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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 27 settembre 2007
    Strani incontri

    Come comincia:

    Seduto al “Blasius” bevo l'ultima goccia di caffè: la più dolce. Troppo dolce. Avrei dovuto lasciarla in fondo alla tazza.
    Sto per alzarmi quando la vedo da lontano. Ultimamente la vedo spesso la morte, con quella sua aria misteriosa e sprezzante. Mi saluta con un cenno. Ricambio. Con un gesto l' invito a sedersi al mio tavolo.
    - Sei qui per me? - chiedo a bassa voce.
    - Forse... non sei stanco della vita? -.
    - Non credo. Almeno non quando sono al bar! - e ricordando Bergman, continuo - Ti va una partita a scacchi ?
    - Non ho tempo per questo - dice, quasi con rammarico.
    È triste pensare che anche per lei i tempi si sono ristretti, ma forse è soltanto una mia impressione... La guardo: non è bella ma mi affascina.
    Come se leggesse nei miei pensieri mi sussurra con voce sensuale - Stiamo insieme ? -
    - Succederà prima o poi, non ho fretta ! -
    Sorride - Non come pensi... non in quel senso -
    Non credo di aver capito cosa intende dire, ma non sono tipo da chiedere spiegazioni.
    - Devo andare - aggiunge – pensaci! -
    - Ciao - la saluto con un cenno di assenso.
    La vedo andare via, così come è venuta, misteriosa e sprezzante.
    Sto ancora un po', poi mi alzo. Da lontano la vita mi sorride.

  • 26 settembre 2007
    Maria Antonietta la diva

    Come comincia: Parigi, Porta della Conferenza, 8 giugno 1773, ore 11.30: la prima carrozza,  proveniente dalla strada di Versailles, sollevò grida di giubilo quando apparve. Un fremito scosse Brissac, governatore della città, Michodière, comandante della gendarmeria, Sartine, responsabile dell’ordine pubblico. L’orchestra iniziò ad accordare gli strumenti. Fu detto ai trombettieri di squillare. Nello stesso istante il cannone degli Invalidi sparò un colpo di saluto, così dall’Hotel de Ville, così dalla Bastiglia. Man mano le salve tuonavano, una nube di fumo offuscò il cielo terso. Lucide e nere,  con il giglio dei borboni in oro, trainate da eleganti puledri, sei vetture entrarono in piazza. Dalla folla il mormorio sfociò in applauso e i parigini si spinsero verso il corteo ricacciati indietro dalla guardia a cavallo.

     - Non puoi stare qui! – urlò un gendarme a una venditrice ambulante.
    - Non sto vendendo niente!
    - Fa lo stesso, vai via!

    La donna, con in spalla una brocca di stagno, si allontanò rimanendo a guardare.  Slungò il collo tra la marea di teste e vide il maresciallo Brissac genuflettersi e porgere al delfino le chiavi della città, poi Michodière pronunciare un discorso tra applausi e fischi. Infine Maria Antonietta, la sola di cui fosse curiosa.

    - Brutta non lo  è…  vero? –  chiese a una vicina
    - Bellissima, direi!

    Esaminavano la diciassettenne bionda, proporzionata, sorridente e un po’ slavata, che l’illusione ottica della regalità promuoveva a diva.

    -  Altezza, fateci un bambino! – osò una pescivendola, sommersa da schiamazzi e risate perché tutti erano al corrente delle difficoltà sessuali del futuro re. Poi tra la folla circolarono fogli con canzoni per la “gioiosa entrata” e un gruppo le intonò spronando la venditrice a cantare.

    -  Non sono capace – si sottrasse lei cercando un varco.

    Si chiamava Caroline Chevrier, vedova di Jean-Baptiste morto nella calca di Rue Royale, sprofondato nei lavori in corso la notte del 30 maggio 1770, quando Parigi assisteva ai fuochi d’artificio per le nozze dei delfini. Di suo marito, negli archivi, si conservano queste annotazioni: Jean-Baptiste Chevrier 21 anni/ attrezzista teatrale di Chorier via Galand/ riconosciuto da suo padre/ abiti. veste. calzoni. stoffa di cotone/ spada blu e grigia/bottoni in riga/basco di lana nero/camicia a collo di basino/1 vecchio fazzoletto con le iniziali/1 collare di cane e un guinzaglio/un bastone di canna.
    Sposati e con due bambini, lei e Jean Baptiste si avviavano a una vita rispettabile e agiata ma la morte del marito l’aveva gettata sul lastrico. L’ obolo dei Delfini era svanito subito e per sopravvivere si era inventata un lavoro: vendeva alle pasticcerie dolci fatti in casa e, in occasioni come quella, brioches, caffellatte a due soldi la tazza, tisane medicamentose.  La Francia pre-rivoluzionaria, poverissima rispetto a oggi, non conosceva però le grandi carestie e  il modo di sbarcare il lunario, faticosamente, si rimediava. Andava crescendo  semmai  un’insoddisfazione diffusa  per l’ inferiorità sociale e  la percezione che qualcosa di sbagliato ci fosse in chi vantava una superiorità divina. Caroline Chevrier, che frequentava per lavoro i caffè intellettuali, aveva orecchiato gli enciclopedisti e sentito predicare l’ uguaglianza: non ci aveva capito molto, né aveva letto niente essendo analfabeta, ma qualcosa si era sedimentato in lei e senza accorgersene, tornando
    a vendere, pensò che  dei Delfini non le importava scoprendosi poco riconoscente per la loro elemosina.

    ***

    L’ingresso a Parigi dei futuri sovrani avrebbe dovuto verificarsi dopo le nozze ma l’avvenimento era stato rinviato per il lutto degli oltre 130 morti durante i fuochi d’artificio. Inoltre le signore zie e Luigi XV, gelosi che i nipoti fossero applauditi mentre a loro non accadeva più, erano stati lieti di negare il permesso.  Maria Antonietta, ansiosa di vedere la città, avrebbe voluto visitarla in incognito e già sognava di passeggiare a cavallo per i boulevards quando  zia Adelaide si era intromessa per accompagnarla con la dama di corte. In casi come quello, il cerimoniale voleva che la Delfina escludesse la propria dama, cosa non facile essendo  figlia di “madame l’Etiquette”: Anne Claude Laurence contessa di Noailles, gran maestra della casa e sacerdotessa dell’etichetta, creò tante difficoltà che l’idea fu presto abbandonata.

    Quel momento era adesso arrivato: Luigi e Maria Antonietta guardavano sorpresi e inorgogliti migliaia di persone festanti che sovrastavano l’orchestra al grido di “Viva il Delfino! Viva la Delfina!”. Non ricordavano una folla così in vita loro: facce sorridenti, emaciate, sdentate, paffute,  sfregiate dal vaiolo, con cappelli, parrucche, bandane, donne, uomini, vecchi, bambini, tumultuavano intorno alla carrozza mentre lasciavano Porta della Conferenza  in direzione del Lungosenna Conti. Dopo aver assistito alla messa nella cattedrale di Notre Dame, essersi fermati a Sainte-Geneviève davanti alla Patrona di Parigi, raggiunsero  il Collège Louis le Grand, dove avevano studiato anche  Diderot e Voltaire. Furono accolti con un saluto aulico e forbito. Il rettore, davanti alla platea universitaria, elogiò l’attività didattica e gli allievi. Il volto di un promettente quindicenne lo ispirò a sottolineare:

    -  Ecco un futuro avvocato per il regno di sua maestà.

    Era un provinciale di Arras, occhi grandi, accesi, sotto un’ aureola di capelli crespi,  si inchinò profondamente:

    -  Maximilien de Robespierre… per servirvi… - e resse il loro sguardo senza tradire emozioni.

    Più tardi  l’affollatissimo pranzo in pubblico alle Tuileries,  dove Maria Antonietta e Luigi si spinsero a passeggiare per i giardini, accerchiati da scalmanati e supplicanti che impedirono  di muoversi per tre quarti d’ora. Le guardie si videro costrette ad avanzare con la frusta e la spada.

    -  Assolutamente no! – gridò Luigi, sentendosi qualcuno per la prima volta e questa mitezza fece il miracolo perché non ci furono, come d’abitudine, né morti né feriti.

    Sulla terrazza che dominava il raduno, il governatore Brissac esclamò:

    - Madame, senza pregiudizio per Monsignore, qui avete duecentomila innamorati!

    Mai si era vista una valanga di persone così sterminata e appassionata inneggiare una regina futura.  Tornarono a Versailles frastornati e a lungo ripensarono a quel giorno. Dal suo castello fuori dalla realtà, lontana dai problemi veri, il 14 luglio, Maria Antonietta scrisse in una lettera alla madre: Non dimenticherò mai quanto accaduto martedì scorso. Abbiamo fatto il nostro ingresso a Parigi. Riguardo agli onori, abbiamo ricevuto il meglio che si possa immaginare. Ma non è questo, benché importante, ciò che più mi ha colpita, bensì la tenerezza e l’affetto di questo povero popolo che, malgrado le tasse di cui è gravato, vedendoci si è fatto trasportare da una grande gioia.
    ***

    - Vostra maestà è molto amato dai Parigini, visto come ci hanno festeggiato! - la Delfina guardò compiaciuta Luigi XV che alzò le sopracciglia soddisfatto.
    -  Il merito è vostro…
    - Solo vostro sire…  -  insistette per evitare l’ invidia e ottenere il permesso di tornare nella capitale – vostro nipote ha risposto a tutte le domande con abilità, ha fatto un figurone…

    Il re acconsentì e chiese che fossero le zie ad accompagnarla in incognito. Les mesdames dal canto loro, come quasi tutti i cortigiani, furono felici di ingraziarsi la promessa sovrana. Il trionfo di Parigi aveva trasformato per incanto la vita di Maria Antonietta: ora si sentiva accettata, aveva meno nostalgia della sua terra, e suo marito, che non la invidiava ma approfittava della sua luce  riflessa,  le porgeva orgoglioso il braccio all’Opera, alla Commedia francese, al Teatro italiano, dove veniva accolta come una diva. Giovanissima e piena di energie, affogava le frustrazioni sessuali e la paura del futuro, ridendo, ballando, abbandonandosi a compere frivole tra le bancarelle alla fiera di Sant’Ovidio sull’immensa piazza Luigi XV, oggi piazza  della Concordia.
    Quando nel novembre del 1773 Carlo Filippo, conte di Artois, sposò Maria Teresa di Savoia, sorella della contessa di Provenza - come lei bruttissima, magra, con un naso esageratamente lungo ma piccolissima di statura - la Delfina non accolse l’evento con timore bensì, sapendo che la famiglia Capet  non era molto prolifica, solidarizzò con la nuova cognata.  Fra le tre coppie si instaurò una grande intimità e, all’infuori dei giorni in cui i pasti erano in pubblico, pranzavano e cenavano insieme negli appartamenti della contessa di Provenza.
     Una sera Maria Antonietta tagliava un petto di pollo, il suo piatto preferito:

    - Sarebbe bene invitare con noi le signore zie…
    - Non si usa… - fece eco il conte di Artois
    - Chiedete a Madame l’Etiquette se si può fare – suggerì Provenza con la bocca piena.

    Tutti scoppiarono a ridere.

    - Decido io il da farsi – sbuffò la Delfina - Le  zie ceneranno con noi.
    - Zia Adelaide è seccata perché si gioca nei vostri appartamenti, non più nei suoi – s’intromise la contessa di Provenza.
    -  Se il gioco deve riunirsi  dalla prima dama non è colpa mia…
    - Invitiamo le zie a vedere le commedie? – azzardò la contessa di Artois.
    -  Siete impazzita? Nessuno deve sapere che recitiamo!

    C’era in quel periodo una compagnia teatrale formata dalla Delfina, i due fratelli di Luigi Augusto, le loro mogli e il fidato bibliotecario Campan con suo figlio. Con gran divertimento e in segreto interpretavano le migliori commedie del teatro francese: svago introdotto da madame Pompadour che il re e le sue figlie riprovavano. Unico spettatore il futuro Luigi XVI. Per non essere scoperti avevano scelto una sala dell’ammezzato dove nessuno entrava e il palcoscenico, che si poteva smontare, veniva nascosto in un armadio. I signori Campan erano stati coinvolti per ampliare e perfezionare il repertorio: il padre, oltre a recitare, faceva il regista. Bellissimi i costumi, storicamente fedeli. Attore bravissimo il grasso Provenza, bravo il conte di Artois, Maria Antonietta se la cavava, le cognate assolutamente no.
    Un giorno fu messa in scena l’operetta comica di Lesage “Crispino rivale del suo padrone”, imperniata sul personaggio del servo che cerca fortuna raggirando il signore innamorato. Crispino era l’anziano signor Campan; il padrone, il bel conte di Artois; la donna amata dal signore, Maria Antonietta. Luigi Augusto rideva per le battute, per le papere, per l’allegra confusione, per il piacere di scoprire graziosa l’arciduchessa austriaca che aveva dovuto sposare per forza e alla quale, malgrado l’impotenza sessuale, si stava ora affezionando.

    -  Geniale! – applaudì fino ad arrossare i palmi bianchi e grassocci.

    Finita  la recita la Delfina scese dal palcoscenico e apostrofò il signor Campan:

    -  Ho dimenticato l’occorrente per struccarmi, andate a prenderlo senza farvi vedere...

    Con l’abito di scena e ancora truccato, Campan imboccò una scala nascosta che conduceva direttamente agli appartamenti reali. Salendo gli parve di udire un rumore, si fermò dietro la porta. Un valletto aprì di colpo e trovandosi davanti la maschera di Crispino  cadde riverso per lo spavento:

    -  Aiuto!

    L’altro si chinò:

    - Sono io, non mi riconoscete? Giurate che non direte a nessuno quello che avete visto…
    - Signor Campan cosa…
    -  Giurate…
    -  Lo giuro…

    Ma quando tornò dalla Delfina e le raccontò l’ accaduto Campan si sentì rispondere:

    - Mio Dio questo gioco è diventato troppo pericoloso, non possiamo correre il rischio di essere scoperti.

    E da quel momento la compagnia si sciolse.

    ***

    L’Opera royal, inaugurata il giorno delle sue nozze, affascinava Maria Antonietta: ne adorava i balli e spesso ci si recava in incognito solo per il piacere di incontrare facce nuove. Il 30 gennaio 1774, notte di carnevale, Luigi Augusto con la Delfina,  il conte di Provenza con sua moglie e Artois con la sua, entrarono nel foyer protetti dal domino e dalle maschere. Odore di cipria, di crema, profumi di Grasse, mesdames e messieurs occhieggianti da schermi di pizzo. Risate, fruscio di paniers, candele, nicchie d’ombra. Che deliziosa atmosfera! pensò Antonietta  presa da una gran voglia di ballare e divertirsi fino all’alba, felice di non dar nell’occhio. Riconoscendo anzi,  in un  angolo, alcuni barrysti confabulare, si sistemò lo scialle sul capo  avvicinandosi per captarne furtivamente i discorsi.

    -  Niccolò Piccinni è un musicista insuperabile – sentì dire – Gluck non riuscirà  a convincere l’Opera a presentare Ifigenia in Aulide…
    - Dicono che sia raccomandato dalla Delfina perché è stato il suo insegnante di clavicembalo!
    - Madame du Barry non permetterà l’affronto! Soprattutto dopo il rifiuto dei diamanti…
    - Li ha rifiutati?!  E il re?
    - La vecchiaia è una brutta malattia…

    Temendo di svelarsi si allontanò veloce: aveva udito quanto bastava e fremette di sdegno. Giusto rifiutare i diamanti della du Barry! Credeva di potere comprare una futura regina? E si sentì rafforzata nel battersi perché Gluck presentasse in quel teatro il suo lavoro ispirato alla tragedia di Racine. Voleva bene a Gluck e sua madre lo caldeggiava: avrebbe convinto il direttore.
    Raggiunse il piano superiore. Era l’una passata ormai, si guardò intorno: gli altri dov’erano? Una voce melodiosa alle spalle:

    -  Tutta sola?

    Si voltò e arrossendo lo osservò attraverso la maschera: giovane, biondo, lineamenti nordici, slanciato, elegante, bellissimo. Che emozione…

    - Tutta sola ? – ripeté lo sconosciuto
    - E voi?
    - Anch’io… Vi divertite?
    - Certo…
    - Di dove siete?
    - E voi?
    - Sono svedese…
    - Un paese dove non sono stata.
    - Io sono stato in Germania, Svizzera, Italia… prima di raggiungere la Francia.

    Si chiamava Axel Fersen, diciotto anni, come Antonietta. Conte, erede della famiglia più ricca del suo paese. In quel periodo era in viaggio per l’ Europa accompagnato dal tutore.

    - Da quanto siete a Parigi?
    - Da un mese… sono stato anche a Versailles…
    - Davvero? – divenne insinuante e curiosa – raccontatemi…
    - Mi ha ricevuto la madre di mademoiselle di Lorraine…
    - Che ve ne pare di sua figlia?
    -  Carina ma non come dicono – rispose Fersen ignaro dello scompiglio nel quale  mademoiselle aveva gettato la corte durante un ballo.
    -  E di Maria Antonietta cosa vi è sembrato? – fece turbata.
    - Non saprei…
    - Come non sapete?!
    -  Non l’ho avvicinata… il giorno di Capodanno sono andato al castello in ritardo perché faceva molto freddo e avevo ordinato una pelliccia che non arrivava…
    - Capisco….  vi piace la musica?
    - Certamente.
    - E Gluck?
    - Non lo conosco ma mi hanno detto che è un ottimo compositore.
    “Adorabile”, pensò Maria Antonietta.

    Conversarono fino alle tre, isolati e assorti, senza accorgersi dell’ora tarda. Glielo ricordarono alcuni nobili che, riconosciuta la Delfina, le si strinsero intorno.

