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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 gennaio 2008
    Milano

    Come comincia:

    Milano,
    prese la nebbia e ne fece un abito da sposa, grigio soldato, accompagnava le sue piane con la garza intenerita che traspariva dalla pelle umida... lunghe dita toccavano le rive fruscianti fino alle sabbie schiumose di Roma, distante dal mare come una lettera spedita nella cassetta sbagliata. Ne avverti la presenza ma non lo vedi mai.
    A Roma alti pini rimarginano i bordi del cielo eccessivo e ne contengono gli spazi, la luce materializza rovine, tornando a ritroso per disperdersi sulle ciminiere del nord... laddove sospira quel raggio di sole. Disertore di una guerra perduta.
    Unica sentinella che attende ancora gli ordini, sotto l'orologio della stazione.

    Sotto il portico di Piazza Duomo, scuro, tartufai sulle loro cadreghine minuscole vendevano tartufi minuscoli e il profumo di paradiso scricchiolava di foglie secche, buona terra sul naso del cane, albe bagnate di sole avaro, lunghe file di pioppi.
    Saliva disciolta nel cielo freddo, argentato di volo di fagiani dalle lunghe code. Silenziosi flap. Rumorosi spari. Solitari come il pensiero, che quando di Roma accende un notte all'improvviso il blu oltremare immerso nel nero stellato, ti circonda la bocca rotonda nella meraviglia dei Fori Imperiali.
    Promessa di incontri, di passi leggeri e tiepidi, di occhi luminosi, come le comete che trascinano le loro code, caste di venti astrali.

    Milano, piazza larga come passo di gente, valige di sogni che aspettano il taxi, madonne e santi, che vagano senza sosta, (ché se scendi dal treno te ne accorgi subito che stai molto più giù... a Roma, che ti aspetta e ti prende un caldo, un sole, uno spazio... dove sembra che i cieli siano cinque).
    E le brezze salmastre promettano piccoli saltelli in riva al mare.
    E che il giorno di vacanza sia sempre il primo.

    Milano ricorda il tram che dalle periferie nebbiose, dondolando, assonnato ma preciso, il miracolo che ci si aspetta, tra il collo stretto alla gola per il freddo e la gonna nuova, sempre finisce in un'altra periferia, dove si carica di un'altra speranza al capolinea.
    Prendi a Roma, per esempio, in prestito il pulman veloce, per poi costringerti a fermarti, sul Lungotevere e nel traffico, per perderti sui riflessi del fiume largo e generoso, decorato di riflessi dorati.
    Presepio spettacolare, racconto di fiabe, dove la mano appesa al mancorrente, diventa l'unico contatto con la realtà.

    Roma, un Sud senza Sud
    Milano è solo nord.
    Milano si sposa e della prima notte ne fa un parto, Roma sorride e spera, che oltre alle nozze, ci sia anche l'amore.

  • Come comincia: “Guarda.”
    “Che?”
    “Una rondine.”
    “Già.”
    “Una rondine non fa primavera.”
    “Quindi?”
    “Nulla. Evidentemente non è primavera.”
    “Come “non è primavera?”. Siamo al 30 Marzo.”
    “Evidentemente non è primavera.”
    “Per quale cazzo di motivo non sarebbe primavera?”
    “Bhè, se una rondine non fa primavera e nel cielo c’è solo una rondine, non è primavera. Ne vedi altre tu?”
    “No. In effetti il discorso fila.”
    “Ecco. Se ce ne fossero due sarebbe primavera.”
    “Però, pensandoci, non è detto. Una rondine non fa primavera, ma non vuol dire che due rondini la facciano. Diciamo che due rondini potrebbero far primavera.”
    “Giusto.”
    “E nel caso non ce ne siano?”
    “E nel caso non ce ne siano potrebbe essere primavera come potrebbe non esserlo.”

     

  • 30 gennaio 2008
    Intervista

    Come comincia: "Ciao!", aveva gridato il giornalista televisivo per fare in modo che la sua voce sormontasse il chiasso proveniente dai manifestanti, “Come mai sei qui oggi?!”.
    “Per manifestare per i miei diritti gay, uh-uh!”, aveva urlato il manifestante, concitato.
    “Senti…”, aveva continuato l’intervistatore, "e perché hai delle piume di pavone in testa, un boa di struzzo al collo ed una mazza di scopa ficcata su per il culo?”.
    “Perché fa trasgressivo, uh-uh!”, aveva risposto il manifestante, con il suo onnipresente sorriso stampato in faccia.
    “Senti…”, ancora incalzava il giornalista, “… ma non credi che una manifestazione in questi termini sia retaggio di un pregiudizio implicito nell’atto da cui se ne cerca di uscirne senza comprendere di esserne succubi? Nel senso, tu difendi il tuo essere gay esaltando la tua diversità. Ma se essere gay è normale non c’è bisogno di esaltarne la diversità dalla normalità, in questo caso con la trasgressione. La trasgressione è sempre mossa da un pregiudizio. Nel senso, la trasgressione colpisce il senso pubblico mostrando quello che la società vede come “diverso” o “malato”, addirittura, in maniera estremizzata. A questo punto è anche più facile dai detrattori di una certa tendenza demonizzare, strumentalizzare un dato comportamento ed usarlo in modo che lo stesso comportamento che debba avere un effetto ne abbia un altro. E poi, ancora, ma se essere gay è normale, se tu credi sia normale, e, giustamente, manifesti per avere eguali diritti e non essere demonizzato, perché usi la trasgressione, che appunto vedo come atteggiamento che parte da un pregiudizio?”.
    Il caos del gay pride si era bloccato. La musica si era fermata, le immagini seguivano lo stesso fato. Come in un fermo immagine. Gli unici, occhi fissi gli uni negli altri, ad avere percezione di questo, per quanto potessero sentire, erano l’intervistatore e l’intervistato, di cui, il secondo, non più con il sorriso.
    Che veloce rispose: “Perché fa trasgressivo, uh-uh!”.
    “Deficiente, ignorante e bigotto latente. E pure frocio.”

  • 30 gennaio 2008
    Pasquale

    Come comincia: E' solo tre giorni che sono stata liberata dalla mia prigionia.
    Voi non potete immaginare cosa significhi passare una vita tra le sbarre. Ambiente piccolo, impossibilità di qualsiasi azione. O reazione. Una vita ad essere nutrita da terzi. Una vita che, di fatto, è dei terzi. Non tua. Tu sei un automa. La routine fa perdere coscienza del sé. Immola il libero arbitrio ad un pensiero ridondante. Ed ora eccomi qui, per strada. In un mondo che non mi appartiene. Il mio mondo personale era ormai lì, con le sue limitazione. Io sono una disadattata. Non so rispondere agli impulsi esterni. Non ho avuto l’abitudine a farlo. L’abitudine che forgia il tuo bagaglio interno a reagire a ciò che ti circonda. È un’ingiustizia mi abbiano liberato. È una finta libertà. La libertà vera è ciò che tu puoi fare nelle tue limitazioni. Io non posso fare. Non riesco a fare. E loro, in fin dei conti, lo sapevano. Sapevano che mi avrebbero mandato allo sbando. Ma non gliene è importato. L’importante è il gesto, non le conseguenze di esso. Progetti di facciata a breve termine contro conseguenze concettuali a lungo termine. Ed eccomi qui. È solo tre giorni che sono stata liberata dalla mia prigionia. E sto morendo. Non sono riuscita a trovare un mio posto. Una vita fatta di eremo non ti permette una socializzazione. Non ti dà i concetti necessari per lasciarti comprendere il come. Sto morendo di freddo, di fame, senza un posto dove andare, senza riuscire a rapportarmi con i miei simili. Sto cercando di pensare se mai sono stata libera. Non ricordo. Non ricordo nulla. Né i miei genitori, né la mia vita precedente la prigionia. Il primo ricordo che ho sono quelle sbarre. E gente in andirivieni. Ma solo immagini di persone, non i concetti che essi portano con sé. Non ricordo neanche il mio nome. Semmai ne abbia avuto uno. Ed ora, eccomi qui. È solo tre giorni che sono stata liberata dalla mia prigionia. E sto morendo. Ho già gli arti irrigiditi, impossibilitati di movimento, come quando erano fra le sbarre, ma stavolta immobilizzati dall’interno. Sento il battito cardiaco che inizia a calare. Il corpo sta cedendo, non reagisce, ed il freddo va a riempirlo. Sento la pupilla, bagnata dalle lacrime, espandersi. Le immagini si sfocano. Il mio ultimo pensiero va al giornalista della televisione, che ha parlato nel momento in cui sono stata liberata.
    E forse ha pronunciato il mio nome.
    Penso alle sue parole: “Ecco liberata la colomba della pace, come buon auspicio per un mondo migliore”.

  • 30 gennaio 2008
    Come in una gabbia

    Come comincia:

    Non so com’è successo. Non so come mi ci sono ritrovato. Non ne conosco le modalità. E nemmeno la motivazione. E’ successo tutto così repentinamente, quasi senza che me ne potessi accorgere. E senza una ragione apparente. Senza volerlo, forse. Senza che lo decidessi davvero. E’ stato come l’entrare in una gabbia ben celata, con all’interno un succulento trofeo, come ad invitarti. A tentarti. Ed il trofeo è tuo, in fin dei conti. Probabilmente l’hai anche meritato. E puoi assaporarlo. Ma, una volta toccato, forse anche prima, una volta solo agognato, la gabbia si è chiusa. E’ così che mi sono ritrovato sposato.


    Questo sodalizio alle volte logora. Non so se è dovuto alla mia consorte o alla situazione in quanto tale. Alla situazione in generale. Se è dovuto a me. A come mi rapporto ad essa. O a come mi rapporto alla situazione. O come essa si rapporta a me. O come credo essa si rapporti a me. O come credo di rapportami io. Ad essa ed alla situazione. Ed a me stesso. Sta di fatto che alle volte è dura. Sembra di non poter riuscire ad andare avanti. E molleresti tutto. E vorresti solo chiedere il divorzio. Non che non ci siano momenti di felicità. O felicità apparente. Poco importa sia essa apparente o effettiva. C’è. Il pensare al come essa si presenti serve solo a logorare ulteriormente. Non dovrei pensarci. Ma ci penso. E penso che faccio bene a pensarci. Ma complica. Eppure lo voglio fare. Forse è per una mia attitudine a voler capire le cose nei minimi dettagli. Non voglio esserne succube, forse. Pensieri che scorrono veloci dandoti non la possibilità di trovarvi una risposta. Perché non ne è finito uno che già un altro sorge, collegato al precedente ed al successivo. Ed a tutta la rete di pensieri.


    Questo sodalizio, per quanto duro, per quanto difficile, per quanto logorante, ha i suoi momenti felici. Qualcuno potrebbe dire che essi sono inanerrabili. Ma, se inanerrabili sono, di contro anche i momenti cattivi lo diventano. Forse è proprio questo che complica il tutto: la mancanza di punti fissi che portino a delle conclusioni. Se conclusioni ce ne sono.


    E poi arrivano i dubbi di natura più pratica. Come “ma io, lei, la conosco veramente?”. Forse la domanda più appropriata sarebbe “ma io mi conosco veramente?”. Ma sei troppo preso a pensare ad altro per soffermartici. E’ strano come si pretende di conoscere gli altri quando è così sfuggevole anche la conoscenza del sé. Si ha la sensazione di conoscersi, ma molti atteggiamenti che si assumono risultano davvero estranei anche all’assuntore di essi. O, almeno, estranei a livello conscio.


    E’ in preda a questi dubbi, a queste paure, che davvero vorrei chiedere il divorzio. Un semplice, facile e liberatorio divorzio. E forse è la paura del dopo che mi impedisce di chiederlo. Il chiedersi “come sarà senza di lei?”, “cosa verrà dopo di lei?”, “e se starò peggio?”. Perché, i fin dei conti, l’ho già detto, i momenti belli ci sono. Come si usa dire, i momenti che funzionano. La amo, in fin dei conti. E la odio. E’ un rapporto ambivalente e, lo so, sembra malsano. Come si fa ad odiare ed amare una cosa nello stesso, preciso istante? Eppure si inveisce contro la squadra tifata nel caso perda una partita. Anche più duramente, perché ci si sente traditi nel profondo. Ci si sente traditi da qualcosa di estremamente intimo. La mente umana è contraddittoria. E metaforica. E confusa. E non discerne del tutto gli impulsi chiamati sentimenti. Forse. Ed è forse per questo che la odio. E la amo. Ed è per questo che non so se chiedere o meno il divorzio.


    La odio e la amo questa mia consorte. Questa mia consorte che è la vita.

