bene il gin, l’acqua tonica e il limone non mi resta che bere a piccoli sorsi questo prezioso e torbido tesoro. Metto quattro cannucce nel bicchiere e bevo e il gin timidamente mi chiede: permesso, posso entrare? Stranamente, dopo che è entrato, suona il campanello. Driiiiin! Non può essere il gin, maledizione, lui è dentro. Ecco, sta suonando il campanello di casa mia e sono già le 10.15 anche se non aspetto visite.

     

  • 14 marzo 2007
    Terra

    Come comincia: Erano ore che stava rannicchiato dietro quel piccolo cespuglio; la sua mente e i suoi occhi vagavano alla ricerca di un minimo segno di vita. Nulla. O almeno così sembrava in apparenza. Si sentivano in lontananza gli echi delle granate. O forse erano tuoni lontani che venivano al di là delle montagne e che annunciavano l’arrivo imminente della pioggia. Non si sentiva però voce umana: forse quella maledetta guerra aveva sterminato tutto il genere umano e lui era rimasto l’unico uomo sulla faccia della terra. Era possibile, tutto è possibile in una situazione così. E nella sua vita soprattutto. Ma il rumore sordo delle granate lo riportò alla realtà. Qualcuno esisteva ancora; un qualcuno che cercava disperatamente di lottare per se stesso o contro qualcun altro e che cercava di dispensare morte tutto intorno. Ce l’avrebbero fatta anche con lui? Ebbe paura a rispondersi. Per ora gli bastava quel suo esile nascondiglio ma sarebbe arrivato il momento in cui si sarebbe dovuto muovere e avrebbe dovuto mostrare di nuovo la sua faccia al vento. Tale pensiero lo fece rabbrividire. E poi che senso aveva nascondersi? Non l’aveva cercata lui questa avventura? Molti anni prima si sarebbe detto “andare a cercar la bella morte”; ora tale concezione sembrava arcaica e superata dal tempo, ma in fondo sapeva benissimo che al di là delle parole era proprio quello per cui si era arruolato volontario. Nessuno era venuto a cercarlo. Era stato lui a cercare. Cercare che cosa? Forse cercava di fuggire da qualcosa o da qualcuno,  forse più semplicemente era alla ricerca di un atto speciale nella sua vita. E ora quell’atto era lì vicino a lui. A portata di mano. Bastava un sospiro ed uscire allo scoperto, fucile in mano e cuore in gola. Ma non era pronto. Non ora almeno.

     

    Cominciò a piovere. Prima lentamente, poi le gocce cominciarono ad ingrossarsi sempre più ed in pochi minuti si trovò inzuppato fradicio. La sua divisa bagnata a contatto con la pelle gli procurava brividi su tutto il corpo e lo appesantiva. Tentò appena di muoversi ma un pensiero lo colpì: a pochi metri da lui doveva esserci qualcuno. Lo “sentiva” chiaramente pur senza vedere. Doveva esserci qualcuno. Rimase immobile con gli occhi chiusi. E cominciò a pensare. Da quando era arrivato al fronte aveva perso molti dei suoi compagni. Non aveva voluto legare in modo particolare con loro poiché sapeva che nella maggior parte dei casi non li avrebbe più rivisti; era meglio evitare qualunque forma di cameratismo amichevole in quei casi. Se la morte l’avesse colpito avrebbe dispensato agli altri lacrime e preghiere per la sua anima. Bisognava già pregare per coloro che si ammazzavano, i nemici, figurarsi se bisognava anche farlo per coloro che venivano ammazzati. Era meglio morire soli, senza disturbare e senza creare l’impaccio della sepoltura e dei vari riti. Sarebbe marcito sotto la pioggia e magari divorato da qualche animale. Meglio così davvero. Qualche tempo prima un suo camerata era caduto a terra colpito in pieno petto da una scheggia provocata da una bomba. Ci aveva messo più di dieci minuti a morire. Mentre osservava le persone attorno a lui che cercavano in modo isterico di prestare le loro cure al ferito provò un senso di disgusto: perché non lo lasciavano morire in pace? Era spacciato ormai. Perché non dargli gli ultimi attimi di vita tutti per lui? Se fosse mai capitato a lui avrebbe cercato di morire subito; avrebbe trattenuto il respiro fino a scoppiare. Il pensiero lo fece sorridere. Sapeva che al suo fianco non ci sarebbe stato nessuno. Si era auto-disperso da solo. Avrebbe combattuto ciò che rimaneva della guerra da solo. Senza l’aiuto di nessuno e senza dare aiuto a nessuno. Si sarebbe gestito gli ultimi attimi della sua vita in piena solitudine; avrebbe deciso di che morte morire e in quanto tempo.