    - Altezza reale vi stavamo cercando…

    Mentre una piccola folla la trascinava via,  Fersen capì con stupore che aveva parlato con la prima diva di Francia. Imbarazzato sorrise, separandosi come chiedevano le circostanze. “Sua altezza, chi l’avrebbe detto! Stavamo bene…” pensò mentre si allontanava.
    Anche lei era stata colpita dall’affascinante straniero, ma dopo un attimo già pensava ad altro. Non poteva sapere che in futuro quel giovane avrebbe avuto un ruolo essenziale nel suo destino di donna.

  • 26 settembre 2007
    Tra la realtà e il sogno

    Come comincia: Era già da un po’, ma non avrebbe saputo dire quanto, che camminava a piedi, lungo la statale 429.
    Portava quei buffi  jeans a righe verticali celesti e bianche, che la facevano sembrare evasa allora di prigione.
    Erano gli anni quaranta e quasi tutti si muovevano a piedi o a cavallo; i più fortunati o ricchi col calesse.
    Era bello spostarsi lungo quella strada; aveva già fatto tanti incontri e, anche se non tutti piacevoli, ognuna delle persone che avevano incrociato la sua via, le avevano in ogni caso lasciato qualcosa.
    Si soffermò davanti all’ ingresso di una fabbrica di mobili ed entrò; conosceva tutti lì.
    Come sempre Massimo e Luciano la accolsero a braccia aperte e le dissero che c’era un’assemblea in corso,
    ma che se voleva entrare, sarebbe stata la benvenuta.
    Così fece, ma per ascoltare la relazione del sindacalista, si infilò dentro ad un cubo a cui era stata tolta la facciata superiore e vi si mise a sedere, con le gambe incrociate e la testa che usciva dall’ apertura.
    Non stava comoda lì dentro, ma vi rimase fino alla fine, uscendone un po’ indolenzita.
    Massimo la pregò di restare, ma lei disse che non era più tempo e che doveva andare ancora oltre.
    Salutò tutti e si rimise in cammino verso Certaldo.
    Era una giornata decisamente limpida: il sole filtrava attraverso le fronde degli alberi, che costeggiavano tutta la strada e la temperatura era alta, ma mitigata dall’ombra che tutti quei grandi pini proiettavano a terra lungo il cammino.
    Ad un tratto scorse qualcosa in lontananza; cercò di osservare meglio, socchiudendo gli occhi e concentrando il suo sguardo su quella che sembrava essere una massa informe, che occupava quasi tutta la carreggiata destra della strada.
    Man mano che si avvicinava, sempre più incuriosita, le figure informi iniziarono a delinearsi sempre meglio:erano cani?
    No, non soltanto .
    C’erano quattro leoni, ma di un colore stranissimo, identico a quello di altrettanti grossi cani bovari, che stavano comodamente sdraiati, l’uno accanto all’ altro, quasi in formazione: sembrava che un immaginario domatore li avesse fatti mettere in posa per un altrettanto immaginario pubblico, pronto ad applaudire per la bellezza che tale spettacolo emanava.
    Il colore dei loro mantelli era variegato: predominanza di nero, intercalato da pendici di rosso, con il torace di un bianco così candido, da dare quasi fastidio agli occhi.
    I cani erano sicuramente dei bovari svizzeri, bellissima e maestosa razza, dal carattere che sprigiona una dignità ed una fierezza di sé senza eguali e, stranamente, anche il mantello dei leoni era fatto così.
    Mai visti dei felini di quel colore…
    I cani scodinzolavano, i leoni invece ruggivano minacciosi, ma nessuno degli otto quadrupedi si spostò dalla propria posizione e, cosa ancora più strana e inaspettata, intorno a loro c’era una quantità indefinibile di altri cani e gatti, di età, taglia,colori e razze diverse che rumoreggiando, gironzolavano attorno agli otto maestosi guardiani, sicuri di sé e del fatto che nessuno avrebbe mai osato toccarli, protetti com’ erano dai loro giganteschi compagni.
    Alle spalle di tale massa di mammiferi, maschi e femmine, cuccioli e adulti, c’era una piccola casupola, quasi una capanna; dall’aspetto si intuiva che chi la abitava non versasse in felici condizioni; tutto però fuori era pulito ed ordinato.
    Continuando a camminare, gettando un occhio verso i quattro giganteschi felini policromi, che pur ringhiando minacciosamente, non accennavano ad assalirla, vide uscire sulla soglia della casupola un ometto basso,
    con una coppola siciliana in testa, dallo sguardo sorridente e dai capelli biondissimi, nonostante l’avanzata età.
    I due umani si scambiarono solo un veloce sguardo, accompagnato da un vago accenno di saluto e la giovane continuò il suo cammino.
    La scena cambia: lei si ritrova a percorrere la stessa strada, ma questa volta in senso contrario, come se stesse tornando indietro sui suoi passi.
    Arrivata all’ altezza della casupola, davanti alla quale aveva visto tutti quegli animali, si accorse che questa volta tutto intorno non c’era più nulla; solo lei, la strada, gli alberi, la casa, ma degli animali e dell’ uomo nemmeno l’ombra.
    Così si decise e aprì la porta della cascina;  si ritrovò così a camminare su quello che in breve capì essere il soppalco di un grande granaio, situato sotto il livello della strada.
    Dalla sua posizione poteva vedere il piano inferiore, dove, sdraiati in ordine sparso c’erano tutti gli animali che all’andata, aveva visto all’ esterno.
    Che strano pensò: dormono tutti !
    Così iniziò, senza sapere nemmeno perché, a fischiettare una marcetta, quella stessa marcetta che i soldati nordisti suonavano ai tempi della guerra di secessione e che ricordava di aver sentito anche in un vecchio film con Dustin Hoffmann.
    Al suono di quella marcetta, tutti gli animali si svegliarono e iniziarono ad accalcarsi attorno a lei, tutti festanti, anche i quattro grossi leoni, che invece prima le avevano ringhiato, mostrandole le poderose zanne con fare minaccioso.
    Guardando più attentamente tutte quelle bestie allegre e felici, si accorse che ognuna di loro aveva con sé un piccolo quaderno; su ognuno di quei quaderni c’era scritto il nome dell’ animale che lo portava legato al collo; incuriosita lasciò che uno dei cani di taglia più piccola le si avvicinasse più degli altri , aprì il quaderno e lesse il nome: Agata.
    Si capiva che quel quaderno, prima di lei, era appartenuto anche ad altri cani, forse ormai morti, perché sulle pagine precedenti a quella dove si leggeva il nome Agata, c’erano scritti altri nomi.
    Improvvisamente lo sguardo di quella piccola bestiola cambiò e diventò incomprensibilmente triste e malinconico, e la ragazza piangendo, iniziò ad accarezzarle la testa.
    E più la accarezzava e più lo sguardo della cagnetta diventava triste e la giovane ebbe quasi la sensazione di sentire che le diceva: non ti preoccupare, devo andare, ma andrà tutto bene; stai tranquilla, non piangere, perchè andrà tutto bene…
    “Hai capito tesoro? Non ti preoccupare, in due ce la faremo a passare anche questo brutto momento…”.
    Mi sveglio e mi rendo conto che stavo sognando e che, mentre sognavo, piangevo e il mio compagno che se n’era accorto, mi stava dicendo quelle parole, che nel sogno a me pareva venissero da Agata.
    Ricordo solo che appena sveglia sono riuscita solo a continuare a piangere a dirotto, finché mi sono calmata e sono riuscita a riaddormentarmi, cullata dalla voce rassicurante di Luca..
     Interpretazione tutta mia del sogno, che credo si avvicini molto a quella reale:
     la strada è il mio percorso di vita, costellato di presenze di amici (i cani scodinzolanti) e da persone che credo mie amiche, ma che in realtà mi usano a loro piacimento, usando una doppia faccia ( i leoni che prima ringhiano e poi mi fanno le feste, mescolati tra gli amici veri che invece non smettono mai di scodinzolare) e dai quali infatti mi allontano, ma tenendoli sempre d’occhio.
    Agata, la piccola cagnetta prima festante e poi triste, è il bambino che portavo in grembo e che ho perso, ma che nonostante questo cerca di rassicurarmi.
    La ragazza che percorre la strada e che alla fine piange,naturalmente sono io, distrutta dal dolore di perdere il mio bambino, che nel sogno assume le sembianze del cane, perché il cane è l’essere più fedele in assoluto all’ uomo e a lui più vicino; Agata però sa che deve andare e che non potrà stare accanto a me, come il mio piccolo tesoro è dovuto salire in cielo, prima ancora di nascere.
    Gli anacronismi evidenti sono dati dal fatto stesso che sia un sogno, come i jeans, che ho avuto davvero quando facevo il liceo; la storia ambientata negli anni quaranta, anni che per ovvie ragioni anagrafiche non posso conoscere, essendo nata nel ’67; infine  la marcetta che fischio, che fa da contorno al film “Il piccolo grande uomo” e che se fossi stata davvero negli anni quaranta non avrei potuto fischiare, in quanto il film risale a una quarantina circa di anni dopo, mentre la guerra di secessione americana al secolo precedente.
    Le uniche cose reali, cioè ribaltabili nella mia realtà attuale, sono la fabbrica, nella quale ho lavorato davvero, insieme a Massimo e Luciano e la statale 429, che esiste davvero ed è quella che collega Poggibonsi a Empoli ed è una via che conosco bene, perché nella realtà mi capita di percorrerla spesso con la macchina, in occasione di brevi gite domenicali e che è realmente fiancheggiata da una quantità enorme di pini marittimi lungo tutto il suo percorso.
    All’omino e alla casupola non sono riuscita a dare una chiara collocazione, ma credo che fossero solo un contorno del paesaggio..

  • 21 settembre 2007
    Trovo bellissimo

    Come comincia: Trovo bellissimo, svegliandomi, ricordare che è domenica, ma trovo bellissimo anche il lunedì e i giorni fra questi due. Trovo bellissimo l'odore della confezione di caffè appena aperta e il sole mattutino d'inverno. Le feste del mio cane quando ritorno e gli occhi seri di un amico quando parto. Trovo bellissimi il vento della sera ad agosto, l'erba spettinata di maggio, l'odore di polvere bagnata di ottobre e la neve che imbianca le piazze la notte a dicembre.

    Trovo bellissima la vigilia di Natale, ancora come da piccoli, la messa di mezzanotte e la cioccolata calda davanti la chiesa, ma trovo così bello anche il 21 marzo o la sera del mio compleanno e i giorni di metà settembre, non saprei scegliere quale di questi sia più commovente.


    Trovo ridicolo, e lo trovo bellissimo, scottarmi la lingua col biscotto inzuppato nel caffè e ritrovarmici a soffiarvi sopra, mi fa ridere quando appoggio le cose in giro per la casa e poi mi dimentico, e ballare da sola sul divano perché in tv c'è Hair; prendersela col modem se internet non funziona e chiamarlo con tutte le parolacce conosciute prima di accorgersi che è un modem, solo un modem. Trovo esilarante una valigia che viene fatta ridere, il dinosauro con la cresta di Jurassic Park e scendere dalla macchina nel bel mezzo di una pozzanghera. Con le infradito.


    Trovo bellissima la malinconia e ritrovare in un libro qualche scarabocchio di quando lo avevi letto la prima volta.


    Trovo bellissimo il palcoscenico e le api nei prati in primavera. Il rumore del bosco e la terra vista da vicino. Trovo bellissima la notte, sempre, con ogni tempo, in ogni stagione.


    Trovo bellissimo baciarsi, trovo bellissimo ogni primo bacio e trovo bellissimo guardare lui che si addormenta. E farmi prendere in giro la mattina perché evidentemente stavo russando, e odiarlo perché il mio letto è così piccolo che in due non ci si sta, ma da sola è troppo grande! Quando davanti a un film gli chiedi “ma stai dormendo” e ti risponde “no” solo alla terza richiesta. Quando ti telefona e ti dice “scendi, sono di sotto” oppure quando si fa finta di fare la guerra. Trovo bellissimo tenere la mano sulla sua mentre guida.


    L'odore del pane la mattina presto, il gusto del gelato o le immagini di una canzone. Il profumo del bucato, imparare a suonare una canzone e ridere fino a farsi venire mal di pancia.


    Scendendo dal letto la mattina scelgo o non scelgo di vedere tutto questo. Se non avessi mani e se non avessi piedi, la moltitudine non smetterebbe comunque di essere così straordinaria.


    Trovo bellissimo poter scegliere.


    Ed è per questo che vada come vada me ne andrò brontolando forse un po' più di tutti gli altri.


    Ma troverò bellissimo esserci stata.

  • Come comincia: Volevo scrivere una lettera d'amore.
    E mentre fissavo il vuoto aspettando che qualcosa singhiozzasse fuori, singhiozzò fuori un imbarazzante silenzio.
    L'ultima luce del giorno sta filtrando dorata attraverso la zanzariera, illumina matite, scartoffie, un paio di foto alle pareti e un braccialetto di legno.
    Non è che non so cosa scrivere, è che non me lo ricordo più.
    La luce si ferma a solo qualche centimetro da me, ma se ne sta andando. É entrata senza bussare, ha toccato qua e la ma non trovando nessuno ora se ne va. Ecco, se n'è andata.
    Ora quel che sapevo dell'amore è più simile a un groviglio di capelli, un ingorgo, come quelli che bloccano il rubinetto. Ora blocca me? Ma il tubo dov'è?
    Sto aspettando che esca qualcosa. A questo punto non mi interessa più che si tratti di “che cos'è l'amore”, potrebbe benissimo essere “quel che so che non lo è” o “quello che non so che è”, discorsi complicatissimi che a pensarci bene non sono poi così interessanti. Ma non escono.
    Potrei scendere e farmi un caffè. Un buon caffè profumato come mi hanno insegnato a farlo; e guardare andarsene anche l'alone rosa sulle montagne inseguito dalla notte. Dolce notte... e sogni d'oro. Me lo scriveva qualcuno, ogni sera. Sul telefono, nel cielo. Me lo scriveva e io sentivo qualcosa che però non mi ricordo. Ricordo che era abbastanza enorme da impietrirmi nel letto e ricordo che sebbene immobile si muoveva tutto e ricordo che ero pesante ma volavo; ma a dirla tutta non me lo ricordo così bene.
    Mi gratto la testa e mi chiedo se sia effettivamente razionale scrivere una lettera d'amore a nessuno. Esiste anche senza che vi si ponga un indirizzo?
    Mi ricordo quello che si sente, quando due labbra si toccano, ma le labbra non vanno bene tutte, anzi non ne va bene quasi nessuna. Per questo dico che forse nemmeno me lo ricordo. E per questo che non so cosa scrivere.
    Ed è per questo che alla fine non ho scritto niente.

     

  • 20 settembre 2007
    Aloisius primo incontro

    Come comincia: Ho incontrato, o meglio, ho percepito la presenza di Aloisius, una mattina piovosa  di un anno insulso, simile a tanti altri. La pioggia, appunto, mi aveva spinto a rifugiarmi in quella chiesa, e lì, seduto in un cantuccio poco in vista ne ho approfittato per guardare l’architettura del monumento, le sue vetrate, i suoi arredi, ma soprattutto, l’imponenza delle colonne portanti, costruite con pazienza e perizia, pietra su pietra, ognuna scolpita ad hoc, tale da essere, perfettamente, tetto della precedente e solida base della superiore.
    E ad un certo punto ho avuto l’impressione che qualcuno mi parlasse, sono certo di aver visto una figura rannicchiata alla base della colonna di destra, solo che a meglio osservare, mi sono reso conto che in realtà questa presenza non era affianco alla colonna bensì all’interno della stessa. Mi sento dire: ”Mi vedi?  Mi senti?”.
    - “Sì” - risposi - e l’altro: “So chi sei, o meglio so quale è il tuo pensiero, so che sei come me, altrimenti non potremo comunicare, io sono Aloisius”.
    - “Anche io mi chiamo Luigi. Ma spiegami  chi sei e perché io sarei come te”
    - “Sono un costruttore di Cattedrali, o se preferisci, uno scalpellino, quasi 600 anni da oggi, insieme ad altre decine di carpentieri, muratori e maestri della pietra, ero qui a lavorare alla edificazione di quest’opera commissionata da una famiglia devota suddita della chiesa romana.
    Il lavoro era duro, ma emozionante, con le mie mani ho prima forgiato gli attrezzi per poter poi squadrare e formare le pietre, in modo tale che l’incastro seguisse esattamente il disegno del progetto.
    E giorno dopo giorno, ho visto crescere queste mura. Il problema era che io non ero ben visto dai compagni e soprattutto dai monaci appaltatori, il perché lo puoi intuire, io non ho mai creduto a tutte le infami menzogne della chiesa, io sono un uomo libero dalle  pastoie  della religione, qualunque essa sia.
    Ma il mio difetto era ed è di non saper tenere la bocca chiusa e quindi… Beh, per farla breve una mattina, con la paterna complicità del priore, e la pagata complicità di due manovali, il mio capomastro, mi ha legato le mani e i piedi, mi ha infilato uno straccio fra i denti e mi ha fatto calare nell’intercapedine naturale di questa colonna, m’ha fatto ricoprire di sabbia finissima e ha fatto continuare il lavoro di edificazione, come se nulla fosse mai accaduto; della mia scomparsa nessuno mai s’è dato pena, e così, sono morto soffocato dal mio stesso terrore, e da secoli sono qui, vigile e presente, e di tanto in tanto ho la consolazione di incontrare altri come te, ad esempio, dei quali percepisco le affinità.”
    Mi sono rivolto, dopo lunghissimi tentennamenti, sia alla polizia che alla magistratura, chiedendo che si facesse una perizia radiografica alla base di quella colonna, per certificare la presenza della stessa, di resti umani, e liberare quindi, il povero Aloisius dalla sua ingiusta prigionia. E’inutile dire che non ho ottenuta nessuna collaborazione, anzi, sono stato intimato a non disturbare oltre le forze dell’ordine con sciocchezze da folle!
    Mai e poi mai la chiesa autorizzerebbe  spontaneamente una tale ricerca a sue spese, mai e poi mai la magistratura “perderebbe tempo” per un ipotetico reato prescritto, quindi… sono rimasto l’unico, o forse uno dei pochi, amici di Aloisius e talvolta, soprattutto quando piove, mi siedo ancora vicino alla sua colonna e scambiamo quattro chiacchiere, e potete immaginare di chi parliamo male, anzi malissimo.