  • 21 gennaio 2008
    Un Amore targato BlackBerry

    Come comincia: “Un'altra pinta, grazie...” Certo che questa Forster è davvero buona... Scende giù a meraviglia... Che giornata ragazzi, a pensare che solo 3 ore fa mi trovavo a Londra... Gli aerei... Sì... gli aerei... che invenzione! Firenze è davvero emozionante sotto le feste natalizie, si respira una bellissima atmosfera, luci, festoni ed addobbi in ogni dove... Il grande albero in Piazza della Repubblica ogni volta rapisce i miei pensieri e mi fa tornare bambino... Che gioia l'albero, ricordo quando e quanto mi prodigavo nell'agghindare quei rami di abete e che soddisfazione, una volta finito, inserire la spina delle luci nella presa... credo il momento più bello del Natale... Non solo per me, forse per tutti i bimbi... Un'occhiata al BlackBerry per rassicurarmi sul fatto di essere reperibile, non si sa mai, tra le vecchie e spesse mura della città non sempre v' è linea... Rassicuratomi di ciò, seguendo la comune gestualità di tutti i frequentatori di pub, alzai il boccale e mi concessi una lunga sorsata di buona birra. Firenze comincia a mancarmi, l'ho lasciata due anni fa per la volta di Londra, città, questa, sede della mia società di trading. Ecco una mail... il BlackBerry lampeggia di rosso, la apro e ne leggo il contenuto... Altro buon affare in pista, ottimo... Il mio socio è davvero un segugio, lui si occupa di generare nuovi contatti ed io di portarli a contratto, una sola “ R” di differenza, ci giochiamo spesso su questa cosa... Con un sorriso a 360 gradi, vuotai avidamente il boccale di birra e richiesi il conto... “ Solo 9,00 Euro, Signore...” ... “ Solo o Sono 9,00 Euro?” ... Il mio acquisito humour inglese a volte non è compreso, considerando il viso inebetito del barman... Pagai appositamente con una banconota verde da 100,00 Euro, giusto per farlo ammattire con il resto, ed ottenutolo mi diressi a testa bassa verso l'uscita. Non ebbi il tempo neanche di mettere fuori la punta della scarpa, che mi scontrai con qualcuno, anch'egli, presumo, distratto da altri eventi... Con l'urto il mio Smart Phone prese il volo terminando il suo percorso dentro una piccola pozza d'acqua piovana... Inorridito osservai il mio gingillo a mollo... “ Mi scusi tanto...” Una voce di donna spezzò il silenzio... “ Non c' è di che...”  -risposi un po’ inacidito-A questo punto alzai gli occhi e dinanzi a me c' era una ragazza dai capelli biondi, con visino angelico e gli occhi cerulei... Che dire... Carina davvero... Mi chinai per recuperare il mio Mobile e lei disse “Suvvia, non c'è bisogno di inginocchiarsi al mio cospetto” ... Nel mentre le mie dita venivano a stringere l' inumidito telefonino, alzai lo sguardo e vidi che il suo viso aveva un sorriso davvero sincero e penetrante... Raccolto il BlackBerry, ella mi porse uno Scottex e mi disse “Forse questo le sarà utile” ... “Grazie mille Maestà“ ... “ Son 5,00 Euro per il saluto ed una birra offerta in memoria del mio Cell” ... “ Affare fatto” mi disse... Entrammo nuovamente al James Joyce Pub e prendemmo postazione al bancone... “Due pinte di Forster, grazie, ed il conto a Sua Maestà” ... Il barman mi guardò esterrefatto e con il sorriso di chi, in fondo in fondo, non ci capiva nulla, iniziò a spillare le due birre... “ Oltre che “ Elisabeth” , potrei conoscere il Suo nome di battesimo?” “ io sono Luca, nice to meet you”  -due anni di Londra hanno giovato al mio vacillante inglese scolastico-” Nice to meet you too, Mirta” ... Afferrai delicatamente la sua mano e mimai un baciamano da Ballo delle Debuttanti... Lei morì dal ridere e disse “ Sir Luca...” e si inchinò... Che risate ragazzi... Diedi uno sguardo al mio BlalckBerry e mi accertai che funzionasse, rasserenato impugnai il boccale che intanto ci era stato servito e brindammo al nostro incontro. La prima cosa che mi chiese fu la seguente “ Che ci fa un tipo come lei qui al pub?”  -da premettere che in Italia non è usuale incontrare persone vestite in giacca, cravatta e soprabito in un pub, a differenza di Londra, dove è normalissimo incontrare soggetti alla mia stessa stregua-” Nulla di strano, son venuto per un biglietto aereo...”  -risposi-” E Sua Maestà, invece?”  -le chiesi-” A cambiare piano di volo”  -mi rispose-” Bene bene....”  - replicai-A quel punto grosse risate echeggiarono al bancone... “ Sa che lei è davvero simpatico?”  -affermò-” Sa che lei è davvero acuta?”  -risposi-” Dobbiamo continuare a darci del Lei, o possiamo anche osare di intraprendere una discussione un po’ meno formale, anche se ad una Regina bisogna sempre portare rispetto” “ Rispetto sempre, ma accetto l'invito a minore formalità e quindi le ordino di essere meno formale” “ Ogni Sua volontà è un ordine, Maestà”  -seguito ovviamente da un inchino con mano alla fronte... Parlammo del più e del meno ed altre due pinte vennero da noi ordinate, anche se per me si traducevano in 264 Cl di malto e luppolo a stomaco praticamente vuoto... Accantonata l' ilarità parlammo un po’ di noi, delle nostre vite, delle nostre professioni e lei rimase molto entusiasmata dal fatto che il sottoscritto conducesse una vita lavorativa un po’ fuori dai normali canoni. Lei si occupava di amministrazione presso una società di servizi avente sede in Firenze. Chiacchierammo ancora un po’ e poi, dato uno sguardo all'orologio, mi resi conto che l' happy hour pomeridiano era già abbondantemente terminato. “ Hai fretta di andare ?”  -mi chiese-” Assolutamente, è solo lo stomacuccio mio che reclama sostanze nutritive. Ho mandato giù 4 pinte di birra a stomaco vuoto e lui adesso si lamenta un po’, ecco tutto...” “ Non dirmi che sei a dieta e che stasera hai pensato ad una insalata, anche scondita, come deterrente per il tuo appetito”  -le chiesi-” Ti sembro una persona che ha necessità di seguire una dieta?”  -mi rispose con aria accomodante-” Si... certo... mi sembri proprio una persona che ha necessità di seguire una dieta assolutamente genuina, gustosa e ricca di sapori ed è per questo che ho pensato, rispettando le tue esigenze, di invitarti a cena. E visto che le diete son sempre dettate da orari ben stabiliti ed improcrastinabili, è giunta proprio l'ora di andare, altrimenti potrebbe essere compromesso il tuo orario ed io non voglio assolutamente rischiare la tua salute...”  -le risposi-” Ah Be’, trattandosi di salute, tutto cambia... Hai l'auto parcheggiata qui vicino?”  -replicò-” Si, certamente, ad Hammersmith Bridge, proprio due passi da qui”  -risposi sorridendo-” Posso guidare”  -rispose divertita-” Figurati, anzi è un piacere...”  -affermai-” Prima di montare sull'auto e quindi impazzire per posteggiare, hai un posto da suggerirmi per cena, sempre seguendo i tuoi canoni dietologici?!?” “ Al momento mi viene in mente solo casa mia, ma non so se per te è indicata” “ Chi non si troverebbe a proprio agio a Buckingham Palace?”  -risposi sorridendo-” Ah beh... Già... Dimenticavo di vivere lì”  -replicò sorridendo divertita-” Allora chiamiamo un cocchio al 4242 e ci facciamo accompagnare” “ Certo che trovi sempre le soluzioni più adatte... Ok... vada per il cocchio” . Composto il numero di “ Radio Cocchio” , attendemmo solo 5 minuti all'arrivo del mezzo e, assegnata una direzione al “ cocchiere” , intraprendemmo il cammino verso “ Buckingham Palace” ... Passammo dinanzi ad una enoteca in Piazza De' Pitti e chiesi al tassista di accostare un attimo. Scesi dal taxi velocemente e mi diressi verso l'entrata del Wine Shop. Di fretta mi approvvigionai di un ottimo Rosso Castel Banfi, preso in duplice “ copia” , e mi catapultai verso la macchina. Viale Ariosto non era lontano da lì, quindi la nostra corsa terminò dopo poco tempo. In prossimità del designato civico, Mirta invitò il conducente a rallentare. Giunti a destinazione, dinanzi ad un grigio cancello, la corsa ebbe termine. Pagai il dovuto e scendemmo dall'auto. Un “ beep”  annunciò l'apertura del cancello ed una volta aperto ai miei occhi si presentò un bellissimo giardino. Percorremmo il vialetto e svoltando a sinistra arrivammo dinanzi ad piccola e graziosissima dependance rivestita di pietra serena. Mirta viveva lì. Al solito le chiavi non si trovano mai velocemente e come consuetudine alla tradizione anche quella volta ci vollero più di due minuti prima che il battente del portone segnasse il via libera. Entrai in punta di piedi, quasi emozionato, e mi accolse un graziosissimo ambiente arredato in perfetto stile country. Lasciai il mio soprabito ben sistemato dentro il porta abiti sulla destra e mi diressi verso il camino, tre gradini più in basso. Mirta stava accingendosi ad accendere il fuoco, rimasi dietro di lei con le due bottiglie in mano osservandola attentamente. Era davvero una bellissima donna. Scorsi due balloon su di una credenza e mi precipitai verso di loro. Annaspai un attimo, ma come prevedevo il “ tirabusciò”  era lì in zona. Mi adoprai a stappare una delle bottiglie, versai il rosso contenuto dentro i due balloon e mi diressi verso di lei. Offrii alla sua vista il purpureo vino e la invitai ad un brindisi. Lei rimase estasiata da questo, lo potevo leggere dai suoi occhi. Si avvicinò e mi disse “ Non mi era mai accaduto di trovarmi così tanto in sintonia con una persona che fino a tre ore fa per me non esisteva...” -mi disse con dolcezza infinita-” A noi ed alla tua bellezza”  -questo fu il brindisi- bevemmo un sorso di vino e dinanzi alla luce fioca del camino le nostre labbra si unirono...
    Fu una serata memorabile, romantica ed intensa, ricca di dolcezza e carica di sentimento. Seduto accanto a lei, con la sua mano ben salda tra le mie, diedi un'occhiata al BlackBerry che giaceva silente sulla credenza dinanzi a noi; il suo led verde mi ricordò della sua presenza, quasi mi schiacciasse l'occhiolino, ed io nella mia mente “ lo ringraziai” in quanto se non fosse finito a terra a seguito dell'urto, molto probabilmente, mai avrei conosciuto Mirta e forse il mio cuore ancora non traboccava d'amore...