    La pioggia continuava a cadere forte ed incessante. A un tratto lo scoppio di una granata squarciò il suo mondo. Appoggiò la faccia al terriccio e sentì per un attimo sulle sue labbra il sapore dell’erba bagnata misto a terra. La morte lo aveva solo sfiorato ma non l’aveva riconosciuto. Non era la prima volta che accadeva e non sarebbe stata neanche l’ultima. O almeno sperava. –“Perché morire ?”- si domandò. Per un ideale, per una truffa, per un amore finito male. Non c’era una singola risposta; era un figlio della guerra e perciò questo doveva essere il suo destino. E capì che il destino si sarebbe presto compiuto.

    Non poteva aspettare oltre; l’attesa lo stava consumando. Sarebbe uscito allo scoperto e avrebbe sparato; sparato per uccidere. Per l’ideale. La pioggia che cadeva gli fece coraggio: era come se le sue piccole gocce lo proteggessero da ogni nemico e da ogni ferita. Uscì. Non fece nemmeno in tempo a sentire il rumore sordo dello sparo ma vide chiaramente l’uomo con la sua stessa divisa che lo guardava incredulo. Mentre cadeva il suo più grande rammarico fu quello che nonostante tutto non sarebbe mai riuscito a morire da solo. In solitudine.

  • 12 marzo 2007
    Sopravvivere

    Come comincia: Sono qui, in un giorno come un altro... mi sento ispirata e voglio scrivere, a ruota libera... quello che sento.

    I giorni... ognuno è una vita in miniatura.
    Si nasce, al momento del risveglio, e si muore... quando si va a dormire.
    In mezzo a questi due naturalissimi gesti sta tutto il nostro mondo...

    Ci guardiamo allo specchio, ed iniziamo in modo meccanico a girare la ruota delle nostre sensazioni... dove si fermerà questa mattina?
    Quale sarà la prima che proveremo?

    Oggi la mia prima sensazione è stata la pesantezza allo stomaco... in questi giorni sto mangiando troppo e quella è stata la mia prima sensazione della giornata... che spreco ragazzi!

    La sensazione... un processo mentale tanto complesso e magico buttato via così...

    In garage, mentre accendevo la mia Audi mi sono sentita in pace per un attimo, pronta ad affrontare il lavoro... purtroppo è durato soltanto un istante... ero in ritardo... ero in ritardo e non ho potuto soffermarmi a vivere intensamente le mie emozioni...
    Tutto era sotterrato dai numeri che segnava il display rosso della mia macchina... quattro numerini che ti condizionano l'esistenza... la possibilità di vivere appieno il tuo essere... in ufficio solo facce imbronciate, il traffico, il freddo, la poca voglia di fare il proprio dovere... quella stramaledetta competizione fra le mie colleghe... e niente... nessuna possibilità di vivere l'emozione.

    Sopravvivenza.
    Nuda e cruda.

    Se riesci a trovare un attimo di tempo, in questa miriade di stimoli inutili, ti puoi chiedere quale sia il senso di vivere in questo modo...

    Dove sto andando?
    Perché faccio queste cose?
    Qual è il motivo che mi spinge ad alzarmi ogni mattina alle sei?
    Che senso ha il tutto se non ho il tempo e il modo di vivere le mie sensazioni?

    L'istinto di sopravvivenza... la più grande fregatura del mondo animale.

    E' lui, subdolo, che ci fa perdere tutto quel tesoro di emozioni di cui potremmo godere in ogni attimo... se solo avessimo più tempo... se solo le lancette dell'orologio girassero più lentamente... se solo la notte per una volta non arrivasse...