  • 20 settembre 2007
    La casa degli zii

    Come comincia: Era il millenovecentottantacinque quando me ne andai dal mio paese natale.
    Avevo trovato un buon posto come stalliere nella provincia di Treviso. I miei genitori decisero di rimanere ancora un po’ in Liguria. A mio padre sarebbero bastati ancora due anni per andare in pensione e guadagnarsi una sostanziosa buonuscita. Mia madre tergiversava. Avrebbe voluto abbandonare la riviera anche subito ma non sapeva, però, a cosa sarebbe andata incontro. Dove viveva si trovava bene. Il gioco del bridge, la conversazione con un paio di signore della sua età e i consigli quasi quotidiani del vicario
    Pensai di trasferirmi definitivamente durante l’estate. Al mio arrivo venni accolto nella casa di mio zio Franco che viveva nella marca trevisana. Egli arrivò tardi alla stazione ma fu molto sollecito nel prendermi i bagagli. Mi chiese coma andavano le cose in riviera e accennò all’eventualità che i miei genitori mi raggiungessero durante l’inverno. Tergiversai, non sapevo, ma pensavo che un lavoro io ce l’avevo.
    Adesso volevo divertirmi ed un laccio familiare mi sarebbe stato sgradito. Giunto nella fattoria salutai gli altri zii: Teo e Giorgio. Con mio zio infatti vivevano altri due fratelli. La guerra li aveva allontanati dalla patria. Rientrati dopo molti anni non si erano sposati e alla morte dei genitori avevano deciso di convivere con i fratello più giovane.
    Prima si erano divisi equamente i terreni affidando la coltivazione della terra a terzi, partecipavano alle spese familiari.
    Presi le valigie e seguii lo zio. Fui fatto accomodare al piano superiore vicino alla scala: una modesta stanza orientata a nord, con i pavimenti in legno e sul davanzale tre vasi di gerani.
    Guardai sotto il letto: per fortuna c’era una robusta asse di legno che mi avrebbe fatto ben dormire.

     

    - “Scendi che ti mostro i salotto” - gridò mio zio.
    - “Sì”
    - “Le scale.. il corrimano…”

    Alzai lo sguardo. Sulla parete, a mano a mano che scendevo incrociavo piccole xilografie in bianco e nero. Mi sembravano pregiate.

    - “Vedi” - disse - notai che la parete che separava il corridoio della camera era stata abbattuta e che ai lati si ergevano due pilastri di marmo. Era sopravvissuta una piccola parete sul lato sinistro usata a mo’ di separé.
    Lo spazio era occupato da un tavolino con sopra sistemato un vecchi telefono. Franco appoggiò le chiavi dell’Alfa Romeo. Lo spazio era angusto, infatti cadde il mazzo delle dieci chiavi.

    - “Strano” - disse.
    - “Cosa?” - replicai.
    - “Di solito non lascia le chiavi vicino all’agenda ma le mette dentro la tasca del grembiule”.

    Sarò strano…mah. Mi distesi sul divano a forma di L che occupava tutto il salotto

    - “Vedi?”
    - “Cosa?”

    “Dicevo... il divano... l’abbiamo fatto fare su misura da Paolo l’artigiano. Lui lo chiamava l’artigiano, era suo cognato.
    Ero stanco, alzai le braccia. Inavvertitamente scostai una tenda.
    - Rossa?
    - Sì, sei sorpreso
    - Direi che c’ è molta luce in questa stanza e allora..
    - Il rosso nasconde.
    - Scalda.
    - Filtra.

    Franco offrì un Campari e soda su un vassoio d’argento. I bordi del bicchiere erano intaccati da un leggero principio di muffa.

    - E così hai deciso di trasferirti.
    - Sì zio.
    - Lavorando come stalliere.
    - Penso che sia una buona opportunità, non capita tutti i giorni.
    - Già, bofonchiò
    - D’altronde è solo un lavoro ben remunerato
    - Poco già, ripeté
    - Mi ospitano tutto il giorno offrendomi anche 200 euro a fine mese sempre che tutto fili per il verso giusto.

    Sentivo il bisogno di alzarmi.

    -Vieni ti offro qualcosa da mangiare.
    - Non si sa mai..
    - Certo, fai bene a rivangare.

    Aveva ragione ma non riuscivo a dimenticare quella volta che assieme ai miei cugini mi defilai per andare a vedere la laguna, di soppiatto e d’accordo con la zia.
    Solo che lei si dimenticò (deliberatamente) di infilare il pranzo al sacco nello zainetto.
    Dopo una estenuante giornata al cospetto di un sole torrido fummo costretti a farci prestare i soldi da un indolente vivandiere.

    - Bene - dissi. Accetto e ne approfitto.
    - Mi offrì un piatto di succulenta minestra di fagioli.
    - Le cotiche non ci sono.
    - Direi.
    - Se le sono mangiate i con-fratelli!

    Il tono era ironico, l’intercalare sillabico ma netto.
    Mentre parlavamo si affacciò Giorgio.

    - Sei ancora tifoso del Treviso - gli chiesi.
    - Puoi ben dirlo- replicò. Sai stupirmi.
    - Il calcio è una droga.

    Trasalii
    Droga.
    Proprio così
    Giorgio era il più giovane della famiglia.
    Da piccolo soffriva di una strana forma di depressione: talvolta quando sua madre si avvicinava lui si accucciava, piegandosi in avanti come un muezzin durante la preghiera.
    La madre cercava di distoglierlo da questa coazione ma spesso ne otteneva l’effetto contrario.
    Giorgio aumentava il suo dondolio e inframmezzava questo movimento con dei singulti dapprima impercettibili e poi sempre più eclatanti come le cascate di Recoaro dove si recava quasi ogni estate a bere l’acqua salutare.

    - gli passerà- disse il medico.
    - Ed effettivamente. Solo che prese l’abitudine ad avvicinarsi, durante le pause lavorative e al limitare della sera, alle cascine.
    - Quelle un po’ vecchie, quelle un po’ diroccate. Durante una perquisizione dei carabinieri fu sorpreso mentre si masturbava dietro a una casa dove un’anziana signora si cambiava prima di coricarsi per la siesta pomeridiana.
    I genitori decisero di mandarlo a lavorare come garzone in una officina per bici. Ma anche lì “fece danni”. Si accompagnò a due ragazzi che lo avviarono ai piaceri del bar e a quelli propriamente detti della carne.
    Franco mangiava e meditava, poi mi disse:
    - Francamente non so se resisterai in quel posto.
    - Cosa te lo lascia pensare?
    - Il padrone è una mia vecchia conoscenza e…
    In quel momento si affacciò alla cucina di Teo. Giacca di fustagno, pantaloni da operaio un po’ troppo larghi, sostenuti da un paio di bretelle rosso granata.

    - Chi si rivede!
    - Ciao zio, non sapevo, pensavo che tu fossi in montagna!
    - La sua voce offuscata dal fumo si accompagnava ad una persistente raucedine.

    Lui era lo zio stravagante che si divertiva a infierire senza soluzione di continuità sugli altri. Caustico e fedele.
    Geniale nelle riparazioni meccaniche e imprevedibile nelle risposte verbali. Ossessionava Franco e la moglie con una sequela inaudita di epiteti e se qualcuno si alzava si rifugiava in letto.
    Solo così si calmava.
    Dopo che i miei zii furono andati nella camera da letto mi sedetti in salotto a leggere il giornale.
    Poi salii in stanza.
    Dalla finestra con lo sguardo potevo risalire dalla pianura sino a tutta una serie di ripide vette delle Dolomiti.
    Pensai che forse sarei rimasto e mi sarei spinto più in là attraversando i fianchi della valle e i fiumi, magari a cavallo.

  • 20 settembre 2007
    Era una Storia D'amore

    Come comincia: - Ventesimo del secondo tempo. Cross da sinistra, evidente fuorigioco del centravanti tedesco.L'arbitro fischia. Il centravanti tira di testa. L'arbitro fischia ancora, alza il cartellino. La palla s'insacca nella rete.
    Il radiocronista non riesce a trattenere la gioia e urla con la folla. Un boato che riempie la stanza chiusa e resta aggrappato ai muri come una ragnatela.
    - Abbassa il volume di quella stramaledetta scatola! Ne ho le palle piene delle domeniche passate così- Jessica sbraita dal bagno. E' sull'orlo di una ennesima crisa isterica.
    Seduta sulla tavoletta del water, un piede sul bidet, sta stendendo lo smalto blu madreperlato sulle unghie. L'accappatoio di spugna aperto dalla cintola in giù, scopre la coscia sollevata. Pelle levigata senza l'ombra di peluria, soda e morbida come un impasto che non è ancora lievitato.
    -Và a fanculo- borbotta Dani e alza ancora di più il volume.
    Steso sul divano, la barba tagliata in un pizzo triangolare che si assottiglia sulle guance fin sopra le labbra e traccia una linea che si ricongiunge al lato opposto. Una cornice ben scolpita che non ingentilisce il ghigno della bocca.
    Jessica esce dal bagno e si tira dietro la porta con il rumore d'un asse che cade dal soffitto.
    Il piede dipinto di fresco poggiato sul tallone, l'altro in perfetta presa sul pavimento, arriva zoppicando di fronte a lui.
    - Figlio di puttana t'ho chiesto di abbassare il volume e tu lo alzi.- Afferra un portacenere dal tavolino del salotto e lo scaglia contro lo schermo del televisore.
    Due giocatori in maglietta a righe bianche e blu e tre in maglia bianca stanno correndo e l'oggetto li colpisce in blocco come in un tiro di bowling.
    I calciatori sprofondano nel buio e nel silenzio
    L'uomo resta paralizzato sul divano. I muscoli del corpo bloccati, sgonfi come palloncini, gli occhi dilatati sullo schermo muto e grigio che pare un soldato ferito al cuore, stramazzato a terra. La corazza spaccata, neppure un alito di vita. Morto.
    - Così impari figlio di troia. Mi faccio il culo tutta la settimana a lavare teste, mi spacco la schiena a pulire la casa. Mai che ti venga in mente di chiedere se ho voglia di fare il giro dell'isolato. Non fai un cazzo dalla mattina alla sera. Buono solo che ad avere un orgasmo con una partita di calcio.
    Lui l'aveva amata quella ragazza minuta con il corpo disegnato come quello d'una bambola. Cos'era successo in quei quattro anni?
    Daniel si gratta la testa, insistendo nello stesso punto fino a che l'unghia del dito s'intinge di sangue.
    - Ha spaccato il televisore. Lo ha spaccato- pensa mentre tenta di alzarsi.
    Il corpo non risponde ai comandi del cervello, immobilizzato da una rabbia e una paura che s'è mescolata al sangue. Rimane in quella posizione nel silenzio assordante che è piombato all'improvviso in quei cinquanta metri di casa.
    Anche Jessica lo aveva amato, fino a quando non ha perso il lavoro in fabbrica.
    Il loro mondo s'è capovolto con la faccia dentro ad una pozzanghera. Le porte hanno imparato a sbattere, le stoviglie stazionano giornate intere sul lavandino e lui s'è infilato dentro ad una tuta di felpa della quale pare essersi innamorato. La toglie solo per andare a dormire.
    L'unico vezzo rimasto è quella barba a pizzetto.
    Gli passano per la mente degli spezzoni d'un film, nei frammenti di un tempo indefinito in cui rimane dentro alll'impronta del proprio corpo insaccato sul divano.
    La sera in cui aveva conosciuto Jessica in discoteca. La prima volta che l'aveva vista muoversi sotto luci impazzite, le gambe quasi immobili e le linee definite del busto ondeggiare con la grazia d'una vela sul mare mosso.
    La prima volta che aveva fatto l'amore con lei era stato uno sballo totale per i sensi, per il cuore, per il cervello.
    Nessuna donna mai lo aveva portato in quel paradiso sconosciuto, nessuna gli aveva mai cavato quel piacere della carne e dello spirito. Dopo averla toccata era stato come se un cortocircuito avesse colpito l'ingranaggio che collega la parte inferiore del corpo a quella superiore.
    -Ha spaccato il televisore. Lo ha spaccato-
    S'infiltra quella virgola di realtà nei ricordi che gli ruotano nella mente. S'infiltra maligna, crudele, spazza le onde di nostalgia, l'odore di tutte le cose che ha amato
    Quante volte avevano fatto l'amore in quegli anni con la stessa voracità della prima volta?
    Nell'ultimo periodo il loro mondo s'è capovolto con la faccia dentro ad una pozzanghera d'acqua fanghiglia.
    A pensare a quei momenti avverte un brivido corrergli lungo la schiena, il desiderio prenderlo come allora, la voglia di stringerla e baciarla lo alza dal divano. Lo rimette in piedi, barcolla un secondo come se avesse avuto un calo violento di pressione.
    Dentro alla sua tuta barcolla fino alla porta del bagno e la spalanca.
    - Cosa cazzo vuoi adesso? - ringhia lei, senza neppure alzare la testa dall'unghia dell'altro piede che stria con meticolosa precisione, attenta alle sbavature.
    E' bella la sua Jessica, con quei capelli biondo rossi che scappano dall'elastico e le ricadono sulla nuca.
    Il desiderio di lei dentro a quella tuta che non gli rende merito, sformata com'è, capovolge i sensi unici. La voglia di averla tra le braccia è l'unica direzione che gli respira dentro, infila la rabbia in un contenitore senza tappo. (Resta ferma rabbia. Lasciami stare)
    - Cosa vuoi? Perché stai impalato come un salame?
    Alza la testa Jessica a guardarlo con quell'aria di sfida e nello stesso tempo di complicità. La bocca atteggiata ad un sorriso di scherno, come fanno i bambini quando sanno che l'hanno compiuta grossa e nel contempo hanno la garanzia della debolezza di chi li educa.
    La prende da sotto le ascelle e se la carica tra le braccia.
    Una bambola di porcellana, bella come un sogno.
    La stende sul letto e lei continua a guardarlo negli occhi come in un gioco conosciuto da entrambi e collaudato all'infinito.
    Sopra di lei, inarca d'un poco la schiena Daniel, fino a sfiorarle le labbra.
    - Scemo- sussurra Jessica passandogli le braccia intorno alla vita.
    Con la mano destra Daniel afferra il cuscino che sta di fianco e glielo ficca sulla faccia prima che lei possa solo avvedersene. Lo tiene premuto con entrambe le braccia, con tutta la forza che gli è tornata.
    Taci. Stai zitta. Taci amore. Amami
    Sente il suo corpo muoversi come la prima volta che l'ha vista. Lei inarca la schiena, muove le gambe appena d'un poco, cerca con le braccia verso l'alto un refolo d'aria che non c'è più. Se l'è presa il cuscino premuto sulla bocca. Se l'è presa la rabbia e l'amore di Daniel. Se la sono giocata entrambi a dadi, varcando quel crinale sottile che esiste tra realtà e la follia. Di suo, Daniel non avrebbe mai fatto del male a nessuno, ma valla a capire la mente, provate a capire cosa può succedere quando esplode il cortocircuito.
    Fili elettrici che restano scoperti e ci metti la mano. E allora ci resta qualcuno a non raccontartelo più com'è successo.
    - Balla Jessica, balla solo per me- dice in un soffio.
    Poi lei d'un tratto si affloscia tra le sue braccia e lui ha un orgasmo feroce.
    (Uguale, uguale, uguale. Come la prima volta. Uguale)
    Si stende accanto e le poggia la mano sulla coscia immobile.
    E' stupendo fare l'amore con te Jessica, ma non dovevi rompere il televisore a metà della partita.

  • 20 settembre 2007
    Due luglio

    Come comincia: Due luglio, e quella pioggia stronza cadeva come se non ci fosse nessun legame fra clima e stagioni, come se tutte le giornate dell'anno fossero uguali l'una all'altra. Quasi solo un'imprevedibile lotteria designasse il clima del giorno, così a caso.