  • 21 gennaio 2008
    Giochi Proibiti

    Come comincia: Le coperte e i cuscini hanno l’odore di Virginia.
    L’avvocato Dejare annusa l’aria, scivola con la mano sulla federa che conserva l’impronta della testa di sua moglie. Raccoglie un lungo capello nero e lo trattiene tra indice e pollice.
    Poi, lo infila nella tasca della giacca grigia. Indugia ancora un secondo a guardare la stanza e pensa che anche con le finestre semichiuse è colma della luce della donna.
     - Vado in studio. Passi a prendermi alle sette? -dice battendo le nocche sulla porta del bagno a fianco della stanza.
    Il rumore lieve dell’acqua spostata dai piedi nella vasca idromassaggio, accompagna la risposta di Virginia.
     - Ok. A stasera -
    Vorrebbe aggiungere qualcosa l’avvocato e invece raccoglie il cappotto in stile ministeriale scuro, attraversa il lungo corridoio del reparto notte; con un cenno del capo saluta la filippina che sta riordinando in salotto ed esce.
    Virginia gli appare come uno strano miraggio concreto dal giorno in cui l’ha conosciuta.
    Dejare aveva superato d’un pezzo i cinquanta e benché la consistente ricchezza gli regalasse un vantaggio nei confronti dei suoi coetanei, il suo fascino era ugualmente visibile.
    Un uomo di grande classe e cultura, sapientemente conservate; un classico esemplare dell’alta società meneghina. Molto attento alla forma, attratto dalle donne di un certo stile, mai appariscenti ma dannatamente disinibite.
    Per Virginia ha imbarcato moglie e due figli. L’ha liquidata con una somma da capogiro e si è ripreso un lembo della vita che in fondo gli è sempre mancata.
    La sessualità di Virginia gli appare da subito un velo trasparente sulla indubbia classe che possiede e che agli occhi di un attento estimatore del genere, salta agli occhi in un solo balzo.
    Non fosse altro per come cammina.
    Da cinque anni è divenuta la moglie dell’avvocato Dejare, uno dei penalisti di Milano più contesi.
    Trent’anni di meno, conserva nei lineamenti l’origine asiatica ereditata da parte materna.
    Un viso e un corpo che avevano spazzato ogni dubbio all’epoca, dalla testa dell’ uomo.
    C’ è da aggiungere che a togliere qualsiasi tentennamento all’ avvocato, tipico delle faccende che si trascinano moglie e figli in coda, era stata l’assoluta libertà mentale di Virginia.
    Fosse stato per lei poteva rimanere sposato. Nessuna preclusione sulla condivisione dei letti. Ovviamente reciproca e, questo, lo ha messo in chiaro fin da subito.
     - Ti sposo, ma non voglio sentirmi limitata nella vita intima- e a Dejare era parso davvero un miraggio, forse più per una serie di teorie personali a vantaggio della propria coscienza maschile.
    A parole era di una semplicità unica. Niente possesso, niente gelosie.
    Lui, in fondo, si era convinto che era meglio essere comproprietari di un vulcano che gli unici proprietari di un iceberg.
    Quando poi, la prima stilettata di gelosia e orgoglio gli aveva fatto fare qualche gesto innervosito, Virginia l’aveva messo al muro.
     - Non c’è nulla che voglio nasconderti. Puoi essere presente anche tu. In fondo sei mio marito e non l’ho mai nascosto agli uomini con i quali mi concedo un passatempo -
    Il senso di intrappolamento che aveva avvertito in quella provocazione, l’aveva rimosso con delle semplicissime riflessioni.
    Anche se non ci fossero stati i locali per scambio di coppie che secondo statistiche facevano il pieno nei fine settimana, da che mondo è mondo esistevano i minuetti a trois, a quattre.
    In tutta sincerità, se avesse potuto descriverla proprio tutta, Virginia senza saperlo l’aveva spinto a volersela sposare quella ragazza dal sorriso di porcellana bianca. I sensi dell’avvocato si erano rinverditi; mille immagini di film porno gli erano comparse all’improvviso e nell’abbracciarla aveva pensato che era tempo di viverla appieno la sua ricca, noiosa esistenza.
    I dettagli in “un breve racconto” si risparmiano e lasciamo al lettore chiunque esso sia e alla propria personale immaginazione, di quanto e come Virginia avesse sedotto un uomo nato sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, con una precisa matrice di perbenismo, tipico delle classi sociali aristocratiche e non, dell’epoca.
    Molto si fa e altro non si fa -Molto si dice e altro non si dice. Nulla di veramente etico.
    Una moralità di seconda mano per buon uso e costume.
    Le avventure si sono moltiplicate, le vacanze sono almeno quattro all’anno e più giri e, più incontri ragazzi da sballo, abbronzati, la pelle come il bronzo e i capelli che solo il surf sa striare naturalmente.
    Francesco l’ hanno conosciuto insieme lui e Virginia, a Milano, guarda un po’... A volte non serve fare voli transoceanici per incontrare una creatura di ventiquattro anni appena abbozzati e una montagna di soldi che gli riparano gli studi di ingegneria.
     - Mi piace -dice dopo quella cena Virginia.
     - Vabbè organizza -risponde Massimo Dejare. Pur di accontentarla e accontentarsi ruberebbe la luna al mondo e gliela manderebbe a casa confezionata da Bulgari.
    Finché Virginia sceglie perennemente uomini più giovani di lei di almeno una decina d’ anni, più di tanto non lo disturba. Se proprio si va a scavargli nei meandri più profondi, lo eccita e lo fa sentire un piccolo dio. In quelle stanze, là dove avvengono quegli incontri della moglie, lui è un assistente silenzioso, mai volgare, mai invadente. Poi è sua, è sempre sua, come una bella vettura di cilindrata che sì è impolverata durante un tragitto e a cui basta un lavaggio per far risplendere la carrozzeria nuova. Non è più tempo per Dejare di vendere e acquistare le vetture con la furia di un tempo.
    A un anno dall’ immatricolazione le auto appartengono già al modello precedente, subiscono una svalutazione mostruosa come le porti fuori dalla concessionaria. Virginia è un esemplare unico di Ferrari che più il tempo passa e più si rivaluta. In giro ce ne sono talmente poche che il mercato tiene perfino in Giappone. E Dejare lo sa.
    Di solito le “avventure” hanno vita di ore. Poi si passa ad altre questioni. Non è che la vita dei coniugi sia basata esclusivamente su questa divagazione. Cene, mostre, concerti, viaggi. Bè, si. Ci scappa sempre qualcosa, anche se parti da casa con tutt’ altra idea.
    Virginia è una tritasassi quando ci si mette.
    Con Francesco cominciano a perdere connotazione il “patto di solidarietà” .
    Dejare ha scoperto che lo vede senza dirgli nulla.
     - Perché devi mentire se tutto è chiaro tra noi? -gli dice la sera alle sette quando entra nel suo studio privato. C’è un velo di rimprovero nella sua voce, miscelato ad una certa amarezza.
     - Non ti ho mai mentito Massimo -risponde Virginia passandosi la punta dell’ indice sulla palpebra.
    E’ un tic nervoso che la assale quando è in difficoltà.
    Lui potrebbe leggerla come un libro quella giovane donna.
     - E allora perché adesso? Perchè mi escludi dalla storia? E’ una storia vero Virgy? -
    Pare un padre preoccupato per l’avvenire della figlia. La guarda socchiudendo a fessura un occhio e tenendo l’altro ben aperto su ogni minima mossa facciale che gli dia un segno.
     - Meglio parlarne. Io lo amo -
    Ecco è fatta pensa Virginia. Francesco non la vuole dividere con altri, in due mesi si è scoperta un’ anima nuova, come dire, diversa.
     - Ha dieci anni meno di te, è uno studente. Cosa pensi di farci? -
    Vorrebbe dirglielo cosa pensa di farci, ma ha pietà. Si dice che un uomo vero lo riconosci dalle decisioni che prende e lei non ne ha mai conosciuto uno prima di Francesco.
    E’ Francesco che conduce il gioco, Francesco che si è preso una sventola che gli ha frullato in unico mix il cuore, il cervello, e l’anima.
    (Tu lo lasci. Punto. Se mi ami lasci lo “zio” , lasci il “ nonno” . Fa come cazzo vuoi.
    Se mi ami lo molli, altrimenti Virginia si chiude.
    O lo ammazzo e finisco in galera o, ci pensi tu a dirglielo)
    Questo discorso chiaro, limpido come l’acqua di una fontana di montagna, ha deciso per entrambi.
     - Non è l’ultimo dei mohicani Francesco. Ha di che vivere per due generazioni. Quali ansie vuoi mettermi? Ho trentaquattro anni. Figli non ne hai voluti, è l’unico baratto in fondo che c’ è stato tra me e te./ Niente figli- Tutti gli amanti che vuoi/ . E’ finita Massimo, se mai è cominciata.
    Sono incinta, l’hai capito o non l’hai capito? -
    (Incinta. Come può una statua bella come Virginia essere incinta? Come si può pensare di deturpare un’ opera scultorea? E’ uno sfregio all’ estetica. E’ un deficiente il ragazzino, un povero imbecille che non ha capito nulla)
     - E se non ti lascio andare con lui? -Dejare sa che non può mettersi di traverso sul pavimento, sa che lei lo scavalcherebbe perché oltre che a conoscerla, gliela vede dipinta sullo sguardo la decisione definitiva.
    C’ è silenzio nello studio. Massimo Dejare fa ruotare la Mont Blanc sulla scrivania e la fissa come fosse una trottola di lusso. Se la porta quasi vicina al naso e la rimira.
     - Non sono un perdente Virginia, per natura non lo sono e sono troppo intelligente per mettermi a competere con un ragazzino -
     -Quindi? -risponde innervosita ma già più sollevata da quando è entrata.
    E’ solo questione di orologio. Ormai il più è fatto.
     -Quindi fammi parlare con lui, da solo, a tu per tu. Fallo venire da me domani sera a quest’ ora -
    Virginia esita tra varie possibili risposte e l’ idea di prolungare ancora quel discorso ha l’ effetto di spingerla ad acconsentire non prima di sondare cosa effettivamente vuol dire a Francesco.
     -Molto semplice tesoro. Mi firma una rinuncia a qualunque tipo di responsabilità o eventuale richiesta da parte tua di somme di denaro o altro. Fintanto che non ci sarà una soluzione del tutto legale, non voglio mi si attribuiscano paternità inesistenti. Si da il caso che ho due figli -
    Lascia una scia di profumo e ricordi fastidiosi chiudendosi la porta alle spalle, senza aggiungere una sola sillaba. Lui si mette il cappotto ed esce fumando.
    (Ma davvero pensavi di invecchiare con lei? Invecchiare quando? E’ già successo Dejare. Eri vecchio quando l’hai conosciuta. Lasciala andare, in fondo ti ha regalato cinque anni della sua giovinezza. Cosa pretendevi?)
    Già. Si ha un bel dire cosa si pretende quando finisce una storia. E’ un bel casino quando ci sono le carte in regola. Figurati con la moglie incinta di un altro che ha quarant'anni anni meno di te. A chi gliela racconti questa disavventura amorosa? Ti risponderebbero tutti che potevi pensarci prima.
    Gli stessi che si sono congratulati per la tua ottima scelta cinque anni addietro, gli stessi che sono venuti al ricevimento del tuo matrimonio.
    (Meglio così. Invecchiare con dignità, un minimo di aplomb anche in questo senso. Passerà). Passerà. Si è mai visto un uomo morire per una donna?) pensa guidando verso la casa Limone.
    (Che ci vado a fare a casa in via del Senato? Mi metto a parlare nuovamente con lei della cosa? Le pianto il muso?)
    Con il cellulare avverte il guardiano di Casa Dejare a Limone, di preparare per la notte.
    E’ così che vanno le cose, anche nei ceti più alti della società. Negli altri per una questione del genere si finisce sul divano di un amico o in una piccola stanza di una pensione.
    I più sfortunati in macchina, se ce l’hanno. La vita può cambiare dalla mattina alla sera.
    Ma avete mai visto un uomo morire perché una donna lo lascia?
    In genere no, per dirla in tutta franchezza, ma un uomo e una donna insieme accade che si.
    Francesco accompagnato da Virginia, che ha insistito per esserci, segna il proprio destino.
    Dejare aveva pronti nella canna del fucile per la caccia grossa preso dalla rastrelliera della villa di Limone, due colpi.
    Due pallettoni che abbattono in un secondo un rinoceronte se hai la mira buona.
    Due, perché non si sa mai cosa può succedere anche al più perfetto dei percussori con dispositivo automatico.
    Lui voleva parlare a tu per tu con Francesco. Da solo.
    Virginia non doveva esserci e non si viene meno agli accordi.

  • 18 gennaio 2008
    La mia isola che non c'è

    Come comincia: Eccoci qui, al primo banco, nell’ultimo giorno di scuola dell’ultimo anno, mentre la prof. cerca affannosamente di spiegare l’ultima parte di programma, quante ultime cose in questo periodo. Se invece penso a quello che c’è davanti; te ne hanno parlato sempre, non hai fatto altro che prepararti per questo e ora un po’ ti vengono i brividi, un po’ come la musichetta della Champion’s League la prima volta che l’ascolti; è una cosa difficile, ma affascinante, solo che adesso non sei un tifoso, ora in campo ci devi scendere tu per rendere il lavoro di cinque anni, ed è questo che più di ogni altra cosa ti fa tremare: cinque anni sono passati e si sta chiudendo tutto ora, e se butti uno sguardo fuori capisci veramente che per certe cose non è più il tempo; ora ti manca il respiro, eppure cinque anni non sono assai, però questo è un lustro un po’ particolare, in questo tempo ci siamo formati e siamo diventati quello che siamo, oppure lo siamo sempre stati e tutte le esperienze vissute hanno tirato fuori la nostra vera essenza… come una poesia che ti ha emozionato o una pagina di storia che ti ha esaltato, o come scoprire che gente come Dante, Petrarca, Manzoni e Leopardi parlava di noi e delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti, che da Omero ad Ungaretti non sono mai cambiati, e spiegato il perché di una poesia e il doverla studiare insieme con la storia:conoscere noi stessi… lo scrisse anche uno dei sette saggi sul tempio di Apollo a Delphi, quello è il primo passo per fare qualsiasi cosa nella vita, e poi ci sono tanti altri aspetti da scoprire nel passato, come l’amore, come le tante visioni di bellezza e i tanti esempi di eroismo che in qualche maniera abbiamo sempre desiderato compiere e che sono metafore di tanti momenti, perché, c’è sempre un momento in cui si deve lanciare il dado e passare il Rubicone in armi o più semplicemente ci siamo ispirati a film, come quella scena del Gladiatore dove il protagonista si toglie l’elmo e dice chi è veramente, perché quando mostri al mondo chi sei veramente tremano un po’ tutti anche gli imperatori, e poi ci sono le scene in cui si molla tutto per andare dalla persona amata, a volte lo abbiamo fatto e ce ne siamo pentiti, altre volte no e siamo rimasti col dubbio:’’e se l’avessi fatto?’’

     

    Ma la scuola non è stato solo questo, c’è stato il tempo per esempio di provare sigarette nascoste in posti e in modi inimmaginabili e di sorseggiare i primi cocktail, e tutto per una questione d’immagine per poi diventare vizio(o più semplicemente credere di averlo) o lasciare stare perché convinti di non averne bisogno, e poi i sabati passati in discoteche più piccole di tane per topi o passati a girare tutta la città senza meta e il ritorno a scuola lunedì, dove l’unica consolazione era commentare la giornata di campionato col compagno di banco, e fare a pugni in tutti i derby, a buttare tutte le domeniche e i mercoledì sui televisori per vedere partita, post - partita e interviste fino alla notte del 9 luglio 2006 dove un pianto si è unito ad un grido di gioia “CAMPIONI DEL MONDO, CAMPIONI DEL MONDO, CAMPIONI DEL MONDO, CAMPIONI DEL MONDO’’, per poi ritornare a scazzottarsi al derby successivo, oppure provare ad emulare i nostri idoli alla Meridiana o al Vivisport e sempre con quella gioia che ci ha dato lo sport, sia che lo guardavamo in televisione, o che lo giocavamo sul campetto oppure alla Playstation.

    E accanto all’amicizia c’è stato il tempo del primo amore, una rivelazione, perché quello che c’era prima di lei contava quasi niente, lei è stata come la Beatrice per Dante - ‘’tanto onesta e gentile pare’’, quando hai sentito quella frase hai subito pensato a lei, e l’hai sempre pensata perché se la poesia è bellezza e verità, non poteva che essere lei bella, armonica e sincera, ed hai provato a stupirla in ogni modo, perché quando ami non vuoi solo conquistare, vuoi dimostrare che sei il migliore, inarrivabile, che puoi fare cose che altri immaginano soltanto, ma alla fine è come un’equazione matematica, amare per la prima volta equivale al frantumarsi di tanti sogni, lì per lì non ti andava di piangere ed hai preso a fare il duro, ad incazzarti con il mondo e a passare i sabato sera in una squallida taverna ad ubriacarti mentre innalzavi intorno al tuo cuore un muro di cemento onde evitare in futuro di soffrire ancora e come se non bastasse in quel periodo la prof. Entra in classe annunciando che spiegherà Leopardi e il tema della malinconia;sembrava non se ne potesse più uscire, ma proprio da Leopardi imparasti che nonostante la natura o la società portava l’uomo verso l’angoscia, gli uomini insieme potevano affrontare la vita e uscirne vittoriosi;e infatti solo l’aiuto di amici ha potuto risollevarti prima di toccare il fondo, è strano ma succede sempre che ti vengono a salvare quando stai per andare al tappeto, magari prima di fare qualche cavolata, magari ti sollevano ubriaco da terra e forse è necessario che sia così in quanto quando soffriamo per un po’ di tempo riusciamo a vedere il mondo nudo e crudo e capiamo come certa gente felice viva solo di illusioni e riusciamo ad apprezzare meglio cose come l’amicizia che inizi a considerare un po’ come un dono, da non farti assolutamente scappare. E così hai finalmente rialzato la testa, senza mai mollare, senza smettere di sperare di poter tornare a sorridere, hai messo da parte i rancori e ti sei proiettato verso questo momento, ovviamente però, i problemi non hanno smesso esistere, però ora sei forte abbastanza per affrontarli da solo, e quando non ci riesci, hai sempre saputo di poter contare sulle persone che ti sono vicine;hai finalmente imparato a guidare - dalla paura della strada fino a dominarla - , non hai più avuto paura delle interrogazioni, sei uscito dalla massa e hai condotto autonomamente la tua esistenza come l’oltre - uomo di Nietzsche.