    Ho lavorato, oggi.
    Il mio dovere l'ho fatto. Adesso ho finito e posso fermarmi a riflettere... dico di aver fatto il mio dovere... ma verso di chi? la società? la mia famiglia? la mia coscienza?
    E il dovere verso la mia anima l'ho compiuto?
    Ho lasciato respirare liberamente la mia anima?

    Forse lo sto facendo in questo momento... ma è già buio...
    Mi domando come ho vissuto quasi tutta la mia giornata...
    Mi rispondo che non ho vissuto...

    Sono sopravvissuta... ma oggi è talmente difficile sopravvivere che probabilmente è già il massimo che possiamo chiedere a noi stessi...

    Sono riuscita a sopravvivere ai clienti pretenziosi, alla collega ansiosa e a quella invidiosa, all'inquinamento, al tipo che non si è fermato allo stop, a quello che non mi ha lasciato passare sulle strisce, alla paura di sbagliare, alla stanchezza tipica del sabato, al mio pranzo ancora troppo pesante e nutrizionalmente sbilanciato, alle sigarette, ai troppi caffè, alla fila del supermercato...

    Ho vissuto? Me lo chiedo nuovamente...
    No...
    Ho partecipato a questo gioco che tutti i giorni scegliamo di riproporci senza sapere il perché...
    E come possiamo aspettarci di saperlo?

    Non lo sapremo fino a quando non smetteremo di sopravvivere ed inizieremo finalmente a vivere... a far scorrere vero sangue nelle nostre vene...

    Intanto si fanno le 18.00... guardo il cielo e penso a tutti quelli che in questo momento corrono per le città...
    Io sono fortunata... io ora sto vivendo. 

  • 12 marzo 2007
    Lo specchio non mentiva

    Come comincia: Lo specchio non mentiva, curve sinuose e capelli fluenti rossi, non mancava nulla ad Evelina e sua madre se la ristudiava pensando a come farla apparire in tv magari anche a farla stare immobile, perché di parlare manco a dirlo, avrebbe stonato ogni parola con quell’aspetto angelico e profano nello stesso tempo, mai svelare i punti deboli interni di una bellezza prorompente perché basta guardare…

     

    E guardare la guardavano tutti, a scuola strideva con la normalità di qualche chilo di troppo, con le gambe ritorte di ragazzine delicate, con gli occhiali doppi di povere figliole quasi cieche; Lei Evelina aveva la grazia di un cigno, i suoi occhi verdi erano circondati da cornici di folte ciglia e a 16 anni era giunto il momento di lanciarla attraverso il video, quello che nei pomeriggi proiettava nelle case tutti quei fanciulli e quelle fanciulle che sfondavano lo schermo solo con lo sguardo e così Maria avrebbe realizzato il suo sogno: guadagnare con poca fatica e mettere in mostra le grazie di una figlia che in fondo era opera sua.

    - Evelina se non ti muovi il fotografo non aspetta, ha tanto da fare… Ma figlia mia come ti sei vestita, sembri mia nonna, come vuoi che ti prendano, le foto devono colpire altrimenti manco le guardano…-

    Maria era nervosa , come se le foto dovesse farle lei, corse nella stanza di Evelina, aprì l’armadio e tirò fuori una piccola gonna di pelle nera e un top rosa confetto.

    - Ecco -, disse - Con questa gonna e questo top le foto verranno un amore e chi le guarderà noterà subito il tuo valore…

    - Ma mamma, così forse è esagerato, forse con un jeans strappato al ginocchio è più di moda - Evelina un po’ di imbarazzo lo sentiva ma poiché non vedeva l’ora di sfondare nel mondo dello spettacolo, seguì il consiglio della madre che in fondo voleva solo il suo bene.

    Il padre lasciava fare, era per il quieto vivere e aveva delegato Maria per tutto quello che riguardava la figlia e la casa e poi, Evelina era bella e magari avrebbe fatto successo inizialmente solo per l’aspetto come per le fatine del programma “Notizie dell’altro mondo” , il resto sarebbe venuto dopo magari se sposava un calciatore o qualcosa di simile così anche lui si poteva riscattare di un lavoro di operaio che lo rendeva sempre più stanco e povero.