    Gaio saltellava nervosamente sulle punte dei piedi, non perché lo volesse proprio, o perché questo servisse a fargli passare il freddo, ma perché meccanicamente aveva fatto suo quell'atteggiamento da centinaia di telefilm visti alla tivù durante pomeriggi interminabili. Quegli episodi, quasi tutti di produzione americana, in cui l'uomo all'angolo della strada in una giornata fredda e grigia si soffia fra le mani e ballonzola allo scopo di sconfiggere il freddo. Gli sembrava una cosa logica; persino a luglio.
    Effettivamente anche lui era a un angolo di strada e il suo lavoro era perfettamente in sintonia con quelle immagini preconfezionate tra migliaia di ore televisive. Già, il suo era un mestiere che si poteva benissimo definire a metà tra lo spacciatore classico e il chirurgo plastico. Tutto per gente che non poteva permettersi di andare in una clinica specializzata, ma volesse lo stesso modificare il proprio aspetto fisico. O solamente per chi voleva farlo e basta.
    Droga fisica, era finito il tempo di sballarsi, di andar fuori di testa, viaggiare. Adesso si poteva modificare il proprio fisico, forme, colori, lineamenti: trasformarsi insomma. Del resto il principio era praticamente lo stesso, tu mettevi quella pagliuzza tra lingua e palato, e aspettavi il fulmine: una sensazione esplosiva di calore fisico, onnipotenza artificiale sparpagliata dentro di sé, tutto un muoversi e agitarsi disordinato di muscoli e fibre che precedeva ogni mutazione che potesse dirsi tale. Ed esplosive si potevano considerare anche le conseguenze: se l’acido lisergico ti faceva percepire ovunque esplosioni da t-shirt colorate, questa roba ti cambiava pelle, capelli, dimensioni, colori, era come rinascere ogni volta sotto un’altra forma. Certo che gli effetti collaterali non erano nemmeno troppo conosciuti e la dipendenza che provocava era infinitamente maggiore rispetto alle droghe tradizionali, ma a chi assumeva quella roba e soprattutto a lui questo interessava relativamente.
    Chiudeva gli occhi e si ispezionava le scarpe ogni volta che un essere deforme gli si presentava davanti, a volte persino incapace di parlare e di esprimersi; ma in fondo a lui bastava solamente qualche avanzo di sguardo umano per fargli capire cosa volessero da lui; si faceva quasi coraggio.
    - Dai Gaio! – e consegnava un'altra pagliuzza, sperando ipocritamente in un effetto riparatore, ma sapeva benissimo che non sarebbe mai andata così. Sapeva benissimo cos'era la morte per overdose da quella roba. E ogni notte doveva ricorrere a qualche vecchia, ma sempre efficace, droga tradizionale per poter chiudere occhio senza ricadere in incubi popolati da palle di carne umana informi e urlanti che non volevano saperne di morire. Ma in qualche modo doveva pur vivere anche lui, e scrollava la testa confuso.
    - Che estate del cazzo.
    Se non fosse stato per il solito cliente della sera, a quell'ora se ne sarebbe già andato a casa a sgranocchiare qualche cosa davanti alla tivù, di quello era certo. Si muoveva ancora ritmicamente sulle gambe quando, confuso alla pioggia che scendeva con sempre maggior insistenza e alle ombre di quella sera precoce che ormai stava calando su di lui, scorse in lontananza il cappellino del suo ultimo cliente. Era proprio il suo, quello che indossava di solito, ideale, come una volta gli aveva confidato, per ogni stagione e per ogni evenienza. 
    Di quel ragazzo era la parte su cui il suo sguardo si posava con meno problemi, visto che il fisico, ormai irrimediabilmente deturpato dall'uso smodato di quelle pagliuzze, gli faceva solo tornare in mente quanta parte di colpa avesse in quella distruzione lenta di essere umano. Si tastò nervosamente il petto per assicurarsi che la bustina fosse ancora al suo posto, il cliente ha sempre ragione; anche se non riusciva proprio a immaginare ancora per quanto.
    A questo si era quasi affezionato; sfoggiava un sorprendente sorriso nel ritirare la sua dose, luminoso, per lo meno le volte che riusciva ad affiorare dai lineamenti impegnati a divincolarsi dagli effetti di quella roba; quasi felice, sembrava volesse ogni volta ringraziarlo. E questa era una cosa che non l'aveva mai capita. A volte aveva anche scambiato qualche parola sul tempo, o sul traffico della città sempre più congestionato, ma erano probabilmente discorsi che a nessuno dei due interessava fare. E comunque cercava sempre di tagliare corto su qualsiasi argomento; certo era un atteggiamento che finiva col tenere con tutti, ma soprattutto con quel ragazzo. Parlare con lui, che pressappoco doveva avere la sua età, era una cosa che lo faceva pensare troppo e sentire un boia. E questo a lui non andava proprio bene. Lui vendeva e basta.
    - Vero Gaio? Ancora poco e poi smetto di fare questo lavoro di merda.
    All'inizio gli si era presentato con l'aspetto del figlio di papà con l’intenzione saggiare i limiti estremi di una vita, cercando in quel modo anche di rendersi interessante agli occhi di amici e amiche; e Gaio aveva cercato di tenerselo buono, odorando alta società e soldi facili da quel viso pulito e dai tratti perfetti. Ma poche volte in seguito gli capitò di intravedere quelle realtà nell’esistenza di quel ragazzo: una macchina in principio di lusso ben presto sostituita da una bici semidistrutta, qualche bella ragazza altezzosa sostituita poi dalla propria ombra sempre più mesta e informe.
    Cercava sempre la Random, quella che non aveva effetti definiti, la più pericolosa. Non voleva saperne di Marylin o James Dean o Wolf, quelle, diceva sprezzante, erano roba per feste di carnevale: sembrava volesse solo distruggersi. Una volta, forse perché sentiva sempre più pressante lo sguardo silenzioso e indagatore di Gaio, aveva quasi cercato di spiegare il suo comportamento:
    - Meglio non sapere dove si va a finire.
    Sforzandosi di non guardare Gaio negli occhi, come per liberarsi di un qualcosa che doveva per forza essere detto. E poi aveva sorriso; e gliene aveva chiesto un'altra, sempre di quelle Random.
    - Non ho voglia di guardarmi allo specchio e riconoscermi.
    Fu una delle poche occasioni in cui si guardarono dentro, seppur quasi per sbaglio. E si sentì ancora più in colpa per la distruzione che era ormai in atto, trasformazione dopo trasformazione, una volta alto un metro e novanta, il giorno dopo nano, una volta obeso, un'altra scheletrico, oppure calvo, o coi capelli lunghi fino alle caviglie, vecchio, bambino, nero, giallo: sempre meno umano e definito.
    L'ultima volta aveva inghiottita la pagliuzza davanti a lui, con i muscoli del viso e delle braccia non ancora completamente rilassati dopo la mutazione del giorno prima, senza nemmeno dire una parola. Gaio aveva accennato persino un saluto dopo aver preso il denaro, ma non ne aveva avuto la forza. Non sapeva il suo nome, non sapeva nemmeno cosa facesse per il resto della giornata, quale storia si trascinasse dietro quella determinazione distruttiva; e probabilmente non l'avrebbe mai saputo; ma lo stesso stava quasi male.
    Perché con gli altri non succedeva? Da quando aveva iniziato a vendere quella roba non si era mai sentito così colpevole; tutti, bene o male, avevano gli stessi motivi per distruggersi, ogni volta era un qualcosa già sentito che l'aveva sempre reso freddo e insensibile di fronte a qualsiasi racconto di cliente. Ascoltava, annuiva, e incassava. Era sempre stato così semplice.
    - Che cazzo hai Gaio?
    Il cappellino servì comunque a riconoscere l’acquirente, era proprio lui. Si guardò intorno per controllare che non ci fossero troppe persone in quel momento attorno a loro, esaminò quella figura mentre si avvicinava, con il berretto oltremodo abbassato sugli occhi e il passo scaltro. Si risollevò per un attimo alla vista di quei segni di umanità, infilò la mano destra nella tasca interna del proprio giubbino, controllò che la bustina fosse al posto giusto, rimanendo per un istante in un'inconsapevole posa napoleonica.
    Il ragazzo gli arrivò davanti fermandosi a pochi centimetri da lui. Sarà stato anche l'effetto della Random, ma non aveva mai notato l'altezza simile alla sua. Sentiva il suo respiro stranamente calmo e rilassato addosso; si decise a consegnarli le pagliuzze per l'ennesima volta. Solo un imbecille avrebbe potuto vederli in quella situazione irrazionale e non capirne il perché; un cretino o un poliziotto corrotto.
    Quel tipo prese di scatto la bustina, se la rigirò fra le dita, forse indeciso, forse per valutarne la consistenza, il simbolo sfuocato di una squadra di football americano dondolava lentamente a pochi centimetri dalle pupille di Gaio; si lasciò cadere nel palmo della mano i soldi senza dire nulla ma non poté non valutare l’ingordigia con cui quel tizio ingoiò la dose. E nemmeno riuscì a sottrarsi alla vista del flash che balenò davanti ai suoi occhi quando il berretto calato su quel viso si alzò improvvisamente, quasi in segno di sfida.
    Fu tutto molto veloce e imprevisto, fece appena in tempo a notare un battito nervoso di ciglia come sipario di uno spettacolo spaventosamente già visto, poi il ragazzo chiuse gli occhi e cadde al suolo con un gemito sordo e sin troppo eloquente.
    Si riprese il resto della dose nervosamente. Guardò a casaccio il mondo attorno a sé: nessuno sembrava preoccuparsi di un uomo a terra.
    - Via Gaio, cazzo, via.
    La sera, davanti alla tivù, decise di non pensare che quel viso perfettamente uguale al suo fosse opera di quella merda che quotidianamente vendeva.

  • 20 settembre 2007
    Io, il funambolo

    Come comincia: Il lucente splendore luminoso limava il filo spettacolare dove i miei piedi in bilico senza rete osteggiavano il vuoto senza certezza. Passo passo, guadagnando lo spazio tra il mio mento e la mano protesa in alto come un "Olà vedi, Dio, che esisto, proteggimi..."
    La luce artificiale sbandierava i raggi suddivisi in attimi e posizioni, su tracce invisibili, porpora e viola calavano come miele sottile tra le ombre nette, divergendo il consenso degli atti, proiettando al dopo il momento del prima, distogliendo il certo, attaccando alla sfera le possibilità tradotte in ondulazioni pericolose.
    "Olà" - dissi - "proteggimi, che la rete se pur invisibile sia una corona di spine, da appoggiare sulla fronte allorquando con dolore potessi cadere tra le braccia del sorriso di chi spera".
    Che io sia dannato ma non morto.
    Spargi fiori teneri sul sonno che verrebbe tra il momento dello sbaglio e il passo regalato mille volte a quel minuto dopo minuto, alla cera delle candele per chi sceglie di pregare per me, che s'arrenda ad un sospiro, un pensiero affettuoso,amoroso, su quel mio destino che stasera corico a me davanti, lascerò come sudore di lumaca, dietro le mie spalle, il mio deserto di polvere, lungo il pensiero del già fatto, del già eseguito del già risolto. Che lentamente trascinerò, come un sentiero ombroso, come una strada nascosta dalla quale uscire con rammarico ma attentamente. Scrupolosi i miei passi, uno davanti all'altro geleranno il respiro di chi guarda nell'attesa del prossimo accento che metterò sull'ultimo sguardo impresso dalla mia figurina che in alto cela grandissimi istanti, enormi paure, gigantesche ostilità.
    Sul freddo respiro che batte secondo dopo secondo, oscillando lo sguardo che si perde oltre l'orizzonte di un mare invisibile, l'asta basculante ricrea attenta il piedistallo del mio equilibrio. Arma lucente, baluardo splendente, preghiera della notte, disincantata orazione sulla quale velare un destino improbabile. Orrido oltre il quale osservare la voragine, e segnare col dito il punto dentro il quale io sia davvero io.
    Io sia, apparentemente nudo, apparentemente integro, avvolto da bellezza e grazia quando attorno a me grida quel velo di garza da dove traspare la pelle, su cui appoggiare i capelli come muschi, arrotondando sassi sul fiume nero del dopo.
    Dopo, passo, dopo passo, libero avanzo, creo spazio e sottraggo tempo, allargo scorci da cui intravedere presenze e cercare aiuto dall'equilibrio che corteggio, adulo, stuzzico. Innamorato e stretto nei miei muscoli, gemo di attento vigore, vita che si appresta a me, come un'ala di tortora prima del sonno, avvolgendo la solitudine come speranza di gloria, fin laggiù dove il filo termina la sua corsa spericolata, sopra la piattaforma della salvezza, su cui trionfano le luci della gloria... Arriverò certamente. Laggiù punto lontano, vergogna del divenire come astruse incantevoli destinazioni, spenta la gloria resterò con le luci che traspaiono ancora dalle palme delle mie mani, scroscianti di applausi che sbattono come vele spiegate, sbandierate, eccessive e piene di vento, tra le onde alte e lucenti del maestrale che soffia ardito sulle creste spumose del destino.
    Arriverò certo con i fianchi dolenti, le braccia salve per essersi fidate, i miei piedi arrampicati come edere alle gambe solide... arriverò a quell'altezza che fa dello spazio un carro alato per una fiaba ancora non scritta, spogliando man mano, poco alla volta della storia e del prima, una catena di orchidee, tra le cui vene incantevoli, sorriderà la mia impossibile fragilità.

  • 19 settembre 2007
    La fame

    Come comincia: Me la ricordo ancora bene quella notte.
    La sensazione adrenalinica della voglia di vivere mi spingeva addosso.
    Vivere velocemente, non fermarsi, divorare ogni istante, con i suoi odori, suoni, colori.
    Questa la mia dottrina.
    Famelica e mai sazia.
    La musica colava dalle casse surriscaldate, il motore su di giri e il tuo piede che spingeva al massimo sull’acceleratore.
    Ingordigia, fame di vita.
    Volevo raggiungere il tempo, braccarlo. Ma lui mi aveva già divorata senza che me ne rendessi conto.
    Ancora un colpo d’acceleratore, scali di una marcia, troppo poco…
    La curva è vicina, ma i tempi di reazione sono dilatati dall’ebbrezza. Credi di farcela, poi l’impatto, inevitabile.
    Non sei stato tu a schiantarti contro il muro, lui ti è venuto addosso. Io c’ero, l’ho visto!
    Subito dopo l’impatto una sensazione di pace, fradicia di sangue e benzina.
    S i l e n z i o
    L’effetto Doppler delle sirene, suoni disordinati, lontani che piano si avvicinano o forse vicini che lentamente si allontanano… non mi è chiaro lo svolgersi di questa scena. Ricordo solo il rumore che mi ha destata dalla quiete e la corsa frenetica in ambulanza mi ha reso di nuovo nervosa, famelica.
    Voglio ancora mordere la vita, ma ho la bocca impastata di sangue. L’unica cosa che sono riuscita a mordere è la mia lingua,tranciata di netto.
    Tengo gli occhi aperti, non posso perdere nemmeno un istante di questo spettacolo.
    Dietro la luce abbagliante di una piccola lampada tascabile, conficcata nelle mie pupille dilatate, riesco ad intravedere lo sguardo attento e premuroso di una giovane soccorritrice in divisa arancione. Avrà più o meno la mia età, e sembra serena, appagata.

     


    2

    Lei non ha più fame da un pezzo.
    Dove sarai tu?
    Ricordo bene la luce aggressiva delle lampade attorno ai chirurghi imbavagliati, con la fronte imperlata di sudore sterile, tutti presi a ricucirmi la nuca aperta in due punti.
    Due ferite profonde, ho perso troppo sangue.
    Qualcuno ha mormorato con voce mesta “l’abbiamo persa”.
    Nessun dolore, te l’assicuro, solo il puzzo di sangue misto all’odore acre del disinfettante.
    Ma nessun dolore.
    Il dolore lo provo adesso, invece.
    Straziante, mi squarcia il petto e mi inonderebbe gli occhi di pianto se solo riuscissi ancora a lacrimare.
    È una così piacevole sensazione piangere! Sentire le guance rigarsi di un liquido caldo, che cola giù lungo il naso e si insinua fin dentro la bocca… salato… mi fa venir fame.
    Ti osservo.
    Sdraiato nella mia vasca da bagno, con indosso gli stessi vestiti di quella notte. O meglio, di ciò che resta di quei vestiti, che ormai sono brandelli di stoffa, lerci di sangue e benzina incrostati.
    Ti sei reciso le vene proprio all’altezza della cicatrice, l’unico marchio dell’incidente visibile ad occhio nudo.
    Se in questi mesi qualcuno fosse riuscito a vedere le cicatrici che ti sono rimaste dentro, alcune ancora umide, ferite aperte che tu non hai voluto rimarginare.
    Se qualcuno ti fosse stato vicino, amore mio.
    Hai continuato ad infliggerti colpi mortali e anche le ferite chiuse hanno ricominciato a sanguinare.
    Ti guardo adesso, pallido nella luce asettica del bagno di casa mia, che sarebbe stata nostra se solo…


    3

    Maledizione! Vorrei aiutarti, ma non mi ascolti. Non mi hai mai ascoltato! Se lo avessi fatto adesso non te ne staresti disteso in quella sudicia vasca, rossa di sangue, che sembra che l’acqua sia scivolata interamente attraverso lo scarico.
    Sai cosa mi fa soffrire, amore mio?
    Tu non hai colpa, la colpa è solo mia, che ti incitavo ad accelerare, andare più veloce.
    Volevo soltanto raggiungere il tempo. Avevo fame, troppa fame quella notte.
    Ti ho contagiato parte della mia esaltazione, il gusto per l’eccesso, la bulimia della vita.
    Ingorda, non mi sono accorta del tuo amore.
    Stavi cambiando. Diventavi sempre più simile a me.
    Uguali le abitudini, i gusti, le passioni.
    Uguali le paure, le aspettative, le ambizioni.
    Ti stavo clonando…
    Vedi? La colpa è mia. Non lo volevo, lo sai e lo so anch’io.
    Ma guardati adesso. Prima di reciderti le vene ti sei aperto la nuca in due punti e non c’è nessuno a tentare di ricucirtela. Non c’è nessuno a mormorare mestamente “l’abbiamo perso”.
    Ti sei perso da solo e ci sono soltanto io qui, ad osservarti, demente, senza riuscire a far nulla.
    Sento il verso della televisione che mugola messaggi promozionali, anestetizzanti catodici.
    L’hai lasciata accesa, come ho sempre fatto io prima di entrare nella vasca da bagno.
    Domani qualcuno comincerà a preoccuparsi della tua assenza e verrà a cercarti qui.
    Poi sarà il solito via vai di poliziotti e giornalisti e fotografi che immortaleranno di nascosto il tuo viso tumefatto ma sereno.
    Perché, dopotutto, hai raggiunto il tuo scopo… che era il mio.
    Hai afferrato il tempo e l’hai bloccato.
    Hai impedito che fosse lui a divorarti per primo.
    Adesso me ne vado, amore mio.
    Forse da qualche parte ci rincontreremo e allora te lo chiederò.


    4

    Ti chiederò come diavolo ci sei riuscito, come hai fatto a fregare il tempo… e a non avere più fame.