    L’ultima gita poi è stata una bella avventura, un’altra occasione per scoprire una seconda volta il valore dell’amicizia, anche se pochi i veri amici, comunque preziosi.

    Ora tutto questo sta per finire, e proprio ora che lo vedo da fuori non voglio lasciarlo, è come voler rivedere un film appena visto, ma non posso, qui ho vissuto mille esperienze e cresciuto attraverso di esse, ma la devo pur lasciare quest’isola che non c’è, perché come dice una canzone:sempre azzurra non può essere l’età. Ormai mancano pochi minuti al suono della campanella, l’ultimo suono della campanella che sentiremo, e intanto mi viene un nodo alla gola a pensare a tutte queste cose. E penso anche al futuro, chissà cosa sarò? Cosa diventerò? Magari un giorno scriverò la nostra storia e di tutte queste emozioni, magari avrò una bella famiglia un bel lavoro o forse diventerò un eroe… ma l’ora è quasi finita, ora uscirò dalla classe, attraverserò il corridoio e porterò con me questi ricordi e l’insegnamento di cercare sempre qualcosa di bello nella vita.

    Addio per sempre mio luogo dell’anima.
    Addio per sempre mia isola che non c’è.

  • 18 gennaio 2008
    City Life

    Come comincia: Il trillo della sveglia inesorabile e crudele, ogni mattino, come un devastante uragano penetra e disincanta le nostre menti. Come ogni dì, e sempre alla medesima ora, il sonno del buon Luca veniva bruscamente spezzato dallo stridulo stridore dello strumento segnatempo. Quel nevrotico metallico scampanellio entrava nella sua mente irritando il suo pacato animo. Quella mattina lo scrosciante batter della pioggia poteva essere udito chiaramente e l'eburneo colore del primo giorno sembrava voler violentare gli assonnati occhi dell'uomo appena destato. A fatica Luca si appresta a scostare le caldi coltri del suo cantuccio e non appena ciò accade, la fredda realtà di un mattino feriale avviluppa il di lui animo e corpo come, del resto, ogni altro lavoratore. Ecco che nei pensieri di ciascuno, galoppanti, giungono i ricordi delle vacanze oramai trascorse al caldo sole dell'estate Italiana, dove ronzanti climatizzatori rendono meno afosa la temperatura della sigillata camera da letto e dove nessun metallico stridore di sveglia disturba la quiescenza della notte. Quanto, in codesti determinati contesti, ciascuno di noi sarebbe disposto a versare pur di rivivere quei piacevoli momenti di sazietà onirica ?!... Nel mentre questi piacevoli ma amari ricordi affiorano, lo sguardo di Luca cade sulle odiate lancette segnatempo; esse, con le loro acuminate forme, crudeli come le spade e le lance del peggior dei tiranni, sembrano indicare la via del lavoro ed il loro ticchettio ricorda, quasi, lo scandire del tempo di remata, un po’ come avveniva nella vecchie galere che solcavano lo stretto de La Manica in tempi ormai remoti. Da buon Italiano, Luca si dirige, assonnato, presso i locali che ospitano la cucina; come una talpa appena sbucata dalla propria tana, con occhi piccoli, rossi e gonfi, egli si accinge a caricare la moka con del buon caffè macinato, quest'ultimo rigorosamente made in Italy. Quasi fosse un rito di iniziazione della giornata, Luca, appollaiato disordinatamente su di una sedia, attende con impazienza lo sgorgar della scura essenza. Già gli odori acri e forti del caffè sembrano fare breccia nei suoi sentimenti e non appena ode l'inconfondibile gorgoglio della moka a temperatura si precipita, con la tazzina ben serrata in mano, verso quella calda ed odorosa meta. Quale sublime piacere poter ustionare le papille con quella bollente essenza ! Dopo il secondo sorso ecco che la vita inizia a sorriderti... ! Carico di caffeina, unico rimedio scientificamente provato per il risveglio, Luca si precipita verso la toletta ed una volta giunto si affretta ad accomodarsi sull'insostituibile "ovale", benché ne dicano a merito vecchie usanze ottomane, per liberare il corpo dalle oramai digerite sostanze nutrimentose. Dopo il rito del caffè, quest'ultimo è da annoverarsi come il più "godurioso" gesto del mattino ! Portato a compimento anche codesto naturale sforzo, Luca si appresta ad entrare nel box doccia; uno sguardo al doccia-shampoo ed ecco che l'intorpidito corpo si prepara alla quotidiana purificazione. In brevissimo tempo la fredda ceramica del piatto doccia, che tanto gelida si presenta al contatto del nudo piede, come per magia, si trasforma nel più confortevole e gradevole degli appoggi. L'accomodante temperatura dell'acqua, sapientemente e pazientemente regolata da precisi tocchi sulla leva del miscelatore, quasi si trattasse di un cesello nelle mani di un esperto scultore, purifica e tonifica ogni poro della pelle, offrendo a qualsivoglia “bisognoso” quell'insostituibile senso di benessere onnicomprensivo, difficilmente imitabile in natura. Con il capo rivolto verso l'alto e con gli occhi ben serrati, Luca muove sapientemente il suo braccio sinistro e, forte di fotografica memoria, afferra, con sicura presa, il flacone in plastica color bordeaux contenente il doccia - shampoo marchiato Guerlain della linea Habit Rouge. L'amabile fragranza del denso prodotto ha sempre il potere di estasiare il senso del suo olfatto ed in virtù di ciò, con consolidata gestualità, Luca iniziò a massaggiare delicatamente il capo ed il corpo con le sue "spumeggianti" mani. Spostando, a questo punto, il suo corpo sotto l'occhio del caldo getto, Luca ripulì lo stesso dall'odorante schiumosa essenza. Senza stupore alcuno, dopo aver constatato l'inesorabile effluvio di capelli e pensando già ad un non lontano glabro futuro, Luca schizza materialmente fuori dalla doccia ed affannosamente si rinchiude tra il morbido abbraccio del suo bianco accappatoio. Uno sguardo allo specchio riflettente la goffa ed impacciata sagoma e poi via di corsa verso l'armadio. Qui la più dura delle scelte... cosa indossare oggi ?? Uno sguardo alla finestra schiarisce le idee dell'indeciso, oggi pioggia e vento in London, oggi, e del resto come sempre, ancora una volta colori scuri. I suoi occhi si posarono sul completo sartoriale gessato di grigio di pura lana di Tasmania. La sua mano sfiorò il tessuto e la derivante sensazione di caldo benessere diede il giusto input a conferma della azzeccata scelta. Deciso quindi il colore ed il taglio dell'involucro esterno, la mente si concentrò sulla camicia. Gli anonimi cassetti del suo settimino custodivano, a riparo da polvere ed agenti atmosferici, le ritagliate stoffe, anch'esse, ovviamente, sartoriali e cucite direttamente sul suo specifico modello. Ognuna di quelle confezioni riportava impresse sul lato sinistro le sue iniziali, vezzo, quest'ultimo, ricevuto in eredità dal padre, il quale, in aggiunta, pretendeva il medesimo ricamo anche sui calzini. Poteva ancora ricordare la maniacale cura che il di lui padre aveva nel conservare ogni accessorio del suo vestiario. Abiti ordinatamente sistemati in seno al grande armadio mogano della camera, il tutto gelosamente custodito dentro porta abiti trasparenti, rigorosamente sistemati in modo che ogni piega del pantalone combaciasse perfettamente. Le camicie, poi, rigorosamente selezionate e maniacalmente impilate a due a due dentro i cassetti del settimino facente parte della dotazione di mobilia della camera nuziale. Gli tornava spesso in mente un particolare ricordo legato alla sua infanzia, per meglio, assaporava ancora, con sadica percezione di piacere, la sensazione che egli provò quando, per ripicca e dispetto a seguito di una negata richiesta di ottenimento di un nuovo accessorio da giuoco, in particolare un costosissimo cavalluccio a dondolo riproducente le sembianze del mitico cavallo nero Furia, scorto in una vetrina del centro di Firenze, città di origine di Luca, mise a soqquadro la camera dei genitori. Ricorda ancora l'impegno che quest'ultimo impiegò per produrre caos e disordine estremo a tutto il comparto vestiario di papà. Camicie volutamente stropicciate e caoticamente adagiate in terra in un groviglio di molteplici colori, abiti sradicati dalla loro statica ed ordinata posizione ed abbandonati sul fondo dell'armadio, cravatte ed ascot annodati l'uno con l'altro in un infernale groviglio di tessuti. Dopo aver provocato siffatto scempio, il piccolo Luca continuò, come se nulla fosse accaduto, normalmente ad impiegare il suo tempo. Poteva ancora udire le urla di disperazione del povero babbo quando scorse il regnante scenario di guerra e devastazione che caratterizzava la propria camera nuziale... ! Con ghigno di soddisfazione, il piccolo Luca, affiorò un sorriso, ma ben presto quest'ultimo si tramutò in un puro solco facciale di dolore e le lacrime susseguenti, da fautrici di gioia furono portatrici di dolore per quante, oggi saggiamente riconosciute come meritevoli, sculacciate ricevette. Ci vollero circa dieci giorni di duro certosino lavoro per riportare allo stato primordiale, ovvero di surreale ordine, ogni angolo ed ogni comparto del sontuoso armadio e dell'anonimo settimino. Le uniche cose che preservarono il primordiale ordine furono gli accessori dell'intimo, compresi i tanto decantati calzini. Abbozzato un accenno di sorriso, nel mentre i ricordi della pestifera azione di adolescenza inebriavano i pensieri, Luca puntò lo sguardo su di una candida camicia di cotone batista dal colletto ben inamidato e dai rigidi polsini. Essa era una delle preferite di Luca. Riflettendo un attimo sull'abbinamento della medesima con il completo gessato di grigio, subito rivolse i suoi pensieri verso il comparto cravatte. Qui le opzioni di scelta erano molteplici, ma nello stesso tempo tanto difficili, visto e considerato il gran numero di cravatte presenti. Escludendo quelle un po' troppo bizzarre per essere indossate nella quotidianità, Luca decise di corredare il suo look con una cravatta molto particolare, sia per la sua storica casa di produzione, sia per l'effettivo costo della medesima. La scelta del giorno cadde su di una preziosissima “Seven Fold Tie” dall'importante motivo “Chaine d'Ancre”, acquistata, in occasione di un viaggio di lavoro, al numero ventiquattro di Faubourg St. Honorè a Parigi, dove ha sede lo storico negozio di Hermès. Un vero tempio per i cultori del quadrato di seta ripiegato sette volte; alcuni tra i più appassionati collezionisti di questi lussuosissimi accessori acquistano sino a quaranta cravatte all'anno seguendo le due collezioni che vengono presentate, ognuna da venti cravatte. Anche codesto definibile vezzo è di derivazione patriarcale. A differenza di Luca, il di lui babbo era un grosso collezionista di cravatte Marinella, altro notissimo ed importantissimo marchio sul jet set mondiale degli accessori moda da uomo. Adesso che il primo involucro esterno era composto, bisognava necessariamente abbinare al tutto scarpe e soprabito. Qui le scelte furono abbastanza celeri e prive di spunti di indecisione. Per quanto concerne le scarpe la scelta ricadde su di un