    Il fotografo era pronto, le fece entrare in una stanza tappezzata di stoffe morbide dai colori pastello, in un angolo la scenografia di una spiaggia esotica illuminata da un grosso cerchio di luce.

    Le foto costarono davvero una fortuna ma niente in confronto ai guadagni che ne sarebbero derivati, stava procedendo tutto come previsto…

    Gli studi di tele “Mega 9” stordivano con le loro luci grandiose, decine di ragazze si muovevano e canticchiavano aspettando il loro provino, finalmente fu la volta di Evelina, entrò da sola in quella stanza, dietro un tavolo due uomini e una donna la scrutavano con aria di sufficienza e poi uno di loro disse: - Ma fai sul serio? Quando i tuoi chili di troppo saranno andati via, forse puoi riprovarci…-

    - Ma io - rispose Evelina - sono a dieta da mesi, e poi un po’ so cantare sentitemi…-

    Un sorriso ironico e il cenno di uscire dalla stanza. Maria andò su tutte le furie: - Te lo avevo detto che mangi troppo, tutti i miei sforzi per nulla, e quel gelato ieri…

  • Come comincia: "Ci vuole swing", dice.

     

    E quella voce sa di foglie gialle a terra e di vento ancora caldo a
    mezzogiorno. Non sa di sera, quella voce. Di sera serve coprirsi, serve pedalare forte prima che il tramonto arrivi col suo freddo di buio. Sa d'autunno. E per questo non fa troppo male. Non ha la gloria sfacciata dell'estate e nemmeno il rigido imporsi dell'inverno. Ha la mezza misura dell'intermedio, la grazia del passaggio. Dalle finestre grandi della limonaia passa la luce fioca di un lampione e piove, piove piano, che non sferza la faccia se esci ma lo senti appena sui capelli.

    "Ci vuole swing, Monia. La leggerezza dell'abbandono mista allo slancio vitale. Dondolare. Dondolare sull'altalena delle cose. Su e giù, in parabola ascendente. Tensione. Distensione."
    La birra è a metà. Il tavolo, tondo e basso in alluminio, si colora d'amaranto e giallo. I faretti però sono discreti, si mescolano piano alle parole, senza accecare, senza disturbare il tono quieto del parlare. "Duke Ellington lo diceva, nessun testo musicale è swing, non si può scrivere dello swing perché lo swing è cio che eccita l'uditorio e non esiste swing fino a che la nota non è risuonata. Lo swing è un fluido e per quanto l'orchestra abbia suonato un pezzo quattordici volte, può darsi che essa lo suoni con swing solo la quindicesima volta."
    "La quindicesima volta è la mèta?"
    "Sì e la spinta per resistere le prime quattordici."
    "Un po' come nella vita."
    "Già."
    "Lo sai, lo diceva anche il mitico Pier Vittorio."
    "Vero, Tondelli. Lo hai letto? Un grande."
    "Sì."
    Seduti su sgabelli rossi, sembriamo una lotta di sguardi. Lotta di cuscini, però, di quelle che ridi, non per farsi male.