  • 19 settembre 2007
    Voglia di altro e di nuovo

    Come comincia: Una mano che si insinua nella mia, e mi fa credere di essere vicino ad afferrare qualcosa di stupendo ed impensabile nel suo morbido e tremante tepore. Due respiri che si uniscono mentre un treno si avvicina e frenando copre col suo frastuono il tumulto del mio cuore. L'affannato rossore dell'ansia di scoprire un mondo inesplorato e difficilmente raggiungibile, nell'unione di due anime così diverse ma così desiderose allora di completarsi e migliorarsi divorandosi l'un l'altra. Quelle due parole così belle e nuove pronunciate nella vibrante emozione di una sensazione che toglieva il fiato, e le esigeva per continuare a respirare il suo sapore. Parole ripetute troppe volte per essere ancora vere? Il tiepido assopirsi degli slanci e l'appiattirsi dei desideri lungo i comodi sentieri della consuetudine e del ricordo: l'inesperienza del dare per scontata la sua presenza, nel non cogliere bui presagi, nel sottovalutare la voglia di altro e di nuovo. Nuovo rispetto all'angusto mondo - così circoscritto - del quale eravamo gli unici ed esclusivi protagonisti. Altro dal ripetersi di gesti monotoni e sempre più freddi e senza idee, anche lì dove non sarebbero dovute mancare, stando a quello che ci si diceva. Il susseguirsi sempre uguale di ricorrenze e festività, lo scorrere lento di ogni anno, giorno dopo giorno, e anno dopo anno, passando dal gioco all'unione senza ormai completarci più, sempre un po' annoiati e più spenti, fino al tramonto dell'intrecciarsi di due destini. La gelida determinazione di uno sguardo che da solo dice di più delle poche sillabe che segnano la fine di una vita e l'inizio di qualcosa di diverso, dove niente è sufficiente a riparare da un freddo che avvolge intimamente il mio essere fino a spezzare ogni convinzione e fiducia in un futuro che ancora non si vede.

  • 19 settembre 2007
    La memoria dell'acqua

    Come comincia: È una strada.
    Ma per quanto mi riguarda è un tratto d'assenza che riempio di te. Dell'idea rimasta, dell'impronta che, dicevano, cancella se stessa quando non serve più segnare il passo. Invece resta. Le strade servono a questo, a tenere memoria d'impronte.
    Se parli da lì, da dove t'ho lasciato, sento le parole, le sento impennarsi in colonne di celeste che arrivano lassù.
    E lassù diventa scuro, è sera e piove un temporale.

     

    Sono in bici e non dovrei.
    Saggi consigli indicavano l'auto prima di partire, "che ti bagni".
    Sì, mi bagno.
    Mi lavo dalle cose che ti ho dato.
    Mi zuppo dell'acqua di mondo che chissà da dove arriva.
    M'impregno di nuvole dall'est, nate nel sud, dirette ad ovest.
    E sogno il nord.
    Piovono latitudini, longitudini d'altrove e viaggio mica in bici, viaggio nella pioggia e gocciolo negli occhi, viaggio che ti vedo e ti ricordo.

    Semaforo.

    Rosso.
    Le auto in sosta si chiedono il perché di una che non corre, che sta lì e guarda avanti.
    Una fatta di pioggia.
    E il cestino nero accoglie una borsa, bagnata anche lei.
    E i vestiti addosso son pelle nuova, che tanto fa caldo anche così.
    Non sanno, quelli dei perché, che così, così se piangi non si vede e li freghi tutti quelli che hai ingannato col sorriso.

    Verde.
    Ferma.
    Cerco le impronte.
    Quelle che l'acqua scopre laccando la polvere.
    Memoria dell'acqua che rinnova memoria di strade.
    Cerco quelle.
    Perché tu, su questa strada, hai camminato e c'eri, il segno resta, te l'ho detto. E se le trovo, scendo dalla bici e ci metto i piedi sopra, me le faccio calzare a pennello. Ci sto dentro un po' e provo a ricordare quella volta che, guardando un po' di lato, domandavi che cos'era quel cancello o il palazzo sulla piazza, domandavi dove andava la strada fatta insieme e quale posto nuovo avrei trovato per la tua felicità.

    Giallo.
    Dal fondo del cielo, se un fondo ce l'ha, s'asciugano nubi. L'acqua, memoria di passi, dimentica e non cade più. Dietro l'angolo, nuova polvere è pronta a partire. D'altronde il verde tocca a lei.

  • 19 settembre 2007
    Per Sempre

    Come comincia:

    Gli ultimi due decenni le si erano adagiati sul viso e sul corpo impietosamente, come se per un malefico artifizio del tempo si fossero duplicati, radicati com'erano al rancore. Distillare goccia dopo goccia l'amore per trasformarlo in odio profondo, produceva singolari effetti.
    Amelia non aveva mollato un solo giorno quella sensazione di vendetta che le aveva corroso il cervello.

    L'unica curva della sua vita era stato lui: l'eccelso prof. D'Andrea, ai tempi in cui loro due erano semplicemente due studenti di Medicina. Stessa facoltà, stesso anno di nascita, stesso desiderio fisico esploso simultaneamente. Non era particolarmente bella Amelia, neppure allora quando dalla sua aveva la baldanza della giovinezza e una discreta femminilità.
    Si, perché non è detto siano solo le "bellone" a possederla.
    Anche se non vantava nessun titolo nobiliare, portava in sé dei tratti aristocratici, una figura esile ed elegante e pure gli occhi avevano un loro fascino particolare: azzurri come il cielo dell'Antartide con qualche bagliore di ghiaccio che fuoriusciva quando si adombrava. Eppure Ezio D'Andrea era riuscito a sciogliere quell'algida ragazza che collezionava trenta e lode e parlava pochissimo.
    Nella penombra del piccolo appartamento preso in affitto con altri studenti, erano diventati amanti: lunghi fine settimana in cui la casa restava solo per loro due.
    - Per sempre - è un classico del proggetto a due. - Ti amerò tutta la vita - un altro slogan coniato in tutte le lingue nella totale buona fede. Poi, si sa, possono accadere molte cose e molte altre possono cambiare le situazioni e i sentimenti delle persone stesse.

    Accadde anche a loro alla fine degli studi ed Ezio con la sua freschissima laurea se ne andò per la specializzazione negli Stati Uniti.
    - Sei stata un amore speciale Amelia. Non ho nessuna intenzione di rinunciare a te, ma la professione ora viene prima di me stesso, di te, di noi. Tornerò e allora riuscirò a vedere il futuro concretamente.
    Poi gli anni trascorsero e alla fine, si persero proprio nello scorrere del tempo. Ossia, lui perse la voglia di passare il resto della propria esistenza con lei.

    Amelia venne a sapere che agli inizi degli anni novanta era rientrato in Italia e attraverso accurate ricerche, l'aveva controllato giorno dopo giorno, mese dopo mese anno dopo anno attraverso i data base degli archivi ospedalieri e l'Ordine dei Medici Nazionale.
    Lei, la giovane studentessa d'un tempo, della laurea ne aveva fatto poco o nulla di più. Attorcigliata in quella storia d'amore che andava via via perdendo di consistenza, fece fruttare il suo bel pezzo di carta per un concorso dell'amministrazione ospedaliera. E lì vi rimase nel ventennio seguente, adempiendo coscienziosamente all'incarico, rispettando gli orari. Mai un appunto da fare a quella dottoressa segaligna, se non l'antipatia che del resto non andava ad interferire con il suo rendimento.
    E quando il "suo" Ezio, ormai odiato e detestato fino allo sfinimento, divenne Primario di Oncologia all'Ospedale di Brescia, si assestò sulla propria sedia e su tutte le informazioni possibili sulla vita private del prof. D'Andrea. Diede corpo alle proprie ombre malate e lasciò che quel sentimento ormai umputridito dal livore, divenisse la sua ossessione.

    (Sposato, guarda un pò quanto mi amava il bell'Ezio. Pure un figlio. C'è da farmi venire i capelli ricci se penso agli anni che ho buttato in discarica per lui.
    E già, la signora D'Andrea è giovane. Già, la bella consorte del professore. Chissà quanto gli è cara la mogliettina e il pargolo)
    Le si accavallavano così i pensieri: di giorno mentre lavorava, di sera prima di dormire, di mattina appena sveglia. Sola, senza un minimo di orizzonte da delinare oltre quella ragnatela di astio. Il deserto nel cuore e la rabbia nell'anima, varcò il crinale sottile della bastevolezza d'un sentimento abbietto quale l'odio. Superò la linea immaginaria che esiste tra la fantasia e la realtà.
    Quel mattino di fine novembre del 2005 uscì di casa prestissimo con una decisione ben precisa in tasca. Tutto si poteva dire, ma non che l'Amelia non fosse una donna più che concreta. Pragmatica. Le piaceva essere definita così nel suo entòurage di lavoro.
    Prese al volo il primo treno regionale per Brescia. Un'ora e ci sarebbe arrivata.
    Si fece accompagnare da un taxi ai piedi della zona pedonale.
    Arrivò con passo tranquillo al palazzetto liberty al n° 76 di via E. Filiberto.
    Ora l'avrebbe incontrato quel figlio di puttana. (Aspetta sulla sponda del fiume il corpo del tuo nemico passare. Eccome se non l'ho aspettato)

    Ore 7.30 del 26 novembre del 2005
    Passa la mano sulla targa d'ottone dorata. "Dott. Prof. E. D'Andrea" (Cazzo se ti ho amato Ezio. Ti sei preso la mia vita. Ti sei portato via tutto)
    Preme senza esitazione il campanello e come per magia un secondo dopo si apre il portoncino d'ingresso per un banale equivoco di chi vi abita ed è convinto sia Elvia in anticipo, la donna di servizio che tutte le mattine arriva alle 8.
    I sei gradini di marmo bianchi rivestiti con la corsia di velluto blu, Amelia li fa come stesse camminando sulla sabbia d'una spiaggia tropicale. Uguale sensazione di beatitudine che ti assale durante una passeggiata lungo la rena di una mare esotico, dopo che hai fantasticato quella vacanza per anni e anni.
    La porta d’ingresso è socchiusa. La scosta di poco e guarda all’interno prima di oltrepassare la soglia e accostarla senza far rumore poggiandosi di spalle con il peso del corpo.
    La moglie del porco insegna. Ha già calcolato tutto Amelia e secondo i suoi conti è già uscita per portare il figlio all'asilo.
    - Elvia sono a casa. Giacomo ha la febbre -
    La voce femminile la raggiunge assieme ai passi ovattati della giovane donna che le si para davanti all’improvviso quand’è ancora al centro dell’ingresso.

    Lo stupore è negli occhi di entrambe. Amelia mette in fila nervosamente il disappunto, la delusione di non trovarsi di fronte il “porco”, il fastidio che le procurano i lineamenti bellissimi di quella.
    I secondi, una manciata di secondi, simili a quelli che scorrono nella mente dei passaggeri di un aereo che sta precipitando e la paura risucchia il cervello e si svuota e si riempie di domande nella testa che annegano nell’adrenalina.
    Dalla tasca del cappotto Amelia estrae la mano e si sposta di un millimetro in avanti, verso la sconosciuta.
    Frazione di istanti. Il tempo di soffocare un urlo.
    - Cosa vuole… - e l’urlo si smorza prima di aver compiuto la parabola completa dello strillo.
    La mano di Amelia affonda il bisturi sullo stomaco: un colpo basso che inginocchia l’altra che porta d’istinto entrambe le mani sulla ferita. Guarda il sangue che esce copioso, le pupille sbarrate, tenta di trascinarsi verso la porta del salotto e Amelia le è nuovamente sopra e allora non c’è più niente da dire né da pensare. Colpisce ovunque Amelia, e a ogni colpo di quel micidiale fendente, si spegne il rantolo fermo tra la gola e la bocca della disgraziata.
    Bello questo silenzio che le sopisce un po’ l'odio.
    L’altra è a terra in una pozza di sangue. Le labbra dischiuse in una muta richiesta di pietà che nessuno ha udito. Percorre in tutta la sua lunghezza l’entrata. L’anticamera si apre sotto un arco murale e il silenzio è ancora più denso in quella parte della casa.
    (Caspita che reggia s’è fatto lo stronzo) pensa Amelia e spalanca via via le porte che trova.
    Sono passati sì e no sei minuti da quando è entrata.
    (Giacomo ha la febbre, ha detto quella. Dov’è il pargolo?)
    Eccolo. E’ nel lettone matrimoniale di velluto, pomposamente bordato da una cornice dorata.
    - Ehi. Sei piccolo… - Lo guarda e gli cerca una somiglianza a questo bambino che non raggiunge forse i tre anni. Ha le guance arrossate e si tiene le mani a pugnetto vicino alla bocca, la guarda e le sopraciglia si inarcano, le labbra si congiungono tra loro a cuore e tremano. Gli occhi del bambino si vanno riempiendo di lacrime e in un nano secondo esplodono in un pianto disperato.

    - No. No. No. Tss. Tss- (ha la stessa conformazione cranica del padre. Stessa attaccatura dei capelli)
    - Tsss. Tsss. Buono. Dormi bello -

    Non può infierire su quell’essere così piccolo anche se somiglia in maniera esagerata al “porco”.
    Dopotutto c’è una etica criminale.

    (Ecco, sei servito prof.D’Andrea) pensa uscendo in strada tirandosi il portone d’ingresso alle spalle.
    (Abbiamo quasi aggiustato i conti).

    Due ore dopo, viene scoperto il cadavere della moglie del prof. D’Andrea e del figlio Giacomo di tre anni. Amelia viene arrestata prima che possa portare a termine il suo malato progetto. Ancora una volta il destino decide della vita di Ezio D'Andrea e sposta le loro strade per la tragica fatalità. Se solo la polizia avesse tardato ad avvertirlo anche di un solo quarto d'ora, se la sarebbe trovata accanto all'auto nel parcheggio sotterraneo dell'Ospedale. Ma in effetti non si può dire che questa sia da definirsi una fortuna. Chiunque si sarebbe augurato di morire all'istante nel vedere la propria moglie massacrata e il figlio in una simile condizione. Una sola ferita mortale inferta con precisione chirurgica sulla gola del bambino.

  • 19 settembre 2007
    Io e la tigre

    Come comincia: Ricordo quella sera brumosa, fredda. Il castello, bianco dal recente restauro, sembrava finto. Come finti, quasi pupazzi, due enormi scozzesi in kilt, che suonavano cornamuse nell’androne. La luce della sala d’entrata penetrava nel buio del giardino. Le voci del gruppo, i flash delle macchine fotografiche.
    Il conte di Mansfield, vestito di scuro, ci attendeva sulla soglia. Dietro di lui, una schiera di cameriere dalla divisa nera con la cresta merlettata sui capelli, frenava risatine nei nostri confronti.
    Il sorriso bonario e accogliente, sotto i baffi, ampi e ritorti, del conte ci introduceva in un’ampia sala dal tetto a botte. Un enorme camino rischiarava la sala con l’aiuto di torce fumose alle pareti. Altre comparse scozzesi, in costume nazionale, suonavano cornamuse ai lati del fuoco. Una passamaneria rossa sospesa su pilastrini mobili di legno, divideva la parte del castello affittata al tour operator dal conte, dalla sua abitazione abituale. Infatti, oltre questa effimera linea, in fondo ad un corridoio, una signora con bambini a lato, ci osservava. I  loro vestiti erano quelli di tutti i giorni.
    Ci introdussero nella sala da pranzo di stile quattrocentesco. Quadri di severi antenati alle pareti e armi rugginose si alternavano su muri di mattoni rossi. Fu un pranzo con un menù scozzese, dove ciò che ti ricorda qualcosa che conosci, ha un sapore tremendamente diverso, a volte opposto alle tue aspettative, ingoiabile.
    Le cameriere restavano, durante il pasto, con le spalle contro i muri della sala, immobili, quasi cariatidi. Ad un segnale convenuto della caposala, si precipitavano sulla tavola e cambiavano stoviglie e vivande. Quasi una danza. Rientravano subito al loro posto, riacquistando l’immobilità di prima.
    Ricordo che quella sera non ero di umore abituale; forse il clima, forse quello scenario falso, fatto per noi, turisti. Ad un cero punto mi alzai e lasciai i convitati alle loro libagioni. Me ne tornai nella grande sala ad osservare il grande falò che ardeva nel camino. I suonatori di cornamuse avevano deposto gli strumenti e seduti su panche di legno conversavano, non occupandosi di me. Fu lì che accadde uno strano fenomeno, un pugno di minuti che mi hanno lasciato sempre sgomento a ricordarli. Al di là del cordone di velluto, si vedeva una porta socchiusa che dava nello studio del conte. L’enorme scrivania e la poltrona dai fregi dorati la indicavano. Avvertii uno strano e inconsueto impulso. Sollevare il cordone di velluto e passare oltre, fu un attimo. Non l’avrei mai fatto, per carattere, sono un timido. Attraversai la porta socchiusa. Ricordo una foto sulla scrivania. Doveva essere la moglie giovane del conte, immersa nella vasca da bagno con tutti e tre i pargoli, aggrappati a lei, nell’acqua schiumosa. Sentii un senso di disagio per quella intimità non dovuta. Ma il mio sguardo finì sulla parete, al lato sinistro, che sovrastava un enorme divano damascato. Una quantità di teste impagliate di tigri erano affisse come trofei di vecchie cacce in India. Erano teste impagliate, dagli occhi di vetro e dalla dentatura vera. Tutte uguali ad uno sguardo sommario. Qui iniziò il secondo ed ultimo tempo di quella strana sera. Attraversai tutto lo studio, quasi chiamato da una targa apposta sotto di una delle teste di tigre. Avevo difficoltà alla messa a fuoco di quelle poche lettere, che sembravano attrarmi. Mi avvicinai e le lettere si fecero chiare.
    La data e il luogo di uccisione di quella tigre: Sawua - 8 Dicembre 1938. La mia nascita.