bellissimo paio di Church's modello Consul Black Calf; sul soprabito quest' ultima fu rapidissima, ovvero un pregiato loden grigio griffato Brioni. Approntato il vestiario, Luca iniziò la vestizione. Tutto era perfetto, tutto abbinato nei minimi particolari. Quand'anche il nodo della cravatta fu millimetricamente sistemato, con aria di soddisfazione, Luca diede l'ultima investigativa occhiata al tutto e compiaciuto della scelta si diresse verso l'uscita. Ombrello e cartella gli ultimi suoi due pensieri prima di serrare il portone di casa. Hammersmith Road quel mattino sembrava l'occhio di un ciclone, per quanto era sferzata dalla pioggia e dal fastidiosissimo gelido vento, il mezzo miglio che separava la casa di Luca dalla Fermata "Hammersmith" della Metro sembrava impercorribile, dopo questa prima valutazione, Luca decise che le undici fermate che lo separavano da Moorgate quel dì bisognava necessariamente percorrerle in taxi, quindi volse lo sguardo verso la strada e scrutò le auto passanti in attesa di un caratteristico Cab nero. Le lancette del suo Tudor Date Just segnavano le 07:45, perfetto orario, pensò... Ecco sopraggiungere la goffa sagoma di un Cab, un passo in avanti ed il braccio di Luca si levò al cielo, mimando l'inconfondibile gesto di chiamata... Il Cab azionò il segnalatore di direzione e lampeggiando fece gesto di aver colto la chiamata. Luca annuì e non appena questi si fermò, egli entrò precipitosamente dentro il comodo abitacolo dal confortevole sedile. “Moorgate, Telegraph Street, please”, queste furono le uniche parole che Luca pronunciò al conducente. In Telegraph Street aveva sede la Società di Trading di cui Luca era socio Fondatore. Quel dì era davvero importante per Luca, in ballo un importante contratto di fornitura di Jet Fuel da stipulare con un Trader spagnolo. Quest'ultimo era già giunto in London ed alloggiava presso Le Meridien Resorts in Ropemaker Street, tra Milton Street e Finsbury Pavement, non molto distante da Telegraph Street. Il perfezionamento di quel contratto significava portare in utile la società, a fronte di molte immobilizzazioni materiali e scorte di magazzino proprie di chi svolge tale attività, ovvero quella del Trading sulle commodities. L'appuntamento era stato confermato per le ore 09:00 e Luca era impaziente ed un po’ nervoso, come era corretto che fosse. Dentro la sua cartella, ordinatamente riposti vi si trovavano tutti i documenti riguardanti lo specifico affare, tra cui l'importantissima Apostille, rilasciata da Kober - Smith & Associates al numero sei di Carlos Place, che autenticava il documento comprovante i poteri di firma che Luca vantava in qualità di Socio Fondatore della West Trading Company L.t.d., documento questo fondamentale per la conclusione dell'affare medesimo. Accertatosi che tutto fosse al proprio posto, Luca si concesse un attimo di relax mentale e con lo sguardo rivolto all'esterno, pensò alla sua Mirta e quanto lontana fosse Firenze, città questa dove ella viveva. Le nove miglia circa che separavano Hammersmith Road da Telegraph Street quel giorno sembravano essere interminabili, eran trascorsi circa venti minuti di corsa ed ancora ci si trovava in prossimità di Waterloo Bridge, non molto distante da Moorgate, considerate le distanze di Londra, ma proprio da quel punto aveva inizio la parte più complicata del percorso. Divieti e sensi unici rendevano il percorso molto tortuoso, un nulla, una piccola distrazione, una svolta mancata ed il percorso poteva essere rovinosamente compromesso in relazione ai normali quarantacinque minuti di media percorrenza. Così, tra mille pensieri ed altrettante preoccupazioni, Luca decise di dare il buon giorno a Mirta, come di consueto, facendo ben attenzione al calcolo dell'orario, visto che Firenze era a più uno rispetto al Greenwich Mean Time (GMT) che dettava il tempo in London. Effettuata la chiamata, Luca prestò attenzione all'orologio, mancavano circa quaranta minuti all'appuntamento. Il Cab percorreva lentamente la Farringdon Street e si apprestava a svoltare verso la Newgate Street, due miglia circa da Moorgate. Ancora quindici minuti al massimo a fine corsa. La previsione di Luca fu esatta, diciotto minuti e si era giunti a Moorgate in angolo a Telegraph Street. Pagato il prezzo della corsa, Luca aprì l'ombrello e scattò fuori dal Cab. Non c'era più tempo per il solito croissant consumato preso i locali del Caffè Nero sito al numero uno di Great Winchester Street, non lontano da Moorgate, anche se lo stomaco brontolava e bramava sostanze. Lentamente Luca si dirigeva verso il palazzo ospitante la sede societaria ed in mente aveva solo il contratto che da lì a poco doveva perfezionare. Entrato nell'atrio del palazzo, diede il buon giorno ad Felix, il vecchio portinaio che in mente ha solo la pensione ed i nipoti, nonché una sana e rilassante crociera sui Fiordi Norvegesi da programmare con la moglie non appena ne avrà il tempo. Arrivato l'ascensore, Luca programmò la sua salita al piano due del palazzo. Chiavi in mano, una volta giunto, inserì prontamente e mnemonicamente quella esatta dentro la toppa. La voce melodiosa e squillante di Kate, rimbombò in tutto l'ambiente, a Luca piaceva molto quel timbro di voce, anzi fu proprio quel timbro che permise a Kate di aggiudicarsi l'occupazione presso la West Trading Company. Da buona segretaria, Kate, aggiornava l'agenda degli appuntamenti e metteva su carta nel giusto formato ogni lettera o comunicazione che Luca le significava. L'ufficio di Luca era semplice ed essenziale. Al suo interno si poteva trovare una grande libreria in legno scuro e vetro piombato, una grandissima scrivania, anch'essa di legno scuro e cristallo, una comoda poltrona presidenziale e dinanzi la scrivania quattro comode sedute di ricevimento. Alla parete accanto la porta d'ingresso vi era posto un grande quadro riproducente una famosa opera di Kandinsky. Quest'ultima, grazie ai suoi colori, rendeva vivo ed accogliente l'austero ambiente. Dinanzi ad essa vi era posto il divano di pelle quattro posti e le due poltrone con in centro il tavolino di cristallo; esso senza dubbio era l'angolo preferito di Luca. In fondo alla stanza il grande tavolo riunioni con intorno dodici sedute in pelle. Quattro grandi piantane, poste ai quattro lati del tavolo, offrivano la giusta luce a chi prendeva posto in seno alle frequenti riunioni. Una grande cartina d'epoca, riproducente le terre conosciute e le rotte di navigazione, abbelliva l' adiacente parete. Giù di essa trovava collocazione una libreria bassa ed un fornitissimo angolo bar. L'orologio segnava le nove in punto, Luca chiamò Kate e le disse di non passargli alcuna telefonata e di rimandare al pomeriggio l'appuntamento delle undici e trenta. Come uno svizzero, il Trader spagnolo, bussò alla porta. Tutto era pronto. Kate accolse l'uomo e lo invitò ad accomodarsi presso il salottino d'attesa, posto nella camera dinanzi l'ingresso. Luca andò ad accoglierlo e dopo i convenevoli invitò l'uomo a seguirlo presso i locali del suo ufficio. Ricevuti i complimenti per il raffinato ambiente, Luca invitò Mr. Alonso, questo era il nome del trader, a prendere posto indicando come luogo della trattativa il grande tavolo riunioni. A quel punto Luca andò a recuperare la sua cartella documenti, ma stranamente, quest'ultima non si trovava al solito posto, ovvero sulla cassettiera di corredo alla scrivania. Luca rimase attonito e si precipitò verso l'ingresso, sperando di aver lasciato la medesima vicino al bancone della reception, luogo di lavoro di Kate. Preoccupato, ma speranzoso, chiese a Kate se fosse lei in possesso della cartella in pelle nera con dentro i documenti, ma lei, rispose con un secco no. Luca preso dallo sgomento, cominciò a blaterare frasi senza senso e nesso, nervosamente si muoveva avanti e dietro per la sala ed improvvisamente fu colto da sgomento. La preziosa cartella molto probabilmente si trovava sul Cab. Sì, Luca l'aveva dimenticata proprio lì. In quei frangenti Luca cercò di rimanere calmo, per primo si recò da Mr. Alonso a comunicare che purtroppo un imprevisto dell'ultimo secondo faceva slittare di qualche ora la firma. Si inventò un problema di salute dell'altro socio, Fabio, il quale in realtà si trovava a Milano dai suoi. Mr. Alonso, annuì con aria perplessa e chiese a Luca se tutto fosse sotto controllo. Luca lo rassicurò per come potette e, porgendo ancora mille scuse, uscì di gran carriera dalla stanza invitando Mr. Alonso ad ordinare a Kate qualcosa da bere nel mentre lui si recava dal socio. Per prima cosa Luca si precipitò giù per le scale con in mente l'idea di fermare un Cab e provare a rintracciare l'autovettura a mezzo radio. Questa ai suoi occhi la sola speranza di ritrovare la preziosa cartella, nella speranza che nessun altro cliente del Cab l'avesse sottratta. Il pensiero di non ritrovare la cartelletta e quello più grave di perdere l'affare avvilirono Luca e nel suo volto si poteva leggere l'ansia e lo sconforto. Nel mentre questi lugubri pensieri devastavano la mente del povero Luca, la rampa delle scale volgeva alla fine. I passi frenetici di Luca rimbombavano in tutto l'atrio, ma improvvisamente l'espressione di Luca cambiò... Dinanzi ai suoi occhi si presentò il seguente spettacolo, per meglio: dinanzi la guardiola del portinaio giaceva la cartella tanto agognata. Essa era lì, adagiata e sola, pronta per essere riaccolta tra le mani di chi l'aveva abbandonata, di chi l'aveva dimenticata. Un urlo di soddisfazione echeggiò in tutto il palazzo e Luca, avvicinatosi a Felix estrasse dalla tasca una banconota da venti pounds e la offrì a Felix, il quale attonito chiese a Luca il motivo di quel gesto. Luca con un sorriso da clown, per quanto era grande, rispose : “Oggi è il mio giorno fortunato e tu Felix ne sei l'artefice”. Felix replicò “Spero che domani per lei sia un altro giorno di fortuna”, detto questo Felix intascò la banconota e ritornò a leggere il solito quotidiano. Luca rientrò in ufficio, entrando abbracciò Kate, le diede un bacio in fronte e si diresse verso il suo ufficio. Accolto da un accomodante “ Welcome back” Luca sciorinò i documenti sul tavolo, rassicurò Mr Alonso sul buon stato di salute dell' ignaro Fabio, dicendogli che l' allarme era rientrato e che non v'era nulla di cui preoccuparsi. Mr Alonso annuì e con serenità espose a vista la parte di documentazione propria di lui. Una preziosa Mont Blanc già indicava che la trattativa era quasi conclusa. Dopo la lettura dei documenti e del loro scambio, la tanto agognata firma venne apposta e Luca potè finalmente concedersi un sospiro di sollievo. Seguì una telefonata a Mirta la quale ignara di tutto ne chiese la motivazione. Luca le disse solo questo “Oggi è il mio giorno fortunato ed in quanto tale ti chiedo di diventare mia moglie e visto che la fortuna mi è favorevole di sicuro la tua risposta sarà affermativa...” Ciò accade solo nella City... !