    Il locale non si riempie stasera, tutto è come sospeso.
    "Quando piove, quassù è così, non vengono." La gente pare non voglia disturbare e se ne sta altrove, nelle case, in altri pub. Via da questi discorsi di suono, da questo parlare sommesso. Eppure qui c'è appena stato un uomo, sul palchetto, che ha suonato. E ora che ha finito, beve al bancone e continua a suonare, però lo fa parlando. Ci guarda, con la sua voce d'autunno. E infila a turno i nostri nomi in mezzo a quelle parole, come si fa con un bambino per
    richiamarlo all'ordine, per educarlo all'ascolto.
    "Lo swing, Monia, non lo scrivi sul pentagramma. Saltella come un cane sul prato. Due crome suonate in tre ottavi per la durata di un quarto. Forza centrifuga e centripeta. Trombe, tromboni, sassofoni e la sezione ritmica, la più importante, formata da pianoforte, chitarra, contrabbasso e batteria. Così suonavano le big bands, 20/25 elementi. Ma anche e solo 3, 4 persone come noi stasera e allora hai il main stream. E c'era un leader, coi suoi arrangiamenti scritti, che definiva l'impostazione del suono. E poi isolisti che improvvisavano su quel tappeto, variando il tema, diventando tema essi stessi."
    "Sei il leader, stasera?"
    E gli altri tre guardano e sorridono. Sullo sfondo, dietro le loro schiene, la pioggia di mezzanotte cade sui vetri.
    "Se così ti piace definirmi."
    La cameriera bionda si ferma, beffarda e si appoggia al suo sgabello. Pochi tavoli da sistemare, praticamente già finito.
    "Lei è bravo", gli dice e rianima in lui un mondo lontano di donne che lo aspettavano fuori, belle e morbide, donne da suonare come la chitarra che
    tiene ferma, ora, poggiata alle gambe. Donne di quando ci credeva ancora che suonare poteva dargli un po' di pane. "E' bravo davvero. Poteva sfondare,
    poteva non farlo solo per hobby."
    Lui non risponde. O meglio, lo fa a modo suo. Prende la chitarra ed arpeggia. La guarda e in quel sorriso c'è un ghepardo in attesa, un cenno d'attacco domato, un istinto d'uomo che naturalmente va verso quel richiamo di donna.
    Sono belli, quei due, dal mio angolo di sgabello rosso. Sono una promessa, un gioco di seduzione unilaterale, di lei che non ha bisogno di chiedere, di lui che in svantaggio prova a recuperare. L'arpeggio si muta in sostanza, ritorna brano, chiama gli altri strumenti e così, senza un programma, senza nemmeno dirlo, quei quattro ricominciano a suonare.
    Poi, alla fine, al microfono, lui.
    "Ci vuole swing, Monia, ci vuole swing."

  • 02 marzo 2007
    Un altro errore

    Come comincia: Oltre la  voce di Matilde non si udivano che i rumori provenienti dalla strada sul mare di ponente, sottili sibili delle ruote che facevano attrito sull'asfalto rovente: un primo pomeriggio che bruciava la sua mente, e a parlare era da sola, un altro errore che le percorreva i muscoli e le ossa. Addosso scivolavano scricchiolii per ogni millimetro del suo corpo, tutto più difficile nuovamente, eppure poco prima le era sembrato di capire che le emozioni fossero così grandi da fluidificare ogni momento e ogni suo  passo.

     


    - Ti meriti ogni cosa, tu hai molto di più, ci metti l'anima nelle cose, una bellezza interiore, una capacità di comunicare in positivo, mi piace tutto di te - Lucio le parlava con grande convinzione e li univano gli ideali, quel candido mettere fuori la trasparenza nel ricercare ciò che è giusto, non interessi personali ma il portare avanti un fiume di nobili cause. Un insieme di affinità elettive, una spinta fortissima a continuare - Non possiamo guardare dall'alto, dobbiamo esserci - poi le risposte di Matilde accrescevano il ritmo delle sensazioni e cercavano un senso a una vicinanza così naturale da far scoppiare.


    La bellezza dei suoi capelli si confondeva con gli ideali e la propensione delle donne a spingersi avanti con il sentire; No, non certo la ricerca di impegni ulteriori personali, erano molto più prigionieri delle loro vite e non certo disponibili alle sensazioni che fanno volare; Matilde pensava che avrebbe dovuto solo scorgere la superficie delle sue sensazioni e invece si ostinava sempre ad andare al fondo delle cose.


    - Non sono riempibile - così il Lucio delle affinità elettive scivola fra la sindrome di Peter Pan, un impegno sbiadito da anni e la paura di mettere fuori la tenerezza.


    Fa un solletico doloroso non vivere anche questo fra le cose in cui si crede ed è inutile nell'insieme,  restano gli ideali e questo strascico adolescenziale che nuovamente  fa parlare da soli lasciando dentro un altro errore del quale non interessa niente a nessuno.