  • 19 settembre 2007
    La giusta misura

    Come comincia: Avrei giurato che fosse più difficile, che fosse più... non so nemmeno io… che fosse comunque diverso da così... ed anche questo senso di astrazione, questo agire “dal di fuori”, cosciente ed incosciente allo stesso tempo, responsabile di quell’azione, ma parimenti irresponsabile perché commesso dall’altro me... mi dà una strana sensazione, ed anche il rendermi conto di provarla mi giunge ovattato, come comunicatomi per interposta persona.
    Continuo a stringere esercitando una pressione innaturalmente costante, meccanica, troppo perfetta, quasi poetica nella sua ieratica esaltazione.
    Il collo della ragazza non è molto grosso, sembra quasi concepito appositamente per le dimensioni delle mie mani, che infatti lo cingono con millimetrica precisione, pregiandosi di svolgere così mirabilmente il compito che gli ho assegnato.
    Ma chi cazzo è ‘sta tizia? Chi la conosce? Dato che, (ve l’ho già detto), mi sembra di agire da migliaia di chilometri di distanza, in maniera forse similare alle esperienze post-mortem raccontate da certa gente, ho tutto il tempo di pensarci, (o forse mi sembra solo di averlo fatto ed il mio cervello sta lavorando in maniera accelerata, il che dal punto di vista pratico è lo stesso), e lentamente comincio a collegare i ricordi.
    Sto camminando sulla via principale della città... gente, carte, cani , macchine, fumo, passi, sigarette, urla , spinte, gelati , vetrine e merce, merce, merce... vestiti, occhiali, valige, palloni, giocattoli, cappelli, pentole, detersivi, cibo, borse, fiori, chiodi… è inverosimile… come può esistere una quantità di denaro così enorme da poter comprare tutto? E cosa fanno tutte queste persone come cyber-formiche programmate per seguire lo stesso percorso?
    E più ancora… cosa ci faccio io tra loro? Con che diritto percorro la loro strada, guardo le loro vetrine, entro negli stessi caffè? Nonostante stiano sciamando troppo velocemente per prestarmi attenzione cosciente, qualcosa dentro di loro deve averle messe in guardia circa l’intrusione. Non hanno il tempo di fermarsi, ma un qualche segnale biochimico le ha già messe in guardia, e forse si preparano ad attaccarmi.
    Le file dei negozi si susseguono prive di logica apparente, qual è il senso di un negozio di scarpe accanto ad una ferramenta, e poi un bar, un negozio di elettrodomestici, uno di pelletteria... a me sfugge, ma loro sembrano sapere bene dove andare, o forse non lo sanno, vanno e basta.
    I negozi sono  tutti pieni di formiche a loro volta cariche di altra merce, di orpelli tecnologici, di gadgets senza senso, di pantaloni a vita bassa, di scarpe NeroGiardini, di borse con impresse carte geografiche, e premono contro le vetrine, sembra vogliano ingoiarle, fagocitarle, assimilarle, per poi vomitarle e rifarlo con le successive.
    Osservo... sono sempre stato bravo ad osservare... dà un senso di sublime superiorità sentirsi immune dalla spinta a partecipare a certi banchetti dove è il cibo a mangiare te; un senso di superiorità... ma c’è, da qualche parte, un malato barlume di coscienza che sa, e non manca di sussurrarti sommessamente, che tu quel cibo non lo hai mai assaggiato, non hai mai potuto, e questo però riesce ad avvelenarti anche se non sei nemmeno seduto al tavolo, ed è proprio questo che te lo fa odiare.
    La ragazza è giovane, anche bella a suo modo, occhiali scuri, ben truccata, tinta bionda, orecchini pendenti acciaio/oro, una t-shirt con un logo stampato, un paio di jeans sdruciti, (ma da uno stilista), che sembra soffrano a cingerle i fianchi e  quindi vogliano sfuggire a questa tortura cercando di scivolare sempre più in basso per liberare il tanga che spunta orgoglioso dall’orlo, ed un paio di stivaletti chiari, di pelle, tacco medio.
    Dappertutto una serie di piccoli marchi sicuramente molto noti, che io non riconosco, (a cosa mi servirebbe conoscerli?), sui jeans, sulla t-shirt, sugli stivali, ed anche sulla borsa che completa il quadro, (è quella con la cartina geografica stampata, ho sentito il nome in ufficio, ma non lo ricordo), chissà se ne ha anche qualcuno tatuato, sarebbe molto trendy.
    La guardo dalla strada mentre all’interno di un negozio di abbigliamento prova con evidente annoiato distacco, quasi per dovere, una lunga serie di vestiti, in condizioni normali se fossi nei panni della commessa l’avrei mandata a farsi fottere da tempo, ma la ragazza deve guadagnare lo stipendio, e sicuramente è lì in nero, come da prassi , e non è in condizioni di reagire.
    Ma perché non la lasci in pace? Devi comprare? Allora compra e vattene. Non devi comprare? Allora gira il culo e lascia in pace quella povera crista .
    Mentre lo penso devo essermi immedesimato nella situazione ed assunto un’espressione minacciosa, in quel preciso istante la pseudo-cliente incrocia il mio viso e si accorge di me, ma non è affatto intimorita o spiazzata, anzi... assume un’espressione di gelida, mortale superiorità, costruisce in una frazione di secondo, e solo utilizzando la postura corporale, una distanza incalcolabile, posta su piani separati della realtà e proprio per questo sconfinata. Così come è impossibile incontrarsi per le rette parallele, una posta al di sopra dell’altra ed eternamente in posizione di superiorità, (io nel tuo quadro sono quella di sotto, vero?), così i nostri universi non collideranno mai, in eterno, ma io sognerò sempre di fare il drop-out nel tuo, mentre tu procederai sempre in linea retta nell’altro, felicemente al riparo da tutto.
    Cristo, ma come hai fatto? Come sei riuscita in uno spazio così breve e senza dirmi nulla a comunicarmi tutto questo? E poi cosa ne sai tu di universi, di vita, di rette parallele, di cyber-formiche, quando il tuo mondo, la tua vita, i tuoi affetti, esistono solo se hanno un brand forte, riconoscibile dagli altri?
    Realizzo…..sei tu quella messa male, perché non capirai mai cosa significa cogliere l’apparenza sotto vuoto della tua realtà, il vivere solo per essere economicamente funzionali, l’essere avatar all’interno di un programma il cui scopo è solo quello di girare all’infinito in questo super-computer biologico. Ed allora entro… scosto gentilmente la commessa… le prendo la mano, (è inebetita, è normale), la accompagno fuori dal negozio, rientro, non ci sono altri clienti, chiudo a chiave, e ti faccio il più grande favore che possa farti, anche se tu non lo capisci e non puoi capirlo... .
    Che bel collo… l’ho già detto, sembra fatto apposta per le mie mani, per favorire il rapido concludersi della faccenda... non pensavo che fare del bene facesse così bene,  allora stringo… stringo... stringo...

  • 18 settembre 2007
    In fila

    Come comincia: Sono in fila, ordinati e posati sulle gambe sottili di un inverno che sta per voltarci le spalle il bianco li precede tutti, ma è la storia che lo insegna, il nero è più su a pochi centimetri più in alto è lui che esplode i rumori storti ed è più vicino ai tappi di champagne il trapano dello sgabello si specchia con piedi e pedali sul lungo riverente rettangolo nero. La polvere si confonde con gli occhi del pianista curvo a cercare le sue dissonanze. In un angolo la libertà di un'idea confinata dalle mani discordi negli accordi di un piano-forte scordato. Note annotate da un maestro che esercita dita e pensieri. Vita nella vita. Vita lontana dalla vita... ma è il bianco che li precede tutti. E' la storia amico.

  • 18 settembre 2007
    Un amore qualunque

    Come comincia: In un giorno qualunque d’agosto, un pub affollato di gente, non troppo affollato perché Nica non riconoscesse due occhi stremati dalla sofferenza.
    Era Dado, seduto al tavolo degli impercettibili, con le mani posate altrove ed il ventre vuoto.
    Un accenno di saluto, Nica corse da lui e gli diede un sorso del suo ritrovato coraggio.
    Dado sorrise, lasciandosi scivolare dal collo una goccia luminosa di riconoscenza.
    In un giorno qualunque di ottobre, Dado ospitò Nica a cena.
    Nica aveva appena vinto alla corsa di cavalli puntando tutto sul più goffo, spese i suoi soldi per una buona bottiglia di vino.
    Mangiarono couscous e sorseggiarono il vino e in una stanza qualunque della casa di Dado si baciarono.
    Ogni giorno qualunque Dado e Nica leccavano insieme le proprie ferite, accendendo candele e un vecchio brandy.
    Di notte bisbigliavano le loro storie, al mattino canticchiavano tra il Brasile e il caffè.
    Un maestro accordatore ricucì le corde di un piano, Dado lo guardava con diffidenza ma alla fine riabbracciò con passione le sue sette note e la voce di Nica.
    In un giorno qualunque di maggio Dado regalò a Nica un letto comodo per farci un figlio.
    L’avrebbero chiamato Nino se in una sera esatta di un settembre acerbo Dado non avesse deciso di andar via portando con sé il coraggio di Nica, i suoi sorrisi migliori e gli stracci usurati di un amore qualunque.

  • 14 settembre 2007
    Invisibile

    Come comincia: Ok, al giorno d'oggi si cresce in fretta. A 15 anni se non hai una ragazza non sei nessuno. La musica, devi conoscerla. Suonarla, anche. Con gli amici devi poter parlare anche di donne, non solo di calcio. E di donne vere, di ragazze respirate ed assaggiate consumando rapidamente un desiderio fine a se stesso e senza complicazioni. Chi sei se non hai una storia da raccontare? Una storia di sesso, droga e rock and roll? E se proprio non ce l'hai, devi inventarla!

     


    Il romanticismo non paga più. Puoi essere simpatico e dolce e intelligente, ma se non sei spigliato e non vesti nel modo giusto - devi essere un tipo tranquillo, innanzi tutto: scarpa giusta, occhiali giusti, camicia giusta che lascia intravedere in trasparenza muscoli pompati al punto giusto nella palestra giusta - e se non hai determinate doti fisiche, bè, non sarai mai un sorco. Anzi, sarai invisibile.


    E non si tratta di essere omologati o alternativi. Ma di esserci. Vivi. Perché se la persona che occupa il tuo cuore e la tua testa ogni ora del giorno nemmeno sa come ti chiami, se non le interessa nulla di quello che pensi e che fai, non ci sono pomeriggi in compagnia degli amici a ridere e scherzare, né partite di calcetto che tengano: sei invisibile, amico!


    E allora ti trovi a guardare dal di fuori un mondo nel quale vorresti entrare di prepotenza, rompendo il vetro che lo separa da te: ma ne hai la forza? Non hai esperienze da condividere, niente di interessante da dire. Hai dentro di te un sentimento che brucia il tuo cuore e ti toglie il repiro quando la guardi negli occhi: ma può tramutarsi in coraggio? E quanto deve essere grande il tuo amore - oddio che parola - e quanto forte? Lo senti dentro che quello che provi non è una cosa comune: è solo tua. E pensi a come sarebbe bello poterlo condividere, vedendosi corrisposto. E allora sogni.

  • 12 settembre 2007
    Un pesce di nome Leo

    Come comincia: Afflitto ormai da mesi da una sindorme rotulea che mi sta conducendo verso il Golgota degli sciancati, ho deciso d'impreziosire la mia bacheca riabilitativa  con un tassello fondamentale di cui ne era ancora sguarnita: la piscina.
    Per il mio attesissimo debutto, dopo sapiente osservazione, avevo scelto un orario a me propizio: Sabato all'una del pomeriggio.
    Arrivo negli spogliatoi e le mie speranze si rivelano fin troppo fondate: non c'è nessuno, silenzio spettrale, sembra un posto abbandonato da anni. Non mi stupirei, andando verso le docce, di trovare il cadavere del bagnino ormai in avanzato stato di decomposizione.
    Non faccio una piega e mi preparo in tutta fretta: costumino dell'Adidas da esperto nuotatore, comoda ciabatta infradito e accappatoio. Unica falla nella mia impeccabile "mise", la cuffia: appena la metto capisco subito che l'estetica è andata a donne di facili costumi, sembro il fratello scemo di Ivo il tardivo.
    Me ne frego, non sarà certo una cuffia a smorzare il mio entusiasmo.
    Entro nella piscina, e mi accorgo subito di una presenza irreale, fatata, una sirena seduta sul bordo della vasca, che mi guarda con gli occhi stupiti da sopra la sua maglietta aderente con scritto "bagnino".
    Mi dirigo verso di lei con la camminata più impostata di cui sono capace e il mio sguardo da incallito latin lover come espressione stampata sul volto. Il mio incedere tracotante viene però ben presto ridimensionato. Quando sono ormai a pochi passi da lei, la mia ciabatta destra pensa bene di slittare di un buon mezzo metro in avanti, costringendomi ad un urlo da checca isterica e ad un miracoloso colpo di reni: non si vedeva una spaccata così dai tempi di Rudolf Nureyev e Margot Fonteyn nell'indimenticabile preludio de "Il lago dei cigni".
    Ormai perso ogni brandello di dignità, chiedo velocemente alla ragazza alcune informazioni per l'utilizzo della vasca, e mi congedo non senza imbarazzo.
    Indeciso se entrare in vasca con un elegante carpiato di testa, un efficace tuffo a candela, o un'irriverente bomba, opto per la più sicura scaletta, considerando anche che ho già dato alla voce "figuracce".
    Sguardo fiero, la determinazione è alle stelle, ci siamo solo io e la corsia d'acqua che mi si para davanti: l'infinita sfida dell'uomo di fronte ai suoi limiti.
    Parto lanciato, le mie bracciate sono fluide, potenti, quasi ritmate, sembro unto da quanto scivolo sul pelo dell'acqua.
    Passano però solo 30 secondi e divento cosciente della mia prima grave e irrimediabile dimenticanza: gli occhialini. Dopo la prima vasca ho una patina che mi annebbia la vista, dopo la seconda ho le pupille di uno strafatto di crack, alla quinta ho già abbassato il livello dell'acqua di almeno 10millimetri, con tutta quella che ho negli occhi.
    Cerco di non abbattermi, mentre dopo cinque minuti arriva una vecchina sulla settantina, tutta tirata ed equipaggiata manco fosse Ian Thorpe.
    La fatica comincia a farsi sentire dopo poco e il mio stile passa da elegante a scomposto, fino a diventare patetico. Ma il dramma si consumerà di lì a poco. Nel casuale incrocio di direzioni con la vecchina della corsia accanto, a un certo punto ci ritroviamo entrambi allineati sul bordo piscina, iniziando la nuova vasca contemporaneamente. Nessuno dei due lo ammette, ma è evidente l'invisibile guanto di sfida con cui ci stiamo reciprocamente schiaffeggiando: la competizione è una fedele consigliera, a volte tutt'altro che saggia.
    Pesto come un pazzo per cercare di staccarla prima possibile, sfruttando la potenza delle mie lunghe leve e la mia freschezza giovanile. Uno sguardo veloce alla mia sinistra ripaga il mio sforzo. La sua cuffia dorata è a un buon metro dietro di me, "giusto all'altezza per baciarmi il didietro" penso compiaciuto. Continuo a martellare l'acqua imperterrito, attingendo ad ogni centesimo della mia resistenza, ma la seconda occhiata alla mia sinistra stavolta è ben più amara. In acqua 2, la cariatide stagionata inizia incredibilmente "a guadagnare terreno", tenace e tutt'altro che affaticata, non sembra avvertire il dispendio di energie: sarà l'acqua negli occhi, sarà l'assenza d'ossigeno, ma per un attimo mi sembra pure di vedere una freccia lampeggiare a intermittenza mentre la vedo sorpassarmi deciso. "Cavolo, non posso farmi umiliare da una salma", cerco di spronarmi, ormai è una questione di testosterone. Comincio a mulinare come una impastatrice della Simac, sembro un Balron indemoniato da quanto ci do dentro, ma la cuffia dorata ormai ha già preso mezza vasca. L'eccesso di sforzo mi costringe pian piano ad annaspare, una chiatta a nafta sarebbe meno rumorosa, il mio rantolo sembra quello di un cane abbandonato in superstrada. Cerco di aggrapparmi almeno all'onore dei vinti ma a metà vasca la mia disfatta è totale. Ricaccio d'istinto la tentazione di fingere di nuotare camminando sul fondo della vasca, per non aggiungere derisione alla sconfitta, e una volta giunto completamente devastato alla scaletta, capisco che è giunta l'ora di tornare a casa e mestamente, senza alzare gli occhi dal bordovasca, faccio ritorno agli spogliatoi.
    "La piscina non fa per me - penso moralmente distrutto - forse è meglio se la prossima volta vado a fare ginnastica dolce..."

  • 12 settembre 2007
    *La MaDRe*

    Come comincia:

    Vorrei bastasse schiaffeggiarmi per questi oscuri pensieri, tanto perversi da farmi vergognare appena affiorano alla mente, come se non potessero appartenermi. E’ difficile convivere con un orrore che cresce nel cuore giorno dopo giorno, a rendermi sempre più consapevole di un’intima malvagità.

    Chiedete a chiunque in città di me. Non esiste bocca sincera che esiterebbe ad elencarvi le mie virtù. Sono una donna responsabile e generosa, sempre pronta a mettere in secondo piano le mie esigenze pur di alleviare le fatiche altrui. Durante la mia intera esistenza sono sempre stata indicata come esempio di bontà, e non mi riesce di trovare nemmeno un ostacolo che, posto sulla mia strada, io non abbia saputo aggirare con garbo ed eleganza. Certo ho anch’io le mie esigenze, ma il mio più grande desiderio è quello di far felice il prossimo, specie se si tratta della mia famiglia. Appartengo agli altri. Perdonate queste parole che forse peccano di superbia, ma penso rendano bene l’immagine della mia persona.

    Ecco perché, in un quadro così idilliaco, mi turbano non poco i sentimenti che ho iniziato a provare nelle ultime settimane. Senza alcun preavviso, in qualunque momento della giornata, sono assalita da odio feroce. Ed è ancor più spaventoso quello che mi sto accingendo a rivelare. Che Dio protegga la mia anima peccatrice e mi aiuti a redimermi! Ho bisogno di affidare all’inchiostro i miei umori, per alleggerire la mia coscienza da ciò che non oso rivelare nemmeno ad un sacerdote sotto segreto confessionale.