  • 18 gennaio 2008
    E dietro la corda, la neve

    Come comincia: Sono nato in un quartiere felice. E non solo; ho cambiato tre volte casa, nei miei primi dieci anni di vita, e sempre nella stessa via. Nato e cresciuto in un quartiere felice. Lì ho vissuto le prime crocifissioni: i primi amori, le prime amicizie, i primi giochi di sesso. La nebbia che avvolgeva la città, lassù sul nostro cucuzzolo non arrivava quasi mai. E quando, quelle rare sere d’autunno, decideva di velare anche le nostre notti, significava che la città era cieca e perduta.
    I ragazzi che vivevano nel quartiere avevano tre sorrisi per bocca e un seno gigantesco al quale attaccarsi in caso di bisogno: il boschetto. Quel piccolo nido ci nascondeva agli occhi dei grandi, almeno secondo le nostre illusioni; ci preservava dalla vita vera, ci proteggeva da ogni sorta di pericolo. Andavamo al boschetto per giocare a nascondino, per costruire capanni o campi di pallavolo, per il gioco della bottiglia, di obbligo o verità, per dare i primi baci alle ragazze o semplicemente per sbirciarli.
    Eravamo una bella combriccola, variopinta come solo i gruppi di bambini sanno essere. C’era Monica, il mio primo grande amore – occhi neri, capelli scuri e un caratterino da piccola bastarda che mi stuzzicava molto. Volevo essere il capo, io, e lei era l’unica a tenermi testa. Ovviamente era femmina, come dare credito a tale raffronto! Quindi le rare vittorie che conquistava erano senz’altro dovute al fascino indiscutibile che le donne posseggono fin da lattanti – questo era il mio indistruttibile pensiero! Ma Monica era molto più di una ragazzina forte e cocciuta. Era una chimera e il suo odore fresco di donna, fu il primo crampo allo stomaco della mia pubertà.
    Massimo era il più grosso di noi: una corazzata d’acciaio che niente poteva abbattere. Prendeva il suo palmo gigantesco e te lo rovesciava sulla schiena fino a farti venire le lacrime agli occhi. Ma, come sempre accade, quella forza sovrumana andava a braccetto con una dolcezza senza fine. Massimo si prendeva a cuore tutto, fingeva di fottersene è ovvio – mica era una checca – ma nel suo cantuccio, lo vedevi assorto e pensieroso, che rimuginava su ogni cosa.
    Poi c’erano Bianca e Bernardo, fratello e sorella; lei dolce, timida e grassottella, lui dolce, timido e grassottello. Adesso sono entrambi acidi, sfrontati e magri come un grissino: potere di un’adolescenza frustrata. Poi ecco Manilo e Diego, anch’essi fratelli, gemelli per la precisione. Due pesti da manicomio, la vera dinamo del gruppo. Quando succedeva qualcosa nel quartiere, potevi stare certo che c’erano loro di mezzo. La madre, una professoressa dalla voce super - acuta, doveva sgolarsi per minuti infiniti dalla terrazza della loro abitazione, per richiamarli a casa nelle sere d’estate. Ma loro, ovvio, fingevano di non sentire e solo la discesa funesta della madre, incazzata fino al parossismo, poteva costringerli al rientro.
     Al loro fianco c’erano tutti gli altri: il Ciompi, Pelè, Alberello, Maura la dinosaura, Eli, Beatrice – le tette più grosse di tutto il quartiere - e naturalmente mio fratello Marco. Altri special - guests si univano ogni tanto, ma quella era la formazione titolare del nostro boschetto.
     Quel quartiere rialzato, formato da una strada a sfondo chiuso, una piazzetta dove il tram poteva fare manovra e tornarsene da dove era venuto, e un piccolo bosco, è stato il nostro mondo incantato per dieci anni o forse più. Bastava una palla e il casottino alla fermata del tram come porta. Oppure un salto al Palazzo Diavoli dove si diceva aleggiasse lo spirito di un uomo malvagio. O ancora gli ulivi coi loro frutti acerbi e duri e qualche macchina di passaggio nella strada su cui riversarli per poi scappare a gambe levate. C’era Lucia, l’alimentarista, dove andavamo sempre a rubare cioccolate e coca - cola; Irma, la vecchia fruttivendola, proprio lì accanto, che ci vedeva fuggire via con le tasche piene e le bocche larghe di sorriso. Tanto Lucia dormiva e non capiva niente! C’erano le ringhiere su cui nell’inverno del 1988, Massimo lasciò parte del braccio – a cui dovettero cucire sessantaquattro punti di sutura – e i cantucci nascosti nei quali toccarsi, i cassonetti nei quali infilare i gatti e lucertole a volontà, senza contare i mille posti in cui rintanarsi nelle partite a nascondino. Insomma sul cucuzzolo di Palazzo Diavoli, c’era un cosmo intero.
     La mattina che iniziò a nevicare sembrava una mattina come tutte le altre. Avrò avuto dieci, forse undici anni. L’ultima grande nevicata era stata nel 1985, cinque o sei anni prima. Ma era qualche giorno che alla televisione il meteo preannunciava neve a camionate nella Toscana – fino ai bassi rilievi e le colline del senese. Tutti noi ragazzi, quindi, ci alzavamo la mattina presto con l’ansia di guardare fuori dalla finestra e trovare il mondo tutto imbiancato.
     Anche quel mattino, mi ero alzato presto, ma della neve nessuna traccia. Così mi sdraiai sul divano in salotto per vedere i soliti telefilm alla tv, istituzioni della mia infanzia come Chips, Bo & Luke, Mc Gyver e l’A - Team. Avevo fatto colazione, aperto e chiuso di scatto i libri dei compiti per le vacanze natalizie. Tutto nella buona routine vacanziera insomma.
     Marco dormiva alla grande nel lettino accanto al mio. Mi diressi senza fallo in camera, alzai la serranda e gli ordinai di scendere da letto all’istante. Risposta agghiacciata di Marco, subitanea incazzatura da fratello maggiore irrispettato, parolaccia di convenienza del piccolo e cazzotto atomico del grande: la solita mattina in casa Francini. Marco chiamava allora babbo a lavoro, mamma allo studio e mi prenotava schiaffi per il primo pomeriggio. Così, prendevo il computer che i nostri ci nascondevano prima di andare a lavoro e giocavamo fino alle una. Rinascondevamo il computer e aspettavamo il rientro a pranzo di nostro padre. Tutto secondo le regole.
     Ma nel pomeriggio successe qualcosa che turbò le nostre anime per molto tempo a venire.
     Erano le tre, il sole aveva lasciato il posto a dei nuvoloni bianchi e rosa: un perfetto cielo a neve. L’aria era fredda e pungente. I vetri della porta - finestra in cucina, erano appannati. Alla tv Paolo Bonolis, Manuela e Uan intrattenevano i ragazzi fra un cartone e l’altro. Bim bum bam era un appuntamento fisso per noi, con quei super cartoni giapponesi, come Holly & Benji o Mila & Shiro. Marco girava la cioccolata che avevo da poco preparato. Andai al bagno e da fuori sentii un urlo, poi un altro e un altro ancora. Spalancai la finestra e vidi una ragazza camminare per la strada a zig zag. Si fermava e poi ripartiva, tornava indietro e di nuovo avanti fino al boschetto. Dava un’occhiata fra gli alberi immobili e ripartiva verso casa. Chiamava qualcuno, un uomo, che poi si venne a sapere essere il nonno. Chiusi la finestra e me ne tornai in cucina. Marco rideva per qualche battuta di Uan, il pupazzo rosa. Presi la tazza vuota e la infilai nel lavello.
     - Cosa c’è di tanto buffo? - chiesi con aria inquisitoria.
     I rapporti fra mio fratello e me sono sempre stati difficili, almeno fino a quando non abbiamo compiuto vent’anni e lui ha lasciato casa per giocare a pallone. Ma da piccoli, da ragazzi, passavamo la convivenza fra tensioni, scazzottate e litigate furibonde. Fratelli coltelli.
    Marco mi guardò sorpreso, poi mi disse che Uan si era rovesciato un bicchiere d’acqua addosso e aveva poi tentato di succhiarselo via dalla maglietta con una cannuccia.
     - Bella cazzata! - esclamai io, tanto per rompergli le palle.
     Da fuori giunse ancora un urlo. La ragazza gridava come un’ossessa: “Nonno, nonno, nonnoooo”, ma il nonno non rispondeva. Dissi a Marco di vestirsi e di corsa uscimmo fuori. Era freddo, ma un freddo sano, senza umidità e in qualche modo immobile. L’aria era quieta, il vento fermo e le nuvole pietre di fumo. Salimmo su, verso il boschetto e ci fermammo in cima alla salita di casa. Massimo e Monica se ne stavano seduti sopra il muretto che costeggia il boschetto, mentre i gemellini facevano la spola tra loro due e il cassonetto. Ci sedemmo accanto ai due sul muretto di pietra e gli chiedemmo spiegazioni.
     - È la signora di Via Bandini. Sta cercando il nonno, ma non riesce a trovarlo. - mi rispose Monica con professionalità.
     - È arrivata adesso anche la madre. È quella laggiù col golf rosso. - aggiunse Massimo, indicandoci una donna grassa e affannata che si teneva stretta la sciarpa al collo.
     - E lo cercano qui? - chiesi
     - Dove vuoi che lo cerchino? - Monica scosse il capo prima di continuare. - È un nonno, è vecchio, non può essersi allontanato tanto, no?! - Monica, quanto ti amo…
     - Magari è andato a fare una passeggiata. - la buttai là per difendermi un po’.
     - Si, ma sarebbe dovuto rientrare un’ora fa, il coglione. - era Diego, il gemellino. –Adesso sarà congelato e passerà tutta la notte fuori. E loro - disse minacciando col dito le parenti –loro staranno fuori a cercarlo, tutta la notte e non lo troveranno mai. -
     - Stai zitto, scemo! - disse Massimo piantandogli un ceffone fra capo e collo da far paura a un bue.
     - Ma chi è il nonno? - chiesi. Ero disinformato e questo mi seccava.
     - Non lo so… -
     - Neanch’io… -
    Tirai un sospiro di sollievo.
     L’aria si era fatta più scura adesso. La brezza si era fermata del tutto e le nuvole sembravano più basse. Bianca e Bernardo giunsero in quel momento. Vollero sapere tutto e la scena si ripeté, solo che questa volta volli raccontare tutto io. Finito il riassunto, Monica propose di fare un giro su per il boschetto. –Anche perché, mi sa che tra poco piove… - disse scrutando l’orizzonte. Salimmo la piccola salita che porta agli alberi e ci infilammo nel piccolo bosco.
     Non so chi fu il primo a vederlo. –Porca puttana, che cazzo è quello? - esclamò Diego indicando qualcosa sotto lo scivolo di ferro. Una forma vaga oscillava lentamente fra lo scivolo e la scala per salirvi, ma la luce era così fioca che non riuscivamo a veder bene cosa fosse. Ci avvicinammo piano. L’aria era immobile. La luce oscurata dagli alberi. Il silenzio ovunque. Potevo sentire i nostri passi avvicinarsi piano allo scivolo. - Porca puttana, che cazzo è quello? - questa volta era Manilo, empatia da gemelli.
     Ancora due passi, gli occhi sbarrati e i respiri all’unisono; adesso il corpo era ben visibile. Un uomo dai capelli bianchi, marmoreo come un giglio ciondolava senza vita da una corda legata attorno alla piattaforma dello scivolo. Oscillava come un sacco di patate, inerte e silenzioso. Rimanemmo tutti quanti impietriti. Non so quanti secondi passarono prima che qualcuno mormorasse a denti stretti: - È il nonno… è il nonno della signora! -
    Allora corremmo tutti giù per la strada, gridando come matti. La signora ci venne incontro correndo e agitando le braccia, con la madre al seguito sempre ancorata alla sua sciarpa.
     - È lassù - dissi mangiandomi le parole in bocca - È lassù. -
    La signora mi fissò un attimo stranita e poi scappò verso l’antro del boschetto. Solo un attimo e poi un grido riecheggiò per tutto il circondario. Era il nonno.
     Arrivò la polizia, un’ambulanza, anche se ormai non c’era niente da fare, e molta gente scese in strada. I genitori di Massimo e la mamma dei gemellini ci chiedevano cosa avessimo visto e noi tutti eccitati eravamo prodighi di parole e spiegazioni. E io di qua e io di là, e lui e poi e abbiamo fatto e visto e detto. Tutti avevamo visto per primo il corpo, tutti avevamo dato l’allarme, tutti avevamo pensato: “Come diavolo ha fatto a legarsi lassù?”, tutti avevamo capito, sentito, osservato, percepito… Mancavano solo gli alieni.
     Marco sedeva sopra il muretto di pietra. Teneva fra le mani un filo d’erba e un fiorellino colto chissà dove. Lo girava e rigirava, fissandolo assorto. Quel fiorellino lo teneva ancorato alla felicità, certo lui non poteva saperlo, né io elaborai quel pensiero allora, ma ricordo il volto stranito e malinconico di mio fratello, la bocca aprirsi e chiudersi piano in un sussurro. E gli occhi fissi su quei petali sbiaditi. Per lui il morto dondolante sotto lo scivolino era già sepolto. Stava lì, solo e in disparte, aspettando che il fratello maggiore lo riaccompagnasse a casa: c’erano ancora i cartoni animati.
     La polizia, intanto, tracciava qualche linea, chiudeva il passaggio con un nastro rosso e bianco e faceva domande alla parenti del defunto. Lasciai i miei amici e la loro compagnia e mi diressi verso il versante opposto del bosco. Salii la scarpata e m’infilai tra i cespugli ancora asciutti. Mi arrampicai ancora un po’, fino a raggiungere l’interno del boschetto e lì mi fermai. I poliziotti erano immersi nei loro rituali, così mi avvicinai allo scivolo. Gli infermieri della Misericordia avevano appena sceso il corpo del nonno e lo stavano trasportando in barella verso l’ambulanza. Aspettai che fossero spariti e mi incamminai verso lo scivolo maledetto. Avevo paura e un timore strano. Quel pezzo di ferro mi pareva sacro, soprannaturale, quasi vivo. Aveva sorretto un uomo fino alla fine della sua vita, lo aveva sostenuto nell’ultimo passo, quello fatale. C’era una panchina, proprio di fronte allo scivolo. Mi sedetti e ripresi fiato. Sentivo il mio respiro affannarsi e non riuscivo a stare calmo. Allora, alzai gli occhi verso lo scivolo e un brivido mi percorse tutta la schiena. Vidi la corda, ancora pendula sopra il terreno e oscillante nel nulla. Nuda e vuota, reggeva l’aria. Ma il terrore che mi aveva avvolto scomparve di colpo, quando una goccia leggera, mi si posò sul naso. Alzai gli occhi e guardai fra gli alberi: fu allora che iniziò a nevicare. Quella neve mi sollevò dallo sgomento. Pensai a quell’uomo morto e alla neve che adesso bagnava la terra. Che bel giorno per morire… “Ma lui che ne sa?”… Pensai che avesse sbagliato, che adesso non poteva godersi quella fresca nevicata, non poteva alzare gli occhi e sentire la fronte bagnarsi d’acqua. Pensavo alla gioia dei giochi su quel manto bianco, alle palle di neve, le corse, i pupazzi, i moon - boot, gli scherzi coi ragazzi, le risa. Ma cosa può mai pensare un bambino di dieci anni davanti alla morte?
     I fiocchi si erano fatti giganti, grosse gocce biancastre che non sparivano subito al contatto con la terra. La neve stava attaccando lentamente, senza far rumore, e altrettanto silenziosamente la macchina con il cadavere si era allontanata. La gente, i curiosi, rientravano in casa, fieri di aver rubato un attimo di intimità a qualche vicino estraneo. Adesso, almeno, avevano qualcosa da raccontare al compagno per cena. Erano passati una ventina di minuti e tutto stava riprendendo il suo ritmo. Niente in fondo poteva sconvolgere quel quartiere felice…
     
    Mi alzai dalla panchina col cuore leggero. Guardai ancora il boschetto, udii le voci della gente scemare nella strada e fissai per l’ultima volta quella corda tutta sdrucita.
    E dietro la corda, la neve.

     

     

    Siena, 5 settembre 2007

  • 18 gennaio 2008
    Bond, James Bond

    Come comincia: Era lui, non posso essermi sbagliato.
    Era lui, proprio lui. Avanzava con il suo fascino austero e il suo eccellente gusto britannico.
    Era il solo, l’unico. Lo sguardo penetrante, l’incedere elegante, la signorilità di chi sa di potere ed osa.
    Fumava una sigaretta.
    E nel fumo mi è sembrato d'intravedere Sua Maestà la Regina.
    Era lui, che vestiva uno smoking con tanta disinvoltura.
    Ieri sera in quel locale a ordinare un vodka-martini, agitato non mescolato, è stato proprio lui.
    Bond, James Bond.

  • 18 gennaio 2008
    La ricompensa

    Come comincia: Quando ero ragazzino l’estate andavamo a nuotare con gli amici al torrente, nell’unico tratto dove si formava una spiaggia. Occorreva passare attraverso una vigna, correndo senza farsi vedere, e poi superare un canneto. Solo noi che eravamo ancora piccoli riuscivamo a passare senza lasciare tracce in quel vigneto più curato delle piante di frutti di bosco e del roseto che circondavano la casa.
    A volte, mentre ci asciugavamo al sole, spiavamo attraverso le canne il proprietario, il signor Smeraglio. Era un uomo riservato ma gentile di modi. Facoltoso, ma non uno da sperperare la sua ricchezza. Aveva solo due grandi amori: la vigna e un orologio da taschino attaccato ai pantaloni con una catenina d’oro. Tutto concentrato, le mani dietro la schiena, seguiva il lavoro di potatura estiva dei braccianti.
    “Quel grappolo, toglilo. Non serve,” indicava a uno.
    “Ma è uno spreco...” tentava di commentare il nuovo arrivato. Chi lavorava lì già da tempo sapeva che c’era poco da obiettare e lasciava cadere a terra grappoli e grappoli che non sarebbero mai maturati.
    Spesso andavamo alla spiaggia anche in autunno, finita la stagione dei bagni. Guardavamo i grandi vendemmiare, raccogliere i grappoli uno a uno, adagiarli nelle cassette. Sognavamo di andare a lavorare lì anche noi, un giorno. Certo, la vendemmia da Smeraglio richiedeva attenzioni particolari ma era quello che pagava più di tutti in zona.
    In paese nessuno aveva mai assaggiato quel vino. Era troppo costoso per una famiglia comune. Lo compravano solo i ricchi, in città, e gli stranieri. Ogni anno tuttavia Smeraglio premiava il più bravo dei braccianti con una bottiglia. Nessuno l’aveva ancora aperta e il mito nel frattempo era cresciuto ulteriormente.
    Un giorno, un’estate, scese verso la spiaggia. Impauriti ci andammo a nascondere in mezzo alle canne. Trattenemmo il fiato. Ci passò accanto senza vederci. Si spogliò ripiegando gli abiti con cura su una pietra, quindi si tuffò nel torrente. Lo guardammo incuriositi mentre nuotava e giocava in acqua come uno di noi. Mi sentivo quasi imbarazzato a spiare quel suo momento di libertà.
    Dopo una manciata di minuti uscì dall’acqua e aspettò che il sole lo asciugasse. Si rivestì. Fece per prendere l’orologio dal taschino. Era vuoto. Atterriti, ci facemmo coinvolgere dal suo panico. Se ci avesse scoperto, ci avrebbe di sicuro accusato di aver preso l’orologio, oltre che di aver invaso la sua proprietà. Lo osservammo cercare nella sabbia, attorno ai sassi e in mezzo all’erba finché, desolato, tornò a casa.
    Scappammo via poco dopo decidendo che non saremmo mai più tornati. Non riuscivo tuttavia a togliermi dalla testa il suo sguardo amareggiato così il giorno dopo, all’alba, sgattaiolai fuori di casa e tornai alla spiaggia. Nulla. Mi infilai in mezzo al canneto. Cercai e cercai ancora: eccolo! L’orologio si era impigliato in mezzo alle canne. Come avrei però giustificato la mia presenza nella sua proprietà? Decisi di raccontargli la verità: erano tempi diversi e aveva ancora un valore.
    In realtà, quando Smeraglio mi vide andargli incontro con l’orologio, era così felice che neppure volle sapere dove l’avevo trovato.
    “Aspetta qui,” mi disse. Tornò poco dopo con una bottiglia impolverata.
    “Questa è per te. Come ricompensa. Mi raccomando però, non l’aprire prima di trent’anni.”
    “Trent’anni?” ero così giovane che trent’anni mi sembravano almeno quattro vite intere.
    “Sì, aspetta trent’anni, non meno. Quando l’aprirai sentirai il profumo di questa terra bagnata dalla pioggia e dalla brina, di quel roseto quando i petali appassiscono, dei frutti di bosco che crescono attorno alla mia casa. Vedrai.”
    “Ma come fa a sapere quali saranno i profumi che sentirò tra trent’anni?” gli chiesi affascinato dalla sua sicurezza.
    “Perchè ogni vino fatto a regola d’arte e bevuto al momento giusto può solo regalare i profumi della terra da cui è nato.” Sorrise. “Ci vediamo tra qualche anno per la vendemmia. Ho idea che te ne guadagnerai ancora parecchie di bottiglie.”

  • 18 gennaio 2008
    La corsa

    Come comincia: Serviva un piatto dietro l’altro, col grembiulino appoggiato sul seno e stretto in vita, come una velina sul dolce.
    Roteando allegra tra i tavoli, i capelli biondi di seta, impegnata a sollevare il vento primaverile dal viso rosato e leggermente acceso di una fatica, senza peso. Sulle caviglie erano laccetti sottili che legavano scarpe bianche e maliziose, un po’ infantili e ammiccanti di giovinezza.
    I polsi forti preparavano i piatti e i bicchieri, spolveravano briciole e tovaglie candide, che sventolavano impazienti d’estate.
    Così la trattoria della curva, che alta precipita sul lago profondo, vedeva la luce del pomeriggio posarsi sui nostri capelli, noi avventori della domenica, confondevamo i nostri con gli occhi degli altri clienti, di chi vedeva altre storie, azzurre e meste, srotolarsi davanti ad una vita già a metà strada. Di chi, con le proprie storie, portava la curiosità ormai esclusivamente sul piatto della solita bistecca e patatine fritte surgelate.
    Ma la giornata spazzava allegria tra le nuvole alte e morbide, verso l’orizzonte il lago blu che si animava di vele bianche, disegnate e irreali.
    Correvano, correvano sui rotoli di polvere, anche scontrini candidi caduti dalle tasche di passanti e di macchine veloci. Correva la camerierina giovane all’incontro col pomeriggio, che prometteva incontri di giovinezza, correva svelto anche il mormorio del pensiero, che di momento in momento, ardeva di vita sul cuore di chi si avvicina, svelto, alla sera che si appresta.

  • 18 gennaio 2008
    Equilibrio

    Come comincia: Sul bilico d’un cordolo di cemento, pronto a cadere dall’alto giù, fino a baciare l’asfalto e dunque, fino a ritrovarmi riverso sul grigiore che ormai m’attornia, opprimendomi in una morsa che sa di tristezza e di morte dell’anima. Braccia larghe, volto avanti e piedi sulle punte, muovendomi lungo al filo che mi separa dal morire dentro e fuori, senza altro che il mio equilibrio, il mio volere primordiale d’andare avanti e reggermi ancora; come un bambino, come un equilibrista avventato, saltello avanzando verso l’ignoto.
    Senza pensiero: così, anche solo per rischiare qualcos’altro una volta tanto.

    Rannicchiata contro ad una panchina, poco distante sempre sullo stesso filo ti guardi le mani, per poi portarle alla guancia e dunque, dormire su un giaciglio di pura immaginazione, con un sorriso compiaciuto; ti guardo e quasi perdo l’equilibrio. M’avvicino, deciso a capire cosa ti fa sorridere così beata, anche se non hai null’altro che la tua guancia sulla tua mano; m’avvicino, ma tu vai via pur restando immobile. Come la felicità che ti scivola dalle mani come sabbia tu, adesso, scivoli dai miei occhi con la stessa dolcezza, con la stessa eleganza: ancora non comprendo e tu fuggi lontano da me, soltanto perché non riesco a vedere oltre i miei piedi, perché la paura di cadere mi attanaglia il cuore stringendolo fin quasi a farmi svenire.

    Allora capisco che il solo modo per raggiungerti è questo: ruoto il busto e salto nel buio, cadendo verso il grigio delle strade, dell’indifferenze, delle bugie fin quando non è la tua guancia a parare la mia. Mi ritrovo con te rannicchiata sulle mie gambe, col mio giubbotto a coprirti come la più calda delle coperte e tu a sorridere beata, felice spero, soltanto perché ti sono vicino.

    E’ allora che ritrovo il mio Equilibrio.
    Amo: non manco di nulla.

  • 11 gennaio 2008
    Il Complice

    Come comincia: Il primo complice sono io. Io, Angelo Primavera, cittadino che spende le sue giornate a leggere di queste storie, che nell’ascoltare i discorsi sin dal principio sono rimasto colpevolmente in silenzio. Io cittadino che ero in piazza e che ho anche urlato tra gli altri il sentimento comune che si respirava, ma che poi non ho avuto la forza di far valere le mie idee, di condividerle per tempo con gli altri, di riflettere insieme agli altri e magari offrirci una possibilità in più di fermare ciò che stava accadendo. Il primo complice sono io, Io cittadino che sono passato davanti a tanti volantini e non mi sono mai domandato cosa potessi fare, né mi sono preoccupato, per tempo, di indagare su ciò che stava accadendo. Io cittadino che pure quando ho iniziato a capire ho sempre atteso che altri si esponessero per me e quando poi lo hanno fatto, mi sono anche concesso il lusso di sindacarne le motivazioni, come se queste non rappresentassero anche il mio interesse, i miei diritti. Io giovane, che forse perso nei miei dubbi di un futuro fatto di nebbie ed incertezze, ho spesso cercato di non pensare o che mi sono subito arreso quando mi sono accorto che i miei coetanei non ne volevano sapere nulla. Io, giovane militante di sinistra o di destra, che non ho indagato su ciò che succedesse realmente e che nella mia ingenua o forse solo comoda posizione, ho appoggiato e non sono sceso in piazza per dire ai miei più anziani “compagni di partito” o capi, che forse stavano sbagliando. Io professionista, che nelle mie giornate di lavoro a volte spendo più ore di un operaio, o io operaio che faccio straordinari e lavoro più del mio padrone e che per questo, all’abbassarsi di una saracinesca o allo smettere una tuta, ho pensato che alla fine non ne volevo sapere niente di altri guai, perché ho già i miei. Il complice sono io, insegnante, docente, che ogni giorno mi siedo sulla cattedra, decanto nozioni ma lascio che lo spirito civico muoia, giustificandomi con il disinteresse dei giovani, abdicando, con permesso, al mio ruolo di educatore. Il complice sono io, che sventolo le mie bandiere senza rendermi conto che non dovrebbero essere le bandiere a dar idee alla gente, ma la gente a dar idee alle bandiere. Il complice sono io giornalista della stampa o della televisione, che non faccio domande, che se le faccio accetto che non mi venga data risposta, che passo le giornate a trascrivere dichiarazioni senza interrogarmi. Io editore che scelgo di viver nella quiete, selezionando con cura articoli e notizie preoccupato di non pestare i piedi al potente di turno, per acquisirne favori o forse semplicemente per non farmi nemici. Il complice sono io che spendo budget infiniti per campagne di sensibilizzazione su problemi sociali del terzo mondo e non mi rendo conto che pian piano, al di fuori della scatola al plasma comprata sottocosto, il terzo mondo sta arrivando fin qui. Il complice sono io che la storia la leggo a scuola per la pagella e nella vita la dimentico, credendo di esserne giunto alla fine, che non vi siano altre battaglie, che la libertà sia assodata e che quanto è stato conquistato in passato, sia intoccabile ed eterno. Io cittadino che neanche mi pongo il dubbio, se quello per cui in tanti sono morti, sia ancora veramente in piedi dietro la facciata con la scritta "democrazia", o se semplicemente vivo in un mondo di sogni, non miei, che chiamo realtà.

  • Come comincia: Come avevo promesso anni prima, ritornai in quel posto che, come dicevano, io conoscevo da sempre, ma che  non ricordavo affatto. Non era un problema. Un letto o l’altro, per me, non ha mai fatto molta differenza. Tornai, dunque, completamente distorta, dopo una lotta all’ultimo sangue con i nodi a cui era legata la mia persona, dalla cintola in giù... le scarpe, in questo, non c'entravano poi molto, però.

     


    Mi telefonò. Risposi con voce roca per via del brutto sapore che avevo in bocca, una sorta di malattia. Cercavo  di deglutire l’ennesimo pezzo di fegato che continuava a salirmi in gola, molliccio, acido, non digerito, incompleto nel suo ciclo. Giallo, magari. Risposi, dunque, quasi strozzandomi e contemporaneamente tentando di stabilire i perché della mia sorte, disegnando cerchi sul  muro  con la punta delle dita. Mi sovvennero dei capelli bianchi. E di chi avrei potuto fidarmi? Avrei potuto, inoltre fare un dono? Oppure, magari, mi sarei avventurata nel morso a una pesca? E da essa mi sarei fatta risucchiare, completamente, fino a diventare anch’io una immensa polpa amorfa e rosa?


    Dall’altro capo, la solita voce di sempre, calda e imbarazzante, per la lingua che gli si scioglieva.


    Gli chiesi una ben determinata cosa, “un come stai”, suggeritomi da lui. Rispose, elecandomi tutta una serie di motivazioni, di avvenimenti, di sensazioni, di dottrine, di miracoli che, sommandoli, avrebbero dovuto essere il motivo per cui ora aveva cominciato a credere in Dio e a smettere di credere in me.


    Forse perché alla base dei suoi assunti doveva esserci la certezza che dio esiste e molto probabilmente io no.


    Camminando lungo una strada vuota, inciampando sui sampietrini.

  • 10 gennaio 2008
    Tarquino

    Come comincia: La malattia imperava, infervorando gli angoli e le porte e i vetri delle finestre, tutti.
    [Tutto-rosso diventando.]

    E dunque Tarquino arava la terra. Dopo la rimescolava. Dopo un po’ poi la bagnava.[La terra.] Ci riversava tutto se stesso nella terra. Con il roteare della testa diventava sua sorella. Sua nemica. E poi l’amava, riposando.

    La malattia, nell’altra stanza faceva rumore. Tutto poi diventava verde. Tutto era soffio nel  fiore del momento.

    Tarquino amava la terra, il rumore non lo infastidiva e dunque il sole e il gelato, posato sulla punta del cappello rosso a sciogliersi ingrato. Colava come le  lacrime di un granchio al ricordo della grande madre lasciata a rinsecchire, avvolta in un amaca storpia che non aveva motivo di esistere, sul lungomare di Bahia in seguito al crollo della casa, in cui tutti persero le scarpe e le punte dei denti. E l’essenza razionale di una grande realtà, Tarquino scoprì l’amore per la terra e  per l’eterno su cui sempre poteva contare.

    Su cui sempre avrebbe potuto ballare a piedi nudi, rivelando così all’acqua, agli insetti e a tutte le strutture sotterranee e a tutte quelle trascendenti il mondo, il suo amore per la danza che alla luce del sole era poesia e disillusione, trasformandolo poi in concime per far crescere  pulcini in serra.

    Alla fine crollava esausto in un pianto di grano, sommesso e talvolta disperato che, tuttavia, servito in un piatto di rame risultava sempre gradito.

  • 10 gennaio 2008
    Ada

    Come comincia:

    Prologo
    Ada è seduta davanti alla finestra e, come sempre, guarda fuori, verso l’oceano.
    La mia piccola Ada, così fragile, diafana, con quei suoi capelli lunghi e biondissimi, gli occhi grigio-azzurri, le mani affusolate, la pelle bianchissima.
    Assomiglia sempre di più ad una di quelle fotografie scattate nel ‘45 ai prigionieri dei campi di concentramento nazisti: visi scavati con enormi occhi ed enormi orecchie, corpi emaciati, senza più traccia di umanità.
    Ada non pronuncia nemmeno una parola da ormai otto anni, mangia solo se imboccata, dorme solo se messa a letto in posizione fetale: la sistemi così alla sera e così la ritrovi al mattino. Ada, oggi, compie quattordici anni.


    I
    - “Ada, per cortesia: puoi andare giù dalla zia Elide e chiederle un uovo che voglio fare la torta per la nonna?”
    - “Va bene! Posso prendere l’ascensore? Faccio fare solo un giretto a Piccio, poi torno subito”
    - “Uff! Lo sai che non voglio! Hai solo sei anni! E se l’ascensore si blocca cosa fai? “
    - “Ma dai mamma, non lo sai? Basta premere il bottone con disegnato il campanello!”, ed era già sul pianerottolo che premeva il pulsante di chiamata con il muso di Piccio, il suo maialino di peluche rosa, saltellando come un canguro, su un piede, poi sull’altro, poi su tutti e due, canticchiando la filastrocca che la zia Elide le aveva insegnato qualche giorno prima.
    - “Dlinnn!”
    L’ascensore apre la sua bocca e Ada ci salta dentro pestando il piede sinistro all’uomo che lo occupa per metà. Alto, con la barba e i capelli rossi, la divisa e il berretto di una ditta di spedizioni internazionali, una penna infilata dietro l’orecchio destro, una lunga catena legata ad un passante della cintura dei pantaloni con attaccato un enorme mazzo di chiavi tintinnanti.
    - “Buon giorno signore!”- e intanto le piccole dita schiacciano tutti i bottoni della pulsantiera - "vedrai che bello Piccio, andare su e giù…"
    Venti minuti dopo, il campanello dell’ascensore urla furiosamente la sua rabbia, bloccato al seminterrato, con le porte che si chiudono e si riaprono con un ritmico pulsare, bloccate da un maialino di peluche rosa di nome Piccio, unico testimone del più bastardo dei crimini.