    Non v’è dubbio che io stia odiando. Non si può trattare di una semplice antipatia quando si arriva a bramare la morte. All’inizio le mie tetre riflessioni erano poco definite, come avvolte nella nebbia, tant’è che pur avvertendone la negatività le avevo abbinate ad una lieve depressione. E’ risaputo che noi donne siamo esposte a facili cambiamenti d’umore, anche se io personalmente non avevo mai sofferto di tali disturbi ormonali. Mi sentivo triste ed irritabile ad ondate, come sballottata da queste effimere sensazioni. Il mio autocontrollo, però, aveva certo impedito agli altri di accorgersi della mia instabilità.
    Persino Diego, che spesso mi legge nel pensiero, è rimasto all’oscuro dei miei problemi. Forse è solo accecato dal suo amore nei miei confronti. Mio marito è così terribilmente sognatore! La nostra storia – come del resto tutto il mio passato – è sempre stata molto più fiaba che realtà. Diego era il mio vicino di casa, ed avevamo passato l’intera vita insieme. Prima da compagni di gioco, poi di classe, amici-confidenti-e-infine-amanti. Entrambi estremamente religiosi, ci sposammo giovanissimi, appena maggiorenni, ben sapendo che la nostra unione sarebbe stata indissolubile. Condividiamo inoltre un’infinità di hobby. In particolare, fin dalla nostra infanzia, abbiamo mosso i nostri passi a ritmo di tango. E’ proprio durante uno dei nostri appassionati allenamenti che ho scoperto di amarlo. Che Dio mi perdoni, ma sa bene che questa sensuale melodia è tutt’ora fonte principale dei miei pensieri impuri. O, forse, dovrei dire era. Ammetto di avere le idee molto confuse. Certo la birra non aiuta un’astemia ad essere lucida, ma infonde l’ardire di rivelare l’incredibile. E comunque sono abbastanza sobria da riuscire ad esprimermi in modo comprensibile.

    E così Diego non s’è accorto del mio odio. A dire il vero non credo che avrebbe potuto aiutarmi, dato che nemmeno le mie infinite preghiere all’Altissimo sono servite. Evidentemente, l’Onnipotente ha un disegno diverso per me. Potrebbe forse sembrare dalle mie parole che il bersaglio della mia malvagità sia proprio il mio povero marito. Nulla è però più lontano dal vero. Lo amo ogni giorno più profondamente. Devo ammettere che anch’io fui portata a credere che fosse lui la vittima delle mie morbosità. Il passare del tempo, però, rese sempre più nitido il ferale disegno. Iniziai prima di tutto ad identificare i miei sentimenti. La mia consapevolezza era tanto più forte quanto più cresceva la mia ferocia. E lo stupore fu enorme quando capii chi volevo morto.

    Ricordo quel pomeriggio come se lo stessi vivendo adesso. Ero appena rincasata dalla mensa dei poveri. Le mie indegne mani avevano servito il pranzo a degli innocenti, tentando forse di redimersi in anticipo da ciò che stavo per realizzare. Esageratamente stanca per quella mattinata all’insegna dell’ordinarietà, cercai conforto sulla poltrona in salotto. Ricordo di aver lottato per non assopirmi, tale la mia spossatezza. D’un tratto, però, i miei occhi incrociarono qualcosa che destò la mia attenzione. Era lì, proprio di fianco a me, sul tavolino, adagiata sul centrino ricamato dalla nonna. La presi in mano e l’osservai lungamente: era stata scattata diversi anni fa, ma il tempo non l’aveva minimamente intaccata. La foto ritraeva un falò in riva al mare, al calar della sera. Sorridenti e divertiti, due bambini abbracciavano i loro genitori intorno al fuoco. Quanti ricordi! Ora mamma e papà non c’erano più, entrambi morti prematuramente in un incidente stradale, un anno prima del mio matrimonio. Forse, proprio la loro tragica fine, che lasciò me e Giulio – mio fratello maggiore – orfani, mi spinse a cercare di ricrearmi una famiglia con Diego. Ci saremmo sposati comunque, ma di certo anticipammo le nostre più rosee previsioni, con la benedizione di Giulio, che vedeva in Diego la protezione di cui tanto necessitavo. Chissà come sarebbero stati felici i miei vecchi di vedermi in abito bianco... Mamma avrebbe versato fiumi di lacrime! Ma ciò che avrebbe loro riempito il cuore sarebbe stato l’abbraccio dei nipotini che, invece, non avrebbero mai conosciuto. E fu allora che capii definitivamente.

    L’odio mi pervase nuovamente, mentre le mie mani accartocciavano quella foto resistita al tempo fino ad allora. Anche questa volta sbagliereste a credere che mi riferisca ai miei genitori, oppure a Giulio. Mi scoprii malignamente felice che mamma e papà fossero morti senza vedere i miei figli. E allora compresi la più orribile delle aberazioni possibili: avrei tanto voluto che i miei gemelli, Sara e Mario, non fossero mai stati concepiti! Una madre che non è degna di chiamarsi in tal modo, ecco cosa sono! Paradossalmente mi rendo conto che è proprio l’amore per i miei cari che mi spinge ad odiarli. Per quanto mi concede l’alcool tenterò di spiegare ciò che è difficile comprendere anche nel pieno delle proprie facoltà.

    Sono colma d’amore e di superbia. E’ patetico dire che il mio odio viene dall’amore... Sono doppiamente colpevole solo per aver osato questo gioco di parole. Ma, ecco, mi chiedo se i miei due bambini siano degni. Di me, ma soprattutto di Diego. Se questo sia il massimo a cui potevamo aspirare. Forse anche voi lettori iniziate a capire. Francamente mi sembra impossibile che, fra i miliardi di combinazioni possibili, Sara e Mario siano il meglio ottenibile dal nostro amore. Non fraintendetemi: non abbiamo mai fatto uso di contraccettivi. Ripeto che siamo molto cristiani. Loro due sono gli unici frutti del nostro albero. Ma ciò a cui mi riferisco sta alle radici della genetica, nell’atto stesso del concepimento. L’idea che quell’amplesso potesse generare due combinazioni migliori... Per la serie è impossibile vincere alla lotteria. Li odio alla follia, perché non saranno mai come nemmeno posso immaginare. Perché non sono altro che due numeri perdenti, e deluderanno i figli che avrebbero potuto stare al loro posto. Come un passo sbagliato nel tango della vita. Se sei fortunato nessuno lo noterà, ma avrai il rimorso di aver rovinato la melodia per l’eternità. E, comunque, il tuo compagno saprà. Forse il suo sguardo non ti tormenterà, ma il riverbero dell’errore ricade sulla coppia. Ecco perchè i miei figli devono morire. Devono sparire come fossero stati un incubo, ed è compito della madre togliere la luce così come darla.


    Queste pagine saranno per sempre le uniche testimoni del mio tango sbagliato, perché neanche il mio compagno si possa mai accorgere dell’errore. Perché io sia la sola a pagare, loro moriranno. Domani, al calar della sera, come in quel falò intorno al fuoco, Sara e Mario saranno solo un ricordo accartocciato. Come quella foto. Scompariranno prima ancora d’essere apparsi, prima di poter venire chiamati per nome dal loro padre, che non sa neanche che sono incinta. Domani sarò madre di un aborto.

  • 07 settembre 2007
    Achille e Camilla

    Come comincia: E anche questa inutile sera volge allo stesso identico e monotono punto, con la pioggia che batte su questa lurida città. Il vento sferza imperioso, facendo vibrare il mio impermeabile che, stretto sulle spalle, cerca di opporre vana resistenza ad una umidità che ormai penetra le ossa di questo mio corpo decrepito. Ma io continuo a camminare, ormai non mi importa più di niente, voglio solo sentire il rumore dei passi incessanti, che possono darmi l’illusione di riuscire ad allontanarmi da tutto questo. E questi miei passi mi conducono ancora più vicino a quello che in realtà è il mio mondo, perché, sì, vorrei fuggire dalle mura di questo mondo che mi opprime, ma allo stesso tempo non posso farne a meno.
    Così continuo a camminare, e mi avvio verso l’ultima parte del mio lavoro. Mi hanno dato una foto: una donna, ritratta in quello che probabilmente è un antico splendore decaduto. Mi hanno detto di farlo, mi hanno detto stanotte. Così sarà, sono un professionista, io.
    Lo scalpitio dei miei passi risuona in tutta la strada, attirando l’attenzione delle poche persone, che, a questa tarda ora, frequentano ancora questo immondo quartiere. Prostitute, papponi, tossici e spacciatori; ogni tanto qualche picciotto delle bande locali. Qualcuno sembra conoscermi, ma cerca di non darlo a vedere.

     

    Entrò nella mia stanza, una busta in mano, la foto al suo interno.
    - Guardala - mi disse - lei è il tuo prossimo obbiettivo
    - Lo sai qual è la regola: niente donne, niente bambini
    - Non me ne frega un cazzo delle tue fottute regole
    - Non mi interessa, la regola è questa, non ci puoi fare niente…


    Forse irritato dalla mia freddezza, fu allora che mi prese la testa e la sbattè contro il muro. Sentii il calore del sangue scendermi, lento, sulla fronte.
    - Le tue regole sai dove mettertele, l’unica regola che devi conoscere è: io ti pago, tu fai il tuo dannato lavoro, e lo fai bene! E soprattutto eviti di pensare, quello che pensa, qui, sono io.
    Il mio sangue ormai stava iniziando a macchiare anche la parete, quando finalmente allentò la morsa con cui mi stringeva la nuca.
    - Ma…
    Non accettò nemmeno l’inizio di quella frase, la sua mano si strinse ancora, e la mia fronte si schiantò nuovamente contro il muro.
    No, lui non poteva capire. Non poteva capire che per fare questo lavoro ti serve darti delle regole, per non perdere almeno quel briciolo di umanità che speri ti sia restato, per allontanarti il più possibile da quella bestia che un po’ alla volta prende possesso del tuo animo.
    Lui non avrebbe mai capito che ero solo un uomo, anche se il mio lavoro lo facevo dannatamente bene.
    E mentre ormai la sua mano aveva lasciato la presa, mi sussurrò all’orecchio: - Cosa credi di essere? Un filosofo, un prete o un cazzo di impiegato di una banca? Ricordati Jay, sei solo un assassino! Quelle mani sono sporche del sangue di tante persone, quindi non fare lo schizzinoso e fai quello che ti dico. E poi ricorda, chi ti ha salvato quella volta, eh? Avanti dillo, chi ti ha parato il culo?
    Le sue parole furono accompagnate da un pugno che arrivò diretto nel mio stomaco, facendomi piegare sulle ginocchia.
    - Su, dillo! Dillo!...DILLO!
    - … Sei stato tu… mi hai salvato tu - risposi con quel poco di fiato che mi restava in corpo.
    - Bravo, vedi che quando vuoi capisci anche tu! Bene, i soldi te li darò a lavoro compiuto, e non cercare di fregarmi, lo sai chi è il più forte qui, vero?


    E mentre se ne andava, mentre imboccava la porta, sentii come un bruciore dentro. Il sangue ancora gocciolava, lento, ma quella sensazione che provai mi sembrò di averla già provata una volta. Nel petto mi risuonava un cuore che aveva preso a battere freneticamente, il respiro si fece più veloce e quel fuoco che avevo dentro si espanse a tutto il corpo. La testa mi faceva ancora male quando ricordai. Mi era già accaduto una volta, quando avevo scoperto di amarla. Ma quella volta era diverso, quello che provai in quel momento… era odio puro.

    Il mio regolare procedere passo dopo passo è incessante. Una marcia ticchettante che sta avvicinando una persona alla sua fine. Ho già scoperto dove abita, è qui vicino, mi manca poco. Inizio a mettere la mano in tasca, dove porto il mio migliore amico. Non ho mai usato coltelli, troppo ingombranti, troppo sangue. Ho sempre preferito armi più piccole, più precise. Uno stiletto, ecco cosa nasconde la mia tasca.
    La mia scelta è stata obbligata, non ho potuto fare altrimenti, o svolgo il mio lavoro, oppure sono finito. Ma forse è tutta una scusa, sembra più che stia cercando di convincere me stesso.
    Sono arrivato. Mi basta poco. Con un salto raggiungo la scala antincendio.
    Terzo piano.
    Faccio scattare la serratura della finestra, e penetro, silenzioso e letale come una pantera, nella camera.
    Si vedono le sue forme nascoste dalle lenzuola, regolari, rotondeggianti e… immobili. C’è qualcosa che non va, cerco di ragionare il più velocemente possibile, e non appena la soluzione mi appare in testa come un raggio di sole nella notte più buia, vengo pesantemente colpito alla schiena.
    “Sono stato uno stupido” penso “quelli erano solo dei cuscini messi sotto le lenzuola, non vi era alcuna traccia di respirazione”.
    Intanto mi giro, e la vedo, in piedi dietro di me. Credevo mi avesse colpito con un martello o qualcosa di simile, in realtà era solo un pugno.
    “Sei forte, piccola” mi dico e intanto mi avvento su di lei. Riesco a bloccare la sua reazione, e con un movimento fumineo le trapasso il cuore, assestando lo stiletto fra quarta e la quinta costola.
    Ma, un momento, sento una strana sensazione provenirmi dal petto.
    “Mi stupisci ancora, piccola”, e mentre penso questo, capisco che, insieme alla sua, è arrivata anche la mia ora, perché anche lei, come me, aveva un bisturi, che mi ha piantato nel petto.
    E mentre la morsa gelida della morte inizia la sua lenta danza, la guardo negli occhi. Anche lei mi fissa, continua a vivere, stretta a quegli ultimi aliti di vita, quasi non se ne voglia andare prima di me.
    “Sei forte, sorella, saresti stata la mia donna perfetta, forte come una tigre e letale come uno scorpione”.
    E non mi sentii più vivo di allora, quando posai le labbra sulle sue, su quelle dell’unica donna che mi aveva tenuto testa, dell’unica donna che, magari in un’altra vita, avrei potuto amare.
    E mentre entrambi resistevamo in quegli ultimi secondi, mi sussurrò col suo ultimo alito di vita:
    -… Ti… amo…-
    Parole che si persero in quella ultima e gelida notte che vide un’amore morire prima ancora di nascere.