    II
    Quando la presi in braccio, mi sembrò che avesse perso peso e consistenza, rarefatta come un miraggio in mezzo al deserto. Completamente inerme, la testa riversa all’indietro, gli occhi sbarrati e la bocca spalancata. Il sangue le colava abbondante da in mezzo alle gambe e gocciolava sul pavimento in cemento del garage, ad ogni passo che facevo di corsa verso la macchina, lasciando una scia come le briciole di pane di Pollicino.
    Mentre l’auto correva veloce verso l’ospedale Ada fissava il vuoto con ottusa fissità, senza mai nemmeno sbattere le palpebre per proteggere dalla luce violenta del sole quei suoi bellissimi occhi grigio-azzurri. Con delicatezza glieli chiusi, come si fanno con i morti.


    III
    Terapie con i cavalli, i delfini, i cani. Trattamenti con la musica, le immagini, i colori. Massaggi, bagni profumati, pietre calde. Nulla. Niente. Vuoto assoluto, come lo sguardo fisso che rivolgeva al mondo, ostinatamente puntato oltre la linea che ne delimita il confine all’orizzonte.
    Abbiamo anche cambiato casa, cambiato città, cambiato stato.
    Ora abitiamo in una bellissima villetta, praticamente di fronte all’oceano, con un bel giardino e un lungo viale alberato che porta al piccolo cancello d’accesso alla spiaggia.
    Suo padre, il mio compagno di sempre, non resistè a lungo all’angoscia e alla frustrazione dell’impotenza. Preferì andarsene lontano, con la scusa del lavoro. Tornava a casa solo per Natale e solo per qualche giorno. Ci spediva grosse cifre di denaro, una volta al mese, e regali di ogni tipo. Lunghe e tristi lettere scritte su fogli di carta giallina, cartoline di ponti e cattedrali, grossi scatoloni pieni di bambole e dolci.
    Quante volte ho sognato che succedesse qualcosa o che arrivasse qualcuno che fosse in grado di scuoterla, di risvegliarla. Sapevo, perché me lo avevano detto anche i medici, che un altro forte trauma l’avrebbe forse aiutata. Ma non sapevo come fare, soprattutto perché solo l’idea di farle rivivere qualcosa anche solo di simile a quell’orrore mi risultava impossibile.
    Ma lo sappiamo tutti: nessuno può far nulla di fronte al destino.


    IV
    Quindi, Ada, oggi, compie quattordici anni.
    Il suo sguardo è perso nell’oceano e il suo corpo ha abbandonato la sua mente, fluttuando dentro a quei vestiti che mi ostino a comprarle della misura adatta alla sua età ma non alla sua magrezza. Il sole è forte e alto nel cielo azzurro e una leggera brezza tiepida entra dalla finestra gonfiando dolcemente le tende. Seduta accanto ad Ada, sbuccio delle piccole patate, dalla polpa bianca e croccante.
    Il campanello mi sorprende facendomi sfuggire di mano patata e coltello.
    Lo spioncino della porta mi restituisce l’immagine di un uomo in divisa.
    - “Speedy International, signora. Ho un pacco  urgente da consegnarle”.
    - “Le apro subito!” gli grido attraverso la porta, aprendo catenacci e girando chiavi.- “Ecco qua, signora”, e mi consegna un grande pacco che riconosco provenire da mio marito.
    - “Firmi qui per favore…”, e mi porge una penna che ha appena sfilato da dietro l’orecchio destro. Prendo la penna e, mentre mi accingo a firmare, l’uomo solleva una lunga catena legata ad un passante della cintura dei pantaloni, con attaccato un enorme mazzo di chiavi tintinnanti che fa roteare.
    Un attimo dopo l’uomo è steso a terra, gli occhi sbarrati e la bocca spalancata in un’espressione di enorme stupore.
    Un abbondante fiotto di sangue sgorga ritmicamente in corrispondenza del coltello con cui un attimo prima stavo pelando patate, piantato all’altezza dell’inguine.
    Ada, ora, è stesa a terra lì vicino e dorme tranquilla, abbracciata al suo Piccio.


    V
    Non so dove lei abbia trovato la forza, non so proprio come lei abbia fatto. So solo che in dieci minuti tutto il  sangue  che  quell’uomo aveva in corpo è uscito, formando un torrentello che lentamente si è avviato, in un moto autonomo, verso la griglia di scarico in fondo alle scale.
    Non so se aveva famiglia, una moglie, dei figli. Forse no, era piuttosto giovane. Non ho nemmeno guardato i documenti: li ho fatti a striscioline che poi ho minuziosamente annegato nel water.
    Ho fatto molta fatica a scavare la buca in giardino perché era alto quasi un metro e novanta. Ci ho messo tre notti piene. Ho faticato molto anche a trascinarlo giù e a sotterrarlo: ho faticato veramente molto.
    Con la stoffa dei vestiti ho fatto dei tappetini che ho dato alla parrocchia per la raccolta di fondi per i poveri. Ho imbiancato le pareti dell’atrio, grattato e riverniciato la porta d’entrata, smacchiato il tappeto con l’ammoniaca.
    Ho pulito tutto, accuratamente. Nessuna traccia. Nemmeno una gocciolina di sangue, un capello, un pelo. Nulla. 


    VI
    Ada ha ricominciato a parlare, come se niente fosse stato, come fosse appena uscita per scendere dalla zia Elide a prendere l’uovo per la torta. Ho preso degli insegnanti privati che le stanno facendo recuperare gli anni persi. Ha anche messo su qualche chilo, mangia con molto appetito e ha cominciato a socializzare con altri ragazzi che ha conosciuto in spiaggia. E’ una ragazzina felice, mi sembra.
    In giardino l’erba è ricresciuta rigogliosa anche sopra alla fossa di quel povero disgraziato. Ci ho piantato un grande cactus che sembra nato e cresciuto lì da almeno quindici anni. Ho anche rivisto uno di quei tappetini a quadri, alla porta d’ingresso della casa della vecchia signora che abita a fianco del fornaio.
    Forse sarà strano, crudele, pazzesco, ma mi sento finalmente serena. E’ finalmente tutto al suo posto, in ordine e pulito.
    Ora mi siedo spesso su quella poltrona dove Ada ha passato tanto tempo a guardare fissamente l’oceano, e, come faceva lei, mi perdo oltre l’orizzonte, sperando, in cuor mio, che la giustizia divina sia clemente con noi.
    D’altro canto, ora, la partita è veramente da considerarsi pari.
    O no?

  • 10 gennaio 2008
    Doppio Desiderio

    Come comincia:

    Lui è entrato nella mia vita in una notte d'inverno, l'avevo già visto, da dietro la mia scrivania in qualche giorno di pioggia. Lui arrivava soltanto per firmare l'uscita, alto e snello con gli occhi di ghiaccio, non sorrideva mai. Entrava e usciva. Ogni tanto mi chiedevo se fosse felice, poi pensavo che non avesse importanza.


    Lei è entrata nella mia vita in un giorno di sole, con gli occhi neri e il sorriso rassicurante. Lei entrava soltanto per farmi firmare le ricevute. Entrava e usciva. E sorrideva sempre. Mi dicevo che sicuramente doveva essere un'anima molto felice.


    Non sono innamorata di loro, non li amo. Amo le sensazioni che i loro corpi mi sanno dare.


    Amo il respiro di lui, il brivido che mi invade lo stomaco non appena gli sono accanto, amo le sue labbra e la sua lingua quando è attaccata alla mia. Amo il blu dei suoi occhi quando mi guardano eccitati, quando è sopra di me ed io non posso niente. Amo il peso del suo corpo quando giace sulla mia schiena e mi avvolge in un turbine di magia perfetta e senza trucchi. Amo le mani di lei  quando si fanno strada fra le mie gambe, quando non me l’aspetto e la trovo già pronta a dissetarsi della mia voglia di lei. Amo i suoi seni piccoli e turgidi e i suoi occhi che mi dicono: toccali. Amo me quando sto accanto a loro, amo la mia bellezza e la forza che riesco a scatenare in quelle menti. Non amo l’inganno con cui devo convivere per poter vivere tutto questo.


    Leggo i tuoi racconti, mi perdo, perdo il tempo che passa, perdo gli oggetti che mi stanno accanto. Fumo, e abbasso le tapparelle dello studio, perché oggi il sole è troppo invadente, oggi cerco il buio, come stimolo all’ascolto dei miei pensieri.


    Nessun rumore nelle mie orecchie, sento solo l'aumentare del battito del mio cuore, sono fortunata, oggi posso percepirmi.


    Stremata dalla battaglia notturna, cerco di recuperare le mie energie, stanotte troppo a lungo non ho respirato.


    Mi domando di te, di come sai desiderare una donna che non hai  vissuto... tu non conosci il mio sguardo, non potresti riconoscere il mio passo verso di te, non sai come le mie mani potrebbero farsi strada fra i più misteriosi angoli del tuo corpo, non hai sulle labbra il richiamo delle mie labbra... poi leggo i tuoi racconti, ne sono rapita, e ti capisco, ti capisco meglio...


    Anch'io ho desiderato di te, stanotte, nel calore della piccola morte.


    Fra le braccia di loro, tu eri con me.

  • 03 gennaio 2008
    Eppure sto bene...

    Come comincia: Ventidue sigarette; otto pacchetti di crackers. Tutto nel giro di mezz'ora. Ora, però, mi tocca vomitare. Sento di essere in difetto con me stessa, ma non chiedetemi perché; non saprei cosa rispondervi. Spero solo che insieme ai crackers, dentro allo scarico finisca pure questo fottuto senso di colpa.
    Eppure sto bene. Non c'è niente che non vada.
    Devo solo vomitare e poi mi sentirò meglio.
    Sicuro.
    Non è difficile, ve lo garantisco. Basta solo ficcarsi due dita dritte in gola ed il gioco è fatto.
    Nessuno sa di questa mia pratica quotidiana, né tanto meno delle sigarette che tengo nascoste nella tasca di un orrendo cappotto color cammello smesso ormai da anni. Mi chiedo ancora come abbia fatto a comprarlo e, soprattutto, ad indossarlo. Ma intanto è lì, che mi fissa dall'anta aperta dell'armadio. Mi fissa, ostinato ed esterrefatto, con quei suoi bottoni d'oro vagamente kitsch.
    "Cos'hai da guardare ?"gli chiedo sbuffando. Ed ecco che attacca con la solita paternale: mi ricorda che non dovrei fumare viste le mie condizioni di salute (sono asmatica, per la cronaca).
    "Questo lo so anch'io" - gli rispondo senza batter ciglio."Lo so, lo so che mi fa male, ma intanto non riesco a smettere". Ad un certo punto un pensiero attraversa fulmineo la mente: che sia proprio questa, in fondo, la vera ragione per cui abbia preso a fumare?
    Eppure sto bene. Non c'è niente che non vada.

     

    "Se stai così bene come dici" - mi chiede - "allora perché passi le tue giornate a discutere con un vecchio cappotto come me? Ti sembra normale tutto questo? Perché, piuttosto, non ammetti che ti senti uno schifo e che ti serve aiuto?".
    “Non ho bisogno dell'aiuto di nessuno, io” rispondo scocciata. “E poi non è vero che mi sento uno schifo... semmai non mi sento e basta..." - aggiungo facendo spallucce.

    Quindi cerco di convincerlo che una volta vomitati quei maledetti crackers tutto tornerà a posto. Ma lui si ostina a non volermi credere. Per dimostrargli che si sbaglia, decido di varcare la soglia del bagno.
    Benché viva tutta sola in questo immenso appartamento, chiudo sempre la porta a chiave. Non chiedetemi perché lo faccia; non saprei cosa rispondervi.
    Mi avvicino al lavandino. Raccolgo i capelli in una lunga coda dietro la testa per evitare che si sporchino (sapete, ci tengo all'igiene). Apro il rubinetto. Sento lo scroscio dell’acqua. Mi Infilo due dita in gola. Più in fondo che posso. Non è difficile, ve lo assicuro.
    Osservo con attenzione la poltiglia giallastra che scompare a poco a poco, inghiottita dal buco nero dello scarico.
    Missione compiuta.
    Sciacquo per bene il lavandino per non lasciare tracce. Il senso di colpa è svanito. Un sorriso si allarga sulle labbra. Ma lo vedo dileguarsi non appena lo sguardo si posa sullo specchio. E la vedo. Eccola lì, con quei suoi zigomi appuntiti, le guance scavate, le labbra rinsecchite. Gli occhi scuri e infossati risaltano sul fondo cadaverico del volto.

    Le sputerei volentieri in faccia, ma mi trattengo: non mi va di sporcare lo specchio.
    Giro la chiave in senso antiorario e varco l’uscio. Intanto, una voragine s’è aperta dentro allo stomaco. Torno a rifugiarmi sotto le coperte. Ma anche da lì sotto lo sento sentenziare. Gli dico di piantarla, ché non sono in vena di chiacchiere. Ma non mi dà retta.
    Così, dopo avergli sfilato le sigarette dalla tasca, chiudo l’anta per farlo zittire.
    Ecco il fumo delle sigarette svolazzare per tutta la camera.
    Dopo aver finito il pacchetto, mi ritrovo in cucina: la luce giallognola del frigo mi ferisce gli occhi ridotti a fessure. Faccio fuori un intero barattolo di marmellata.. maionese banane crackers philadelphia light birra grissini biscotti funghi sottolio…

    … Dopo, solo un ciabattare confuso e lo scatto familiare delle chiave nella toppa.