  • 06 settembre 2007
    La tua luce su di me

    Come comincia: La confusione nella mia mente era in quel periodo la mia fedele compagna ogni volta che tornavo a casa e ripensavo a quanti significati si annidano dietro ogni singola parola che confidavo alla mia analista.
    Ormai sulla soglia dei 30 anni, vivevo la mia vita come un rassegnato andare avanti in attesa di qualcosa che potesse dare un senso a tutto. Credevo che quel significato risiedesse in una donna e per questo ogni volta che una storia finiva in miseria, mi attaccavo tristemente al sogno che tutto potesse essere perfetto, soffrendone più di quanto la situazione richiedesse.
    La metro era affollata, ma nonostante il caotico vociare delle persone, il mio pensiero era altrove perso in qualcosa più grande di me, come un topo in un labirinto.
    Scesi alla fermata di “Ponte Lungo” e mi diressi verso casa.
    Guardavo la persone che passavano in attesa di carpire meglio che significato dessero alle loro vite, ma è una di quelle domande che non si possono capire da semplici piccoli gesti riassunti in pochi secondi di valutazione, così facevo lavorare la mia immaginazione per sopperire i vuoti.
    Quando incrociai il suo sguardo, sentii un colpo al cuore, per un attimo mi sembrò di vedere della luce nei suoi occhi, era ferma davanti un portone, parlava da sola e stringeva nella sua mano il pomello.
    Abbassai immediatamente lo sguardo e tirai dritto facendo finta di nulla, era così che mi comportavo quando mi sentivo insicuro, evitavo sempre le situazioni che potessero potenzialmente nascondere un rifiuto.
    Passai davanti a lei e avvicinandomi cercai di capire cosa stesse dicendo.
    “Scusami ma devo andare, è stato un piacere” disse, rivolta a non so cosa, senza mai distogliere lo sguardo da me.
    Quando le fui accanto, mi prese sottobraccio e comincio a camminare insieme a me.
    Dopo pochi passi mi fermai e la fissai con aria interrogativa e allo stesso tempo imbarazzata, lei sorrise e incredibilmente mi disse:
    “Davvero tu cerchi le risposte nei gesti delle altre persone? Massi ma è da pazzi!”
    Strabuzzai gli occhi: “Come lo sai? Leggi nella mente?”.
    Lei sorrise: "E la prossima domanda che mi farai sarà..." - disse, cercando di imitarmi in un’espressione sospettosa - "... come conosci il mio nome?".
    Era vero, non avevo fatto caso che avesse pronunciato il mio nome.
    Pensai che fosse uno scherzo di qualche mio amico o addirittura un sogno, ma qualsiasi spiegazione razionale dessi lei le smenti tutte.
    “E allora come puoi sapere queste cose?”
    “Sono una donna, ho i miei segreti”.
    Cominciammo a passeggiare, mentre la incalzavo di domande per scoprire la verità, ma da quella bocca non lasciava trapelare nulla che potesse confermare le mie ipotesi, finché non mi disse:
    “Non puoi ammettere che esista qualcuno capace di sentire i pensieri delle persone? Prima metterai in dubbio ciò che sai, prima capirai come e perché ci sono riuscita”.
    “Raccontami un po’ di te, non so nemmeno come ti chiami”.
    Disse che il suo nome era Raffaella, che non era delle mie parti, era in viaggio e si era fermata a Roma solo qualche giorno per visitarla.
    Ero affascinato dal suo modo di gesticolare, sembrava emanasse calore ad ogni movimento.
    Quando sorrideva, sembrava sorgesse il sole estivo dopo una notte invernale.
    “Cosa sogni della tua vita?” le chiesi.
    “Che strana domanda” - mi rispose - ”Non ho grandi sogni, più che altro quando ho voglia di fare qualcosa la faccio”.
    “Non hai vincoli? Un lavoro, una famiglia?”.
    Rise e in quel momento non capivo perchè questa domanda le sembrasse così assurda.
    “Non ho bisogno di lavorare per vivere, sono sola e, per quanto a te, che riponi molte speranze nella donna che avrai al tuo fianco, possa sembrare assurdo, io sto benissimo così”
    Parlando, arrivammo a piazza Re di Roma, ci sedemmo su una panchina.
    “Max tu riponi troppe speranze negli altri, la serenità è un’emozione che nessuno ti può dare, specialmente su questa terra, dove la concezione di vita è ancora a uno stadio primitivo, la devi trovare da solo per te stesso e, per quanto il tuo cuore sia generoso, non potrai dividerla con nessuno perché ognuno deve trovare la sua con le proprie forze”.
    “Sai ho sempre pensato che un giorno una donna mi avrebbe salvato la vita, che avrebbe colorato tutti i punti di questa terra che ai miei occhi sono grigi”
    “Sei tu che li vuoi vedere tali” - mi disse - "perché sei ancorato a delle visioni troppo limitate della vita".
    Mi incuriosii a questa sua ultima affermazione: “Che intendi dire?”
    “Non posso spiegartelo, se un giorno ci arriverai, allora capirai cosa intendo, ma dovrai farlo da solo”.
    “Ma non è un po’ triste pensare di essere sempre soli?”.
    “La tua concezione di essere soli è ben diversa da quella che è la mia”.
    Il suo modo di parlare, mai chiaro, mai diretto, mi incuriosiva da morire, non riuscivo a smettere di domandarle qualcosa, era più forte di me, era come se fosse l’occasione che aspettavo da una vita, ma più mi sforzavo di capire , più qualcosa mi sfuggiva.
    Senza che ce ne accorgessimo, un signore sulla cinquantina, fermo davanti a noi, cominciò a fissare con occhi incantati Raffaella.
    Ci guardammo perplessi e, volgendo gli sguardi verso lui, domandai: "Mi scusi? Ha bisogno di qualcosa?".
    “Ma quanto e’ bello!”.
    Rimasi interdetto per un attimo: "Come ha detto scusi?"
    “Non ho mai visto un esemplare così bello, come si chiama?”
    Ero sempre più sconcertato dalle parole del signore, ma risposi ugualmente.
    “Raffaella”,
    “Ah è una femmina e suppongo sia tua, dove l’hai presa?”
    “Ma che razza di domande sono?” - risposi un po’ alterato - "ci siamo incontrati per strada e lei è libera, non appartiene a nessuno”
    “Beh ragazzo mio, sei stato fortunato perché è molto bella” e lo era davvero, "prenditene cura come si deve" e si allontanò lasciandomi esterrefatto.
    Guardai Raffaella con una faccia talmente sbigottita che lei scoppio a ridere.
    “Certo che sono tutti matti ormai” le dissi sorridendo.
    “Quell’uomo non è matto, sei tu che non hai ancora capito!”
    “Capito cosa?”
    Mi fissò negli occhi e mi sentii inerme davanti a quello sguardo.
    “Io non sono una donna”.
    “Ma che sei impazzita anche tu?”
    Sorrise.
    “Io ai tuoi occhi sono la donna che aspetti da una vita, perché una donna che ti capisca è  ciò che tu desideri più di ogni altra cosa, non mi hai riconosciuta perché non hai mai dato importanza a che aspetto esteriore avesse, agli occhi di quell’uomo ero il cane che desidera da tutta una vita e chissà quante persone ti hanno visto passeggiare con un cavallo, una moto, o con il loro sogno ricorrente”.
    Non sapevo se crederle o no, se essere spaventato e sconvolto o se farmi una risata.
    Rivolsi allora lo sguardo verso le persone che avevamo intorno e solo allora mi accorsi che tutti gli occhi erano puntati su di noi, perché veramente le persone in Raffaella vedevano il loro desiderio più nascosto.
    “Ma-ma-ma cosa sei allora?” - balbettai.
    “Potrei provare a spiegartelo, ma a condizione che tu non mi chieda di più di quello che io sono disposta a dirti”
    Feci un cenno di assenso con la testa.
    “Anche se ti può sembrare assurdo, io sono energia pura. Leggo i tuoi pensieri perché vedo chiaramente l’energia che li crea. La vita non è come voi la considerate sulla terra. Ti faccio un paragone che forse ti può essere più chiaro: la vita è come un grattacielo, ha molti piani o livelli, voi terrestri vivete al piano terra e tutto il vostro progresso di cui andate tanto fieri, non è altro che un perlustrare il piano più basso. Vi muovete avanti e indietro, ma non avete mai pensato di muovervi verso l’alto.”
    Rimasi a bocca aperta.
    “Sai ci sono anche stati alcuni uomini che hanno saputo salire qualche piano come Gesù Cristo o il principe Shakyamuni, ma voi li avete interpretati come figure divine arrivando ad adorarli, come probabilmente fareste con me se solo mostrassi le mie potenzialità” e con una mano dolcemente spinse il mio mento verso l’alto.
    “Ma come posso fare a salire i livelli?” chiesi.
    “Non mi e’ permesso dirtelo, ci devi arrivare da solo, salire di livello comporta un percorso di maturazione e rispetto universale, perché non so cosa succederebbe se una persona del mio livello avesse cattive intenzioni, hai ancora tutta la vita da umano per arrivare a capire, non è poi cosi difficile, ci può arrivare chiunque, anche se io ho avuto a disposizione più tempo di quanto ne avrai tu”.
    “Hai avuto più tempo? Cosa intendi?”
    “Beh, io non sono nata sulla terra e non ho avuto la durata di una vostra vita per capire queste cose ma molto di più, perché prima di essere energia ero una stella”.
    Mi alzai di scatto, mi sentivo spaesato, non sapevo se fuggire o se continuare a parlare con lei.
    “Dai ti accompagno a casa” - mi disse - "che tra poco dovrò ripartire".
    “Dove vai?” le domandai, come se fosse la cosa più naturale del mondo perché mi aspettavo una risposta naturale tipo, Firenze o Napoli.
    “Continuo il mio viaggio, alla ricerca del quarto universo”.
    “Quarto universo?” chiesi con tono sospettoso.
    “Oops! Non dovevo dirtelo” sorrise ”ma non credo che potrai fare molto sapendo questa cosa. Esistono tre universi conosciuti, io sono nata nel primo, ho visitato il secondo e questo in cui sei nato tu è il terzo, tutti e tre disposti su una semiretta e il mio universo è il punto d’origine, dove sia o se esista un quarto è ancora un mistero”.
    “Tutto ciò e’ assurdo”dissi” perchè dovrei crederti?”.
    “Non a caso mi sono interessata a te, per quanto vivi sulla terra, hai una mentalità molto più aperta della maggior parte degli umani. Sai che non sto mentendo”.
    Il tempo sembrava volare accanto a lei, cosi come la strada sotto i nostri piedi, avrei voluto che quella camminata fosse durata in eterno, ma mi accorgevo che ogni passo che percorrevamo mi avvicinava sempre più ad un addio che non avrei voluto.
    Lei mi guardò dolcemente “Non essere triste per la mia partenza, non ne hai motivo”
    “E’ che mi sento così bene accanto a te, non vorrei che tu te ne vada”.
    “L’amore per come lo intendete voi sulla terra è una emozione che proviene da un fattore esterno, una donna, un uomo o qualsiasi tipo di amore verso qualunque cosa e anche questa è una visione sbagliata, l’amore è innato nella vita, è uno stato che non è provocato da nessun fattore esterno, solo che a voi sembra così, non esiste l’anima gemella, qualunque cosa può farti innamorare ma in realtà è un vostro auto-convincimento, solo tu puoi decidere se essere innamorato anche se il tuo amore non è rivolto verso un obiettivo. Tu qualcosa hai capito, quando dici che non ti interessa il lato esteriore di una persona ma come ti fa sentire, è il primo passo per capire quello che sto dicendo, ma ancora ne devi fare di strada”.
    “Invece noi siamo arrivati” aggiunsi.
    Eravamo davvero arrivati sotto casa mia.
    “Ti rivedrò?” chiesi.
    “Non credo, ma se un giorno ripasserò per questo pianeta verrò a trovarti”
    “O magari ti verrò a cercare io per il terzo universo” dissi ammiccando.
    Si lasciò andare a una composta risata: “Questo è lo spirito giusto”.
    “Toglimi una curiosità, cosa facevi davanti a quel portone?”
    “Stavo parlando con lui”
    “Eh?”
    “Voi umani mi farete diventare matta” disse portando la sua mano alla testa.
    “Tutto ha un’anima, ogni oggetto che vedi ce l’ha anche se voi pensiate siano oggetti inanimati, ma siete soltanto voi che non riuscite a vedere!”.
    “Impressionante” e pensai che nemmeno ricordavo tutte le volte che avevo trattato male quello che consideravo un oggetto.
    “Devo andare” mi disse, prese le mie mani tra le sue, avvicinò e sfiorò le sue labbra alle mie.
    Si allontanò e mi fece un cenno con la mano.
    Volevo dire qualcosa di sensato qualcosa che le rimanesse impresso, ma l’unica cosa che dissi è: "Stavo pensando, per trovare il quarto universo vi muovete avanti e indietro, ma non avete mai pensato di muovervi verso l’alto".
    Raffaella annuì sorridendo e, mentre un bagliore mi accecò per un istante, disse:”Non a caso ho scelto te”.
    Quando riaprii gli occhi, non c’era più.

  • Come comincia: Ogni sera passavo davanti a un castello dalle mura argentate, scrutavo dalle sbarre del cancello l’unica finestra illuminata, era molto grande.
    Vedevo tre ombre danzare sempre nella stessa maniera, nero su giallo, è cosi che le vedevo.
    Un giorno mi decisi a scavalcare il cancello, ad avvicinarmi, a raggiungerle, ero timidamente affascinato. Scavalcato il cancello raggiunsi rapidamente le mura argentate, le toccai e la luce dei lumi riflessa sulle mura mi abbagliò. Per un istante vidi il buio nella luce.
    Riaprii gli occhi molto lentamente e mi accorsi di giacere supino su una soffice coperta color Magenta. Mi misi seduto, alquanto stordito, riacquisii pienamente la vista, e proprio dinanzi a me sedeva una donna.
    Disse: “Seguiti a macerare la tua ombra in polvere ancora troppo limpida, colori la tua strada di sorde note, soffocate da un ormai grigio sipario, non limare le tue paure, deglutisci la noia e sputa i sogni più sinceri”.
    Mi prese per mano e mi condusse in uno stretto corridoio, luce fioca in vaniglia, le pareti adornate da fiori d’ambra legati l’un l’altro in sottile filo d’argilla. Passato il corridoio giunsi in un ampia stanza, e fui costretto a stringere gli occhi da quanta nebbia c’era. Era fitta e pungente, sentivo la pelle ardere, avanzai e, quando la nebbia si fece più rada, terrorizzato capii di cosa ero circondato.
    Migliaia di minuscoli insetti circondavano il mio corpo e oltre. Si urtavano nervosamente gli uni con gli altri in cerca di più spazio, faticavano a volare, si può dire che rimanevano sospesi in aria. Quando cercavano di spostarsi, di volare, finivano per sballottarsi qua e là tra di loro, mantenendo sostanzialmente la propria posizione iniziale.
    La donna mi disse: “Imprimi nella  memoria e nel  cuore  ciò che vedrai perché nulla ti sarà d’aiuto più di tutto questo… ricorda, nella memoria e nel cuore”.

  • 06 settembre 2007
    Ultimo Giocattolo

    Come comincia:

    Fu una Ferrari rossa il primo regalo importante che ricevetti. Avevo sei anni ed il mio mondo era confinato nel pertugio della mia camera ricca di futili gioie da bambino. Quella macchina ai miei occhi acerbi appariva il miglior dono che un fanciullo potesse ricevere, e nessun difetto evidente sminuiva la bellezza incontrastata che rivestiva la sua carrozzeria. Sterile e priva di evidenti tecnologie sbalorditive assumeva perfezione fra le miei mani minute. Passavo ore inseguendola per le strade che magicamente percorreva, vincendo gare contraffatte dalla corruzione generata dalla mia fantasia, amavo quel dono tanto quanto amavo chi per me aveva avuto un così bel pensiero. Mia madre. Non potevo chiedere altro dalla vita, nulla che un’altra famiglia potesse darmi, nulla che un bambino di sei anni potesse avere, mi bastava lei. La mia macchina.


    Il ricordo di quel giorno è ancora vivo in me, vive con me, cresce con me e con me morirà.


    Una mattina come le altre, una mattina d’estate, ove il sole alto nel cielo celeste tempestava di insofferenza le strade e minacciava gli anziani costringendoli a rimanere chiusi nelle loro abitazioni. Un giorno stampato con il divieto d’accesso. Non potevo rimanere chiuso, non potevo impedire alla mia macchina di volare tra le vie, di trionfare sotto il sole e di essere bagnata dallo spumante dei vincitori. Uscii. Quando nessuno poteva, quando i bambini dovevano dormire, quando mia madre era incatenata alla sedia del suo ufficio e non poteva impedire le mie marachelle. Uscii. Balzai fuori dalla porta di casa, tra le mani la mia amica a quattro ruote e nel cuore l’eccitazione di chi sa che sta violando una regola. La follia infantile mi spinse violentemente tra le strade consumate del mio paese, gaio di poter tramutare le abitazioni, i tombini, i marciapiedi e tutto ciò che spiccava, in un parco giochi personale. Paffuto nelle forme e distratto nei vestiti, corsi lontano dagli occhi indiscreti dei miei vicini, temendo una loro soffiata. Diedi la massima forza alle mie gambe minuscole e chiesi un impegno notevole ai miei piedi nudi e per niente intimoriti dall’arsura dell’asfalto che calpestavo. Faticai parecchio ad allontanarmi dalla zona controllata dai miei nemici, quanta gioia mi causò quella corsa, quante immagini passarono nella mia testa e tante furono le parole scimmiottate da film polizieschi famosi durante il tragitto. Poi finalmente la pace. Sostai alla prima fontana, nota nel mio paese poiché meta di chi l’acqua non può permettersi di acquistarla. Verde e metallica, grave nelle forme e difficile da aprire per un bambino dalla forza limitata. La sete era troppa e la mia maglietta bagnata dal sudore eccessivo mi fece impegnare a tal punto da riuscire a far sgorgare l’acqua tanto desiderata. Ero felice, lo ricordo come se fosse ieri. Stetti dieci minuti seduto sul bordo della fontana, immobile, calcificato dalla stanchezza, pugnalato dalla calura. Aspettai nuova linfa per il mio corpicino e poi finalmente la tanto attesa gara.


    Una piccola discesa fu il mio obiettivo, la corretta pendenza per dar vita alla feroce corsa della Ferrari. Dopo essermi rimboccato le maniche mi diressi con passo svelto verso la partenza designata. Pochi passi mi separarono. Giunsi in fretta e carico come una molla. La discesa era coperta d’ombra da un palazzo che come una madre proteggeva quella lingua d’asfalto dalla crudeltà del sole. Preparai con meticolosa precisione la macchina, pulendo prima le gomme, poi i paraurti ed infine anche i vetri temendo che il pilota all’interno non potesse vedere bene il tragitto. La poggiai al suolo e la caricai con parole di incoraggiamento degne del miglior coatch. Uno starnuto, un’aggiustata ai pantaloni calanti, una grattata alla testa e via. Iniziò la gara. Con una grossa spinta lanciai la macchina verso il suo gran premio. Veloce si gettò sulla discesa facendo ingrossare di euforia i miei occhi. Urlai a squarciagola la grandezza di quella corsa, gridai nell’aria tutta la mia veemenza da infante, prima di vederla scomparire ingoiata da una strana oscurità che celò la fine della galoppata. Impossibile è descrivere cosa un bambino può provare in certi istanti, in quei frammenti di vita che ti fanno sentire re, imperatore di un regno così fragile da poter cadere in qualsiasi istante.


    Non dimenticherò mai il volto di quell’uomo. La sua bruttezza, la sua pancia grossa, i peli sul viso ed il sudore che flagellava la sua fronte. Non dimenticherò mai come mi guardava, con quegli occhi demoniaci, da perverso, da diavolo. Stringeva in mano la mia Ferrari con fermezza e l’osservava con soddisfazione, furbo e scaltro nell’aver capito che un bambino è indifeso, geniale nell’aver compreso che la sua forza fisica era superiore alla mia. Mi pietrificò. Ghiacciò il fuoco della mia gioventù, lasciandomi basito dinanzi alla crudeltà del genere umano. Si avvicinò con fare amichevole, avvolto in una maglietta che faticava a racchiudere il suo lardo, accarezzandomi dapprima il viso per poi passare ai capelli bagnati dal terrore di essermi perso. Grondavo disperazione. Capii subito che in quella persona albergava il male, quello puro, quello vero, quello che Dio condanna, quello che tutti dovremmo condannare.


    Mai la mia mente potrà cancellare la felicità di aver ricevuto quella Ferrari, ma sono cresciuto con la morte come compagna, con il desiderio di accoglierla per dimenticare quegli istanti, quei momenti dove un bambino viene derubato e schiavizzato e la sua crescita naturale viene interrotta da una persona incapace di stare al mondo, indegna di condividere ciò che gli uomini hanno creato. Mi violentò senza pudore, lasciandomi poi sanguinante al suolo. Sono cresciuto nelle lacrime di mia madre, osservandola piangere ogni ora della sua vita ripensando a quel che era accaduto. Tanti sono stati gli psicologi che mi hanno accolto in cura da loro. Non vi è stato giorno che non abbia riudito i gemiti di piacere di quell’uomo. Non un solo minuto è passato libero dalle catene di quelle scene di rabbia e vigliaccheria. Sono malato ora. Non ho moglie, perché tutte le donne che ho avvicinato sono fuggite dalla mia rabbia repressa che mi ha sempre spinto ad una violenza incontrollata. Sono solo. Vent’anni sono passati dall’abuso ed ancora lacrimo sangue, vomito tutte le notti e cerco il suicidio tutti i mesi. Ma lui dov’è ? Lui che con la sua virilità mi ha rubato l’esistenza. Ha scontato la sua pena. Quindici anni di carcere, dodici con la condizionale. E’ libero. Libero di fare ancora male, libero di essere un perverso, libero di farsi soggiogare ancora dall’inferno che alberga in lui. Non ho mai chiesto molto alla vita, non sono mai stato viziato né sono nato con particolari virtù…


    … Volevo solo essere un bambino.